martedì 16 maggio 2017

“Campana”, di Simone Lucciola e Rocco Lombardi





Provo sempre un po’ di imbarazzo a parlare del fumetto di un amico. E’ però vero che scrivere recensioni non è una mia professione (né, a dire il vero, una mia passione) e che il mondo del fumetto è un microcosmo in cui si finisce col conoscere altri artisti, stringere amicizie, interessarsi proprio dei lavori di qualcuno con cui hai creato un rapporto che va al di là della conoscenza professionale…
Insomma, un lungo pippone per dire che, sì, ho letto “Campana” perché mi incuriosiva la figura del protagonista, ma pure per l’amicizia che mi lega a Simone Lucciola (autore assieme a Rocco Lombardi di questo fumetto, uscito per Giuda edizioni nel 2011). Ad attestare che l’affetto per Simone non influenza questa “recensione” (meno pomposamente: un commento e un consiglio di lettura) c’è solo la mia parola: non è molto, l’ammetto, ma non posso produrre nulla di più.

E’ probabile che, fra quanti stanno leggendo, molti non conoscano Dino Campana (1885 – 1932). Credo che per lui qualsiasi definizione finisca con l’essere un’etichetta vaga e incompleta, considerata la sua complessa “natura umana”. “Poeta maledetto” è null’altro che una di queste vaghe etichette: valida, tutto sommato e con tutti i limiti di ogni “etichetta”, per capire almeno a che tipo di narrazione ci stiamo avvicinando.

Simone e Rocco hanno realizzato un’opera originale, a cominciare dallo stile grafico (a 4 mani). Una scelta in cui si alternano, fondendosi però in un’unica piacevole lettura, il segno pulito del primo e quello più allucinato di Rocco.
Ma forse qui devo correggermi: parlo di “un’unica piacevole lettura”, ma il nostro caso è diverso. Coerentemente con l’arte, la poetica e la vita stessa del protagonista, il lavoro di Rocco e Simone è innanzitutto da “guardare” prima ancora che da leggere. Un fumetto “visivo” – più che “visionario” – che restituisce non tanto, o non solo, una biografia sofferta, ma pure l’intensità delle creazioni di Campana.

“Campana” non è, infatti, una biografia a fumetti (anche se nel volume risulta evidente l’attenta ricerca documentale degli autori), ma un viaggio attraverso l’esistenza del poeta, i suoi versi, i luoghi visitati… Anche le immagini oniriche delle sue liriche sono efficacemente evocate dalle tavole di Rocco e Simone.
Leggere questo fumetto è come percorrere un viaggio, solo in parte “fisico”, finendo attirati in un vortice psichedelico di immagini e testi. Che sono poi il viaggio e il vortice di un uomo che aveva trovato nella poesia non tanto la propria forma di espressione, ma l’unica ragione di vita.
E’ un percorso, quello tracciato da Simone e Rocco, volutamente non lineare, ma non per questo meno razionale: forse, anzi, l’unico metodo per rendere su carta l’esplosione delle liriche di Campana, i suoi conflitti interiori e, al tempo stesso, la sua breve esistenza. Un percorso in cui ci si perde, se si cerca un ordine, ma è l’unico percorso possibile, proprio perché si tratta di una storia che “rifiuta l’ordine” e che deve essere fruita come una sorta di mosaico in cui ogni tassello può acquisire un diverso senso a seconda di quello a cui viene accostato… E Campana stesso emerge come una sorta di archetipo dell’artista libero (libertario?) che rifiutava ogni convenzione, sociale quanto artistica, giocandosi probabilmente ogni possibilità di essere davvero riconosciuto dai suoi simili, nella sua epoca, e condannandosi alla marginalità (anche qui: tanto sociale quanto di “riconoscimento letterario”, all’epoca).

A concludere questa “recensione”: a chiudere il volume, un pregevole apparato redazionale di Simone restituisce al lettore una dimensione più filologica e biografica del protagonista.

Francesco “baro” Barilli

martedì 21 febbraio 2017

Ancora sul “suicidio di Lavagna”

Succede che nei giorni scorsi, sulla pagina Facebook di una mia amica, incrocio un’interessante discussione sulla tragedia del ragazzo morto suicida a Lavagna. Finisco così con l’intervenire, anche se su questo fatto avevo deciso di non farlo.
Ho pensato, poi, che quanto avevo scritto poteva interessare a qualcuno. Quindi, riporto ora di seguito quel mio intervento, leggermente editato e ampliato.

