martedì 9 agosto 2016

Sul Bordo di Ogni Cosa

(Per i più curiosi: questo è il racconto a cui accennavo qui. Alla fine, ho deciso di pubblicarlo…)
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Era un enorme pupazzo di neve. Aveva due bottoni come occhi, una carota come naso. Un solco a spicchio di luna era il suo immobile sorriso, due lunghi rami le braccia.
Non ricordava neppure da quando fosse stato posato lì, sul Bordo di Ogni Cosa. Ma lì stava. Da talmente tanto tempo che si era convinto che quello fosse il suo posto.
Sempre da tanto tempo non parlava con nessuno. Così fu sorpreso (ma la sorpresa non fu l’unica emozione) quando vide la bambina.

La bimba era bella come sono le bambine nelle fiabe. E sapeva di esserlo, ma non le importava.

“Cosa fai qui?”, chiese al pupazzo.

“Non lo so, ma so che è il mio posto”, lui rispose. “A te cosa sembra che io faccia?”

“Mi prendi in giro?”

“No. E’ che mi sembra che tu possa saperlo. Altrimenti non saresti qui.”

Lei sorrise. Anche il pupazzo di neve avrebbe voluto allargare il proprio sorriso, ma non poteva farlo. La bimba gli sistemò il bottone che gli faceva da occhio destro e lui ringraziò.

“A me sembra che tu stia facendo la guardia. A cosa, non so.”

“Se è così, sono stanco di farlo. Ma, come puoi capire, non posso andarmene.”

“E questo ti rende triste?”

“Un pupazzo di neve non può essere triste. E’ così che ti sembro?”

“Sì, un sorriso non m’inganna. Ma forse ho un rimedio. Vieni: dobbiamo andare alla Piana degli Eroi. Lì potranno aiutarti.”

Lui guardò l’Abisso del Grande Buio. Ed ebbe paura. Non lo disse, ma lei capì.

“Non temere”, disse salendogli in groppa. “Devi solo lasciarti scivolare. Ti guido io.”

“Sei sicura di saperlo fare?”

“Dobbiamo provare per saperlo.”

Il pupazzo non riuscì a capire per quanto scivolassero verso il fondo. E neppure a vedere, perché nella discesa i due bottoni si spostarono sulla sommità del capo, così poté fissare solo il cielo per lunghi istanti. Giunti sul fondo, la bimba gli sistemò ancora i due bottoni sugli occhi.

Il pupazzo era stupito di essere in grado di camminare (“Ma non t’illudere, può riuscirti solo qui”, lei gli spiegò). Così, oltrepassata la Vallata dei Ciuffi di Capelli Biondi, giunsero al limite della Piana degli Eroi.
Qui trovarono 3 uomini robusti, vestiti come soldati. Quello al centro era il capo, era chiaro dalle onorificenze appuntate sulle sue spalle. Infatti fu lui a parlare.

“E’ proibito proseguire, se non ci sconfiggete. E non mi sembrate in grado di farlo.”

“No, non saremmo in grado. E neppure vogliamo provarci. Ma è nostra intenzione proseguire: vogliamo parlare col vostro Re.”

Se il Comandante fu stupito dal coraggio della bambina non lo diede a vedere. La sua voce non dimostrò neppure ammirazione o altro.

“Seguiteci dunque. Vi porto dal nostro Re. Ma sarete nostri prigionieri.”

Il viaggio non fu lungo. Ma il pupazzo avrebbe sudato, se avesse potuto, perché aveva paura. Non lo diede a vedere, perché non è così che fanno i pupazzi di neve. Inoltre, con la bambina al fianco si sentiva comunque più sicuro.

Il Re era al centro della piazza. Si distingueva dal Capo dei soldati per la stazza, ancora più imponente. E poi era seduto su un trono e portava una corona: così sono i re.

Fece cenno al Capo dei soldati di fermarsi.

“Voi due venite avanti”, disse alla strana coppia. “Non avevo mai visto una bambina assieme a un pupazzo di neve parlante.”

“Anch’io non avevo mai visto voi Eroi. Sembrate creature interessanti. Allora, invece di tenerci prigionieri, perché non ci raccontate qualcosa di voi?”

E il Re lo fece, spiegando molte cose, di lui e della popolazione su cui regnava.

“E’ nostra usanza che a una cortesia si risponda con una di uguale natura, se volete tornare liberi”, disse infine. “Anche voi sembrate creature interessanti. Raccontateci dunque qualcosa”.

“Io sono solo un pupazzo di neve. Da che ricordo, sono sempre stato in piedi sul Bordo di Ogni Cosa. Questa bimba sostiene che sono un guardiano. Forse lo sono davvero, ma di cosa non so.”

“Anche questo è curioso, sì”, rispose il Re. “Ma non è abbastanza come offerta. Spero che tu, bambina, abbia di meglio…”

“Potrei regalarti un segreto: io conosco il segreto della vita, cosa c’è dopo e tutto quanto. Ma non dovrai mai dirlo a nessuno.”

