martedì 11 settembre 2018

“Goodbye Marilyn”, dal fumetto al corto

Sull’inserto Alias de “Il Manifesto” del 25 agosto 2018 è stato pubblicato un bel pezzo di Thomas Martinelli a proposito di “Goodbye Marilyn”, corredato da un’intervista che Thomas (a cui va un sentito ringraziamento!) mi ha fatto.
Ne pubblico ora la versione integrale: si parte dal fumetto (firmato a me e da Sakka), e si parla di come si è arrivati all’omonimo cortometraggio animato, con regia di Maria di Razza, presentato a settembre 2018 come evento speciale alla XV edizione delle “Giornate degli Autori” nell’ambito del 75° Festival del cinema di Venezia.

*****

Goodbye Marilyn si sviluppa su una situazione inventata, seppur sorretta da diversi frammenti documentali, in cui immagini un’intervista con Monroe novantenne. Come hai proceduto?

Mi sono sempre ribellato al mito di Marilyn come icona muta di bellezza. Ho dunque scelto di inserire nel racconto frasi, poesie o riflessioni tratte da suoi scritti originali, per la maggior parte presenti in “Fragments”, curato da Buchthal e Comment (Feltrinelli 2010). 
Si trattava di appunti quasi sempre scritti a mano, toccanti quanto disordinati: Marilyn scriveva di getto, abbandonando poi quelle frasi senza correggerne ortografia o forma. 
La selezione dei testi è stata semplice. Ho isolato i brani che maggiormente mi avevano colpito, poi ho cercato di capire dove aveva senso che la “fatina” (ossia il personaggio che nel fumetto segue oniricamente i racconti di Marilyn intervistata) provasse un’emozione che la portasse ad estrarre un biglietto da lasciare lungo il proprio percorso…
In un certo senso mi sono immedesimato io stesso nella fata che assiste agli episodi biografici dell’attrice, per frugare poi nella propria bisaccia alla ricerca di un frammento adeguato. 
Per quanto riguarda l’espediente dell’intervista immaginaria, si è trattato di una soluzione per me naturale. Io ho sempre scritto fumetti dal taglio giornalistico: a questo punto, intervistare Marilyn direttamente (facendole porre le domande da un giornalista che in fondo è il mio alter ego) era l’idea più logica…

Alle tue spalle hai molte realizzazioni che raccontano la realtà con i fumetti, fra questi anche Carlo Giuliani, il ribelle di Genova e Piazza Fontana. In che modo intrecci realtà e finzione?

L’impegno civile ha sempre caratterizzato i miei lavori (così come l’attività dell’editore BeccoGiallo) per ferma convinzione, non certo per una scelta “di comodo o di moda”. Però, da scrittore, ho innanzitutto il compito di cercare per ogni storia l’approccio narrativo più opportuno: la vicenda della sfortunata attrice americana è diversa da quella di Piazza Fontana, per fare un esempio banale. 
Per le stragi fasciste del 1969 e 1974, così come per Carlo Giuliani, i miei lavori si fondavano innanzitutto sulla ricerca documentale: una ricerca essenziale anche in “Goodbye Marilyn”, ma che poteva accompagnarsi a suggestioni diverse.
La bimba/fatina che accompagna le scene oniriche è uno spunto contenuto nella prefazione di Antonio Tabucchi al già citato “Fragments”. Ho dilatato la sua intuizione, adattandola alle finalità del mio racconto: è stato anche un mio personale omaggio a uno scrittore che ho molto amato. 
Nelle mie ricerche di materiali mi sono poi imbattuto nel blog di un certo Patrick Seitz, che raccoglie i ricordi del padre James, il quale prestava servizio in una stazione di aiuto medico dell’esercito americano durante la guerra in Corea. Marilyn raccontò in alcune interviste di quando, nel febbraio 1954, fu invitata al fronte per una performance musicale: un’esperienza inconsueta, che l’emozionò particolarmente. L’aneddoto mi era istintivamente piaciuto, inoltre avevo bisogno di una figura “pragmatica” come contrappunto alla più eterea (e silenziosa) fatina delle scene oniriche: ecco dunque la figura del soldato…
Per dirla in sintesi: la ricerca documentale è la base di tutti i miei lavori. Lo è anche quando finisce con l’attivare, secondo modalità che razionalmente neppure saprei spiegare, la mia fantasia.

Dal tuo fumetto è tratto il corto animato di Maria Di Razza incluso nella selezione ufficiale alle Giornate degli Autori di Venezia. Hai avuto un ruolo attivo nella creazione del film?

Maria mi ha contattato dopo aver letto il fumetto. Devo ammettere che per me, all’inizio, è stato quasi un gioco (una cosa tipo “non ho mai scritto per il cinema, vediamo che succede…”). Il progetto mi ha coinvolto sempre di più, a tutti i livelli. Ed è stato indubbiamente merito proprio di Maria, che mi ha travolto con il suo entusiasmo, la sua serietà professionale… E anche, direi, con la sua capacità di ascoltare le idee altrui.
E’ persino banale sottolineare che scrivere per un fumetto e per un cortometraggio sono due lavori diversi. Cambiano i tempi tecnici, le modalità di fruizione da parte dello spettatore… Non si può certo trascrivere pedissequamente i dialoghi del fumetto sperando che si adattino miracolosamente al nuovo mezzo a cui sono destinati…

Nella versione animata sono assenti le parti con la fatina-Marilyn e il soldato padre dell’intervistatore che permeano il fumetto di una dimensione più spirituale e interiore. E’ così?

In realtà il nodo che abbiamo dovuto affrontare da subito per la trasposizione cinematografica era più pragmatico. Maria voleva realizzare un cortometraggio, che raccontasse Marilyn al pubblico di oggi con un linguaggio agile. Allo stesso tempo, era rimasta davvero colpita dal libro, e avrebbe voluto una trasposizione pressochè integrale. Ci siamo resi conto presto che un lavoro simile avrebbe “sforato” di parecchio gli standard di un cortometraggio…
Abbiamo quindi cercato di individuare un nucleo narrativo adatto a “reggere” la durata richiesta. La soluzione, a quel punto, si è presentata da sé, perché già nel libro la parte centrale è costituita dall’intervista immaginaria… 
Se riconosco a me stesso un merito specifico nel film è proprio quello di aver intuito che non era possibile, per motivi di spazio, una trasposizione integrale del libro. Libro e film, seppure simili e rispettosi l’uno dell’altro, dovevano avere ognuno la propria “personalità”.
Da quel momento, dopo aver scritto quello che possiamo definire il nuovo soggetto ed essermi confrontato con Maria, la palla è passata nel campo di Oliviero del Papa (che ha saputo mantenersi fedele al testo, adattandolo affinchè raggiungesse efficacemente lo schermo) e di Sakka (amica preziosa e disegnatrice di entrambi i progetti: per il film ha dovuto ridisegnare alcune sequenze ex novo). Il tutto sotto la guida di Maria Di Razza, con cui siamo rimasti costantemente in contatto. 
Sì, un’esperienza nuova e bella, per me: non è detto che non la si ripeta…

Così anche la scena finale del ballo con lo spirito del padre nel corto viene assolto dal figlio intervistatore. Pensi che cambi molto il senso complessivo della storia?