Una premessa: non sono cristiano, né – quindi – sono legato “per obbedienza” al precetto “non giudicate o sarete giudicati”. Però quel precetto l’ho sempre trovato nobile e “alto”: ho sempre pensato intendesse “non puntate il dito, non condannate!!”; a questo ho cercato di restare fedele: m’ha aiutato il fatto che pure l’intera discografia di De Andrè lo insegna. Ma il “giudicare” (nel senso “formarsi un giudizio personale su qualcosa o qualcuno, dopo una propria valutazione”) è cosa ben diversa e di cui non mi vergogno. Aggiungo: da scrittore ritengo mio diritto “giudicare”, nel senso esposto sopra, nella consapevolezza che quanto dico o scrivo a sua volta viene giudicato. A volte duramente.
Però, però… “Sì, però non si giudica (in nessun senso) il dolore di un genitore”. Vero; infatti sul fatto in sé (il suicidio) non vorrei esprimermi. Un po’ perché ci sono pochi elementi, un po’ perché sarebbe davvero crudele e stupido. E non temo tanto il primo aggettivo, quanto il secondo.
Ma la signora al funerale ha parlato dal pulpito (in più di un senso…) e lo ha fatto per 5 minuti, dedicando gli ultimi 20 secondi a un saluto al figlio (a cui ha chiesto scusa… ma non si è capito di cosa – poi ci torneremo) e per il resto ha fatto un vero e proprio “discorso pubblico”, quasi un manifesto di idee. Ha parlato “ai giovani” e “ai genitori”. L’ha fatto senza usare una sola parola di autocritica, sistemandosi la coscienza e autoassolvendosi. L’unico accenno autocritico sta nel vago finale “Perdonami per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano”. Per il resto, il suo discorso è sembrato un’autoassoluzione, formulata con la bara del figlio a due metri, e un predicozzo; ai giovani (che devono rifiutare lo sballo, e tornare alla “vita reale”, lontani dai social media) e ai genitori (che devono “fare rete”, che in realtà non significa niente, ma oggi è di moda).
Un discorso intollerante; idealista quanto integralista, forse inconsapevole; incosciente (nel senso: non cosciente di quanto è successo); in definitiva pericoloso, come lo è ogni fanatismo.
Da lì (dal discorso, intendo) è partita una deriva di commenti sulla droga, sui relativi rischi, su proibizionismo e legalizzazione. Non una parola sull’opportunità o meno di quello “stigma sociale” che ha colpito la vittima.
Perché, parliamoci chiaro, questa storia avrebbe dovuto parlare soprattutto di quello: della vergogna che deve provare un ragazzino, perquisito prima a scuola e poi nel luogo per lui più intimo e sicuro: la propria camera. Per un po’ di fumo.
Quel ragazzo NON si è ucciso per “quel vuoto che si portava dentro da lontano”. In fondo è presuntuoso persino dire d’aver compreso perché l’ha fatto; ma di certo lo “stigma sociale” che si è abbattuto su di lui (l’essere trattato da criminale) ha influito non poco.
Per lui non si può più fare nulla. Per i disastri futuri che può causare una mentalità che non comprende la differenza fra “colpa” e “disagio”, fra “reato” e “farsi del male”, fra “educazione” e “punizione” (e le mille sfumature intermedie fra le varie categorie: la vita non è semplice e rifiuta semplificazioni e “caselle”), si potrebbe fare molto. Per questo, a mio avviso, rispondere a quel discorso non è per niente inopportuno.

