Nel quarantennale dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Facebook è stato sommerso da un fiume di citazioni dello scrittore. Mi ha dato una sensazione strana vedere quelle frasi inflazionate come fossero biglietti dei Baci Perugina… Per questo (ma pure – l’ammetto – perché non sono un intenditore della sua opera) non ho scritto nulla sull’anniversario o sulla sua figura. Né intendevo farlo.
Hanno poi stuzzicato la mia curiosità un articolo (Sette buoni motivi per dimenticare Pasolini, di Francesco Longo) e una polemica nata sulla bacheca Facebook dell’amico e poeta Lello Voce. Lello definisce PPP “un poeta mediocre; ideologicamente di destra; formalmente scontato e attardato…”. Successivamente ha argomentato la propria posizione: Quel “santino” di Pasolini, intervento a mio avviso più interessante di quello di Longo.
Ma torniamo al momento in cui Lello non aveva ancora articolato meglio il proprio pensiero, limitandosi al post su Fbook. Ho dato un’occhiata ai commenti: sembrava di assistere a una rissa tra tifosi, più che a un dibattito sul valore (intellettuale/politico/poetico) di un uomo che, piaccia o meno, ha lasciato un segno nella cultura italiana.
Il tifo da stadio lasciamolo alle curve, dove fa già abbastanza danni. Non può nascere alcun frutto da un dibattito in cui si dice “Pasolini era un genio indiscutibile, punto”. Credo che lo stesso PPP sarebbe molto perplesso dal tono di certi sostenitori. Un intellettuale lo si discute e lo si critica; specialmente quando ha concretizzato il suo pensiero attraverso vari mezzi espressivi: romanzi, articoli, poesie, cinema. Non è una bandiera da sventolare, né un santino: come correttamente ricorda Lello, non è così che se ne onora la memoria. E proprio quell’indiscutibile è il termine meno appropriato verso uno scrittore che “pretende”, innanzitutto, di essere “discusso”. Definirlo intoccabile equivale a ucciderne l’opera, a depotenziarne il pensiero.
All’ottusità dei “ciechi devoti” non deve però rispondere la furia iconoclasta dei distruttori di idoli. Si tratta di un’ottusità speculare a quella dei devoti, anch’essa non fa bene al dibattito. A scanso di fraintendimenti, Lello col suo articolo NON va iscritto in questa categoria. Si potrebbe dissertare su quanto la “dimensione social” costituisca una trappola in cui ogni opinione, riferita “sinteticamente e apoditticamente” (citando Voce), finisca col mortificare il dibattito invece di arricchirlo, ma questo ci porterebbe fuori strada.
(so bene d’essermi dilungato in questa premessa. Lo farò ancora e la premessa e gli incisi – di cui abuserò – risulteranno più lunghi del mio scritto “nel merito”, violando la legge non scritta della comunicazione dell’era Fbook – vedi sopra – che vuole condensare qualsiasi intervento in poche righe, meglio se in una battuta arguta e feroce, laddove il lettore medio abbandona presto uno scritto superiore alle 10 righe. Poco o affatto m’importa: so che Lello e pochi altri mi seguiranno e tanto mi basta. Aggiungo solo che sulla tragica fine di PPP sottoscrivo quanto detto da Lello e quindi non mi soffermerò oltre)
Non ho conoscenze tecniche e formali per dissertare sulla poetica Pasoliniana. Non ne ho i mezzi, lo riconosco (anche con un pizzico di vergogna). E pure io ho sempre trovato Valle Giulia una mezza sciocchezza (forse è il vero motivo per cui si tratta della sua lirica più nota e citata…). Ho sempre ritenuto Pasolini, più che “di destra” come dice Lello, un conservatore illuminato, capace di punti di vista interessanti. In questo lo accosto a Gaber (NON sto mischiando pere e pomi: sul paragone, che può fare storcere il naso a molti, tornerò più avanti).
Ricordo però che quando scrissi il mio fumetto su Piazza Fontana decisi da subito di citare e adattare ampi brani della sua Patmos. Una lirica che mi aveva colpito nel profondo e a livello istintivo, in un modo che non saprei spiegare meglio. E non saprei spiegarlo meglio per i miei limiti tecnici ma pure, soprattutto, perché forse il segreto della poesia è colpirti nel profondo senza che il lettore lo sappia spiegare (come invece può e deve fare chi ha la dimestichezza col “mezzo poesia”).
Tornando alla poesia su Valle Giulia, riprendo e adatto mie vecchie riflessioni. Ho sempre pensato, forse sbagliando, che quel testo contenesse ironia e vari livelli di lettura. Non furono in molti a cogliere queste sfumature. Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero in diversi scritti; grazie ad un bell'articolo di Angela Molteni, apparso tempo fa su http://www.pasolini.net/ , ne riporto alcuni stralci datati 17 maggio 1969: "quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. ... i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale ...".