Guarda, come accennavo prima, libro e film sono diventati due prodotti artistici indipendenti l’uno dall’altro, seppure (passami la metafora) legati da reciproco affetto…
Tagliare la lunghezza del libro riducendola al nucleo essenziale dell’intervista ci obbligava a certe scelte.
In fondo, il cortometraggio è diventato più un omaggio a Marilyn, ma un omaggio non scontato: in parte tributo al mito, in parte riscatto della donna che andava oltre il mito e che nessuno sapeva capire. Il libro, a differenza del film, termina passando dal piano onirico alla realtà, ricordando Marilyn morta: ha un tono più accorato. Forse è giusto che al cinema (che davvero fu “il mondo” di Marilyn) questo lavoro abbia assunto un tono meno tragico e più dolce.

Un’altra differenza è l’assenza nel film dei riferimenti di contestualizzazione storica come, ad esempio, i Kennedy o Bob Dylan ben presenti nel tuo fumetto, per non dire la citazione iniziale da La rabbia di Pasolini. Che importanza hanno per te questi riferimenti?

Anche queste differenze si iscrivono nello stesso solco a cui accennavamo prima. Sono riferimenti molto importanti nel fumetto, li ho fortemente voluti. Nel cortometraggio animato sarebbe stato forzato inserirli, vista l’impostazione diversa del soggetto. 

Il tuo libro interroga la costruzione del mito rispetto alla persona vera. Quanto pensi sia centrale nell’interpretare la realtà oggi?

Dirò di più: nel libro non m’interessava tanto “il mito”, quanto “la persona”. E’ la persona-Marilyn a restare stritolata dagli ingranaggi dello star system (nonché vittima delle sue fragilità congenite, certo). Il mito invece le sopravvive ancora oggi e continua a “fare cassa”… Proprio per questo a me interessava raccontare (parafrasando il fumetto) “la donna desiderata da tutti, amata da pochi, compresa da nessuno… E che forse lei stessa aveva smarrito”. 
Quella di Marilyn è la storia di una donna dal carisma unico, che si arrampica con coraggio e spregiudicatezza per arrivare alla vetta del successo, per precipitarne poi. Una storia, dunque, che ci parla di show business, di condizione femminile, di disagio esistenziale. Credo siano tematiche attuali, forse addirittura “sempre attuali”. Anche per questo, nel fumetto ho immaginato una Marilyn viva e novantenne: come giudicherebbe lei stessa, ai giorni nostri, il proprio passato, dotata di quel pizzico di saggezza e distacco che l’età può regalare?
Marilyn ha incarnato un sogno. Un sogno che, dopo due guerre mondiali, ha illuso tanta gente che voleva vivere in un mondo migliore e voleva anche vederlo, nel grandioso formato di un cinema che s’affacciava al colore. 
Oggi, assieme al mondo, anche lo star system è cambiato. E il punto non è tanto ammettere che aveva ragione chi diceva che un giorno tutti avrebbero avuto il proprio quarto d’ora di notorietà, quanto il capire che essere tutti famosi per pochi momenti significa che nessuno può dire di esserlo davvero…
Nella società di oggi, in cui chiunque può farsi un selfie col “famoso di turno” (anche nei momenti più inopportuni: ne abbiamo esempi recenti…), trovo assolutamente attuale ricordare quanto la fragilità umana possa toccare ogni livello dell’esistenza. 

lunedì 9 luglio 2018

La memoria individuale e collettiva delle vittime del G8 di Genova 2001

(intervista a Francesco “Baro” Barilli di Alessia Del Noce. Estratta dalla tesi di Laurea Magistrale in Informazione Editoria e Giornalismo, dal titolo “Un altro mondo era possibile? La memoria individuale e collettiva delle vittime del G8 di Genova 2001”. Università degli Studi Roma Tre – relatrice prof.ssa Anna Lisa Tota).

***

Alessia:
Non eri presente a Genova durante il G8 del 2001, ma sei stato un grande testimone di quei fatti. Cosa è stato e cosa è per te Genova?

Francesco Barilli:
Genova è stata molte cose. Alcune (non ti sembri paradossale…) persino positive, se non ci fermiamo solo alla repressione di quei giorni e ricordiamo, in generale, il fermento ideale che segnò i preparativi delle manifestazioni genovesi e proseguì negli anni immediatamente successivi. Mi spiego meglio: se parliamo della ricerca di un mondo migliore (che in fondo era lo spirito con cui si arrivò alle iniziative del luglio 2001) va detto che mai come nella stagione di Genova quella ricerca è stata percepita come un’aspirazione che si poteva davvero concretizzare. E, specularmente, proprio questa constatazione può spiegare la durezza con cui la repressione fu scatenata nelle vie del capoluogo ligure. Sono stati tanto brutali perché in quel frangente il Movimento era temuto: era percepito come il portatore di una proposta concreta di mondo alternativo (“un mondo diverso è possibile” non era solo uno degli slogan più noti, ma un’affermazione veritiera: sì, era possibile…). E questa proposta, proprio in quanto concreta, disturbava chi stava nella cabina di comando…
Ma tu mi chiedi cosa è stata per me… In occasione di varie iniziative m’è capitato di parlare del G8 di Genova come di uno spartiacque, come di un “fatto periodizzante”: uno di quelli che crea un prima e un dopo, nella memoria collettiva e nelle vite individuali di chi ne è rimasto colpito o – a qualunque livello – coinvolto. Ricordo una lunga chiacchierata con lo scrittore Stefano Tassinari (amico mai abbastanza rimpianto) in cui definivamo Genova un trauma, a cui ognuno ha reagito a proprio modo: un trauma per tutti, da cui si dipanano poi le matasse delle storie e delle sensibilità individuali.
Pure per me Genova è uno spartiacque. Nonostante fossi assente nel luglio 2001 per questioni familiari (mia figlia era nata da pochi mesi).
Ricordo bene quando, erano circa le 18,00 del 20 luglio, alla televisione sentii le prime notizie sulla morte di Carlo Giuliani. Erano voci confuse, non si conoscevano ancora nome e nazionalità del ragazzo, si vociferava addirittura di una seconda vittima… Già in quel momento cominciai a sentirmi in torto per la mia assenza. Vorrei chiarire subito che non ho particolare stima del senso di colpa, se si limita a essere un moto dell’anima che spinge verso l’autoassoluzione. Penso, o almeno spero, che quel mio sentimento sia stato la molla di qualcosa di più complesso, un’esigenza – ingenua e persino presuntuosa – di impegnarmi, sull’onda (“guevarista”, per semplificare) di recuperare la capacità di indignarsi di fronte alle ingiustizie.
Poco dopo i fatti di Genova fu un mio caro amico a chiedermi se volevo collaborare a Ecomancina, sito internet di informazione alternativa da lui creato (ne nacquero molti in quel periodo, un po’ per il grande fermento che portava il movimento duramente represso qualche settimana prima, un po’ come reazione sdegnata di fronte ai giorni del G8). Uno dei primi articoli che scrissi per Ecomancina fu dedicato proprio ai fatti del G8: letto oggi apparirebbe vago e incompleto, perché nato quando ancora non erano emersi elementi che avrebbero portato a una visione più dettagliata di quei giorni. Il mio pezzo in quel momento poteva basarsi pressochè solo su testimonianze raccolte sul web e sui documenti della prima (nonché unica e deludente) Commissione Parlamentare di indagine conoscitiva, varata in fretta e furia dal governo allora in carica.
Perdonami, ma voglio fare un lungo inciso su quel “grande testimone di quei fatti”, con cui mi definisci e di cui ti ringrazio. Voglio soffermarmi dunque su quelle testimonianze cui accennavo, lasciate da ragazzi e ragazze via internet, a pochi giorni di distanza dalla repressione genovese e quindi senza la mediazione di successive elaborazioni o riflessioni.
Quelle lettere, quelle mail fatte circolare in rete, mi colpirono nel profondo. Era come assistere a un traboccare di emozioni, a un’esigenza di raccontare in cui rabbia e denuncia si mescolavano alla sensazione d’aver preso parte a qualcosa di grande, a un momento cruciale che rischiava (come poi, in parte, è stato) di venire riscritto e stravolto dalle cronache dei media. Tutte le testimonianze erano unite da un fermento, quasi una smania, non tanto di raccontare, quanto di dover raccontare affinché restasse un segno e una traccia del proprio vissuto, al fine di scongiurare il pericolo dell’oblio.
Questa lunga divagazione ha un senso: essere definito “un grande testimone di quei fatti” mi onora (e mi responsabilizza: sì, ho cercato e cerco di esserlo). Ma credo che i veri testimoni siano stati tutti quei ragazzi e ragazze che hanno lasciato la propria testimonianza diretta, prima in rete e poi in altre forme.
E’ a loro che si deve dire grazie. Io, da scrittore, ho cercato semplicemente di fare la mia parte. E se nel 2001 ero assente, negli anni successivi non sono mai mancato agli appuntamenti genovesi che, senza interruzione, nei vari anniversari ricordano quei giorni.

