Visualizzazione post con etichetta fausto e iaio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fausto e iaio. Mostra tutti i post

giovedì 21 marzo 2013

2 per 3 (due parole su 3 canzoni di “mala testa”, di Alessio Lega)

Da pochi giorni ho in mano (e nello stereo…) “mala testa”, il più recente cd di Alessio Lega.
Questo commento avrei voluto scriverlo meglio. Ma ci sono cose che diventano (o “si sentono”) urgenti da dire; talmente urgenti che scriverle di getto è l’unico modo di fissarle, di dare loro forma, anche a costo del possibile successivo rammarico da “potevo scrivere di più; potevo scriverlo meglio”. Tre canzoni di “mala testa” sono, per me, tre di queste urgenze: sono contento di scriverne ora, senza pensarci troppo, senza aspettare che anche sulle altre (pure bellissime!!! E una menzione, intanto, va a “Spartaco” e all’intima “i baci”) maturi il tempo per un giudizio completo. L’unico “ordine” che darò a questo pezzo è quello in cui i tre brani compaiono sul cd.

Frizullo
Nato nel 1952 e morto nel 2003, Dino Frisullo è stato militante della sinistra alternativa (cominciando con Avanguardia operaia) e poi attivista nel campo dei diritti umani e della solidarietà, in particolare nelle lotte degli immigrati. E’ stato anche molte altre cose, fra cui “giornalista militante”, collaborando con Manifesto e Liberazione.
In rete ho trovato questo breve commento, molto calzante, in sua memoria: “Compagni come Dino Frisullo, forse verranno ricordati diversamente quando saremo in un Paese diverso, quando vivremo in un contesto in cui saremo capaci di vergognarci del nostro egoismo, del nostro razzismo diffuso, dell’ignoranza che ha accompagnato le nostre vite”.
Quel commento è anche un monito, assai amaro, verso lo stato in cui versa la memoria in questo Paese, dove un tronista è più ricordato (e, ciò che più conta, seguito e ascoltato…) di un uomo come Frisullo…
E’ quindi particolarmente azzeccata, per vari motivi, l’idea di Alessio di ricordarlo in questo suo lavoro, dove la splendida “Frizullo” è il brano di apertura.
Non aggiungo altro: lascio a voi ascoltare la canzone. E chiudo con questi versi, che mi fanno venire i brividi ad ogni ascolto e che spiega pure perché il cognome viene affettuosamente “storpiato” (con la Z):
Dino Frisullo era dietro tutti i migranti, sempre presente
fu arrestato in Turchia e condannato, innocente
ma di quell’innocenza aggressiva, che non è una consolazione
e quando fu liberato tornò in trincea con quel nome…
Che perciò i kurdi se lo scrivevano sul fianco d’ogni barcone
“Frizullo”, “Firosillo”, insomma: grande protezione
e mentre un tumore se lo portava in un lampo
aveva l’aria scocciata come per un contrattempo.


Matteotti
Siamo nel 1937: Matteotti è stato ucciso il 10 giugno 1924, 13 anni prima. Pochi si ricordano di lui, il fascismo ha vinto. Ha vinto culturalmente e “antropologicamente” prima che politicamente: ha stabilito la propria supremazia nel corpo della società, “nella pancia” degli italiani…
Se ci pensate, non è una situazione molto diversa dall’attuale. Il fascismo, secondo commentatori che non voglio commentare, “avrebbe fatto anche cose buone” e – semmai – la sua degenerazione sarebbe partita solo dalle leggi razziali in poi… L’opera mediatica di revisione del fascismo più che a revisionismo storico assomiglia all’imbiancatura di una facciata, sotto cui si intendono celare le magagne di un edificio: il fascismo non sarebbe stato una dittatura spietata ed assassina; non avrebbe sistematicamente seminato orrore e morte per conquistare e mantenere il potere per vent’anni; non avrebbe praticato assassini di massa con le guerre coloniali e assassini politici (Matteotti e non solo…); non avrebbe spinto il Paese nella tragedia del secondo conflitto mondiale…
Ho molto apprezzato la scelta di Alessio: parla di Giacomo Matteotti senza farlo apparire. Racconta di un padre che, nel 37, darà a suo figlio il nome Giacomo: un modo intelligente e poetico per tornare a parlare di Matteotti in quel 1937. Credo sia davvero ora di farlo pure oggi, e che dovremo farlo ancora spesso, in futuro. Tutto questo perché (chiudo con le belle parole di Alessio)…
… Così io quando chiamerò mio figlio a voce alta
ricorderò che c’era, che ci sarà ogni volta
qualcuno che con gli occhi fissi nel buio triste
guarda la morte in faccia, la guarda e le resiste.