Di quella poesia comunque, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, ancora oggi è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura. Succede spesso, anche in tempi recenti, di accreditare quelle parole come fossero una semplicistica e acritica presa di posizione a favore dei celerini contro gli studenti, quasi che Valle Giulia la si possa ciclicamente usare come una clava virtuale per demolire ogni lotta sociale. “Ecco i giovanotti no global e benestanti che tirano i sassi contro i poliziotti che guadagnano 1200 euro al mese”, tanto per dire…
Pasolini non era uno sprovveduto. Sapeva che le forze dell'ordine in Italia si erano ferocemente distinte per numerose brutalità e omicidi a danni di manifestanti. Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare, almeno secondo la mia personalissima e criticabilissima lettura, quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.
Su “Io so”. Anche quello è un pezzo citatissimo e dibattuto. E pure in questo caso ritengo che il senso delle parole di PPP sia stato travisato. No, lui non sapeva i nomi di chi mise una bomba nella banca di Piazza Fontana o sotto il portico di Piazza della Loggia. Ma conosceva le logiche del potere, che risponde alla sola legge dell'autoperpetuazione ad ogni costo. Capiva le finalità politiche (neppure univoche) cui dovevano rispondere le stragi, e lo capiva con i soli mezzi con cui è possibile operare un’analisi di questo tipo: quelli dell’intellettuale, che non pretende di supplire con le proprie riflessioni all’azione della Magistratura.
Lello critica Pasolini per aver pubblicato il pezzo sul Corriere, “foglio ufficiale delle forze conservatrici e borghesi italiane”. Rappresentante cioè proprio quei centri di potere che stavano dietro alle stragi di quel periodo storico. A mio avviso qui si sbaglia: era proprio lì che andava pubblicato, proprio per i motivi indicati da Lello…
In generale, e sempre IMHO, ritengo che Pasolini subisca lo stesso trattamento problematico di chi diventa, da morto, “fenomeno pop”. Chi mi segue sa bene, ad esempio, come io consideri De Andrè: non tanto il mio cantautore preferito, quanto l’uomo che mi ha insegnato a stare al mondo. Che dire dunque di un Salvini che afferma “sono cresciuto a pane salame e De Andrè”? (al limite, considerando che le canzoni non possono avergli nuociuto, ci si può domandare che diavolo di salame abbia mangiato…).
Anche Faber, da morto, è diventato un’icona; i più al massimo ne salvano qualche citazione, buona per fare bella figura in un salotto, e tanto basta. Ma ogni scrittore (o poeta o cantautore o quel che si vuole), una volta diventato icona pop, non ha più il controllo della propria opera (già da vivo; figuriamoci da morto).
Per i pochi che non ho ancora annoiato abbastanza farò un altro esempio, rimaneggiando ancora una mia vecchia riflessione.
La tragica e prematura morte di John Lennon ha fatto diventare Imagine, che già prima era il suo pezzo più celebre, una sorta di “inno depotenziato”. Tutti possono canticchiarlo, fregandosene del contenuto. E’ uno schema codificato: si rende un dato personaggio una sorta di immaginetta sacra (lo si è fatto anche con Mandela, per fare l’ennesimo esempio, ma ce ne sarebbero molti altri), banalizzando il messaggio di cui è stato portatore in vita. Condannate pure a parole iniquità e sfruttamento, ma non disturbate chi li produce e ne trae profitto; canticchiate Imagine, ma non mettetela in pratica. Questo sembra volerci dire chi detiene il potere…
(quasi dimenticavo la riflessione su Gaber. Che meriterebbe ben altro approfondimento, ma tempo e spazio sono ormai alle strette, per cui accontentatevi.
In questo caso si tratta di un artista che conosco bene a amo molto. Specialmente il “teatro canzone”, di cui ho tutti i cd – che raccolgono i suoi spettacoli nelle diverse stagioni, dai primi anni ’70 alla morte. Lo amo, dicevo, per la capacità di emozionarmi con i suoi testi; per l’indiscutibile capacità interpretativa; per la capacità di farmi riflettere anche quando non lo condivido.
Pure lui è diventato un mezzo santino, citato a sinistra come a destra – molto spesso a destra, di solito in modo strumentale – e sovente con contraddittorie analisi sulla sua collocazione politica.
Anche Gaber a mio avviso era un “borghese conservatore illuminato”. Interessante quando denunciava i vizi della borghesia; discutibile quando si lasciava andare ad analisi puramente politiche che sapevano di grillismo ante litteram; commovente quando dimostrava la capacità di saper mettere in discussione, nell’uomo borghese, innanzitutto se stesso; splendido, però, quando cantava l’individuo, come in Gildo o ne L’illogica allegria. E tutto questo non c’entra con PPP, lo so, ma avevo voglia di dirlo)
(ah, sì: L’illogica allegria è la canzone che voglio venga suonata al mio funerale)
Francesco “baro” Barilli
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mercoledì 4 novembre 2015
mercoledì 16 aprile 2014
Gipi e il premio Strega: perché sì, perché no
Di quanto stimo Gipi ho parlato poche volte, e ho solo accennato a quanto m’è piaciuto il suo ultimo libro, “unastoria” (vedi qui e qui). Provo a parlarne ancora a seguito del dibattito nato dopo la sua candidatura al Premio Strega.