Alessia:
Nonostante le numerose omissioni, le contraddizioni, le false testimonianze, dai processi è emersa, almeno in parte, la verità su quei giorni: si può parlare di giustizia?

F.B.:
Direi di no. La giustizia, per quanto mi riguarda, è cosa disgiunta dalla “liturgia” di un tribunale. Guardo le dinamiche processuali con rispetto, s’intende, e capisco che molti risultati sono stati raggiunti. Aggiungo: non dimentico che pure singoli elementi dello Stato (per fare un nome, penso al PM Zucca, che ha lungamente lavorato al processo Diaz) hanno combattuto omissioni e insabbiamenti. E sicuramente persino nel processo a 25 manifestanti per “disordini di piazza”, la sentenza (pure criticabile, in considerazione delle durissime pene comminate per atti che, nella peggiore delle ipotesi, possono essere classificati come gravi danneggiamenti a cose, non certo a persone…) ha almeno ammesso che l’attacco al corteo dei disobbedienti, che portò alla tragedia di Piazza Alimonda, fu “non solo illegittimo, ma ingiustificato e sproporzionato alla situazione” (il tribunale è giunto a definire la prima reazione dei manifestanti “una reazione legittima nei confronti di atti arbitrari dei pubblici ufficiali”).
Però ricordo anche che l’omicidio di Carlo Giuliani non è nemmeno arrivato in un’aula di tribunale (il procedimento penale a carico di Mario Placanica, il carabiniere che avrebbe sparato, è stato archiviato dal GIP Elena Daloiso il 5 maggio 2003). Inoltre, i processi su quanto accaduto alla scuola Diaz e a Bolzaneto hanno avuto, paradossalmente, più un effetto di indignazione europea che non effetti reali, qui da noi, sui condannati: molti, anche dopo la momentanea interdizione dai pubblici uffici, hanno proseguito la propria carriera, anche recentemente, andando a occupare posti di rilievo in apparati dello Stato. Potrei aggiungere altri elementi negativi: il rifiuto a istituire una commissione d’inchiesta, anche durante il governo di centrosinistra; la fatica per inserire nel nostro ordinamento il reato di tortura (peraltro nato assai male e solo dopo una lunga gestazione, ma su questo tornerò in seguito…); e altro ancora…
Insomma, quella che secondo Amnesty International è stata “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” non mi sembra avere avuto una risposta adeguata.
In generale: le forze dell’ordine non hanno operato alcuna seria autocritica su quanto accaduto; la politica è stata timida o peggio; conseguentemente, nel Paese non è maturata una vera consapevolezza sui fatti di Genova e da questo non può derivare neppure la speranza che simili situazioni non si ripetano in futuro.
Voglio raccontarti un aneddoto apparentemente banale, che mi dà l’occasione per citare due fra i maggiori testimoni di quelle giornate e un loro libro (ossia: Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, “L'eclisse della democrazia” - Feltrinelli, 2011).
L’aneddoto risale alle fasi preliminari del processo Diaz, quando ancora gli accusati partecipavano alle udienze (in seguito, ricordo, la maggior parte degli imputati si avvalse del diritto di non rispondere: una scelta legittima, ma incoerente col proprio ruolo di pubblici ufficiali che dovrebbero collaborare con la magistratura).
Ad una di queste udienze preliminari parteciparono molte vittime, con il ruolo di parti civili. Ragazzi e ragazze in gran parte giunti dall’estero. Furono fatti passare dal metal detector, all’ingresso del tribunale. Fra questi c’era Lena Zuhlke. Forse la ricorderai: la sua foto in barella all’uscita della Diaz, gravemente ferita e il volto sanguinante, è una delle più famose di quella notte.
Lena fece suonare il metal detector. Le chiesero di togliere la cintura, di cercare nelle tasche gli oggetti di metallo… Insomma, niente di grave, per carità: è quello che capita a tutti noi normalmente in un aeroporto… Il punto è che, contemporaneamente, al suo fianco scorrevano gli indagati (poi sarebbero diventati imputati), ossia i funzionari di polizia: loro venivano salutati ossequiosamente dagli agenti in servizio nel palazzo e non dovevano passare dal metal detector.
E’ un episodio minimale, lo so. Forse, dopo tanti anni, può fare persino sorridere. Ma io credo che alle piccole cose si debba stare attenti: a volte sanno insegnare parecchio, se le si sa comprendere… Le vittime erano controllate, guardate con sospetto; gli accusati no, perché erano “una costola” dello stesso apparato che stava esercitando i controlli.
Mi chiedi se si può parlare di giustizia: è bastata la cintura di Lena a mandare in tilt la giustizia dello Stato…

Alessia:
Lo scorso mese di luglio è stato introdotto in Italia il reato di tortura. Cosa pensi a riguardo?