Così glielo rivelò. E lui rispettò sempre la consegna del silenzio.

Parlarono ancora. Alla bimba piacque la saggezza del Re e lui fu sorpreso dalla sua.

“Sei decisamente una creatura come non avevo mai incontrato”, le disse. “Ma il tuo compagno… Credimi, gli farei mozzare la testa dal collo, se non fosse chiaro che tu tieni a lui. Inoltre, temo sarebbe inutile, vista la sua natura…”

“Ti ringrazio per il rispetto che dimostri nei miei confronti. Ma ti sbagli su di lui: ha un grande cuore dentro. Ma niente che riesca a scaldarlo.”

“Vorresti dunque sapere se qualcosa glielo può scaldare? Posso rivelarti anche questo. Ma il prezzo da pagare è alto, è bene che tu lo sappia.”

La bimba si limitò ad annuire: lo immaginava. Il Re le si avvicinò e sussurrò qualcosa che solo loro poterono sentire.

Al termine del colloquio la bimba disse solo “sì”.

Il Re non l’accarezzò. Forse avrebbe voluto farlo. Di certo, anche per i curiosi appostati nelle file più lontane della piazza fu chiaro (e sorprendente) che, per la prima volta da quando potessero ricordare, il loro Sovrano era scosso.

“Ora sai cosa fare, se questa è la tua scelta. Buona fortuna a entrambi.”

Bastò un battito di ciglia. La bimba chiuse gli occhi e poi li riaprì. E davanti tutto era cambiato.
I due compagni erano tornati sul Bordo di Ogni Cosa.

“Cosa ti ha detto il Re?”, chiese il pupazzo.

La bimba non rispose. “Credi di potermi sostenere, con i tuoi rami?”

“Penso di sì.”

Allora lei salì sulle braccia di rami, e lui la sostenne come fanno i mariti con le proprie spose.
Lei gli accarezzò il viso e gli sistemò per un’ultima volta gli occhi. Sembrò volergli dire qualcosa mentre chiudeva i propri. Ma lui non seppe mai quali parole fossero morte su quelle labbra.

Il corpo della bimba era leggero come il ricordo di una promessa. E lui non voleva farlo cadere a terra. Così resistette più che poteva, mentre piano piano si scioglieva, e riuscì a deporre dolcemente il corpo a terra, sul Bordo di Ogni Cosa.

Il pupazzo, invece, si disperse in rivoli d’acqua, che cominciarono a scorrere lungo il pendio. Mentre scivolavano sul fondo, il sole giocò, come solo lui sa fare, con alcune gocce d’acqua, illuminando con pochi raggi l’Abisso del Grande Buio. Ma solo per un istante.

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(Ispirato, molto liberamente, a “Winter’s Tale”, episodio di Miracleman scritto da Neil Gaiman e disegnato da Mark Buckingham)

venerdì 6 maggio 2016

Strappare il libro di Salvini…

Solo una cosa sull’azione “strappare il libro di Salvini”: siete proprio sicuri che il tutto lo si possa discutere con commenti da 100/150 caratteri? Lo dico senza polemica, giuro, è una domanda seria.
Comunque sia, io ci metterò un po’ di più. E se sembrerò incazzato sarà solo perché sono di fretta.

1) I compagni e le compagne dei CS (quelli che adesso alcuni – anche persone che stimo – dipingono come fessi o peggio) sono quelli che da anni denunciano il pericolo di un movimento xenofobo e/o “con influenze protofasciste” (ok, “abuso delle parentesi in modalità on”: so che la cosa è più complessa, che mica tutti i leghisti sono fascisti eccetera; semplifico per farla breve. Inolre preciso: adesso il punto NON è come la penso io o se e quanto e in quale misura io ritenga la Lega “pericolosa”).
Parliamo di un uomo coccolato dai talk show, il cui libro è pubblicato da un grande editore e distribuito anche alla Feltrinelli. E, piaccia o meno, i soli che si oppongono, fermamente e costantemente, alla deriva leghista sono i compagni e le compagne dei CS (ok, ci sono anche altri: sto parlando di un’azione ferma e quotidiana).
Negli anni venti in molti credettero di poter imbrigliare il fascismo; oppure al fatto che “prima o poi il fascismo si sgonfierà”; o ancora al fatto che “il fascismo, una volta giunto al potere, si ricondurrà da sé a più miti consigli e a pratiche di dialettica democratica”. Non andò così.
Non sto dicendo SE e COME si poteva fermare PRIMA il fascismo. Non ho la sfera di cristallo; so bene che la situazione storica e geopolitica di quegli anni era molto complessa.
Insomma, se (ripeto: SE) riteniamo la Lega un movimento xenofobo e (più o meno) “fascista”, prendiamo atto che Salvini (inteso come personaggio pubblico e “prodotto televisivo”) viene contrastato proprio dai ragazzi e dalle ragazze che oggi vengono criticati. Ragazzi e ragazze che conducono questa battaglia pressochè da soli e – dicevo – con costanza e fermezza (qualcuno aggiungerà: ingenuamente e con eccessi: poco importa, ora) mentre il resto del Paese tentenna o peggio. Sarò apocalittico, ma a me questo continua a far pensare a cupe analogie con gli anni ’20.
Insomma, se ora il punto è “sì, ma i compagni hanno strappato il libro” mi sembra si stia guardando il dito e non la luna.