Un dibattito valido, ben argomentato da entrambe le parti. In coda al mio intervento trovate i links più interessanti, pressochè tutti caratterizzati da un’alta considerazione dell’ultimo lavoro di Gianni e più in generale della sua produzione artistica (segnalo in particolare l’articolo di Matteo Stefanelli).
Si possono trovare elementi condivisibili in entrambi i lati delle “barricate”, pro e contro la candidatura allo Strega del fumetto di Gipi. Da un lato la questione viene posta a livello di pertinenza, come correttamente sintetizza Stefanelli: non si tratta di stabilire se il fumetto sia “più alto o più basso” della letteratura (o di altro mezzo espressivo artistico, aggiungo - e mi sono già trovato in passato a difendere la dignità del mezzo-fumetto), ma più semplicemente di essere consapevoli che il fumetto ha peculiarità artistiche “altre” – né superiori né inferiori, appunto – rispetto a letteratura, teatro, cinema e via di seguito. Dall’altro lato, si sottolinea che un riconoscimento così autorevole può fare bene all'ambiente nostrano della nona arte (e alla sua percezione diffusa) e che accostare “unastoria” a un romanzo non è certo azzardato.
Come accennavo, è difficile dire che solo una delle due opinioni sia valida. E per dirla tutta non credo neppure sia così importante: ancora una volta mi trovo d’accordo con l’analisi più articolata fra quelle formulate, quella già citata di Stefanelli.
Mi permetto dunque di aggiungere solo alcuni elementi di riflessione.
1. A memoria ricordo alcuni casi in cui il fumetto era già entrato nel “salotto buono della cultura”. Il premio Pulitzer a Spiegelman per Maus, i riconoscimenti giornalistici a Sacco, la menzione di Watchmen fra i 100 migliori romanzi in lingua inglese nella lista di Time, tanto per citarne tre. Non ho trovato però, tra i molti articoli spulciati sul dibattito “Gipi-Strega”, menzioni su quale sia la prassi in altri paesi. In Francia (per fare l’esempio di un Paese assai più avanti del nostro a livello di considerazione riservata al fumetto) come si comportano? Sarebbe possibile che un racconto a fumetti entrasse fra i candidati di un premio letterario? La domanda, preciso, non ha intenti polemici, è una “domanda pura” (non ne conosco cioè la risposta) che ha una sua relazione coi punti seguenti.
2. Chi mi conosce sa che nei miei interventi cito spesso De Andrè: per me, un maestro di vita prima che un grande artista. Scusatemi, sarà mania o deformazione mentale, ma ne parlo pure oggi. Perché la discussione nata (Strega o non Strega? Un fumetto può essere considerato romanzo?) m’ha fatto venire in mente quanto si è detto sovente dell’opera di De Andrè: canzone o poesia?
Il cantautore genovese spesso liquidava la questione con una battuta/citazione (“Benedetto Croce diceva che fino all'età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore”). Se però si ha la pazienza di ripercorrere quanto da lui raccontato a proposito del proprio lavoro (consiglio: De Andrè talk, a cura di Claudio Sassi e Walter Pistarini, Coniglio Editore) noteremo che De Andrè era consapevole della complessità compositiva della sua opera. Che si basava su un mix straordinario di capacità poetica, conoscenza della tecnica musicale (per nulla statica: fu costante la sua ricerca di nuove sonorità, la sua alternanza di arrangiamenti semplici con altri più elaborati e ”raffinati”), consapevolezza delle sue doti vocali (una voce di non grande estensione ma calda ed evocativa, come lui stesso la definiva, che sapeva far cadere o “scivolare” a seconda dell’intensità che intendeva imprimere in un dato momento a ogni canzone). Insomma, è vero che molte sue canzoni possono essere tranquillamente lette come poesie, ma per lui la musica non era semplice ornamento del testo. Versi e musica si fondevano nelle sue creazioni bilanciandosi e valorizzandosi gli uni con l’altra, creando qualcosa che non era poesia e non pretendeva di essere nulla di “più alto” o “più basso” della poesia, ma semplicemente il SUO modo di esprimersi, di fare vibrare delle coscienze. Esattamente come fanno i testi e i disegni di Gipi…
3. Ho già scritto in altre occasioni che non sono tanto preoccupato dalla scarsa considerazione riservata al fumetto in Italia, quanto dalla scarsa considerazione riservata in generale alla cultura, qui da noi. Se fosse migliore la seconda, anche la prima ne gioverebbe.
4. Se la più importante manifestazione fumettistica italiana assomiglia sempre di più a una sagra di paese, va da sé che i premi fumettistici nostrani risentiranno dell’effetto citato dai creatori di Don Zauker (“cazzatelle per ragazzini o per adulti rincoglioniti”). Forse, più che discutere di Gipi allo Strega, si dovrebbe ragionare su come conferire importanza culturale ai riconoscimenti che già esistono nel campo fumettistico, cercando di mutarne una percezione che, quella sì, al fumetto non fa certo bene…
Francesco “baro” Barilli
Leggi anche:
Gipi, lo Strega, e i paradossi del fumetto impertinente
Una graphic novel al premio Strega ha senso? Forse no
Gipi contro la Strega
Gipi al premio Strega: sì o no?