Ma devo dilungarmi ancora: umanamente NON volevo ascoltare il discorso della madre. Quando però scrivo su qualcosa sento il dovere di conoscere. Sono uno scrittore (credetemi, NON lo ripeto per vanto – cosa ci sarebbe da vantarsi poi…): non sopporto quei giornalisti che si informano alla bell’e meglio e poi scrivono e pontificano. Preferisco evitare le emozioni e capire i fatti prima di scrivere. Credo (magari sbaglio) che un giornalista o uno scrittore abbiano doveri diversi da quelli di altre persone, quando commentano. NON sto dicendo che il parere di uno scrittore conti di più, anzi… Semplicemente il suo diritto di dare un parere “pubblico” non può prescindere dal dovere di informarsi preventivamente su ciò che sta commentando.
Dunque, non è che mi abbia dato fastidio il fatto che la donna si sia autoassolta (meglio: istintivamente mi dà fastidio, l’ammetto, ma quello cerco di non farlo entrare nella mia tastiera). Quindi non giudico cosa doveva o poteva fare o dire. Il punto è che lei ha scelto di fare un predicozzo a giovani e ai genitori. Si è resa “personaggio pubblico”, in buona o mala fede non m’importa. Ha detto in sostanza “quel che è accaduto a me può interessare a molti” (fin qui: giusto) “e quindi vi dico cosa dovete fare” (legittimo, ma allora ti rispondo).
Aggiungo che “la madre”, in un paese con un retaggio culturale cattolico e bigotto come il nostro, è un ruolo pesante, che finisce col pagare colpe non sue (sue “di madre” in generale, intendo: non sto parlando solo del caso Lavagna, ora). Tornando al “caso Lavagna” e per quanto mi riguarda, posso solo dire che ha parlato la donna e io ho quindi commentato le sue parole: l’avrei fatto ugualmente se avesse parlato il padre, per intenderci.

Il discorso della donna è uno di quei casi in cui è lampante che le parole, se non contestualizzate, rischiano d’essere incomprensibili o di perdere significato. Se il ragazzo fosse morto di un’overdose, per dire, sarebbe stato naturale sentire quelle parole: invitare i giovani a stare lontani “dallo sballo” e i genitori colpiti da simili esperienze a “fare rete”; chiedere scusa da genitore “per non aver saputo colmare quel vuoto”. Ma la situazione che ha portato al suicidio di Lavagna è completamente diversa: “il fumo” è stato solo una scintilla, il resto l’ha fatto lo stigma sociale a cui il ragazzo è stato sottoposto, peraltro in tempi e modi improvvisi e violenti.

Ho visto e apprezzato la lettera di Lello Voce. Non credo volesse presentare la propria situazione come “paradigmatica”. Ha contrapposto un’esperienza (la propria, dolorosa) a un’altra esperienza (quella di Lavagna, tragica) che invece la diretta interessata ha presentato come paradigmatica. La madre di Lavagna è salita su una cattedra per spiegare “cosa è giusto fare”. L’ha fatto con le lacrime agli occhi, ma questo può rendere una risposta più difficile e straziante, ma non per questo meno necessaria.

Francesco “baro” Barilli

lunedì 28 novembre 2016

L’endorsement di Tinky Winky per il no



Direi che sul referendum ci siamo sfrucugliati i babbagigi già abbastanza (io di sicuro). Quindi la farò breve. Anzi no: nel pezzo troverete alcuni incisi fra parentesi quadre per i “lettori totali”. I distratti possono saltarli.

Ero inizialmente orientato all’astensione, ma alla fine voterò no.
L’ammetto: la pessima qualità della propaganda referendaria e i suoi toni apocalittici, con corollario di pessime compagnie con cui mi sarei trovato in entrambi i casi, favoriva l’astensione. Un effetto, quello delle pessime compagnie, amplificato in questo caso dall’oscena (per me) campagna di reclutamento di testimonial. Mancava giusto Tinky Winky.

Non credo che la riforma sia davvero scandalosa o determini una svolta autoritaria. E’ più corretto dire che tende a favorire un accentramento dei poteri nell’esecutivo, in nome di una stabilità e di un decisionismo che ormai, piaccia o meno, sono desiderio di gran parte dei cittadini. Cittadini che (ripeto: in gran parte) hanno accettato la sconfitta della democrazia intesa come “partecipazione”. La questione (ossia: l’abdicazione della democrazia a quelli che oggi sono i veri centri di potere, innanzitutto finanziari) è ormai un dato di fatto. Da combattere, certo, ma nella consapevolezza che si potrà invertire la tendenza solo in tempi lunghi (generazionali, intendo).

[La democrazia è moribonda. Ciò che chiamiamo democrazia è il puzzo che si leva dal suo corpo in decomposizione. La riforma costituzionale non favorirebbe, dunque, la svolta decisionista, ma si limiterebbe a certificare nella forma ciò che è già consolidato nella sostanza, dandole una patente di legittimità (che non è comunque cosa da poco, direte voi: concordo; l’importante è riconoscere la reale portata di ciò di cui si sta discutendo)]

Per decidere per il no mi è bastato leggermi alcuni articoli nella versione modificata. In particolare il 70.