2) I compagni e le compagne dei CS (sempre quelli “brutti sporchi e cattivi che stracciano i libri”) sono gli stessi che si beccano processi assurdi se imbrattano un muro, pigliano condanne degne di un omicidio se spaccano una vetrina (o anche solo se si trovano vicini/e al luogo dove è stato commesso il fatto: la questione della “compartecipazione psichica” o dell’uso strumentale di certe fattispecie penali è cosa che dovremmo ormai conoscere, da Genova – almeno – in poi).  Vogliamo davvero interrogarci ORA su cosa sia una pratica violenta? Anche in questo campo vale ciò che dicevo al punto 1: mi sembra si stia guardando il dito e non la luna.

3) Una cosa che pochi hanno sottolineato. Salvini ha recentermente citato Gramsci; ha persino parlato di resistenza (alludendo alla liberazione per sottolineare – a suo dire – come anche oggi l’Italia sia a rischio di invasione); non perde occasione di mostrare le contestazioni a cui è sottoposto… Insomma, a lui fa comodo far parlare di sé come vittima a cui si vorrebbe togliere il diritto di espressione. Non fate caso a quanto tutto questo sia paradossale: sto solo descrivendo la sua strategia, che è parzialmente nuova rispetto alla “vecchia” Lega di Bossi e C. Ed è, finora, vincente. Dunque,  sul puro piano dell’opportunità, era giusta “l’azione strappalibri”? Ok: questa è un’obiezione concreta e corretta. Ma resta nella tastiera la domanda: allora che fare?

Francesco “baro” Barilli

mercoledì 20 aprile 2016

“Kobane Calling” (di Zerocalcare – ed. Bao Publishing)

Te lo confesso, sono preoccupato.
Mi dirai che è tipico mio: sono pessimista, vedo sempre tutto nero… E poi c’ho ‘sta fissa del “minimalismo intellettuale”: mi soffermo su piccoli episodi e ne ricavo – magari arbitrariamente – buoni o cattivi indizi in senso generale. Accetto la critica.

(a Kobane Calling e Zerocalcare ora ci arrivo, non mettermi fretta…)

Quindi, dicevo: troppe cose m’han fatto venire ‘sta epifania: in Italia non manca molto che a ricordare i partigiani ci sarà da stare attenti. Pure il 25 aprile sarà festa pacificatrice, “la piazza è di tutti” eccetera. Dirsi partigiano e antifascista sarà sinonimo di sovversivo. Fantapolitica? Ce la raccontiamo fra un paio d’anni…

Allora ti dico: ci vuole un libro come Kobane Calling (vedi che ci arrivo, prima o poi) a ricordare i valori della Resistenza. Ed è un bene che lo faccia un autore giovane parlando di vicende attuali e (solo apparentemente) lontane.

Perché, guarda, per me è questo il nodo di KC: è un libro partigiano.

Che poi ci stanno molte altre cose da dire, su KC. E te le dico in ordine sparso, perché non voglio annoiarti con una recensione/pippone, perché ‘sto libro meriterebbe qualcosa di diverso e di meglio, ma quello lo lascio fare ad altri.

Cosa sia Kobane Calling lo sai già, però visto che non parliamo da soli lo ripeto per gli alieni che ancora non lo sanno: è un reportage a fumetti. Zerocalcare da Rebibbia è andato nei territori dove il popolo curdo (da troppo tempo represso e disperso fra Turchia, Siria e Iraq, e ora ferocemente minacciato dall’Isis o Daesh che dir si voglia) si è riorganizzato in una società secondo direttrici progressiste (emancipazione femminile, partecipazione dal basso, libertà religiosa, rispetto dell’ambiente). E combatte, contro Isis e non solo, la propria lotta (che poi non è “propria” ma di tutti; ma non come o perché lo dice Il Giornale). E Michele racconta di questa società e delle persone incontrate (positive e meno: combattenti, perseguitati politici, ma pure funzionari corrotti).