Un dibattito valido, ben argomentato da entrambe le parti. In coda al mio intervento trovate i links più interessanti, pressochè tutti caratterizzati da un’alta considerazione dell’ultimo lavoro di Gianni e più in generale della sua produzione artistica (segnalo in particolare l’articolo di Matteo Stefanelli).
Si possono trovare elementi condivisibili in entrambi i lati delle “barricate”, pro e contro la candidatura allo Strega del fumetto di Gipi. Da un lato la questione viene posta a livello di pertinenza, come correttamente sintetizza Stefanelli: non si tratta di stabilire se il fumetto sia “più alto o più basso” della letteratura (o di altro mezzo espressivo artistico, aggiungo - e mi sono già trovato in passato a difendere la dignità del mezzo-fumetto), ma più semplicemente di essere consapevoli che il fumetto ha peculiarità artistiche “altre” – né superiori né inferiori, appunto – rispetto a letteratura, teatro, cinema e via di seguito. Dall’altro lato, si sottolinea che un riconoscimento così autorevole può fare bene all'ambiente nostrano della nona arte (e alla sua percezione diffusa) e che accostare “unastoria” a un romanzo non è certo azzardato.
Come accennavo, è difficile dire che solo una delle due opinioni sia valida. E per dirla tutta non credo neppure sia così importante: ancora una volta mi trovo d’accordo con l’analisi più articolata fra quelle formulate, quella già citata di Stefanelli.
Mi permetto dunque di aggiungere solo alcuni elementi di riflessione.
1. A memoria ricordo alcuni casi in cui il fumetto era già entrato nel “salotto buono della cultura”. Il premio Pulitzer a Spiegelman per Maus, i riconoscimenti giornalistici a Sacco, la menzione di Watchmen fra i 100 migliori romanzi in lingua inglese nella lista di Time, tanto per citarne tre. Non ho trovato però, tra i molti articoli spulciati sul dibattito “Gipi-Strega”, menzioni su quale sia la prassi in altri paesi. In Francia (per fare l’esempio di un Paese assai più avanti del nostro a livello di considerazione riservata al fumetto) come si comportano? Sarebbe possibile che un racconto a fumetti entrasse fra i candidati di un premio letterario? La domanda, preciso, non ha intenti polemici, è una “domanda pura” (non ne conosco cioè la risposta) che ha una sua relazione coi punti seguenti.
2. Chi mi conosce sa che nei miei interventi cito spesso De Andrè: per me, un maestro di vita prima che un grande artista. Scusatemi, sarà mania o deformazione mentale, ma ne parlo pure oggi. Perché la discussione nata (Strega o non Strega? Un fumetto può essere considerato romanzo?) m’ha fatto venire in mente quanto si è detto sovente dell’opera di De Andrè: canzone o poesia?
Il cantautore genovese spesso liquidava la questione con una battuta/citazione (“Benedetto Croce diceva che fino all'età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore”). Se però si ha la pazienza di ripercorrere quanto da lui raccontato a proposito del proprio lavoro (consiglio: De Andrè talk, a cura di Claudio Sassi e Walter Pistarini, Coniglio Editore) noteremo che De Andrè era consapevole della complessità compositiva della sua opera. Che si basava su un mix straordinario di capacità poetica, conoscenza della tecnica musicale (per nulla statica: fu costante la sua ricerca di nuove sonorità, la sua alternanza di arrangiamenti semplici con altri più elaborati e ”raffinati”), consapevolezza delle sue doti vocali (una voce di non grande estensione ma calda ed evocativa, come lui stesso la definiva, che sapeva far cadere o “scivolare” a seconda dell’intensità che intendeva imprimere in un dato momento a ogni canzone). Insomma, è vero che molte sue canzoni possono essere tranquillamente lette come poesie, ma per lui la musica non era semplice ornamento del testo. Versi e musica si fondevano nelle sue creazioni bilanciandosi e valorizzandosi gli uni con l’altra, creando qualcosa che non era poesia e non pretendeva di essere nulla di “più alto” o “più basso” della poesia, ma semplicemente il SUO modo di esprimersi, di fare vibrare delle coscienze. Esattamente come fanno i testi e i disegni di Gipi…
3. Ho già scritto in altre occasioni che non sono tanto preoccupato dalla scarsa considerazione riservata al fumetto in Italia, quanto dalla scarsa considerazione riservata in generale alla cultura, qui da noi. Se fosse migliore la seconda, anche la prima ne gioverebbe.
