mercoledì 7 ottobre 2026

Simone Lucciola's Jolly Roger: ArteAmoreAnarchia!

 


Lo sapevo già da un po' e ora posso rompere il sigillo del silenzio. E' in uscita il libro di un caro amico, Simone Lucciola. Sarà in anteprima a Lucca Comics e in libreria dal 9 dicembre. Sopra vedi la copertina e qui trovi la scheda del libro, che contiene un sacco di roba bella: praticamente tutto quello che Simone ha prodotto a fumetti negli ultimi vent'anni.

C'è pure una sezione dedicata alle cose che io e lui abbiamo realizzato a 4 mani come tag team Baro/Lucciola, fra Linus, AntiFanzine e La Lettura.

In anteprima, eccoti l'introduzione che ho scritto per quella sezione.


ArteAmoreAnarchia

Francesco “baro” Barilli


Scusami, la butto subito sull'aneddotica. Perché della prima storia realizzata con Simone ho un ricordo intenso e particolare che voglio condividere con te, che leggi queste pagine.

Maggio 2017. Io e Simo abbiamo in testa una storia su Jim Morrison (ma, SPOILER, NON è quella che uscirà!). A frullarci in capa è un racconto basato sul rapporto fra Jim e Pamela Courson, nonché sull'ultimo e disastroso concerto dei Doors. Quando, il 12 dicembre 1970, a New Orleans la rockstar che Morrison non vuole più essere si disintegra sul palco. Si accascia ai piedi della batteria, il concerto si ferma, dalla platea si levano voci di protesta. In tutta risposta, lui si rialza e con l’asta del microfono prova a sfasciare il palco… Insomma, io e Simone abbiamo in testa 'sta idea. Con i buoni uffici di Hurricane Ivan la proponiamo a Linus: viene bocciata, ma dalla rivista arriva un'offerta last-minute.

Il numero che chiudono al 15 giugno parla del Messico. E i Doors, dopo i fattacci di Miami, nel giugno 1969, arrivano proprio in quel Paese, segnato poco prima da proteste studentesche represse brutalmente. Il governo teme l’aura sovversiva della band, tanto da negare la piazza della capitale. I concerti si svolgono in location più raccolte, ma sono memorabili. Il Re Lucertola può incontrare gli dei aztechi...

Scusa, troppo entusiasmo, mi son parlato addosso. Il punto è che siamo al 27 o 28 maggio 2017, quando a me e Simo viene detto che, se vogliamo, possiamo provare a realizzare due tavole “Doors in Mexico” entro il 15 giugno. E io in quel momento so un cazzo del tour messicano di Jim & soci, eh...

Tutto questo per dirti che la prima storia del tag team Baro&Lucciola nasce da un tema sentito e scelto da entrambi, che dobbiamo però rimodulare radicalmente in pochi giorni, in telefonate in cui condividiamo scoperte, scambiamo impressioni, confidiamo sorprese e nostalgie. Alla fine riusciamo a rispettare la scadenza e della storia sul buon vecchio Mr. Mojo Risin sono ancora molto soddisfatto!


Ecco. Successivamente, trovare la quadra su argomenti e personaggi da entrambi percepiti con la stessa sensibilità è diventata... Oddio, mi viene da dire “la nostra cifra stilistica”, ma mi sembra pomposo e non del tutto calzante. Più semplice: è diventato il nostro modo di condividere uno sguardo sul mondo. Abbiamo scelto di raccontare esistenze sofferte, stritolate da sfighe ed eventi, la fragilità della fama, storie nate sotto una luna storta. Tutte cose osservate con tre grandi lenti che accomunano il nostro vissuto: Arte, Amore, Anarchia (ehi, grafico! Insomma, tu che impagini, dico a te! Se devi dare un titolo a questo mio intervento metti proprio questo: ArteAmoreAnarchia!!!).

Abbiamo raccontato la sfortunata esistenza della figlia di Kerouac, Jan. Poi abbiamo seguito Edie Sedgwick, dolce e capricciosa, mentre raggiunge velocemente la fama, solo per precipitare e finire nell'oblio ancora più in fretta.

Siamo stati osservatori ammirati dell'arte di Enrico Baj dedicata a Giuseppe Pinelli. Per poi immaginare Solveig Dommartin ancora viva, mentre volteggia sul trapezio e affascina un angelo come ne “Il cielo sopra Berlino”.

Abbiamo raccontato la tragica e strampalata storia che intreccia Isadora Duncan e Sergej Esenin. E poi, incazzati, quella dell'anarchico Passannante, torturato da vivo e sfregiato da morto dalla crudele vendetta del potere.

Tutto questo e altro ancora. Tu pensa: neppure io so quali e quante, fra queste storie, sono state selezionate e troverai fra poco!

Sai che ti dico? Giriamo pagina e scopriamolo assieme...

venerdì 12 giugno 2026

"Confessione di un Boia": recensioni e la prefazione di Pasquale Prencipe (Antigone)

Come ho fatto per “Il silenzio di Sabina”, pure in questa occasione tolgo le ragnatele dal blog per dirti del nuovo libro, “Confessione di un Boia”, da poco uscito per MomoEdizioni.

La cover è di Claudio Calia e puoi vederla bene sul suo sito. La prefazione è firmata da Pasquale Prencipe di Antigone). Eccoti alcune recensioni uscite nel frattempo.

Nando Mainardi mi ha intervistato per dignità TV

Questa invece è l'intervista di Roberto Bertoni.

Ecco la chiacchierata fra me e Kika per Flatlandia (Radio Onda d'Urto)

Questa è la rece di Alessandro Oricchio (TheBookAdvisor)

Qui sotto: recensione di Luisa Luccini su Il Cittadino del 12 marzo 2026



Di seguito: la prefazione di Pasquale Prencipe (Antigone)!