Oh, dico: Zerocalcare c’è andato, lì. E non per fare una passerella. C’è andato il “Michele Rech uomo”, che poi ha raccontato la storia come “Michele Rech detto Zerocalcare (fumettista)”. Questa è un po’ la sua ricetta da sempre, dalla Profezia dell’Armadillo in poi intendo: Michele mette se stesso nei suoi fumetti. Carne e sangue e pensieri e sentimenti, dico, e non è una novità. L’ho già detto altre volte: certo, la freschezza del tratto, l’ironia, la capacità di rappresentare le inquietudini di una generazione. Tutto vero, ma qualcuno dovrà pur dire che ciò che caratterizza davvero Zerocalcare è la sua umanità.
Però in KC c’è uno scatto, un qualcosa che non so dirti. Compare pochissimo l’armadillo. Ci sono più concessioni al “giornalismo grafico puro”. L’ironia c’è sempre, certo (alcune scene ti faranno ridere come sempre, credi a me!), ma stavolta sembra venata da una tenerezza malinconica. Credo che Michele stesso abbia sentito di partecipare a qualcosa di storico, di epocale, e vi si sia accostato con intelligenza e in punta di piedi.
C’è un punto del racconto, nella prima parte, quella già pubblicata tempo fa su Internazionale, dove parla “del cuore” (oh, io lo brutalizzo, sennò non finiamo più). Ecco cosa volevo dirti: lui c’è andato “col cuore”, capendo che quello era (è) “il cuore” di una battaglia che riguarda tutti (ma mica nel modo in cui bercia Salvini, eh, lo ripeto se prima non era chiaro!), è tornato e ha scritto “col cuore”. Capisci?

Insomma, io ti parlo nel giorno in cui – leggo – Bertinotti dice che il movimento operaio è morto e che in CL ha ritrovato un popolo. Zerocalcare la connessione sentimentale col popolo l’ha trovata a Kobane. Dai, non dirmi che devo pure commentare…

Poi altri ti diranno quanto è importante e innovativo KC per il fumetto italiano in generale. Magari sottolineando che è strano, se non paradossale, che il lavoro più completo e attuale sul Rojava arrivi da un fumetto e non dal “giornalismo classico”. Ed è giusto, e ti sembrerà paradossale che non lo faccia io, che pure ne scrivo, di fumetti. Però a me interessava dirti che, per me, questo è un libro che tocca il cuore (ancora…). Tu leggilo, ti farà bene. Poi mi dirai…

Francesco “baro” Barilli

venerdì 26 febbraio 2016

“Libero” su Umberto Eco (e Pinelli, e Calabresi…)

Te la faccio breve, caro amico. Nel limite del possibile, certo, ma su Belpietro non vorrei perdere troppo tempo.
Dopo la morte di Umberto Eco, il direttore di Libero ha ricordato che lo scrittore fu tra i firmatari del “famoso manifesto contro il commissario Luigi Calabresi”. E ha concluso: “una cosa però posso dire senza tema di essere smentito: è stato un cattivo maestro”.
Forse tu sarai sorpreso. Per me, invece, ciò che scrive Belpietro non è una notizia, me l’aspettavo. Il “manifesto contro Calabresi” è un evergreen: per gli editorialisti di Libero (o del Giornale) averlo sottoscritto è un marchio d’infamia, prova di un delirio generazionale. Ricordare la vicenda, per Libero, non serve ad omaggiare Calabresi o a condannare il suo omicidio: in versione riveduta e corretta, ha lo stesso scopo dei manifesti elettorali della DC negli anni ’50 (cercali in internet: “Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo! Vota Democrazia Cristiana!”; ne troverai altri di gustosi).

Della vicenda Pinelli/Calabresi ho scritto molte volte, quindi non starò a riassumerla. Documentati, se vuoi. Ma ritengo necessario ripercorrere i fatti che portarono al famoso appello.

Devi sapere che, nei giorni seguenti la morte di Pinelli, Lotta Continua comincia ad accusare il Commissario Calabresi di essere il diretto responsabile della morte dell’anarchico. Nel 1970 Calabresi querela per diffamazione il periodico; il processo denominato "Calabresi/Lotta Continua" comincia nell’ottobre dello stesso anno. Questo processo, nel quale il Commissario si presenta come parte lesa, diventa ben presto il palcoscenico sul quale ridiscutere il caso Pinelli: processualmente, rimarrà l’unico. E incompleto.
Dopo alcuni mesi la corte dispone l’esumazione di Pinelli, per una nuova perizia. L’avvocato di Calabresi si oppone fermamente e chiede la ricusazione del Giudice. Nel maggio 1971 l’istanza di ricusazione è accolta e il processo, tolto al Giudice originario, viene quindi interrotto prima che la riesumazione sia effettuata.
L'Espresso pubblica il “famigerato” appello a inizio giugno 1971, corredato da dieci firme. Lo riproporrà nelle settimane successive, con un numero di adesioni che giungerà a circa 800.