4. Se la più importante manifestazione fumettistica italiana assomiglia sempre di più a una sagra di paese, va da sé che i premi fumettistici nostrani risentiranno dell’effetto citato dai creatori di Don Zauker (“cazzatelle per ragazzini o per adulti rincoglioniti”). Forse, più che discutere di Gipi allo Strega, si dovrebbe ragionare su come conferire importanza culturale ai riconoscimenti che già esistono nel campo fumettistico, cercando di mutarne una percezione che, quella sì, al fumetto non fa certo bene…
Francesco “baro” Barilli
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Gipi contro la Strega
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lunedì 16 febbraio 2009
Su Sofri, vittime, memoria e collaboratori di giustizia
Ho seguito la polemica nata fra Adriano Sofri e alcuni parenti di
vittime del terrorismo, apparsa su Repubblica fra il 5 e il 12 febbraio.
Mi sento coinvolto e provo ad entrare, sommessamente e con rispetto,
nella discussione.
Una premessa: conosco direttamente due dei quattro firmatari della lettera del 12 febbraio (Milani e Dendena). Ho raccolto in altre occasioni i loro racconti sulle stragi che ne hanno segnato le vite, ci uniscono amicizia e stima sincere e reciproche. Sofri lo conosco indirettamente: con lui ho in comune la passione civile per il caso Pinelli, che recentemente è stato centrale in nostri diversi e distinti lavori. Con questa premessa non voglio accreditarmi come paciere nella discussione (cadrei nel ridicolo) né vantare chissà quale autorevolezza in una materia complessa e delicata. Più semplicemente, intendo presentarmi come un osservatore esterno, che forse proprio per questo può avere il necessario distacco, ma pure come persona che nutre profondo rispetto per tutte le persone coinvolte nella discussione, al di là delle diverse posizioni.
La mia analisi comincia da un fatto apparentemente marginale, ma su cui tutti gli interessati sono intervenuti, ossia l’interpretazione del finale del Pescatore di De Andrè. La lettura corretta della canzone è proprio quella proposta da Sofri, ossia una condanna – su cui, beninteso, si può non concordare – della delazione. Se questa può apparire vaga e sfumata nel Pescatore, assume maggiore nettezza in un’altra canzone del cantautore genovese. Nel Testamento di Tito De Andrè riscrive criticamente i dieci comandamenti biblici, ivi compreso quello che invita a non fornire falsa testimonianza. Tito, sulla croce, ricorda le proprie menzogne (“Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore”) opponendole con orgoglio al precetto (“Non dire falsa testimonianza e aiutali a uccidere un uomo”).
Chiaramente si tratta della suggestione di un artista, da sola insufficiente a chiudere la questione (si farebbe un torto allo stesso De Andrè), e andrebbe fatta ben altra disamina sulla differenza fra delazione e assunzione piena delle proprie responsabilità, con conseguenti chiamate di correità. Bene hanno fatto Milani, Dendena e gli altri a ricordare che senza il contributo dei collaboratori di giustizia non si sarebbe arrivati a certi risultati su Piazza Fontana (per quanto incompleti, ma questa è un’altra faccenda) né, aggiungo io, ad istruire il processo attualmente in corso per Piazza della Loggia. E’ però altrettanto opportuno ricordare che non è casuale se certe collaborazioni sono emerse a tanti anni dai fatti, iscrivendosi in un panorama complessivo di indagini su cui gravano omissioni, reticenze e depistaggi non occasionali ma fortemente voluti da apparati dello Stato. Per Piazza Fontana i “pentiti” hanno confermato che la pista che già i magistrati Stiz e Calogero stavano seguendo, senza poterla percorrere fino in fondo, era quella giusta. Ma è pure vero che i collaboratori di giustizia non sempre si sono dimostrati limpidi nelle proprie dichiarazioni, come proprio il caso Sofri può dolorosamente dimostrare, quasi specularmente rispetto agli altri casi citati.
Infine, sul caso Pinelli ritengo che il dissertare se vada o meno inserito fra le vittime del terrorismo sia utile solo se non ci si ferma ad elementi che potremmo definire “semantica del diritto”. E’ pacifico che, seguendo rigidi schematismi, la morte del ferroviere anarchico non può essere annoverata nell’elenco. Più utile sarebbe però discutere del caso Pinelli iscrivendolo nel disegno (da tempo ormai accertato e che procedette per lungo tempo dopo la sua morte) che voleva indirizzare le indagini su Piazza Fontana verso la pista anarchica. Molte cose a quel punto potrebbero essere più chiare. E il nome di Pinelli, se non nell’elenco delle vittime del terrorismo, potrebbe essere annoverato in quello delle molte vittime collaterali di quella stagione. Un elenco che esiste, ed è non solo lungo e doloroso, ma rappresenta pure un altro ostacolo che impedisce una vera chiusura di quegli anni e la costruzione di una memoria condivisa, vanificando ancora oggi quella che potremmo chiamare una “soluzione sudafricana”.