F.B.:
Ricordo, innanzitutto, che la storia dell'introduzione del reato di tortura in Italia è lunga e sofferta: parte almeno dal 1988, quando il nostro paese ha ratificato la Convenzione ONU in materia.
La Legge approvata non mi sembra rispondere né alla convenzione Onu, né alle sentenze di condanna contro l’Italia emesse dalla Corte europea per i diritti umani sul caso Diaz.
La legge prevede la tortura come reato comune, e non “esclusivo” del pubblico ufficiale. Non ne faccio una questione di forma (non ne avrei nemmeno la competenza), ma di sostanza. La norma è scivolosa (le violenze, fisiche o psicologiche che siano, devono essere plurime; manca la imprescrittibilità del reato; non mi risulta sia prevista l’automatica sospensione o rimozione dei pubblici ufficiali colpevoli…). Insomma, non ho una preparazione legale per cui il mio giudizio, voglio sottolinearlo, non ha certo una patente di autorevolezza, ma non so quanto sia utile questa Legge. Ti dirò di più: non so se mai sarà applicata, e addirittura non sono sicuro che i processi su Diaz o Bolzaneto avrebbero avuto uno sviluppo diverso, con una Legge simile già in vigore…
In altre parole, ritengo che il “problema tortura” possa essere efficacemente sintetizzato con questa frase di Leonardo Sciascia: “Non c’è paese al mondo che ormai ammetta nelle proprie leggi la tortura: ma di fatto sono pochi quelli in cui le polizie, sottopolizie e criptopolizie non la pratichino. Nei paesi scarsamente sensibili al diritto – anche quando se ne proclamano antesignani e custodi – il fatto che la tortura non appartenga più alla legge ha conferito al praticarla occultamente uno sconfinato arbitrio”.
La frase di Sciascia è terribilmente attuale. E non sarà questa Legge a cambiarne la sostanza.

Alessia:
Mi racconti l’esperienza di reti-invisibili?

F.B.:
Ho già detto che Genova è stata uno spartiacque nella mia vita. Da quei giorni nasce la mia amicizia con Haidi Gaggio Giuliani, madre di Carlo, e la volontà di assisterla nella sua idea di un sito internet che raccogliesse al suo interno la storia di Carlo, di “quelli di Genova”, di quelli venuti prima e, purtroppo, dopo.
Io e Haidi vedevamo un filo che univa tutte queste vicende. Franco Serantini, Roberto Franceschi, Fausto e Iaio, Carlo Giuliani, Dax, Federico Aldrovandi… E poi Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Stazione di Bologna, Ustica… E questo è solo un piccolo estratto di un elenco ben più lungo di nomi e luoghi… Un elenco che segna, con la sua drammatica scia di sangue, gli ultimi decenni della storia dell’Italia repubblicana.
Certo, sono diversi i momenti storici in cui si sono svolti i fatti, diversa ed eterogenea la componente umana che è stata dolorosamente segnata… Ma, ripeto, vedevamo molto in comune, fra queste vicende.
Innanzitutto la matrice della mano omicida: fascisti, organizzazioni mafiose, elementi delle forze dell’ordine rimasti impuniti.
Poi i silenzi, le inefficienze, i depistaggi che hanno contraddistinto l’operato di certi apparati dello Stato, rendendo difficoltose le indagini ed ostacolandole in modo spesso irrimediabile.
Infine la mancanza, totale o parziale, di verità e giustizia per tutti questi casi. Troppo spesso i colpevoli e i mandanti degli omicidi non sono stati individuati, e quando individuati sono quasi sempre rimasti impuniti… Un’impunità che diventa pressochè totale se limitiamo l’analisi alle vittime per mano delle forze dell’ordine.
Accettare questa analisi significa anche accantonare quelle differenze di valutazioni personali o di contesto storico cui accennavamo in premessa. Poco conta che alcune delle vittime di quel tragico elenco abbiano come comune denominatore l’impegno politico che le ha trasformate in bersagli (Carlo Giuliani, Piero Bruno, ecc.) e che altre siano state solo innocenti vittime della perversa logica delle stragi (Piazza Fontana, stazione di Bologna ecc.), trovandosi presenti nel momento sbagliato in “quel treno” o in “quella piazza” o in “quell’aereo”: quel che conta è riconoscere l’omogeneità della mano omicida e la colpevole assenza dello Stato nella ricerca della verità.
Il sito (reti-invisibili.net) partiva dalla ferma volontà di accantonare le differenze in favore dei punti di contatto nelle varie vicende; dalla determinazione a non accettare l’impunità di cui hanno goduto esecutori o mandanti (e in alcuni casi entrambi) di quegli omicidi e di quelle stragi.
Si trattava di creare un portale, ma anche una rete relazionale fra quelle realtà (dai comitati genovesi - Comitato Piazza Carlo Giuliani e Comitato Verità e Giustizia per Genova - a quelli storici dei familiari delle stragi, fino ai familiari delle vittime “singole”, fossero o meno costituiti in associazioni o altre forme). Ed è stata un’esperienza arricchente anche per me, sul piano professionale e ancor più su quello umano.
La rete di relazioni era forse la cosa più importante, ed esiste tuttora. Il sito ha funzionato per dieci anni e solo un “crash informatico” lo ha fermato. Io, che pure lo aggiornavo quasi quotidianamente, non ho purtroppo grandi competenze informatiche (anzi…). Altri, più preparati di me, stanno tribolando per riportarlo on line. Oggi il mondo del web è parecchio diverso dal 2003, quando reti-invisibili muoveva i primi passi: forse si dovrebbe studiare una forma diversa, più adatta alla dimensione social che il web ha assunto; una dimensione che non amo molto, ma in campo comunicativo è importante stare al passo coi tempi.

Alessia:
Com’è nata l’idea del fumetto?

F.B.:
Questa è una storia lunga, e – almeno temo – curiosa e interessante solo per me: vedrò di sintetizzarla.
I fumetti e l’impegno politico sono sempre state due mie passioni. Ma, credimi, non avrei mai pensato di diventare uno scrittore di fumetti (di disegnarne, per la fortuna dei lettori, non se ne parla proprio per manifesta incapacità…). Alla fine dei ’90 cominciarono ad apparire in internet i primi forum di discussione sui comics: una bella occasione per rinvigorire quella mia passione. In questo ambito fui avvicinato da Marco Rizzo, che stava lavorando sul suo fumetto su Ilaria Alpi. Se non sbaglio era il 2007: Marco sapeva che avevo già intervistato i genitori di Ilaria e mi chiese di occuparmi dei redazionali. Da qui nacque la mia conoscenza con Guido e Federico, ossia l’editore BeccoGiallo, che negli anni seguenti mi affidarono la cura di altri apparati redazionali. Credo che abbiano visto nei miei articoli un certo “piglio narrativo”, così arrivò la prima proposta di sceneggiatura: Piazza Fontana, per i disegni di Matteo Fenoglio, a fine 2009, cui ne sono seguite altre.
Già subito dopo il luglio 2001 era nata la mia amicizia con la famiglia di Carlo. Della madre, Haidi, ti ho già detto: avevamo fatto diverse iniziative assieme, avevamo creato reti-invisibili (con l’aiuto di altri, s’intende: lo specifico perché non è corretto identificare in me l’unico deus ex machina del sito). Fu proprio lei a chiamarmi poco dopo aver letto Piazza Fontana, chiedendomi se me la sentivo di realizzare un fumetto sul figlio. Una cosa a cui, a dire il vero, stavo già pensando… ma ammetto che non so se avrei trovato il coraggio di farlo, senza quella telefonata! Avevo sempre pensato, infatti, che uno dei nodi della tragedia di Piazza Alimonda stesse nella “cristallizzazione” della figura di Carlo in quell’attimo tragico, le 17,27 del 20 luglio 2001, quando fu ucciso. E, d’altro canto, avevo già intervistato diversi “familiari di vittime” (perdonami l’orribile definizione, che uso solo per sintesi), rispettando l’esigenza di separare la dimensione affettiva di un dato fatto (personale) da quella politica o sociale (di tutti). Sarebbe stato dunque possibile, e soprattutto corretto verso la famiglia, raccontare “l’uomo Carlo”, oltre alla tragedia di Piazza Alimonda? Sarei stato in grado di scrivere un lavoro che unisse l’aspetto privato con quello dell’inchiesta giornalistica? Parlando con Haidi capii che anche la famiglia vedeva positivamente l’idea di realizzare un lavoro in cui non si affrontasse solo l’omicidio, ma si parlasse anche del lato umano di Carlo.
Conoscevo da poco tempo Manuel De Carli, avevo letto e apprezzato alcuni suoi lavori: ho da subito pensato fosse il disegnatore adatto. E’ cominciata così una delle amicizie a me più care, oltre che una collaborazione artistica fra le più proficue: dopo “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” (Beccogiallo, 2011; pubblicato in Francia per Les Enfants Rouges e in Germania per Bahoe Books), abbiamo pubblicato un omaggio a fumetti alla partigiana Teresa Mattei e altre storie brevi. Ora stiamo lavorando a un altro progetto comune.
Come dicevo prima, io e Manuel abbiamo voluto ripercorrere non solo l’ultima giornata di Carlo, ma la sua vita. Ci sono stati preziosi i colloqui avvenuti direttamente con i familiari (i genitori Haidi e Giuliano e la sorella Elena), i ricordi degli amici, le sue poesie e i suoi biglietti, che testimoniano una personalità complessa e sfaccettata, ma soprattutto una sensibilità fuori dal comune, ben diversa dall’immagine da vandalo che sbrigativamente i media hanno costruito attorno alla vittima. Per me e Manuel è stato anche il mezzo con cui smontare l’immagine di ragazzo “figlio di nessuno” che molti gli hanno voluto cucire addosso. Questo, sia chiaro, non avrebbe reso meno tragico l’omicidio, ma abbiamo voluto comunque testimoniare come Carlo fosse parte integrante di una famiglia che l’amava.