Sui toni di quell’appello molto si è scritto. T’avranno detto che furono duri. E’ vero, e addirittura feroci furono quelli usati da Lotta Continua negli articoli contro Calabresi. E non verrò a parlarti “del contesto” e a dirti che “quelli erano tempi in cui…”. Allungherei il brodo e basta. E indagare “il contesto” è utile quanto scivoloso (quanti lo utilizzano per giustificare la propria coscienza? “Certo, fui colpevole, ma devi capire quei tempi…”). Lasciamo ad altri il sezionare la storia. A noi basti viverla.

Tu cerca di ricordare che quell’appello era contro un’ingiustizia. L’omicidio del Commissario Calabresi, prima che un’altra ingiustizia, è la pietra tombale sulle speranze che il processo  “Calabresi Vs. Lotta Continua” aveva acceso. Viene posata su quanto accaduto nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969 nella questura milanese.
Non si accusino degli intellettuali per avere chiesto che si cercasse la verità.

(La vicenda Pinelli si è poi chiusa il 27 ottobre 1975. Una matassa troppo intricata da dipanare per il dottor D’Ambrosio: lui esclude che Pinelli si sia suicidato - e quindi conferma che tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne -; esclude l’omicidio, non trovandone le prove, e ritiene "verosimile" l’ipotesi di un malore.
Ma il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della precipitazione da quella finestra. La vicenda comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge - e questo lo conferma pure la sentenza D’Ambrosio , seppure disponendo il proscioglimento del dottor Allegra, diretto superiore di Calabresi, perché il reato si era estinto per intervenuta amnistia. Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana.
Ma tu mi chiederai dell’appello, e con buone ragioni, avendoti promesso di non dilungarmi. Perdonami se mi son fatto prendere la mano).

Avevo 6 anni all’epoca del “famigerato” appello: sai dunque che posso evitare facilmente la qualifica di cattivo maestro. Ma, temo, potrei non sfuggire alla medesima qualifica ad honorem, perché quel documento non mi provoca alcuno scandalo. Avessi potuto firmarlo, sarei stato in compagnia di Moravia, Terzani, Pasolini, Cederna, Levi, Fellini e altri ancora. Un uomo non si giudica dalle proprie compagnie, ma se devo scegliere preferisco queste a Belpietro, che vuoi farci.

Interessante, infine, che Libero bolli come cattivo maestro Umberto Eco dopo aver dato spazio (se lo faccia ancora non lo so, mi scuserai se non seguo Libero…) a Franco Freda. E’ interessante, ti dicevo, antropologicamente prima ancora che politicamente.
O forse mi sbaglio. Cerco ragioni logiche dove la logica non può essere di casa, soppiantata com’è dalle ricostruzioni di comodo dei vincitori. Quell’inquietante specularità (Freda che scrive su Libero, che accusa Eco di essere un cattivo maestro) più di ogni altra cosa ci dice chi ha vinto e chi ha perso, in questo paese.
Ricordi cosa faceva il protagonista di 1984? Era incaricato di correggere libri e articoli pubblicati. Doveva modificare la storia scritta, per alimentare la fama di infallibilità del Partito. Orwell immagina un’applicazione della damnatio memoriae che Libero ha adottato scientificamente.

Mi chiedi dunque se sono triste o arrabbiato? Non so risponderti. Certamente sconfitto. Ma questa sera mi è stato sufficiente raccontarti questa storia.

Francesco “baro” Barilli

giovedì 12 novembre 2015

La storia del 900 nel Biliardino di Alessio Spataro




Biliardino (di Alessio Spataro - Bao Publishing) era uno dei fumetti che maggiormente m’incuriosiva, fra i vari presi nella consueta “abbuffata” lucchese. Ha finito con l’essere il più fresco e il più sorprendente: un libro riuscitissimo e dalla lettura appassionante.
Nasce da una felice intuizione: narrare la vita avventurosa di un personaggio tutto sommato poco conosciuto, Alexandre Campos Ramirez, meglio noto come Alejandro Finisterre, inventore del biliardino (o “calcio balilla”). Un’idea già di per sé curiosa, ma che sembrerebbe iscriversi nel campo del minimalismo: nulla di più errato, perché il biliardino e il suo “inventore” diventano il filo conduttore di una narrazione ambiziosa, che affronta l’intera storia del novecento. Tutto questo a partire dalla guerra civile spagnola, snodo cruciale della prima parte del secolo scorso che conduce alla seconda guerra mondiale, alla nascita delle feroci dittature europee, ma pure a pulsioni ideali e artistiche che hanno reso unica e irripetibile quella fase storica, pur nella sua tragicità. Così come la vita rocambolesca di Alejandro Finisterre è unica e consente ad Alessio di inserire camei di protagonisti del 900 (Tina Modotti, Frida Khalo, Diego Rivera, Camus, Che Guevara, Neruda, Orwell, Galeano e altri ancora) ma pure omaggi artistici (Guernica di Picasso o il celebre ritratto-nudo di Tina Modotti).

