domenica 24 aprile 2011

Per Vittorio Arrigoni. E per le “anime schifose”

Caro Vittorio,
ti scrivo solo oggi, dopo i tuoi funerali. Forse perché sono fatto così, un po’ strano. Forse perché più della morte temo che quelle cerimonie, oltre a consegnare il nostro corpo alla sua ultima meta, rischino di essere il sigillo dell’oblio. E di una vita come la tua, al contrario, deve restare qualcosa di sempre attuale e presente. Specie ora, specie di questi tempi.
Molti altri hanno scritto di te. Persone che hanno conosciuto direttamente il tuo impegno e la tua umanità. Ho letto quelle testimonianze con commozione: aggiungere qualcosa di mio sarebbe inopportuno o retorico. Sia sufficiente il rimpianto per non averti conosciuto, se non virtualmente.
Voglio aggiungere solo due cose. Non a te, ma a chi anche in occasione della tua uccisione ha voluto distinguersi con “certi commenti”. Non voglio neppure elencarli, se non per dire che all’interno vi si potevano leggere i soliti strali, ormai diventati stereotipi, verso le “anime belle” e il “buonismo”…
Forse è ora di ricordare che se davvero esiste il buonismo (concetto che non mi è ben chiaro, ma dovrebbe essere – secondo quei soggetti – una sorta di bontà ingenua, nella migliore delle ipotesi, “pelosa” e dannosa) esiste pure il cattivismo: una cattiveria mai ingenua, sempre meschina. E che esisteranno pure le “anime belle”, ma anche quelle brutte. E persino quelle schifose.
Molti, fra quelli che invece ti hanno voluto ricordare per quello che eri davvero, hanno giustamente chiuso il proprio ricordo con quella tua bellissima frase: “restiamo” umani. “Diventarlo”, per certi personaggi, sarebbe più opportuno.
Grazie di tutto.
Francesco “baro” Barilli

sabato 2 aprile 2011

Lettera aperta a Manlio Milani

Lettera aperta a Manlio Milani (presidente Associazione familiari delle vittime di Piazza della Loggia) dopo la sua partecipazione a un’iniziativa promossa da Casa Pound