La piazza la loggia la gru
Fra il 15 e il 16 novembre 2010 a Brescia giunsero a conclusione, o almeno a uno snodo cruciale, due vicende diverse fra loro. In quell’autunno da alcune settimane 6 operai (due pakistani, un marocchino, un egiziano, un senegalese e un indiano) erano saliti sulla gru di uno dei cantieri della metro di Brescia, in piazza Cesare Battisti. Stavano lottando non solo per se stessi, ma per le migliaia di migranti a rischio di espulsione per la “sanatoria negata”. Stavano lottando per i loro diritti (e, in fondo, anche per i nostri: quando si combatte per i diritti, si dovrebbe sempre ricordarlo, lo si fa “per i diritti di tutti”…).
Vinti dalle condizioni di vita proibitive sulla gru, gli operai scesero mano a mano al suolo. Gli ultimi che ancora resistevano lo fecero il 15 novembre. Il 16, la corte d’Assise bresciana emise il verdetto di primo grado sulla strage di Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974 durante una manifestazione indetta in risposta a episodi di violenza neofascista. Gli imputati furono tutti assolti (sentenza ratificata in appello il 14 aprile 2012; attualmente siamo in attesa del giudizio in Cassazione): l’ennesimo sfregio per le 8 vittime di Piazza della Loggia, simile a una vergognosa pietra tombale.
Due storie distanti, per tematiche e contesto temporale. Sembrerebbero avere come solo comune denominatore la città in cui sono avvenute…
Eppure tracciare un parallelo non era impossibile. La più recente è una storia piccola e attuale, sospesa a 35 metri dal suolo, dal resto di un’Italia che preferirebbe non vederla. La più antica è appesa a un passato di quasi 39 anni fa (36 nel 2010). Ma anche questa sembra sospesa a tanti metri di altezza, lontana dagli occhi e dal cuore del Paese.
Nei ringraziamenti in coda a “Piazza della Loggia vol 1. Non è di maggio” io e Matteo Fenoglio citavamo proprio Alessio: “Per la sua amicizia e per la sua canzone, in cui ha saldato, come abbiamo cercato di fare noi, la vicenda dei sei migranti e la strage di Brescia, creando un ponte ideale fra vicende lontane nel tempo ma solo apparentemente lontane nel contenuto, ed entrambe molto attuali…”
Pochi giorni fa, presentando un’iniziativa nel trentacinquesimo anniversario dell’omicidio di Fausto e Iaio, citavo un aneddoto che riporto ora. Il 28 maggio 2011 ero in Piazza Loggia, nella ricorrenza. Mi colpì uno striscione: non ne ricordo con esattezza le parole, lo cito a braccio: “i lavoratori migranti sono vicini ai familiari delle vittime della strage di Brescia”. Pensai, allora, che molti italiani non avrebbero saputo/voluto vedere il filo che univa le vicende; mentre persone che a buon diritto potrebbero non avere una grande conoscenza della storia d’Italia riuscivano istintivamente a farlo… E trovai un nuovo, piccolo motivo di soddisfazione nella scelta che avevo fatto con Matteo, di raccontare entrambe quelle storie. Oggi è bello pensare che con due “modi artistici” diversi (il fumetto e la canzone) noi e Alessio abbiamo voluto testimoniare quel filo che unisce le vicende.
Posso solo aggiungere che la seconda parte della lunga canzone, in cui le 8 vittime di piazza Loggia “salgono virtualmente” sulla gru, a prendere il posto dei 6 migranti e raccontano la propria storia, è particolarmente toccante.

***

Chiudo col complimento più imbarazzato (e imbarazzante). Perché Alessio è un amico e un compagno con cui ho già condiviso molte iniziative. Ma, lo sapete, Matteo Fenoglio (autore della cover, degli interni, dell’intero progetto grafico di “mala testa”) è persino di più. E’ l’amico con cui ho lavorato e sto lavorando su Piazza Fontana e Piazza della Loggia, e con cui lavorerò in futuro su… Su qualcosa che è proprio nel cd di Ale (non dico di più e non trattenete il respiro nell’attesa: parlo di un progetto che vedrà la luce fra 3-4 anni). Dunque i complimenti a Matteo possono sembrare “di maniera” (chi mi conosce sa che non è così), ma devo farglieli: ha fatto un lavoro mostruoso, e “mala testa”, oltre che un gran disco, è un gran “bell’oggetto”, da ammirare mentre se ne si tiene in mano la custodia e lui, dallo stereo, diffonde le sue emozioni.