Biliardino è dunque frutto di una accurata ricerca documentale. Una cura evidente anche sul piano stilistico.
Alessio gioca su una bicromia essenziale rosso/blu, proprio come le squadre che si fronteggiano nel gioco da tavolo. Riesce nel difficile compito di mediare drammaticità e umorismo, aiutato dal suo tratto espressivo e “grottesco”, perfettamente efficace per dare un tocco di leggerezza al racconto. Infatti, seppure alle prese con un lavoro monumentale, Spataro non perde mai l’equilibrio fra narrazione “drammatica” e accenti “leggeri”, e la lettura risulta scorrevole per tutte le 300 tavole del libro. Anzi, è da sottolineare che, saggiamente, Alessio accantona quel “sarcasmo pesante” proprio di suoi precedenti lavori. Un sarcasmo, beninteso, pertinente nelle sue vignette di satira politica, ma che certamente avrebbe appesantito un lavoro di più ampio respiro, che non richiede un’uguale aggressività nei toni.
Per inciso, sembra che per Alessio questo “nuovo” approccio stilistico risulti naturale. Basti pensare alla delicatezza con cui tratteggia la storia d’amore (o comunque la giovanile infatuazione) fra Alejandro e Maria Casares (futura attrice e amante di Camus).

A cercare un difetto in Biliardino: come detto il libro è ricchissimo di spunti e citazioni, che forse non tutti possono cogliere. Ad esempio, la feroce conflittualità che danneggiò le forze di sinistra nella guerra civile spagnola, portandole alla sconfitta, appare (e sembra trasparire l’amarezza dell’autore) ma temo finisca col risultare criptica per il lettore comune. Analogamente i già citati “camei” di vari personaggi forse finiscono col disorientare un lettore poco attento o comunque non “già infarinato” sul 900. Ma tutto questo non svaluta minimamente il valore del libro. Anzi: la sensazione è che, al contrario, Alessio si sia trovato di fronte a una mole sterminata di aneddoti curiosi, in cui ha selezionato quelli più funzionali al racconto, probabilmente scartandone altri ugualmente gustosi.
Pure la velocità con cui Spataro gestisce i vari cambi di scena (e di ambientazione temporale e geografica, con le conseguenti fugaci apparizioni dei vari “personaggi celebri”) è perfettamente funzionale per dare un ritmo incalzante alla lettura, così come frenetica è stata la vita di Finisterre: poeta, inventore (a lui si deve anche il primo “voltapagine a pedale” per pianisti), ma anche rifugiato politico antifranchista, editore, imprenditore… Sicuramente personaggio picaresco, costretto dalla necessità ad aguzzare il proprio ingegno per “inventarsi” astutamente una via d’uscita di fronte a ogni avversità.

Francesco “baro” Barilli

mercoledì 4 novembre 2015

Di Pasolini non parlo nel quarantennale…

Nel quarantennale dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Facebook è stato sommerso da un fiume di citazioni dello scrittore. Mi ha dato una sensazione strana vedere quelle frasi inflazionate come fossero biglietti dei Baci Perugina… Per questo (ma pure – l’ammetto – perché non sono un intenditore della sua opera) non ho scritto nulla sull’anniversario o sulla sua figura. Né intendevo farlo.
Hanno poi stuzzicato la mia curiosità un articolo (Sette buoni motivi per dimenticare Pasolini, di Francesco Longo) e una polemica nata sulla bacheca Facebook dell’amico e poeta Lello Voce. Lello definisce PPP “un poeta mediocre; ideologicamente di destra; formalmente scontato e attardato…”. Successivamente ha argomentato la propria posizione: Quel “santino” di Pasolini, intervento a mio avviso più interessante di quello di Longo.
Ma torniamo al momento in cui Lello non aveva ancora articolato meglio il proprio pensiero, limitandosi al post su Fbook. Ho dato un’occhiata ai commenti: sembrava di assistere a una rissa tra tifosi, più che a un dibattito sul valore (intellettuale/politico/poetico) di un uomo che, piaccia o meno, ha lasciato un segno nella cultura italiana.
Il tifo da stadio lasciamolo alle curve, dove fa già abbastanza danni. Non può nascere alcun frutto da un dibattito in cui si dice “Pasolini era un genio indiscutibile, punto”. Credo che lo stesso PPP sarebbe molto perplesso dal tono di certi sostenitori. Un intellettuale lo si discute e lo si critica; specialmente quando ha concretizzato il suo pensiero attraverso vari mezzi espressivi: romanzi, articoli, poesie, cinema. Non è una bandiera da sventolare, né un santino: come correttamente ricorda Lello, non è così che se ne onora la memoria. E proprio quell’indiscutibile è il termine meno appropriato verso uno scrittore che “pretende”, innanzitutto, di essere “discusso”. Definirlo intoccabile equivale a ucciderne l’opera, a depotenziarne il pensiero.
All’ottusità dei “ciechi devoti” non deve però rispondere la furia iconoclasta dei distruttori di idoli. Si tratta di un’ottusità speculare a quella dei devoti, anch’essa non fa bene al dibattito. A scanso di fraintendimenti, Lello col suo articolo NON va iscritto in questa categoria. Si potrebbe dissertare su quanto la “dimensione social” costituisca una trappola in cui ogni opinione, riferita “sinteticamente e apoditticamente” (citando Voce), finisca col mortificare il dibattito invece di arricchirlo, ma questo ci porterebbe fuori strada.