Francesco “baro” Barilli
Una premessa: conosco direttamente due dei quattro firmatari della lettera del 12 febbraio (Milani e Dendena). Ho raccolto in altre occasioni i loro racconti sulle stragi che ne hanno segnato le vite, ci uniscono amicizia e stima sincere e reciproche. Sofri lo conosco indirettamente: con lui ho in comune la passione civile per il caso Pinelli, che recentemente è stato centrale in nostri diversi e distinti lavori. Con questa premessa non voglio accreditarmi come paciere nella discussione (cadrei nel ridicolo) né vantare chissà quale autorevolezza in una materia complessa e delicata. Più semplicemente, intendo presentarmi come un osservatore esterno, che forse proprio per questo può avere il necessario distacco, ma pure come persona che nutre profondo rispetto per tutte le persone coinvolte nella discussione, al di là delle diverse posizioni.
La mia analisi comincia da un fatto apparentemente marginale, ma su cui tutti gli interessati sono intervenuti, ossia l’interpretazione del finale del Pescatore di De Andrè. La lettura corretta della canzone è proprio quella proposta da Sofri, ossia una condanna – su cui, beninteso, si può non concordare – della delazione. Se questa può apparire vaga e sfumata nel Pescatore, assume maggiore nettezza in un’altra canzone del cantautore genovese. Nel Testamento di Tito De Andrè riscrive criticamente i dieci comandamenti biblici, ivi compreso quello che invita a non fornire falsa testimonianza. Tito, sulla croce, ricorda le proprie menzogne (“Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore”) opponendole con orgoglio al precetto (“Non dire falsa testimonianza e aiutali a uccidere un uomo”).
Chiaramente si tratta della suggestione di un artista, da sola insufficiente a chiudere la questione (si farebbe un torto allo stesso De Andrè), e andrebbe fatta ben altra disamina sulla differenza fra delazione e assunzione piena delle proprie responsabilità, con conseguenti chiamate di correità. Bene hanno fatto Milani, Dendena e gli altri a ricordare che senza il contributo dei collaboratori di giustizia non si sarebbe arrivati a certi risultati su Piazza Fontana (per quanto incompleti, ma questa è un’altra faccenda) né, aggiungo io, ad istruire il processo attualmente in corso per Piazza della Loggia. E’ però altrettanto opportuno ricordare che non è casuale se certe collaborazioni sono emerse a tanti anni dai fatti, iscrivendosi in un panorama complessivo di indagini su cui gravano omissioni, reticenze e depistaggi non occasionali ma fortemente voluti da apparati dello Stato. Per Piazza Fontana i “pentiti” hanno confermato che la pista che già i magistrati Stiz e Calogero stavano seguendo, senza poterla percorrere fino in fondo, era quella giusta. Ma è pure vero che i collaboratori di giustizia non sempre si sono dimostrati limpidi nelle proprie dichiarazioni, come proprio il caso Sofri può dolorosamente dimostrare, quasi specularmente rispetto agli altri casi citati.
Infine, sul caso Pinelli ritengo che il dissertare se vada o meno inserito fra le vittime del terrorismo sia utile solo se non ci si ferma ad elementi che potremmo definire “semantica del diritto”. E’ pacifico che, seguendo rigidi schematismi, la morte del ferroviere anarchico non può essere annoverata nell’elenco. Più utile sarebbe però discutere del caso Pinelli iscrivendolo nel disegno (da tempo ormai accertato e che procedette per lungo tempo dopo la sua morte) che voleva indirizzare le indagini su Piazza Fontana verso la pista anarchica. Molte cose a quel punto potrebbero essere più chiare. E il nome di Pinelli, se non nell’elenco delle vittime del terrorismo, potrebbe essere annoverato in quello delle molte vittime collaterali di quella stagione. Un elenco che esiste, ed è non solo lungo e doloroso, ma rappresenta pure un altro ostacolo che impedisce una vera chiusura di quegli anni e la costruzione di una memoria condivisa, vanificando ancora oggi quella che potremmo chiamare una “soluzione sudafricana”.
Francesco “baro” Barilli
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martedì 6 gennaio 2009
Ricordando Faber
Sono già passati 10 anni… Un male terribile lo aveva colpito verso la
fine dell’estate del 1998, facendogli sospendere gli ultimi concerti
programmati, e l’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De Andrè.
Non è retorica affermare che le sue canzoni si distinguono ancora per il loro essere vive e attuali, inquiete metafore che hanno attraversato generazioni dagli anni 60 ad oggi, anche grazie ad un mirabile esempio di ricerca linguistica e musicale che rende la sua produzione variegata e al tempo stesso sempre di altissimo livello. Nuova e coraggiosa per i tempi fu la scelta di cimentarsi in “concept album” (dischi in cui i brani ruotano attorno ad una tematica univoca, sviluppandola coerentemente). Un’opzione all’epoca molto in voga per i generi progressive e psichedelico, ma non certo tipica nel panorama dei cantautori italiani: De Andrè lo fece almeno due volte, con La Buona Novella e con Non al denaro, non all'amore nè al cielo, ma pure Storia di un impiegato può essere considerato un concept. Altra caratteristica fu la capacità di elaborare testi altrui, arrivando ad opere ugualmente originali e distinte dalle proprie matrici. Lo fece con L’antologia di Spoon River e con i Vangeli apocrifi, per i due album citati precedentemente, e pure con alcune ballate di Bob Dylan o di Brassens, fino a Smisurata Preghiera, ispirata alle liriche di Alvaro Mutis. Da citare anche la sua riscoperta del dialetto genovese, unito a sonorità complesse e ricercate, che da Creuza de mà in poi caratterizzò i suoi ultimi lavori.