[Aggiungo: da anarchico guardo con rispetto al voto – inteso come “istituzione” – e di solito (l’ho già spiegato, lo so, ma adesso sono negli incisi per i “lettori totali”) voto comunque. Non ho particolare interesse a chi occupa i palazzi del potere, da cui mi tengo volentieri alla larga, ma se riesco a spedirci qualcuno su cui si possa contare per certe istanze sociali è meglio, tutto qui.
Ma la difesa della Costituzione è più importante, osserverete. Sacrosanto, non fosse che proprio i suoi principi fondamentali sono da tempo calpestati. Del diritto al lavoro è stato fatto scempio, di fatto prima ancora che di diritto. Idem per il ripudio della guerra (unico principio su cui, a dire il vero, ogni tanto si è levata una qualche opposizione sociale). Il compito della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…” non risulta pervenuto. Parlare di scuole private senza oneri per lo Stato è una barzelletta. E potrei proseguire. Ma torniamo all’art. 70…]

… Preciso che qui NON sto parlando da scrittore, e neppure (o non solo) da uomo di sinistra. Come alcuni di voi sanno, nella mia vita “normale” sono un dipendente comunale, per cui ho a che fare ogni giorno con leggi, regolamenti e affini. E negli ultimi tempi convivo con il virus della – presunta – semplificazione, che rende le norme sempre più illeggibili, interpretabili solo da un oracolo, difficilmente applicabili. Un virus che va a braccetto con quello, altrettanto pericoloso, dei facili slogan secondo cui quella nuova norma sarebbe stata scritta proprio per semplificare una data materia. Insomma: non so chi abbia scritto il nuovo art. 70, ma doveva aver fumato o bevuto roba buona, paragonabile  a quella assunta da me quando in un bar giravo con un cappello da cowboy sostenendo di scrivere meglio di Kafka.

[Altre questioni sarebbero da discutere, lo so. I costi della politica; il risultato combinato fra riforma e legge elettorale; l’abuso dei decreti legge che la riforma dice di voler combattere, ma che nella realtà si limita a regolamentare blandamente (di fatto istituzionalizzandolo); il bicameralismo che attualmente rallenterebbe l’approvazione delle leggi, quando in realtà, specie sulle materie che m’interessano – e che ora non elencherò, tanto le potete immaginare – le leggi frenano, o non partono neppure, per incapacità o scarsa volontà della politica, ormai ostaggio di potentati economici (a volta travestiti da “questioni etiche”). Ma altri hanno già svolto questo compito meglio di quanto potrei fare]

Quindi. Se votate, fatelo leggendovi prima la riforma. Non occupatevi di cosa vota Tizio o Caio. E neppure di cosa voterebbero Sempronio e Tullio Ostilio fossero vivi. Nemmeno Pertini o Berlinguer. E neppure Tinky Winky, che pure mi ha confidato la sua preferenza.

Francesco “baro” Barilli

martedì 8 novembre 2016

Gipi: La terra dei figli

(occhio, nelle righe che seguono ci sono un sacco di spoiler… Non dite che non vi ho avvertito…)

La terra dei figli (di Gipi, da poco uscito per Coconino) è un libro bellissimo. E potrei chiuderla qui.
Se vi piacciono davvero i fumetti è da leggere, punto. Ma anche se non siete appassionati del genere e cercate semplicemente una bella storia, scritta in modo appassionante e che “dica qualcosa”, il libro fa per voi. E vorrei soffermarmi più su questo aspetto che non sul primo, su cui spenderò poche parole…

… Ecco le due cose sul lato tecnico del fumetto. Quello che più mi ha colpito è il rigore a cui si è costretto Gipi. Gabbia rigida, sempre e solo una frase per ogni balloon, niente voice over in dida (neanche per stralci del diario del padre, il cui contenuto deve rimanere un mistero per il lettore come per il protagonista… ma su questo torniamo poi), un pennino sottile (scusate, sapete che sulla tecnica grafica sono un cane…) per disegnare tutto… Mi sembra che tempo fa Gipi stesso avesse parlato di queste regole autoimposte, sulla sua pagina facebook.
Rigore, dicevo. Intendo: il talento dell’autore è indiscutibile, ma “La terra dei figli” è frutto di una ricerca tecnica e compositiva attentissima. Su ogni tavola, forse su ogni vignetta, Gipi deve avere ragionato a lungo (in funzione della narrazione, dell’effetto sul lettore, del ritmo di ogni scena) per trovare la soluzione migliore.