Alessia:
Hai parlato delle molte testimonianze su quei giorni e, ora, del tuo fumetto. In generale, anche a livello artistico Genova ha prodotto molte testimonianze. Volevo un tuo parere al riguardo…

F.B.:
Esatto: cinema, teatro, narrativa, canzoni, saggistica… Opere di ricostruzione giornalistica e altre di fiction… C’è davvero di tutto.
Questo sicuramente dimostra quanto Genova abbia segnato non solo le vite di chi è stato dolorosamente toccato dalla repressione, ma pure l’immaginario artistico: è l’effetto di quei “fatti periodizzanti” di cui ti dicevo all’inizio.
Non voglio parlare di tutte le opere narrative uscite sull’argomento: sarebbe lungo, dispersivo e non sono abbastanza competente per parlare di mezzi artistici che non mi appartengono.
Mi fermo solo al fumetto: sono davvero tanti gli autori che, in diversi momenti, hanno parlato di Genova; molti per esperienza diretta. Oltre a me, voglio citarne due per una riflessione generazionale: Claudio Calia e Zerocalcare.
Nel 2001 io avevo 35 anni. La mia era la generazione che tornava in piazza, dopo il riflusso. Come accennato all’inizio, non avessi avuto una figlia di pochi mesi a Genova sarei stato presente pure io, e posso testimoniare che molti amici della mia età arrivarono al capoluogo ligure dopo anni di assenza dalle manifestazioni. Claudio aveva 24 anni, era presente al corteo del 20 luglio. Quella era la “sua piazza”, della sua generazione, nella piena maturità. Zerocalcare, 17 anni all’epoca, rappresenta la generazione che per la prima volta si affacciava a manifestazioni politiche pubbliche. Anche oggi, dopo aver raggiunto la notorietà presso il grande pubblico, non ha mai smesso di ricordare nei suoi fumetti la sua traumatica esperienza genovese… Insomma, anche pensando al solo microcosmo del fumetto possiamo notare che l’importanza di quei giorni è avvertita trasversalmente, anche a livello generazionale.
Nel quindicesimo anniversario, nel 2016, in Piazza Alimonda ho coordinato un’iniziativa di disegno live di diversi fumettisti. In generale, il mondo artistico non ha mai dimenticato il luglio 2001. Nei diversi anniversari, il Comitato Piazza Carlo Giuliani e il Comitato Verità e Giustizia per Genova hanno organizzato moltissime iniziative, in Piazza Alimonda sono sempre presenti cantanti, attori teatrali, scrittori, registi…
L’arte non ha dimenticato Genova e lo testimonia ancora oggi nei fatti. Politica e informazione, con lodevoli eccezioni, sono state assai più distratte…

Alessia:
I fatti del G8 di Genova sono ancora un tabù? Secondo te quale percezione ha l’opinione pubblica di quei fatti?

F.B.:
Difficile dirlo. Parlo in generale, ovvio: è chiaro che gli esseri umani sono talmente complessi che è possibilissima qualsiasi sfumatura di giudizio e di approccio, persino quella più impensata di qualcuno che, tanto per dire, si è documentato sul luglio genovese, cambiando le proprie iniziali convinzioni. Ma in generale mi sembra che (almeno qui in Italia, in altri paesi non so) non ci sia questa possibilità.
Qui da noi, la storia delle vittime delle forze di polizia reca con sé la tendenza a formare degli schieramenti “a prescindere”, come direbbe Totò. Appena uno tocca un argomento del genere (Genova, certo, ma è capitato pure per Cucchi e Aldrovandi, per citare due fra i casi più noti) parte una litania difensiva in nome del rispetto per le forze dell’ordine. E’ strano: io credo che proprio il rispetto del loro ruolo, affinchè sia sano e non un dogmatico “atto di fede”, pretenderebbe una trasparenza assoluta che purtroppo manca. D’altro canto la storia del nostro Paese è una continua testimonianza proprio dell’incapacità degli apparati dello Stato a mettersi in discussione, figuriamo ad indagare su se stessi (reti-invisibili era nato per questo, in fondo…). In questo contesto mi è difficile pensare che ci sia la voglia di mettere in forse proprie convinzioni precostituite.
Poi, certo, devo collegarmi con quanto dicevo all’inizio sull’importanza dei racconti dei diretti interessati. Checchino Antonini, giornalista e voce attenta ai movimenti sociali, ha scritto spesso: “O ti racconti o sei raccontato”. E’ una frase che mi viene spesso in mente se penso al luglio 2001: a Genova voci singole hanno saputo farsi cronaca collettiva, scardinando le veline ufficiali, dimostrando di saper contrapporre la propria narrazione a quella di media sempre più distratti e servili. La “normale perquisizione” della scuola Diaz ormai per tutti è la “macelleria messicana”. Con buona pace di chi nell’immediatezza tentò di additare “i ragazzi della Diaz” come la centrale operativa dei disordini avvenuti nei giorni precedenti. E sappiamo delle torture nella caserma di Bolzaneto. Sono fatti certificati da sentenze, ma prima ancora da decine di testimonianze che hanno fatto carta straccia delle menzogne ufficiali.
Insomma, alla storia di una città messa a ferro e fuoco da centinaia di vandali, di fronte ai quali le forze dell’ordine hanno reagito macchiandosi al più di singoli eccessi, ormai in pochi possono credere restando in buona fede. Ma la buona fede non gode di ottima salute, in Italia. E la voglia di informarsi sta pure peggio…

Alessia:
La violenza di quei giorni in strada, l’irruzione alla Diaz, il lager di Bolzaneto hanno offuscato sia il vertice che le ragioni del contro-vertice. A distanza di sedici anni cosa pensi a riguardo?