Caro Manlio,
sabato 26 marzo hai partecipato a un incontro organizzato da Casa Pound in un comune del bresciano. La tua presenza è stata duramente criticata dalla rete antifascista locale, che ha chiesto le tue dimissioni.
Sai meglio di me che la strage di Brescia è stata definita nel 1993 dall’allora Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi (semplice omonimia, lo preciso per i lettori non certo per te, con il Delfo Zorzi imputato nell’ultimo procedimento) “quella a più alto tasso di politicità”, per l’essere avvenuta durante una manifestazione organizzata il 28 maggio 74 dal comitato permanente antifascista e dai sindacati. Dunque può essere comprensibile lo sconcerto suscitato da un incontro fra il massimo esponente dei familiari delle vittime e i cosiddetti “fascisti del terzo millennio”.
Conosco lo spessore umano e politico del tuo impegno. So che per altri questo potrebbe aggravare, invece di lenire, lo sconcerto. Forse, passati alcuni giorni dal fatto, si può tentare un’analisi che sia meno viscerale.
Non ti nascondo di ritenere inopportuno legittimare (al di là delle proprie intenzioni, e sulla limpidezza delle tue sono pronto a scommettere) una realtà come Casa Pound. Rispetto la tua disponibilità, o forse dovrei dire coraggio, “nell’affrontare il nemico”, e sono certo che nell’incontro avrai detto ciò che dici sempre. Il punto, semmai, sta nel sapere se davvero “il nemico” abbia la stessa voglia di capire e dialogare. Alcuni a questo proposito citano spesso la Commissione ”verità e riconciliazione” sudafricana, ma proprio quell’esempio dovrebbe far capire che un dialogo, sia pure lacerante e doloroso, deve basarsi su trasparenza e sincerità di entrambe le parti: se sulle tue si può contare, non mi sento di dire altrettanto per Casa Pound.
Premesso questo, a chi non si è limitato a criticarti, ma ha chiesto le tue dimissioni voglio ricordare un aneddoto. Novembre 2002, Delfo Zorzi è in un’aula di tribunale, ma con alcune particolarità: è presente da cittadino giapponese; è parte lesa, non imputato, per un processo per “danno d’immagine” subita; infine, l’aula del tribunale è a Tokyo... Tu prendi un aereo e ti fai Brescia-Tokyo e ritorno solo per vederlo in faccia. Per parlargli, per dirgli di tornare in Italia ad affrontare un altro processo, quello che lo vede imputato per la strage. Zorzi ti risponde con poche parole sull’inaffidabilità dei giudici italiani. Giovanni Maria Bellu sull’Unità del 17 novembre 2010 ha ricordato l’epilogo dell’incontro: uscendo dall'aula pensasti “strano, ho risentito il rumore della bomba”.
Credo che quel botto tu l’abbia risentito anche sabato 26 marzo, dopo aver raccontato nell’iniziativa di Casa Pound, come sempre senza reticenze o ambiguità, la violenza fascista e stragista, le collusioni con apparati statali, l’ennesima sentenza di assoluzione del novembre scorso… E credo che l’aneddoto giapponese sappia spiegare lo spirito con cui ti approcci “all’altro”, anche quando è “un nemico”.
Questo vorrei dire a chi ha chiesto le tue dimissioni. Che conosco il tuo passato, l’impegno che metti da anni nel difendere la memoria storica della strage fascista, la fatica che hai fatto nel batterti, nonostante molte delusioni, per arrivare a un risultato processuale e per tentare che sulla strage non calasse il silenzio. Il tuo è il racconto di chi l’antifascismo lo testimoniava già 37 anni fa in quella piazza a Brescia, pagando un prezzo altissimo. Per questo credo ti sia conquistato un patrimonio di fiducia e credibilità che non può essere demolito da un singolo episodio.
Non so se anch’io mi sono costruito (in questi anni su reti invisibili, lavorando fianco a fianco con i comitati delle vittime, scrivendo di fatti che vanno da Portella della Ginestra a Federico Aldrovandi passando attraverso Piazza Fontana e i fatti di Genova) una certa credibilità come compagno e antifascista. Lo spero… E per questo dico che si possono manifestare critiche verso la tua scelta, ma non si può disconoscere il tuo impegno. Umanamente sarebbe ingiusto, ottuso, crudele. Politicamente sarebbe un errore peggiore di una partecipazione a un dibattito a Casa Pound.
Francesco “baro” Barilli

venerdì 25 marzo 2011

Alla faccia dei diritti dell’uomo…

Giovanna d’Arco fu giustamente bruciata sul rogo in quanto eretica. E Gesù Cristo fu crocefisso dopo un regolare processo. Certo, sussistono alcuni dubbi sulle garanzie di cui i due imputati hanno goduto nel corso dei rispettivi procedimenti, ma non sulla regolarità degli esiti. In compenso, i congiunti dei due famosi condannati non hanno dovuto perdere tempo nell’attesa di una decisione della Grande Chambre della corte europea dei diritti dell’uomo. Nome assai pomposo, che oggi suona beffardo.
Sinceramente tremo al pensiero che i diritti fondamentali dell’individuo siano verificati da giudici che hanno saputo dichiarare, per il caso Carlo Giuliani e riguardo l’organizzazione dell’ordine pubblico di quei giorni, che pur “in assenza di un’inchiesta interna approfondita … le autorità italiane hanno fatto tutto quello che ci si poteva ragionevolmente aspettare da loro per fornire il livello di protezione richiesto in caso di operazioni che comportano un rischio potenziale di ricorso alla forza letale”. O ancora, a proposito dell’utilizzo da parte di diversi carabinieri di manganelli vietati (tondini in ferro e simili) che non si vede “in cosa questa circostanza possa essere messa in relazione con la morte di Carlo Giuliani”. Davvero colpito da tante sensibilità!
Vorrei ricordare alla corte di Strasburgo che nel processo a 25 manifestanti la sentenza (pure criticabile, in considerazione delle durissime pene comminate per atti che, nella peggiore delle ipotesi, possono essere classificati come gravi danneggiamenti a cose, e non a persone…) ha almeno ammesso che l’attacco al corteo dei disobbedienti, che portò alla tragedia di Piazza Alimonda, fu “non solo illegittimo, ma ingiustificato e sproporzionato alla situazione”. Il tribunale genovese è giunto a definire la prima reazione dei manifestanti “una reazione legittima nei confronti di atti arbitrari dei pubblici ufficiali”. Ma a Strasburgo hanno almeno letto gli atti?
Ad Haidi, Giuliano ed Elena non posso dire nulla. Solo un abbraccio. Nulla di meno importante, nulla di più importante...
Francesco “baro” Barilli