Ma di tutto questo m’importa sega o quasi. Un po’ perché di tizi (in genere più preparati di me) che possono spiegarvi perché “tecnicamente” il nuovo di Gipi è un capolavoro ne potete trovare parecchi, se non sono troppo impegnati a parlare di fumetti per quindicenni che in Italia leggono i quarantenni e commentano i cinquantenni. Un po’ (soprattutto) perché io sono fra quelli che voleva “semplicemente” leggersi una gran bella storia, che avesse dentro “della ciccia”. Veniamo a questo, dunque…

L’ambientazione post-apocalittica non è originale… [la considerazione segue dopo una precisazione]

(oh, visto che il microcosmo fumettistico soffre di suscettibilità permanente lo scrivo anche se mi sembra scontato: il non essere originale NON è un difetto. E la ricerca dell’originalità a tutti i costi NON è un pregio)

[chiusura della considerazione]… e neppure il plot in sé. Non sappiamo quale tragedia ha terminato la civiltà come la conosciamo; un padre alleva due ragazzini fra le difficoltà di un mondo tornato primitivo e crudele; i due ragazzini restano soli dopo la sua morte e così via. Gipi però sviluppa la trama in modo estremamente acuto, curando anche in questo campo ogni dettaglio, mettendo anche nei contenuti quel rigore formale a cui accennavo riguardo le scelte stilistiche.
In sintesi (e ribadisco: pieno di spoiler…):
- volutamente l’autore non spiega i motivi della fine della civiltà (giusto un accenno “ai veleni” fa pensare a un’apocalisse “ecologica”), ma lascia intendere che è avvenuta da poco. La normale frattura generazionale padri/figli viene quindi enfatizzata fra chi (il padre) ha vissuto e ricorda la civiltà precedente e chi (i figli) conoscono solo il presente. Anche i rapporti affettivi risentono di questa peculiarità: il padre deve indurire la scorza dei figli, renderli adatti alla sopravvivenza. Così pure il linguaggio (ruvido ma ancora strutturato quello del padre; semplificato e primitivo quello dei figli) si differenzia fra i vari personaggi.
- Non è una sorpresa neppure il fatto che nel futuro post apocalittico si formino gruppi umani (nel nostro caso “i fedeli”) che danno sfogo ai propri istinti bestiali. In particolare, il gruppo più feroce è strutturato attorno a una sorta di religione (la cui rappresentazione appare denunciare contemporaneamente la scarsa considerazione di Gipi verso l’integralismo settario e fideistico, nonché una critica verso il mondo dei social).
- L’istinto guida l’umanità post-catastrofe. Ma, esattamente come nella civiltà a noi conosciuta, l’istinto può portare a sbocchi diversi. A una malvagità stupida e brutale (i fedeli), a una semplice esigenza di autoconservazione (Aringo), a una rigida disciplina - non priva di un affetto inespresso - per crescere i figli (il padre), al tentativo di “restare umani” (La Strega), o a nuovi codici comportamentali ancora da strutturare (i figli).

Una cosa importante. Lo sviluppo della storia è abbastanza prevedibile. Il lettore sa/capisce subito varie cose (occhio ai soliti spoiler). Non conosceremo il contenuto del diario del padre, ma il doloroso affetto dell’uomo per i figli è chiaro. I due ragazzi, seppure cresciuti in un mondo selvaggio hanno comunque maturato una loro etica, che li porterà a battersi per La Schiava e La Strega. Pure l’happy end (meglio: il tenero messaggio di speranza con cui Gipi chiude il libro) è intuibile…
Però, sia chiaro, tutto questo non toglie nulla alla bellezza del libro. Perché Gipi voleva scrivere esattamente questo: un fumetto duro, che svela contraddizioni ipocrisie e fragilità dell’attuale civiltà, ma che contemporaneamente apre una speranza verso il futuro. E l’ha fatto con talento, perizia tecnica, umanità…
Confesso: sono in un periodo in cui il pensiero più frequente che attraversa la mia mente è “moriremo tutti”. Ma persino il mio pessimismo cosmico non è rimasto indifferente alla carezza che chiude il racconto.