(so bene d’essermi dilungato in questa premessa. Lo farò ancora e la premessa e gli incisi – di cui abuserò – risulteranno più lunghi del mio scritto “nel merito”, violando la legge non scritta della comunicazione dell’era Fbook – vedi sopra – che vuole condensare qualsiasi intervento in poche righe, meglio se in una battuta arguta e feroce, laddove il lettore medio abbandona presto uno scritto superiore alle 10 righe. Poco o affatto m’importa: so che Lello e pochi altri mi seguiranno e tanto mi basta. Aggiungo solo che sulla tragica fine di PPP sottoscrivo quanto detto da Lello e quindi non mi soffermerò oltre)

Non ho conoscenze tecniche e formali per dissertare sulla poetica Pasoliniana. Non ne ho i mezzi, lo riconosco (anche con un pizzico di vergogna). E pure io ho sempre trovato Valle Giulia una mezza sciocchezza (forse è il vero motivo per cui si tratta della sua lirica più nota e citata…). Ho sempre ritenuto Pasolini, più che “di destra” come dice Lello, un conservatore illuminato, capace di punti di vista interessanti. In  questo lo accosto a Gaber (NON sto mischiando pere e pomi: sul paragone, che può fare storcere il naso a molti, tornerò più avanti).
Ricordo però che quando scrissi il mio fumetto su Piazza Fontana decisi da subito di citare e adattare ampi brani della sua Patmos. Una lirica che mi aveva colpito nel profondo e a livello istintivo, in un modo che non saprei spiegare meglio. E non saprei spiegarlo meglio per i miei limiti tecnici ma pure, soprattutto, perché forse il segreto della poesia è colpirti nel profondo senza che il lettore lo sappia spiegare (come invece può e deve fare chi ha la dimestichezza col “mezzo poesia”).

Tornando alla poesia su Valle Giulia, riprendo e adatto mie vecchie riflessioni. Ho sempre pensato, forse sbagliando, che quel testo contenesse ironia e vari livelli di lettura. Non furono in molti a cogliere queste sfumature. Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero in diversi scritti; grazie ad un bell'articolo di Angela Molteni, apparso tempo fa su http://www.pasolini.net/ , ne riporto alcuni stralci datati 17 maggio 1969: "quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. ... i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale ...".

Di quella poesia comunque, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, ancora oggi è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura. Succede spesso, anche in tempi recenti, di accreditare quelle parole come fossero una semplicistica e acritica presa di posizione a favore dei celerini contro gli studenti, quasi che Valle Giulia la si possa ciclicamente usare come una clava virtuale per demolire ogni lotta sociale. “Ecco i giovanotti no global e benestanti che tirano i sassi contro i poliziotti che guadagnano 1200 euro al mese”, tanto per dire…
Pasolini non era uno sprovveduto. Sapeva che le forze dell'ordine in Italia si erano ferocemente distinte per numerose brutalità e omicidi a danni di manifestanti. Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare, almeno secondo la mia personalissima e criticabilissima lettura, quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.

Su “Io so”. Anche quello è un pezzo citatissimo e dibattuto. E pure in questo caso ritengo che il senso delle parole di PPP sia stato travisato. No, lui non sapeva i nomi di chi mise una bomba nella banca di Piazza Fontana o sotto il portico di Piazza della Loggia. Ma conosceva le logiche del potere, che risponde alla sola legge dell'autoperpetuazione ad ogni costo. Capiva le finalità politiche (neppure univoche) cui dovevano rispondere le stragi, e lo capiva con i soli mezzi con cui è possibile operare un’analisi di questo tipo: quelli dell’intellettuale, che non pretende di supplire con le proprie riflessioni all’azione della Magistratura.
Lello critica Pasolini per aver pubblicato il pezzo sul Corriere, “foglio ufficiale delle forze conservatrici e borghesi italiane”. Rappresentante cioè proprio quei centri di potere che stavano dietro alle stragi di quel periodo storico. A mio avviso qui si sbaglia: era proprio lì che andava pubblicato, proprio per i motivi indicati da Lello…