Sicuramente aveva una gran bella voce, calda e profonda, ma l’attualità delle sue opere non è da cercarsi solo nel fascino dell’interpretazione. Le sue canzoni parlavano di prostitute (da Bocca di Rosa – per quanto il termine risulti improprio per l’esuberante protagonista che non sa resistere alle tentazioni dell’amore – a Princesa), di amori tormentati (Giugno 73, Verranno a chiederti del nostro amore), di eroi piccoli, quotidiani, spesso sfortunati (La guerra di Piero, Il testamento di Tito) ed erano sempre ricche di frecciate verso la borghesia ipocrita, in una perenne denuncia delle ingiustizie del mondo che gli apparivano insostenibili, e verso "la maggioranza", che detestò sempre. E’ significativo che l’ultima canzone del suo ultimo album in studio (la già citata Smisurata Preghiera, tratta dallo splendido Anime Salve) recitasse: "Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità … Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".
Suicidi, carcerati, sconfitti: questi erano i suoi eroi. Uomini e donne sempre e comunque veri, non privi di difetti. Ma non si pensi che in De Andrè questo essere vicino al "diverso" fosse frutto della snobistica inclinazione dell’intellettuale. Era nato ricco, ma fin da ragazzo aveva fatto la sua scelta: la sua era la Genova dei bordelli, degli artisti, dei perdenti. E dei poeti-cantautori. La frattura che volle creare con le sue "alte" origini familiari era più di un vezzo adolescenziale: era una presa di distanza esistenziale, prima che politica. Con la sua vicinanza agli sconfitti riusciva a non esprimere semplicemente l’affinità dell’intellettuale eccentrico, che alla fine non gratifica che se stesso, ma soprattutto la restituzione della dignità a quei soggetti. E alla fine quell’umanità perdente (che a molti provoca rabbia, paura, o nella migliore delle ipotesi pietà) riusciva a muoverci verso un sentimento più nobile e difficile: l’affinità umana.
"Ci vuole troppo tempo per trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l’ha imposta: l’anarchia non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma; è uno stato d’animo, una categoria dello spirito". Ci sono poche frasi che possono definire più compiutamente chi era Fabrizio De Andrè. Perché per lui la rivolta degli ultimi anni 60 e dei primi 70 prescindeva da ideologie precostituite: era la rivolta più definitiva, anche se meno palese, dell’arte, della poesia e dell’indipendenza intellettuale, che lui viveva con la convinzione che potessero demolire la montagna di ipocrisia e ingiustizie che seppellisce il mondo.
La sua distanza da rigidi schematismi ideologici non fu mai figlia della volontà di non inquadrarsi. Al contrario, in un’intervista televisiva recentemente ripresa nel dvd “Sulla mia cattiva strada”, diretto da Teresa Marchesi, rivendicava con forza il suo essersi sempre schierato e le sue radici libertarie. Anche gli anarchici, con il rigore e la correttezza intellettuale che li caratterizza, hanno sempre evitato di apporre un’etichetta su Faber, ricordandone la reciproca simpatia e vicinanza ideale, l’afflato libertario. Perchè la sua adesione all’anarchia, per quanto non propriamente organica al movimento, era al tempo stesso tutt’altro che superficiale o esterna: era un modo di vivere e di pensare, radicato nel suo essere. Recentemente i compagni anarchici lo hanno ricordato con un bel cd, Ed avevamo gli occhi troppo belli, contenente alcuni “parlati” durante i concerti e un prezioso libretto a cura della redazione della rivista “A”.
Molti e variegati sono gli omaggi che gli sono stati o gli saranno dedicati in questo periodo. Oltre a quelli già menzionati, ricordiamo la mostra al Palazzo Ducale di Genova (organizzata da Comune di Genova, Fondazione per la Cultura e Fondazione Fabrizio De André) e il volume a fumetti di Sergio Algozzino (Ballata per Fabrizio De Andrè, editore Beccogiallo). Ma forse l’omaggio più appropriato è continuare ad ascoltare, semplicemente e fino in fondo, le sue canzoni, cercando di trasformare il mondo in un posto migliore.