Francesco “baro” Barilli

martedì 27 settembre 2016

“Leggere i fumetti”, di Claudio Calia

Guarda, il nuovo libro di Claudio Calia (“Leggere i fumetti”, appena uscito per BeccoGiallo) lo aspettavo, sono fra quelli che ne avevano visto le tavole in progress. Insomma, sapevo che ci stava lavorando da un po’. A me è piaciuto molto: non un manuale didattico o un compendio storico sul fumetto, ma una sorta di dissertazione sentimentale su una delle passioni più forti della sua vita. Anzi, “la” passione: all’inizio del libro, stila una classifica delle 3 cose che contano maggiormente, per lui. I fumetti, l’amore, la politica. Hai letto bene, il fumetto al primo posto. E lui spiega perché.

Ma ci arriviamo dopo. O comunque leggilo e capirai. Ora ti dico una cosa di cui sono convinto: la vita è fatta di flash, di lampi. Alcuni lasciano il segno, indelebile nella memoria, altri no. Capire come o perché lo fanno trascende la razionalità; sicuramente noi li rielaboriamo, poi, a livello (anche) razionale. Vanno a costituire il nostro vissuto, le nostre emozioni, le nostre aspirazioni… “chi siamo”, insomma.
Ecco, a un certo punto Claudio scrive: “ho cominciato a leggere fumetti in casa ereditando degli Alan Ford, e ben presto mi sono appassionato ai supereroi della Marvel…”. E’ uno di quei flash. Meglio: ne evoca uno.
Ricordo quando mia mamma faceva le pulizie da un medico di Cremona. A volte mi portava con sé. Dovevo fare il bravo e non toccare nulla, mi diceva. C’era un’eccezione, concordata col padrone di casa: la collezione di Alan Ford.
Fu lì che conobbi il gruppo TNT; i supereroi Marvel li conoscevo già. Per dirti gli anni: ho un ricordo nitido di un Devil che combatteva col Coleottero (un supercriminale che oggi farebbe ridere: teneva un paio di ali assolutamente improbabili e – come armi – delle ventose idrauliche buone per sturare un cesso; ma questo lo dico oggi, allora mi strizzava il culo vederlo). 1971 o 72, giù di lì. Tutta roba, per fartela breve, che oggi riempie librerie nello studio e scatoloni su scaffali in garage, assieme a molte altre “nuvole parlanti” accumulatesi negli anni. Roba varia, mica tutta di qualità eccelsa.
‘sto pippone per dirti: magari non tutti capiscono il fascino del fumetto. La “magia”, quasi (non guardarmi come fossi matto…) dell’andare in edicola (una volta, adesso in fumetteria o libreria) per vedere se l’oggetto del desiderio è uscito. Aprirlo, annusarlo, persino… Sì, siamo gente strana. Ma si deve essere indulgenti con le passioni, ne sono convinto.

Ti dico: secondo me Claudio è il tipo adatto per un lavoro del genere. E non solo per la sua conoscenza enciclopedica (sia chiaro: io ne ho letti, di fumetti, ma di fronte a lui faccio la figura del dilettante). Soprattutto, è il tipo adatto per il suo stile: scientemente, quello di chi vuole scrivere fumetti per chiunque, anche per chi non è un cultore dalla “nona arte”. Secondo me lui ha un tratto che cerca di avvicinarti alla lettura, non di respingere un “tiepido curioso”.

Quindi questo suo “manuale intenso sull’amore di Claudio Calia per i fumetti” lo possono leggere tutti.
Sei un appassionato, con conoscenza di buon livello? Ovvio, il suo libro ti interesserà.
Non sei un lettore assiduo, ma qualche nuvola parlante ti ha accompagnato nella vita, e ti sei sempre detto “tempo permettendo mi piacerebbe leggerne di più”? E’ il libro per te.
Non hai mai letto un fumetto, ma vorresti capire perché il tuo caro amico va tutti gli anni a Lucca per il ponte dei morti (“cosa ci trova?!”, ti sei sempre chiesto). E’ l’occasione per chiarirti le idee.
Non hai mai letto “un giornaletto a fumetti” e neppure t’interessa? Non leggerlo, è legittimo. Ma, in fondo, perché stai leggendo me ora??!!

Io non so se ho letto tutto di Claudio. Gran parte sì, ma “tutto” non so. Sicuramente abbastanza per dirti che aspettavo con curiosità di vederlo all’opera su qualcosa di diverso dal solito “giornalismo grafico a fumetti” (oh, lo dico con bonomia: lui potrebbe dire altrettanto di me). E, ti dirò, la lettura del suo nuovo lavoro è scorrevole come sempre. Anche perché, in fondo, in un certo senso si tratta anche stavolta di giornalismo grafico, solo su un tema più leggero, e lo stile è assai simile a quello usato sul “Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani”: “è capace di mescolare la sintesi del “giornalismo grafico” col proprio sguardo, pacato e mai privo di partecipazione”, scrissi allora, e lo confermo oggi.