domenica 20 marzo 2011

Varia umanità, cosa bolle in pentola (n. 2) e il nucleare…

Da un mese, per i soliti casini di tempo, non aggiorno il blog. Così non sono riuscito a segnalare le iniziative programmate a Bologna nell’anniversario dell’uccisione di Francesco Lorusso. Rimedio comunicando che qui potete trovare alcuni articoli sull’argomento, e approfitto dell’occasione per ringraziare l’amico Mauro Collina, vera e propria anima organizzativa (e non solo!) delle giornate bolognesi su Lorusso.
Stesso discorso per l’anniversario milanese di Fausto e Iaio: mi cospargo il capo di cenere…

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C’è un’altra importante iniziativa che non sono riuscito a comunicare in tempo, ma stavolta posso rimediare: almeno virtualmente potete visitare la mostra organizzata dal laboratorio Lapsus “La strategia della tensione e le stragi impunite (1969-1984)”.

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Passando alle “cose che bollono in pentola” continuo a scoperchiare con attenzione il pentolone dei segreti con una nuova tavola di Manuel De Carli (qui in fondo).



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Segnalo, questa volta esagerando con l’anticipo, che il 10 aprile sarò ancora a Bologna, stavolta per una presentazione di “Piazza Fontana”. Il sito di chi organizza l’iniziativa è questo.

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In tutto questo calderone infilo anche la mia modesta riflessione sul disastro che ha colpito il Giappone e sul nucleare.
Su terremoto e tsunami c’è poco da dire: solo lo sgomento.
Sul nucleare: sono sempre stato contrario, ma la tragedia giapponese dovrebbe insegnare qualcosa. Molto più, intendo, di quanto emerga dalle pur abbondanti cronache di questi giorni.
Innanzitutto, stiamo parlando di un paese che pur essendo attentissimo all’edilizia antisismica (tanto da affrontare con relativa tranquillità scosse che porterebbero la distruzione in altre nazioni) di fronte al pericolo nucleare può solo sperare, pregare e tirare secchiate d’acqua sui reattori di Fukushima.
Sia chiaro: questa NON è una critica al Giappone. Al contrario, quello che ci insegna la vicenda è che l’energia nucleare non è controllabile, almeno col bagaglio di tecniche e conoscenze attualmente a disposizione. Un nucleare sicuro, allo stato, è impossibile.
Mi si potrebbe obbiettare che, analogamente, non è neppure possibile costruire un viadotto, un ponte, un condominio che siano “sicuri al cento per cento”. Possiamo ragionevolmente pensare di alzare gli standard qualitativi, di realizzare edifici o infrastrutture in grado di resistere a sollecitazioni X maggiori di Y, ma la natura non rispetta i nostri standard, per cui la sollecitazione “X+1” sarà sempre possibile, e potrà sempre distruggere la nostra opera e le nostre certezze.
Tutto vero. Ma la distruzione di un ponte (o di un viadotto, un edificio eccetera) è un evento che, per quanto tragico, si chiude in se stesso. Un incidente nucleare, al contrario, non si chiude in se stesso”, non è circoscritto nel tempo o nello spazio, non si limita alle conseguenze dirette delle radiazioni sugli esseri umani…
Per farla breve, a costo di essere brutale: il pianeta in Giappone ha scoreggiato, e a chi si è lamentato ha risposto “sono io il padrone di casa e faccio quello che mi pare”. Non è stato né educato né “democratico”, ma al contrario di noi NON è tenuto ad esserlo. Sarà meglio tenerlo presente per il futuro. Cominciando col 12 giugno…