F.B.:
Credo che tu abbia toccato un aspetto cruciale e forse mai davvero affrontato.
Anche negli incontri pubblici a cui ho partecipato spesso ci si sofferma solo sulla repressione subita. Questo è sacrosanto, intendiamoci, e pure tutto quello che ho scritto sull’argomento va in quella direzione. Però a volte mi sembra sfugga una domanda: “ma perché eravamo andati a Genova?” (ovviamente unisco nella domanda i presenti e chi, come me, era assente ma era comunque parte del movimento e l’ha testimoniato poi).
Perché, vedi, di sicuro non siamo andati a Genova per farci massacrare (non siamo masochisti). Siamo andati a Genova perché, come accennavo all’inizio, eravamo portatori di una proposta concreta di cambiamento. Non ci hanno malmenato perché “questo li divertiva”, ma perché volevano cancellare la nostra proposta (variegata? Certo, ma non per questo meno concreta). Tanto è vero che, anche se nessuno oggi lo ricorda, i giorni dal 19 al 21 luglio 2001 - prima di trasformarsi in ciò che sono stati - dovevano essere teatro di diverse iniziative propositive: il corteo internazionale dei migranti del 19, piazze tematiche al di fuori della zona rossa, il corteo dallo stadio Carlini del 20, un altro corteo con comizio finale per il giorno 21… Insomma, Genova doveva essere teatro di un vero e proprio contro-vertice, in cui alle scelte neoliberiste del G8 (ossia degli 8 autonominatisi “potenti della terra”) non si opponeva solo una contestazione, ma soprattutto si rispondeva con teorie alternative.
Ecco: oltre all’omicidio di Carlo, ai pestaggi lungo le vie del capoluogo, alla notte dei manganelli della Diaz e alle torture di Bolzaneto, forse al vertice G8 del 2001 va aggiunta un’altra colpa, meno palese ma altrettanto grave: da lì è iniziata l’opera di cancellazione della proposta politica (e culturale) di un’intera generazione. Ormai dovremmo saperlo, per il carrozzone dei “grandi della terra” la strategia più efficace non è tanto quella di vendere la loro visione del mondo come fosse la migliore, ma evidenziare che non esistono alternative. Non è una cosa nuova, “there is no alternative”, diceva la Tatcher, era un suo motto.
Non è neppure il caso di sottolineare, quasi 17 anni dopo, come le politiche neoliberiste si siano rivelate fallimentari.

Alessia:
Sul G8 di Genova è stato scritto tanto. Se ci fosse una pagina bianca ancora da scrivere sui quei fatti, cosa ci scriveresti?

F.B.:
Che tanti anni dopo, resta solo amarezza.
L’amarezza di una politica che non ha saputo dare risposte all’altezza degli accertamenti processuali e delle testimonianze raccolte. Che si è schierata acriticamente e trasversalmente a difesa delle forze dell’ordine, senza neppure chiedere un passo indietro ai condannati. Che non ha saputo concretizzare neppure alcuni semplici correttivi alle operazioni di polizia, come la riconoscibilità degli agenti in ordine pubblico (per dirne solo uno).
L’amarezza per alcuni manifestanti che, rispolverando un reato (la “devastazione e saccheggio”) proprio del codice di guerra e più adatto agli Unni di Attila, hanno subito condanne sproporzionate ai fatti contestati e in tragicomico contrasto con quelle emesse verso le forze dell’ordine.
Infine, l’amarezza e il dolore più grandi: per Carlo Giuliani. Gli altri episodi di quelle giornate hanno tutti avuto perlomeno la risposta di un processo (con risultati altalenanti, certo). Come ti accennavo prima, Il fatto oggettivamente più grave e irrimediabile, l’uccisione di un ragazzo, è anche, per sciagurato paradosso, l’unico a non essere stato discusso in un’aula di tribunale.

venerdì 30 marzo 2018

Gallows Pole

Questo è un fumetto strano, rispetto ai miei soliti lavori. Oscilla fra il macabro e l’umoristico, non senza una punta di amaro.
Nasce da un’idea che portavo dentro di me, non so bene dove, e che ora vede la luce grazie ai disegni di Antonio “Duckbill” Baldassarro.

Di seguito, trovate i links ai primi 2 episodi (sì, avranno un seguito).
Potete leggere e scaricare gratuitamente. E, se volete, potete pure condividere e diffondere :-)

Gallows Pole episodio 1: Il mostro di Codogno
Gallows Pole episodio 2: Felini e affini

venerdì 20 ottobre 2017

“Loving Vincent”: Van Gogh avrebbe meritato di più della somma di due cliché

Come promesso ieri su Facebook, ecco il mio giudizio su Loving Vincent. Non ho molto tempo, quindi scrivo solo una serie di appunti: scusate dunque sintesi e brutalizzazione dei concetti.

- Devo spoilerare alcune scelte narrative (chi vuole evitare anticipazioni si fermi ora…). Nel film si immagina che Armand, figlio di Joseph Roulin (il postino amico di Vincent durante il suo soggiorno ad Arles) sia incaricato dal padre di recapitare un’ultima lettera di Vincent al fratello Theo. Quando Armand riceve l’incarico è passato un anno dalla morte del pittore, e pochi mesi da quella di Theo (quest’ultima circostanza è però sconosciuta ai Roulin). Armand, quindi, solo nel suo viaggio scopre la morte di Theo e di non poter compiere la “missione originaria”; a questo punto la “trasforma” in un’appassionata ricerca sugli ultimi giorni dell’artista.

- L’espediente narrativo ci sta, ci mancherebbe. Il punto è che la ricerca di Armand diventa presto una vera e propria indagine, in cui il figlio del postino interroga (col piglio, appunto, dell’investigatore) vari personaggi, fra cui Marguerite, figlia del dottor Gachet (il medico che assistette Vincent nelle poche settimane che questi passò ad Auvers prima della morte) e Adeline Ravoux (figlia degli albergatori da cui Vincent pernottava, sempre ad Auvers).

- Il film suggerisce l’esistenza di una relazione fra Marguerite e VG, e accredita Adeline come testimone delle sue ultime ore.

- Adeline aveva 13 anni quando VG morì. Nel film, per esigenze narrative, viene rappresentata un po’ più grande. E’ vero che Adeline, in età anziana, lasciò una lucida testimonianza sulla fine di Vincent, ma precisa che (per la sua giovane età) in realtà lo vide tornare alla locanda gravemente ferito, e gli altri particolari le furono riferiti dal padre. Nella sua testimonianza, Adeline è effettivamente tagliente verso il dottor Gachet, ma non menziona mai Marguerite, né formula accuse ai Gachet (padre e figlia), come invece accade nel film.

- Che Vincent avesse avuto una storia d’amore con la giovane figlia di Gachet è sostenuto anche da uno dei numerosi film sul protagonista (“Van Gogh” di Maurice Pialat; 1991, disponibile solo in francese). In realtà la relazione Vincent/Marguerite non è certa. Chiaramente, un film può prendersi tutte le libertà narrative che sono ritenute opportune dagli autori. Non è questo il nocciolo della questione.