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Un futuro non tanto immaginario


a cura di Pasquale Prencipe, ricercatore presso l’Associazione Antigone


L’evoluzione della società moderna sembrava destinata a riflettersi anche in tutti gli ordinamenti penali, considerati a ragione lo specchio dei valori e delle priorità di una civiltà in una determinata epoca. Tuttavia, osservando da vicino la realtà giuridica e analizzando le sue applicazioni concrete, emerge un quadro meno lineare, in cui la strada verso un’effettiva tutela dei diritti appare alquanto frammentata e contraddittoria.


Il principio di umanizzazione delle pene e il riconoscimento di diritti fondamentali, come intangibili e inviolabili, sanciti dalle varie costituzioni nazionali e dalle convenzioni internazionali, verso la metà del secolo scorso, ha rappresentato indubbiamente un momento di svolta. Il cuore di queste riforme era chiaro: nessuno può essere privato o leso nella sua dignità umana.


Eppure, l’affermazione di tali principi si è sempre scontrata con un sistema punitivo rivelatosi incapace di estinguere quella sete di vendetta collettiva che, per secoli, ha legittimato le pene corporali più cruente, fino alla condanna a morte di un essere umano.


La pena capitale è stata, lungo gran parte della storia, la pena per eccellenza. Mentre il carcere, nella sua forma moderna, è un prodotto della contemporaneità, la pena di morte è stata per secoli lo strumento privilegiato per punire non solo i crimini più gravi, ma anche i comportamenti percepiti come una minaccia per il potere: dai reati politici agli atti di disobbedienza che potevano incrinare e mettere a rischio la stabilità del governo.


Le modalità di esecuzione furono spesso brutali: dallo smembramento alla crocifissione, fino all’invenzione della ghigliottina, che avrebbe dovuto paradossalmente procurare una morte più “umana”.


E se ci illudiamo che tali condanne appartengano al passato, i dati di Amnesty International ci costringono a una considerazione amara. Il rapporto sulla pena di morte nel mondo, pubblicato nel 2025, rivela infatti che nel 2024 il numero di esecuzioni ha raggiunto il livello più alto dal 2015: oltre 1.500 persone sono state messe a morte in 15 Stati. Sebbene il numero complessivo dei paesi che la applicano sia in calo, si è registrato un aumento rispetto al 2023, senza considerare le numerose esecuzioni “invisibili”, celate dai regimi che non rendono pubblici i dati.


In Italia, invece, la pena di morte, dopo varie abolizioni e reintroduzioni susseguitesi dall’Unità d’Italia, è stata definitivamente abolita con la Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948.


Un passaggio fondamentale, che ha sancito il principio per cui ogni persona è titolare di diritti inviolabili, che il bene della vita è insopprimibile e che nessuno può essere leso nella propria dignità. Tuttavia, alla spettacolarizzazione del supplizio si è sostituita una sofferenza silenziosa e nascosta, quella delle carceri.


Mentre, l’idea che la storia della civiltà cammini in parallelo con la storia delle pene, ci induce comunque a ritenere che l’umanizzazione della pena prosegua verso vette sempre più alte di civiltà, ma la realtà è ben diversa. Nonostante le Convenzioni internazionali ed europee sui diritti umani e la Costituzione sembrano orientare il legislatore verso una diversificazione del sistema sanzionatorio, la pena assunta come mezzo principale di risposta dell’ordinamento alla violazione di norme è indubbiamente il carcere. E ancora oggi, anche in Italia, il carcere non è in grado di assicurare alla maggior parte dei detenuti condizioni di vita rispettose della dignità umana.


L'Associazione Antigone, nel suo 21° Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, lo ha ricordato sin dal titolo: i detenuti in Italia sono “Senza Respiro”. Tra sovraffollamento cronico e violazioni sistemiche di diritti fondamentali come il diritto alla salute, è inevitabile domandarsi come, in una società che si definisce civile, sia ancora possibile calpestare la dignità di un essere umano.


Ancora oggi, il carcere, non riesce a reinserire i detenuti nella comunità. Dovrebbe favorire un legame con quella società da cui in tanti erano rimasti esclusi già prima di commettere un reato, spesso per condizioni di disagio sociale o economico, ed invece finisce per confermare, se non peggiorare con il suo stigma, l’emarginazione di chi già viveva ai margini.


E mai come oggi è necessario riflettere su questi temi, vista la rotta intrapresa dalla nostra società. L’ascesa di forze politiche che invocano modelli autoritari, legittimando la vendetta penale e giustificando la restrizione dei diritti in nome di una sicurezza illusoria, impongono riflessioni serie e non rinviabili sul senso stesso di essere o comunque considerarsi comunità e delle sue implicazioni. In nome di un presunto “diritto alla sicurezza”, si introducono nuovi reati anziché affrontare le reali cause dell’insicurezza sociale.


Il romanzo di Francesco Barilli, Confessione di un boia, rappresenta un viaggio simbolico dentro queste contraddizioni: un futuro immaginario in cui la sete di vendetta torna a essere legge e norma condivisa.


Un futuro distopico che, nell’attuale contesto politico e sociale, ci induce a riflettere sulla dignità umana come un passo imprescindibile verso un reale cambiamento e ci porti finalmente a ritenere che, quando anche una sola persona viene privata della propria dignità, tutta la comunità ne è colpita.


Per queste ragioni, c’è da essere grati a Francesco Barilli e al suo romanzo per averci ricordato che oggi più che mai è necessario agire per recuperare il senso di appartenenza, riscoprire la solidarietà attiva e avere il coraggio di un pensiero diverso e alternativo alla deriva verso la quale, spesso senza esserne consapevoli, rischiamo di precipitare.