Da “lettore di buon livello del fumetto” aggiungo: sicuramente ci sarà chi, leggendo il nuovo libro di Calia, obbietterà “manca questo e quello”. Io ti dico: buon segno. Ognuno (intendo: ogni appassionato del fumetto) si sentirà spinto a pensare ai propri anni passati in compagnia delle nuvole parlanti, a stilare un proprio elenco di quale autore o personaggio sia fondamentale, per sé. Secondo me proprio questo era uno degli obbiettivi di Claudio. Se lo era, ti dico: con me ci è riuscito.

Francesco “baro” Barilli


martedì 9 agosto 2016

Sul Bordo di Ogni Cosa

(Per i più curiosi: questo è il racconto a cui accennavo qui. Alla fine, ho deciso di pubblicarlo…)
*****

Era un enorme pupazzo di neve. Aveva due bottoni come occhi, una carota come naso. Un solco a spicchio di luna era il suo immobile sorriso, due lunghi rami le braccia.
Non ricordava neppure da quando fosse stato posato lì, sul Bordo di Ogni Cosa. Ma lì stava. Da talmente tanto tempo che si era convinto che quello fosse il suo posto.
Sempre da tanto tempo non parlava con nessuno. Così fu sorpreso (ma la sorpresa non fu l’unica emozione) quando vide la bambina.

La bimba era bella come sono le bambine nelle fiabe. E sapeva di esserlo, ma non le importava.

“Cosa fai qui?”, chiese al pupazzo.

“Non lo so, ma so che è il mio posto”, lui rispose. “A te cosa sembra che io faccia?”

“Mi prendi in giro?”

“No. E’ che mi sembra che tu possa saperlo. Altrimenti non saresti qui.”

Lei sorrise. Anche il pupazzo di neve avrebbe voluto allargare il proprio sorriso, ma non poteva farlo. La bimba gli sistemò il bottone che gli faceva da occhio destro e lui ringraziò.

“A me sembra che tu stia facendo la guardia. A cosa, non so.”

“Se è così, sono stanco di farlo. Ma, come puoi capire, non posso andarmene.”

“E questo ti rende triste?”

“Un pupazzo di neve non può essere triste. E’ così che ti sembro?”

“Sì, un sorriso non m’inganna. Ma forse ho un rimedio. Vieni: dobbiamo andare alla Piana degli Eroi. Lì potranno aiutarti.”

Lui guardò l’Abisso del Grande Buio. Ed ebbe paura. Non lo disse, ma lei capì.

“Non temere”, disse salendogli in groppa. “Devi solo lasciarti scivolare. Ti guido io.”

“Sei sicura di saperlo fare?”

“Dobbiamo provare per saperlo.”

Il pupazzo non riuscì a capire per quanto scivolassero verso il fondo. E neppure a vedere, perché nella discesa i due bottoni si spostarono sulla sommità del capo, così poté fissare solo il cielo per lunghi istanti. Giunti sul fondo, la bimba gli sistemò ancora i due bottoni sugli occhi.

Il pupazzo era stupito di essere in grado di camminare (“Ma non t’illudere, può riuscirti solo qui”, lei gli spiegò). Così, oltrepassata la Vallata dei Ciuffi di Capelli Biondi, giunsero al limite della Piana degli Eroi.
Qui trovarono 3 uomini robusti, vestiti come soldati. Quello al centro era il capo, era chiaro dalle onorificenze appuntate sulle sue spalle. Infatti fu lui a parlare.

“E’ proibito proseguire, se non ci sconfiggete. E non mi sembrate in grado di farlo.”

“No, non saremmo in grado. E neppure vogliamo provarci. Ma è nostra intenzione proseguire: vogliamo parlare col vostro Re.”

Se il Comandante fu stupito dal coraggio della bambina non lo diede a vedere. La sua voce non dimostrò neppure ammirazione o altro.

“Seguiteci dunque. Vi porto dal nostro Re. Ma sarete nostri prigionieri.”