- Ad un certo punto, il film presenta un passaggio interessante, in cui Marguerite risponde ad Armand una cosa tipo “perché vi intestardite tanto sulla morte di VG? Non sarebbe più interessante cercare di capire la sua vita?”. Una bella frase, ma paradossalmente è il film stesso a disinteressarsi del consiglio…

- “Come è morto Vincent Van Gogh?”, o addirittura “Chi ha ucciso Vincent Van Gogh?” sarebbero stati titoli più onesti, invece di “Loving Vincent”. Avrebbero meglio rappresentato lo spirito della pellicola, che vira in fretta verso il giallo/noir (il “mistero” sulla morte di VG). Sia chiaro: fare “un giallo sulla morte di VG” è operazione legittima, ma in questo caso il lungometraggio era stato presentato come un commosso omaggio al grande pittore: ne esce, invece, qualcosa di diverso. La ricerca artistica di Van Gogh, la sua ossessiva passione per la pittura (che occupa spesso gran parte delle sue lettere, a Theo e ad altri), le sue intuizioni cromatiche e materiche NON appaiono, se non di sfuggita. Così pure, se anche il film avesse voluto indagare “l’uomo” più che “l’artista”, restano praticamente esclusi personaggi fondamentali, a favore di Adeline e Marguerite che, francamente, nella vita del pittore sono state assai meno importanti di altri: il fratello Theo, la cognata Johanna, il primo “vero amore” Sien, i genitori… Tutti personaggi che compaiono poco o per nulla.

- Il risultato della “indagine di Armand” è, in sostanza, che VG sia stato probabilmente vittima di un colpo di pistola sparato da un ragazzino che aveva “preso di mira” l’artista.

- Ricordo che Vincent, proprio sul letto di morte, sostenne di essersi sparato per uccidersi. E lo disse sia al padre di Adeline sia (soprattutto) all’amatissimo fratello Theo. Sinceramente non è comprensibile per quale ragione avrebbe dovuto mentire. Peraltro, sottolineo che se anche la vittima avesse voluto difendere, probabilmente per pietà, il proprio assassino (ipotesi che formulo per pura accademia) resterebbe la certezza che abbia comunque “accettato” la morte come una propria scelta o addirittura una liberazione: anche in questo caso, una sorta di suicidio.

- Per chi fosse interessato alla mia teoria (sottolineo: MIA personalissima teoria): sulla “malattia” di cui soffrì Van Gogh esistono molte ipotesi. Al di là del profilo squisitamente clinico, su cui non mi addentro, è pacifico che si trattasse di un complesso disagio psicologico ed esistenziale, che lo aveva già portato ad atti di autolesionismo di cui il più famoso è la parziale automutilazione dell’orecchio, dopo la celebre lite con Gauguin ad Arles. E’ mia opinione che pure ad Auvers Van Gogh abbia concretizzato un estremo atto di autolesionismo (infatti si spara all’addome), sfociato poi nella morte.

- Preciso nuovamente (meglio abbondare…): trasformare la fine di VG in un giallo/noir è operazione legittima. E il punto non è “questo non è quanto mi aspettavo”. Il punto, semmai, è “questo non era (non sembrava…) l’obbiettivo del film”. Un film in cui non emerge l’artista (se non secondo lo stereotipo “genio incompreso”) e non emerge l’uomo (se non come “individuo tormentato da demoni interiori”). VG avrebbe meritato di più della somma di due cliché.

- La tecnica usata per questo film resta originale e apprezzabile. Il film è frutto di anni di lavoro: vengono riprodotti non solo i quadri del protagonista, ma ogni inquadratura viene “trasformata” in un dipinto, ovviamente in “stile Van Gogh” (immagino esista il making of: dovrebbe essere molto interessante). Il risultato è tecnicamente intrigante. C’è qualche eccesso didascalico, ma non è questo ad inficiare il prodotto finale.

- Prima che qualcuno ipotizzi “strani motivi” che sottenderebbero la mia critica, urge una precisazione finale. Sì, ho visto Loving Vincent perchè è in lavorazione il mio fumetto su VG (Sakka ai disegni: non è un segreto, ne abbiamo già parlato in alcune interviste). Sono quindi andato a vedere il film per arricchire la mia conoscenza sull’argomento, per verificare eventuali errori in fase di sceneggiatura, ma SENZA pregiudizi: il film resta un prodotto diversissmo da quel che sarà il fumetto, l’uno non toglie nulla all’altro.

Francesco “baro” Barilli

lunedì 18 settembre 2017

“Fedele alla linea”, di Gianluca Costantini

Dal 2005 a oggi. 12 anni: al tempo stesso, un lampo e un’eternità.
Guarda, questa è la prima riflessione che mi è sorta leggendo (in molti casi rileggendo) i lavori di Gianluca Costantini, pubblicati appunto dal 2005 a oggi e ora raccolti in “Fedele alla linea” (Beccogiallo): 12 anni sono poca cosa, e contemporaneamente un’eternità in cui abbiamo visto cambiare il mondo. Non in meglio.

Gianluca è molte cose. Disegnatore-attivista. Insegnate appassionato. Amico (ma questa è la cosa meno importante, ora). Artista senza la paura di schierarsi (anzi…).

Ha un’altra peculiarità che lo rende unico (o fra i pochi, nel genere “fumetto di realtà”): la velocità di esecuzione. Una velocità solo in minima parte dovuta al segno grafico, vario ed efficace nel suo essere asciutto ed essenziale.
Seguimi, cerco di spiegarmi meglio. Le prerogative del linguaggio-fumetto di solito non consentono immediatezza nell’informazione. Certo, permettono all’autore un maggior margine per fermare le idee e dare agli spunti migliore organicità, ma “stare sulla notizia” pare impossibile. E’ una questione di tempi tecnici, più laboriosi del giornalismo “classico”, scritto o fotografato che sia.
Ricordo quanto scrisse Paolo Interdonato nel suo blog, “Spari di inchiostro”: “Per quel che riguarda i tempi, è assolutamente evidente che chi fa giornalismo a fumetti non può essere sulla notizia e non può permettersi di innestarsi in una puntuale e irrefrenabile macchina informativa, pronta a non “bucare” nessun evento di rilievo. Per il semplice fatto che il tempo necessario per sceneggiare e disegnare un reportage a fumetti è superiore a quello richiesto dalla sola scrittura”. Vero, e io stesso posso testimoniarlo. Ma per Gianluca, invece, fare un fumetto in tempi brevi restando sull’attualità sembra una norma. Ed è un talento, ti accennavo, che ha poco a che fare con l’essenzialità del suo tratto, ma invece risiede – a mio avviso – nella sua intuitività, nella capacità di non essere solo “reporter sul campo”, ma di sentirsi partecipe delle storie che racconta. E, almeno credo, sta nella responsabilità che sente sulle spalle: essere parte attiva di storie che non si limitano a raccontare il male del mondo, ma spingono alla solidarietà, all’empatia, al dovere morale di ribellarsi alle ingiustizie.