Francesco “Baro” Barilli
Non è retorica affermare che le sue canzoni si distinguono ancora per il loro essere vive e attuali, inquiete metafore che hanno attraversato generazioni dagli anni 60 ad oggi, anche grazie ad un mirabile esempio di ricerca linguistica e musicale che rende la sua produzione variegata e al tempo stesso sempre di altissimo livello. Nuova e coraggiosa per i tempi fu la scelta di cimentarsi in “concept album” (dischi in cui i brani ruotano attorno ad una tematica univoca, sviluppandola coerentemente). Un’opzione all’epoca molto in voga per i generi progressive e psichedelico, ma non certo tipica nel panorama dei cantautori italiani: De Andrè lo fece almeno due volte, con La Buona Novella e con Non al denaro, non all'amore nè al cielo, ma pure Storia di un impiegato può essere considerato un concept. Altra caratteristica fu la capacità di elaborare testi altrui, arrivando ad opere ugualmente originali e distinte dalle proprie matrici. Lo fece con L’antologia di Spoon River e con i Vangeli apocrifi, per i due album citati precedentemente, e pure con alcune ballate di Bob Dylan o di Brassens, fino a Smisurata Preghiera, ispirata alle liriche di Alvaro Mutis. Da citare anche la sua riscoperta del dialetto genovese, unito a sonorità complesse e ricercate, che da Creuza de mà in poi caratterizzò i suoi ultimi lavori.
Sicuramente aveva una gran bella voce, calda e profonda, ma l’attualità delle sue opere non è da cercarsi solo nel fascino dell’interpretazione. Le sue canzoni parlavano di prostitute (da Bocca di Rosa – per quanto il termine risulti improprio per l’esuberante protagonista che non sa resistere alle tentazioni dell’amore – a Princesa), di amori tormentati (Giugno 73, Verranno a chiederti del nostro amore), di eroi piccoli, quotidiani, spesso sfortunati (La guerra di Piero, Il testamento di Tito) ed erano sempre ricche di frecciate verso la borghesia ipocrita, in una perenne denuncia delle ingiustizie del mondo che gli apparivano insostenibili, e verso "la maggioranza", che detestò sempre. E’ significativo che l’ultima canzone del suo ultimo album in studio (la già citata Smisurata Preghiera, tratta dallo splendido Anime Salve) recitasse: "Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità … Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".
Suicidi, carcerati, sconfitti: questi erano i suoi eroi. Uomini e donne sempre e comunque veri, non privi di difetti. Ma non si pensi che in De Andrè questo essere vicino al "diverso" fosse frutto della snobistica inclinazione dell’intellettuale. Era nato ricco, ma fin da ragazzo aveva fatto la sua scelta: la sua era la Genova dei bordelli, degli artisti, dei perdenti. E dei poeti-cantautori. La frattura che volle creare con le sue "alte" origini familiari era più di un vezzo adolescenziale: era una presa di distanza esistenziale, prima che politica. Con la sua vicinanza agli sconfitti riusciva a non esprimere semplicemente l’affinità dell’intellettuale eccentrico, che alla fine non gratifica che se stesso, ma soprattutto la restituzione della dignità a quei soggetti. E alla fine quell’umanità perdente (che a molti provoca rabbia, paura, o nella migliore delle ipotesi pietà) riusciva a muoverci verso un sentimento più nobile e difficile: l’affinità umana.
"Ci vuole troppo tempo per trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l’ha imposta: l’anarchia non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma; è uno stato d’animo, una categoria dello spirito". Ci sono poche frasi che possono definire più compiutamente chi era Fabrizio De Andrè. Perché per lui la rivolta degli ultimi anni 60 e dei primi 70 prescindeva da ideologie precostituite: era la rivolta più definitiva, anche se meno palese, dell’arte, della poesia e dell’indipendenza intellettuale, che lui viveva con la convinzione che potessero demolire la montagna di ipocrisia e ingiustizie che seppellisce il mondo.
La sua distanza da rigidi schematismi ideologici non fu mai figlia della volontà di non inquadrarsi. Al contrario, in un’intervista televisiva recentemente ripresa nel dvd “Sulla mia cattiva strada”, diretto da Teresa Marchesi, rivendicava con forza il suo essersi sempre schierato e le sue radici libertarie. Anche gli anarchici, con il rigore e la correttezza intellettuale che li caratterizza, hanno sempre evitato di apporre un’etichetta su Faber, ricordandone la reciproca simpatia e vicinanza ideale, l’afflato libertario. Perchè la sua adesione all’anarchia, per quanto non propriamente organica al movimento, era al tempo stesso tutt’altro che superficiale o esterna: era un modo di vivere e di pensare, radicato nel suo essere. Recentemente i compagni anarchici lo hanno ricordato con un bel cd, Ed avevamo gli occhi troppo belli, contenente alcuni “parlati” durante i concerti e un prezioso libretto a cura della redazione della rivista “A”.
Molti e variegati sono gli omaggi che gli sono stati o gli saranno dedicati in questo periodo. Oltre a quelli già menzionati, ricordiamo la mostra al Palazzo Ducale di Genova (organizzata da Comune di Genova, Fondazione per la Cultura e Fondazione Fabrizio De André) e il volume a fumetti di Sergio Algozzino (Ballata per Fabrizio De Andrè, editore Beccogiallo). Ma forse l’omaggio più appropriato è continuare ad ascoltare, semplicemente e fino in fondo, le sue canzoni, cercando di trasformare il mondo in un posto migliore.
Francesco “Baro” Barilli
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