Il viaggio non fu lungo. Ma il pupazzo avrebbe sudato, se avesse potuto, perché aveva paura. Non lo diede a vedere, perché non è così che fanno i pupazzi di neve. Inoltre, con la bambina al fianco si sentiva comunque più sicuro.

Il Re era al centro della piazza. Si distingueva dal Capo dei soldati per la stazza, ancora più imponente. E poi era seduto su un trono e portava una corona: così sono i re.

Fece cenno al Capo dei soldati di fermarsi.

“Voi due venite avanti”, disse alla strana coppia. “Non avevo mai visto una bambina assieme a un pupazzo di neve parlante.”

“Anch’io non avevo mai visto voi Eroi. Sembrate creature interessanti. Allora, invece di tenerci prigionieri, perché non ci raccontate qualcosa di voi?”

E il Re lo fece, spiegando molte cose, di lui e della popolazione su cui regnava.

“E’ nostra usanza che a una cortesia si risponda con una di uguale natura, se volete tornare liberi”, disse infine. “Anche voi sembrate creature interessanti. Raccontateci dunque qualcosa”.

“Io sono solo un pupazzo di neve. Da che ricordo, sono sempre stato in piedi sul Bordo di Ogni Cosa. Questa bimba sostiene che sono un guardiano. Forse lo sono davvero, ma di cosa non so.”

“Anche questo è curioso, sì”, rispose il Re. “Ma non è abbastanza come offerta. Spero che tu, bambina, abbia di meglio…”

“Potrei regalarti un segreto: io conosco il segreto della vita, cosa c’è dopo e tutto quanto. Ma non dovrai mai dirlo a nessuno.”

Così glielo rivelò. E lui rispettò sempre la consegna del silenzio.

Parlarono ancora. Alla bimba piacque la saggezza del Re e lui fu sorpreso dalla sua.

“Sei decisamente una creatura come non avevo mai incontrato”, le disse. “Ma il tuo compagno… Credimi, gli farei mozzare la testa dal collo, se non fosse chiaro che tu tieni a lui. Inoltre, temo sarebbe inutile, vista la sua natura…”

“Ti ringrazio per il rispetto che dimostri nei miei confronti. Ma ti sbagli su di lui: ha un grande cuore dentro. Ma niente che riesca a scaldarlo.”

“Vorresti dunque sapere se qualcosa glielo può scaldare? Posso rivelarti anche questo. Ma il prezzo da pagare è alto, è bene che tu lo sappia.”

La bimba si limitò ad annuire: lo immaginava. Il Re le si avvicinò e sussurrò qualcosa che solo loro poterono sentire.

Al termine del colloquio la bimba disse solo “sì”.

Il Re non l’accarezzò. Forse avrebbe voluto farlo. Di certo, anche per i curiosi appostati nelle file più lontane della piazza fu chiaro (e sorprendente) che, per la prima volta da quando potessero ricordare, il loro Sovrano era scosso.

“Ora sai cosa fare, se questa è la tua scelta. Buona fortuna a entrambi.”

Bastò un battito di ciglia. La bimba chiuse gli occhi e poi li riaprì. E davanti tutto era cambiato.
I due compagni erano tornati sul Bordo di Ogni Cosa.

“Cosa ti ha detto il Re?”, chiese il pupazzo.

La bimba non rispose. “Credi di potermi sostenere, con i tuoi rami?”

“Penso di sì.”

Allora lei salì sulle braccia di rami, e lui la sostenne come fanno i mariti con le proprie spose.
Lei gli accarezzò il viso e gli sistemò per un’ultima volta gli occhi. Sembrò volergli dire qualcosa mentre chiudeva i propri. Ma lui non seppe mai quali parole fossero morte su quelle labbra.

Il corpo della bimba era leggero come il ricordo di una promessa. E lui non voleva farlo cadere a terra. Così resistette più che poteva, mentre piano piano si scioglieva, e riuscì a deporre dolcemente il corpo a terra, sul Bordo di Ogni Cosa.

Il pupazzo, invece, si disperse in rivoli d’acqua, che cominciarono a scorrere lungo il pendio. Mentre scivolavano sul fondo, il sole giocò, come solo lui sa fare, con alcune gocce d’acqua, illuminando con pochi raggi l’Abisso del Grande Buio. Ma solo per un istante.

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(Ispirato, molto liberamente, a “Winter’s Tale”, episodio di Miracleman scritto da Neil Gaiman e disegnato da Mark Buckingham)