In generale, e sempre IMHO, ritengo che Pasolini subisca lo stesso trattamento problematico di chi diventa, da morto, “fenomeno pop”. Chi mi segue sa bene, ad esempio, come io consideri De Andrè: non tanto il mio cantautore preferito, quanto l’uomo che mi ha insegnato a stare al mondo. Che dire dunque di un Salvini che afferma “sono cresciuto a pane salame e De Andrè”? (al limite, considerando che le canzoni non possono avergli nuociuto, ci si può domandare che diavolo di salame abbia mangiato…).
Anche Faber, da morto, è diventato un’icona; i più al massimo ne salvano qualche citazione, buona per fare bella figura in un salotto, e tanto basta. Ma ogni scrittore (o poeta o cantautore o quel che si vuole), una volta diventato icona pop, non ha più il controllo della propria opera (già da vivo; figuriamoci da morto).
Per i pochi che non ho ancora annoiato abbastanza farò un altro esempio, rimaneggiando ancora una mia vecchia riflessione.
La tragica e prematura morte di John Lennon ha fatto diventare Imagine, che già prima era il suo pezzo più celebre, una sorta di “inno depotenziato”. Tutti possono canticchiarlo, fregandosene del contenuto. E’ uno schema codificato: si rende un dato personaggio una sorta di immaginetta sacra (lo si è fatto anche con Mandela, per fare l’ennesimo esempio, ma ce ne sarebbero molti altri), banalizzando il messaggio di cui è stato portatore in vita. Condannate pure a parole iniquità e sfruttamento, ma non disturbate chi li produce e ne trae profitto; canticchiate Imagine, ma non mettetela in pratica. Questo sembra volerci dire chi detiene il potere…

(quasi dimenticavo la riflessione su Gaber. Che meriterebbe ben altro approfondimento, ma tempo e spazio sono ormai alle strette, per cui accontentatevi.
In questo caso si tratta di un artista che conosco bene a amo molto. Specialmente il “teatro canzone”, di cui ho tutti i cd – che raccolgono i suoi spettacoli nelle diverse stagioni, dai primi anni ’70 alla morte. Lo amo, dicevo, per la capacità di emozionarmi con i suoi testi; per l’indiscutibile capacità interpretativa; per la capacità di farmi riflettere anche quando non lo condivido.
Pure lui è diventato un mezzo santino, citato a sinistra come a destra – molto spesso a destra, di solito in modo strumentale – e sovente con contraddittorie analisi sulla sua collocazione politica.
Anche Gaber a mio avviso era un “borghese conservatore illuminato”. Interessante quando denunciava i vizi della borghesia; discutibile quando si lasciava andare ad analisi puramente politiche che sapevano di grillismo ante litteram; commovente quando dimostrava la capacità di saper mettere in discussione, nell’uomo borghese, innanzitutto se stesso; splendido, però, quando cantava l’individuo, come in Gildo o ne L’illogica allegria. E tutto questo non c’entra con PPP, lo so, ma avevo voglia di dirlo)

(ah, sì: L’illogica allegria è la canzone che voglio venga suonata al mio funerale)

Francesco “baro” Barilli

venerdì 23 ottobre 2015

Appuntamenti: Lucca e altro

A questo link trovate TUTTI gli appuntamenti con BeccoGiallo e i suoi autori in occasione di Lucca Comics & Games.

Io ci sarò venerdì 30, dalle 10 alle 12, allo stand BeccoGiallo. Ma anche nel resto della giornata sarò spesso lì (a parte qualche giro in fiera).
Se non sono troppo “cotto” mi fermo anche sabato 31; specialmente perchè proprio sabato, alle ore 16:00, mi piacerebbe assistere alla presentazione de “La traiettoria delle Lucciole” (Sala Oratorio di S. Giuseppe, con Guido Ostanel e gli autori Marco Rizzo, Paolo Castaldi, Marco Tabilio, Cisco Sardano).
Se non schiatto prima, mi piacerebbe essere presente anche la sera di sabato 31 per “Aperitivo in Giallo – 10 anni di fumetti!” (ore 20:00, Bar il Quadrifoglio, via Fillungo 124, con Guido Ostanel, Federico Zaghis e gli autori della casa editrice).

A quel punto, se non esagero con gli spritz, tornerei a casa…

Passando ad altro: Venerdì 23 ottobre ore 18.30 si inaugura la mostra “Graphic Novel”, Racconti, cronaca, reportage: le storie disegnate nel supplemento culturale del Corriere della Sera.
La mostra è presso La Triennale di Milano. Qui rimarrà fino al primo novembre (tutti i giorni dalle 10.00 alle 23.00, chiuso il lunedì) per poi spostarsi nella Contemporary Exhibition Hall dell’Università Iulm (edificio 6, via Carlo Bo 7, 20143 Milano; dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 19.30) dal 10 novembre al 23 dicembre.

Qui, troverete anche le due tavole realizzate con Manuel De Carli (“Papà, raccontami di quando avevi paura”, apparso su La Lettura il 7 settembre 2014): una piccola storia sul mio papà partigiano, a cui ovviamente sono molto legato.