Accanto a molte altre storie (“minimali” e magari poco conosciute), in questo libro troverai molte silhouette.
Erdogan grondante sangue.
Vik, che ricorda di restare umani.
L’angosciante sagoma di Trump (o del suo parrucchino…).
Il profilo pulito di Giulio Regeni, che ti interroga e ti invita a non dimenticarlo.
E poi una carta geografica dove cerchiare paesi noti e meno noti, tutti toccati dalla matita di Costantini…

Forse vorresti che ti dicessi quale racconto mi ha maggiormente colpito. Ci sarebbe, ma non lo farò. Perché forse ciò che mi ha colpito maggiormente è quella carta geografica.
Vedi, ti ho detto che Gianluca è molte cose. Ho dimenticato la più importante, che emerge proprio dalla lettura di questa raccolta. E’ un uomo capace di vedere il male del mondo e di conservare, ciò nonostante, amore per l’umanità. In fondo è proprio per questo che “Fedele alla linea” mi emoziona.

Francesco “baro” Barilli


martedì 22 agosto 2017

Non ti salveranno…

Senti, caro mio,
ho fatto passare qualche giorno dall’orrore di Barcellona. Per essere più tranquillo io mentre scrivo, e sperare che pure tu lo sia. E che tu possa dunque leggere e comprendere.
Poco conta se sei un po’ fascista o razzista, consapevole o meno. Magari non lo sei e hai solo paura, perché pensi “prima o poi toccherà a noi”.
Confesso, condivido la tua angoscia. Ma cerca di mantenerti lucido: io, da parte mia, farò di tutto per esserlo.
Quel che voglio dirti è che è naturale avere paura e pure domandarsi “che fare?”. Io ho poche certezze e te le regalo.

Non ti salverà Salvini. A lui interessa capitalizzare il momento, in termini elettorali. Io credo sia un uomo scaltro e abile: ha letteralmente rilevato una ditta in fallimento e l’ha riportata sulla cresta dell’onda. Se, con fatica, tralascio gli aspetti etici, devo persino riconoscere che in quell’ottica sta facendo un buon lavoro. Ma ciò che mi preme dirti è: questo suo lavoro non avrà alcuna influenza sulla tua o sulla mia sicurezza.
Non ti salverà insultare Laura Boldrini, anche se ormai le potresti addebitare anche la dermatite del tuo cane. Non ti servirà continuare a insultarla, dicevo, ma se odiarla ti fa stare meglio prosegui pure.
Non ti salveranno le parole di Cangini, che sul Quotidiano Nazionale consiglia il “modello Israele”. Non credere: non dimentica che pure Israele convive da molti anni proprio con paure analoghe. Non gli sfugge neppure che quel “modello” che invoca alimenta da generazioni proprio l’odio che dovrebbe combattere. Anche lui, per altri scopi, è interessato a capitalizzare il momento.

(non dovrebbe neppure essere necessario, ma lo specifico: in questa nostra discussione ti ricordo cose che non fermeranno l’odio, non sono adatte a farlo, e spesso sono menzogne consapevoli della propria inutilità a fermarlo. Questo NON toglie un grammo di riprovazione verso quell’odio. E – sono convinto, almeno su questo concorderai – non mi piace nemmeno chi, di fronte alle stragi, ricorda oggi le bombe americane, come se queste potessero giustificare tagliagole e assassini. No, come ha scritto Alessio in altra occasione, non m’interrogherò sulla scelta fra il colera e il tifo: l’uno non servirà a farmi apparire meno orrendo il secondo.)

Non ti salveranno neppure Sallusti, Sgarbi e compagnia cantante.
In sostanza, non ci aiuterà essere meschini. Guarda, qua non si tratta d’essere “buonisti”, termine orribile che ammazza il buon senso ogni volta che lo si pronuncia. Giungo a dire che, fosse davvero utile, potrei persino prendere in considerazione l’eventualità di diventarlo (meschino, dico). Ma non ci salverà, tutto qui.
Se mi conosci anche solo un po’ saprai che non sono mai stato tenero con forze dell’ordine e servizi. Però stavolta lo dico: sì, forse questi potranno fare qualcosa.

Dunque nulla, o quasi, potranno salvarti o salvarci.
A noi resta il vivere, sapendo che può capitare di morire e di farlo per una causa orrenda, imprevista, atroce. La nostra vera scelta è come proseguire a vivere. Io scelgo (e ti dico e ti consiglio, per quel che vale, di fare altrettanto) di vivere come sempre, sperando che di me si possa almeno dire “non è vissuto da stronzo ed è morto con dignità”.

Forse davvero, in questo modo, potremmo essere fedeli ai “nostri valori”. Che non so bene cosa significhino per te, ma per me significa: non vivere odiando inutilmente, non lasciarsi dominare dalla paura. Non affidarsi alle (o “non fidarsi delle”…) strutture del potere, perché queste pensano solo alla propria autoperpetuazione e a nient’altro.

Francesco “baro” Barilli

giovedì 10 agosto 2017

Il Mare Nero di Alessio Lega

Alessio Lega è un amico.
“Cantautore anarchico”, dicono. Ed è pure vero, eh, però mica so se gli fa piacere essere definito sempre così. Che poi non vorrei diventasse una moda ed emergessero un “poeta socialdemocratico”, uno “scrittore forzista”, il “saldatore leghista”… o, peggio, “l’intellettuale alfaniano” (orrore nell’ossimoro!!!).
Però, anarchico lo è. E questa è pure una cosa che abbiamo in comune. Come il fatto che io e lui ci si incrocia sempre al 20 luglio (dai, sapete bene dove e perché!!!). E altro ancora, ma adesso basta divagare…

Mare Nero è il suo nuovo disco (e io mi sa proprio che li ho tutti!!!). Ed è un disco bello, vario e compatto al tempo stesso.
Vario perché le canzoni sono “ripescate” da vari momenti della sua vita; compatto perché in ogni brano c’è sempre (come negli altri suoi lavori, dico) l’amore per gli ultimi, “gli sfigati”, “i dimenticati” e le pagine di storia ingiustamente dimenticate…

Così, si va da “Ambaradan” (che se uno l’ascolta e poi va avanti a pensare “italiani brava gente” è fesso o peggio) al recupero di “Zolletta” (per Enzo G. Baldoni: che se non mi sbaglio finora era presente solo su un suo vecchio live) fino alle lotte popolari di ieri (“Santa Croce”) e di oggi (“Maddalena di Valsusa”).

Ci sono anche tanti luoghi, in questo cd: l’Abissinia, Lecce, la Valsusa... E tanta Milano: quella di Mario, quella dei viali malinconici del ricordo di Zolletta, quella straniata e straniante delle sue stazioni.

Sarà pure un disco di “ripescaggi”, ma Mare Nero è un disco dannatamente riuscito. Dico di più: un lavoro estremamente maturo, non solo nei testi (che Alessio scriva bene non è una novità), ma pure nella raffinata ricerca musicale. Basti ascoltare le citazioni dal tema di Pinocchio in “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta”, o l’arrangiamento tzigano di “Porrajmos”, dove sembra quasi che Alessio voglia non solo “accompagnare” il proprio testo, ma “raccontare anche con la musica”.

Poi ci sta pure la title track, vero inno all’anarchia. Ma di quella non parlo, che sennò rafforzo l’etichetta di cui parlavo all’inizio (“Cantautore anarchico”). E poi perché sennò ci si commuove, e non c’è manco un fazzoletto rosso-nero in giro, quando serve…

Francesco “baro” Barilli