venerdì 4 febbraio 2011

Sangue e merda

Un vecchio politico socialista (mi pare fosse Rino Formica – vi sorprenderà che io citi un socialista della cosiddetta prima Repubblica, ma passate oltre) diceva “la politica è sangue e merda”.
Dopo aver riflettuto sulle ultime vicende italiane, tutto quello che mi sento di dire di sensato – almeno in breve – è che ora è rimasta solo la prima.
A voler giocare con Gramsci (“il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà”) l’ottimista potrebbe dire “per fortuna non c’è più il sangue”, il pessimista “purtroppo è rimasta solo la merda”.

Il pensiero corre a dieci anni fa. A quello slogan “un altro mondo è possibile” che ci ha fatto sperare, a Genova e subito dopo.
Sì, lo so che lì il sangue c’è stato. Il ricordo non ha smesso di ferirmi. Questo non toglie che quella stagione sia stata anche una breve primavera. Che forse non abbiamo compreso appieno.
Ho sempre pensato che quello slogan fosse bello ma incompleto. Un altro mondo è possibile se sappiamo trovare un altro modo di fare politica: niente è più lontano da questa idea di quel che stiamo vivendo in questi giorni.
Comunque vada, sarà dura uscirne…

“... Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. E un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi… Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico…”
(Pier Paolo Pasolini)

lunedì 31 gennaio 2011

Cosa bolle in pentola?

Allora: lista degli argomenti recenti di cui NON ho parlato:
- Bunga Bunga
- Caso Battisti
- L’ultima intervista rilasciata da Licio Gelli (per questa almeno posso segnalarvi il link. E' apparsa su "Il Tempo", 28 gennaio 2011, ed è stata raccolta da Attilio Ievolella. Grazie a Marco per avermela segnalata).

Sui primi 2 ci sarebbero diverse cose da dire (in campi e modi diversi, ovvio) ma ho poco tempo e poca voglia.

Sul terzo punto, a mancare è solo il tempo.
Per ora mi limito a sottolineare un passaggio dell’intervista al “venerabile”:

«Quel Piano, come lo chiama lei, non solo lo rifarei, ma vorrei anche riuscire ad attuarlo, se solo avessi venti anni di meno. All'epoca, se avessimo avuto quattro mesi di tempo ancora, saremmo riusciti ad attuarlo... In quel momento avevamo in mano tutto: la Gladio, la P2 e... un'altra organizzazione, che ancora oggi non è apparsa ufficialmente, non creata da noi ma da una persona che è ancora viva tutt'oggi, nonostante abbia oramai tanti anni... Avevamo tre organizzazioni... ancora quattro mesi di tempo e avremmo sicuramente messo in pratica il Piano. Che, sia chiaro, era valido allora e sarebbe valido anche adesso. Certo, servirebbero delle modifiche, ma attuando il Piano non saremmo arrivati alla situazione che, in Italia, si vive oggi...»

Qual era questa terza organizzazione?
«Mi dispiace, ma non ricordo, davvero...»


L’allusione alla “altra organizzazione”, oltre a Gladio e P2, mi sembra abbastanza trasparente (il cosiddetto “Noto servizio”).

Per quanto riguarda la persona ancora viva tutt'oggi, nonostante abbia oramai tanti anni: una bambolina usata a chi indovina il riferimento.

Ma oggi voglio invece fare un accenno a quel che bolle in pentola da parte mia. Cose abbastanza complesse, tanto da togliermi il tempo per altri articoli o commenti.

Una la sapete già: è il fumetto su Piazza della Loggia, su cui sto lavorando assieme a Matteo Fenoglio (non è un segreto: tempo fa se ne è parlato anche sull’Unità). Un lavoro per cui dovrete però ancora pazientare un annetto…

Il lavoro che apparirà più a breve (metà giugno, spero)… Beh, anche questo non è un gran segreto: chi ha visto il calendario Memoria Resistente 2011 ha già capito ci cosa parlo.
Però, tanto per “giocare” un po’ col mistero, per ora dico solo che:
- è un altro fumetto
- il mio compagno d’avventura stavolta è Manuel De Carli
- comincerò a postare qualche immagine, a cominciare da oggi.

mercoledì 12 gennaio 2011

"I bambini non nati di mio fratello Luigi". Di Lorenzo Pinto

Grazie a una segnalazione pervenutami alla casella di posta di reti-invisibili, voglio ricordare Lorenzo Pinto, pubblicando una lettera che scrisse per La Repubblica il 29 maggio 2002, in ricordo del fratello Luigi, deceduto nella strage di Piazza della Loggia.
Purtroppo non ho fatto in tempo a conoscere personalmente Lorenzo. Ma ho avuto modo di leggerne gli scritti, apprezzando il suo impegno civile: è giusto ricordare Lorenzo Pinto, ora che purtroppo anche lui ci ha lasciati...


"Gino guarda Lorenzo, Gino guarda Lorenzo", - ...così prega la madre di Gino, oramai settantatreenne e si raccomanda al Dio buono degli uomini di proteggere le persone care rimaste. Gino, così chiamiamo Luigi nel sud dell'Italia, non fu poi molto fortunato. Ritornò in una cassa di mogano, avvolta in una bandiera tricolore da un lato e dall'altra con una bandiera rossa. Morì perché era di spalle a un cestino portarifiuti imbottito di tritolo, fatto esplodere la mattina del 28 maggio del 1974 a Brescia, in piazza della Loggia. Gino era sposato da otto mesi, con una donna dai capelli d'oro, una donna del Nord. Io ero poco più di un ragazzo e sognavo Di Vittorio al posto di Robin Hood - "Di Vittorio conosce il vocabolario italiano a memoria!", dicevano i vecchi della sezione comunista.
Tre processi, quattro istruttorie, la quinta è in corso, 28 anni sono trascorsi, nessuna verità giudiziaria. A volte mi chiedo come possono vivere o come hanno potuto vivere questi personaggi. Come hanno potuto accarezzare la fronte dei propri figli, baciato la donna amata, sognato se mai un mondo migliore?
Io non parlo e non chiedo la giustizia dei tribunali. Stando alle pronunce dei tribunali, Mussolini non ebbe parte nell'omicidio di Matteotti, Trotzkji si unì a Hitler contro l'Urss, Sacco e Vanzetti erano colpevoli, Persano fu l'unico responsabile di Lissa, Anna Bolena meritò la decapitazione perché adultera e Giovanna d'Arco il rogo perché vestiva abiti maschili. In sede storica la decisione dei tribunali è stata spesso un buon viatico per la tesi opposta. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto.
Da molto tempo le stragi non sono più raccontate; commemorate, sì, ma ridotte a eventi lapidari. La memoria è duratura se è un racconto ripetuto: racconto, cioè svolgimento narrativo e non rappresentazione di un evento isolato; ripetuto, in quanto abbia un senso al mutare del contesto e delle generazioni.
Io, adesso, non sono più un ragazzo che sogna "Di Vittorio al posto di Robin Hood", sogno come sarebbe stato mio fratello Gino, i suoi occhi ridenti, e se fossi stato lo zio dei suoi figli avrei cantato loro la ninna nanna della mia terra. Non è così.
Dovremo avere un giorno della memoria, come per le vittime dei campi di sterminio, dedicato ai caduti per stragi, terrorismo, mafia. Un giorno dell'anno, rosso sul calendario.

di Lorenzo Pinto

(lettera pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 29 maggio 2002)