Francesco “baro” Barilli


mercoledì 14 marzo 2012

Lettera aperta a Paolo Persichetti: “legittimo criticarlo, ma Giannuli non è un cialtrone”

[NOTA IMPORTANTE: Paolo, solo DOPO aver scritto questa lettera stasera sul mio blog ho visto che oggi su Facebook hai già anticipato – sensatamente – alcune mie obiezioni. Quindi leggi questa mia sapendo che è PRECEDENTE a quel tuo commento]

Caro Paolo,

come ti ho accennato via Facebook non condivido il tuo articolo “Miseria della storia: quel cialtrone di Aldo Giannuli”, nel merito e neppure nel tono. Questa lettera, te lo dico subito, sarà piuttosto lunga; conterrà anche elementi ridondanti, ma che ho ritenuto d’inserire perché l’argomento è di interesse comune, e non credo che tutti quelli che la leggeranno siano a conoscenza di certi dettagli.
Innanzitutto gioco a carte scoperte: sì, conosco Aldo. Mi girò il suo contatto Franca Dendena (storica presidente dell’associazione familiari vittime di Piazza Fontana, purtroppo scomparsa il 6 ottobre 2010) quando stavo scrivendo il fumetto su Piazza Fontana (era il gennaio 2009 o giù di lì); proprio Giannuli firmò poi la prefazione a quel lavoro. In seguito siamo rimasti in contatto, seppure saltuariamente: sto lavorando su un nuovo fumetto su Piazza della Loggia (e più in generale sul “quinquennio nero” 69/74) che nel primo volume conterrà anche un’intervista a Giannuli. Però i contatti fra me e Aldo sono limitati a quanto mi interessa del periodo 69/74: non ho mai parlato con lui di BR o “caso Moro”, e il libro su cui tu ti soffermi, “Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro”, per ora l’ho letto solo per la prima parte (m’interessava nell’ottica: rapporti fra “noto servizio” e strage di Piazza Loggia), mentre non ho approfondito la sezione sulle BR. Ho letto “le 18 domande” che Giannuli scrive in coda al suo libro per poter capire quanto hai scritto e risponderti.
Dunque non ti nascondo nulla della mia conoscenza con Giannuli: è né più né meno di quella che ho descritto; non è l’elemento che mi spinge a scriverti; e neppure rispondo “per conto terzi”: Giannuli se vorrà ti risponderà, non è affar mio.

Ti ho detto prima che non condivido il tuo pezzo (né le risposte formulate dal dott. Clementi alle 18 domande alle BR; su queste tornerò più avanti) nel merito e nel tono. Parto dal secondo aspetto, forse il meno importante.
Te l’ho già accennato personalmente: ho letto altri tuoi scritti e li ho apprezzati sinceramente (e circa l’argomento “torture ai militanti BR”, se vorrai ne parleremo in altra sede e in altro momento). Proprio questo apprezzamento nei tuoi confronti ha generato la sorpresa per il veleno che hai riversato su Giannuli (altro compagno che stimo) e per il modo “obliquo” con cui l’hai fatto… Scrivi: “Quali meriti scientifici o titoli di altra natura gli abbiano garantito una così ampia fiducia e una così lunga cooptazione negli ambienti giudiziari e nelle commissioni parlamentari non è di dominio pubblico”; anche in altri passaggi metti in discussione professionalità o capacità o onestà intellettuale di Giannuli (“parassita concettuale” lo definisci). M’accorgo che potevo dilungarmi meno: l’epiteto di “cialtrone” che gli affibbi nel titolo era più che sufficiente per descrivere il veleno nei suoi confronti; veleno che, per quanto l’ho conosciuto io, sarebbe meglio destinato ad altri bersagli.
Poi metti in contrapposizione “il cialtrone Giannuli” con il prof. Clementi, che al contrario è “autore tra l’altro di due importanti volumi sulla storia delle Brigate rosse: La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli e Storia delle Brigate rosse, Odradek, sa quel che scrive … a differenza di Giannuli, fa lo storico con passione e onestà fino in fondo”.
Te lo dico subito: non conosco Clementi e i due suoi libri che hai citato. Anzi, ti ringrazio (senza ironia) della segnalazione: vedrò di recuperarli e sono certo che li troverò interessanti (di nuovo: senza ironia).
Il giudizio che dò, quindi, NON è su professionalità o capacità o onestà intellettuale di Clementi, ma solo sulle risposte che lui dà alle “famigerate” 18 domande. Il punto è che, così come apoditticamente fai cadere il tuo anatema su Giannuli, specularmente fai con l’elogio di Clementi. Il lettore si deve accontentare del tuo giudizio. Il primo è un cialtrone (“a prescindere” direbbe Totò) il secondo è uomo d’onore (direbbe Shakespeare).
Concludo (sul punto) dicendo che personalmente ho trovato in Aldo una persona competente, disponibile e appassionata; anche se il mio giudizio positivo è riferito allo “stragismo nero”: è l’aspetto che più m’interessa per le mie ricerche attuali ed il solo su cui ho scambiato opinioni con lui.

Ma veniamo “al merito”: ti confesso una cosa che, credo, apprezzerai. Anche a mio avviso alcune (ripeto: alcune) delle 18 domande di Aldo sono criticabili. Ma alcune risposte di Clementi sono semplicemente delle “non-risposte”.

Di seguito, alcuni stralci (per i lettori: la versione completa delle risposte di Clementi è qui)

*******

Domanda n. 4 di Giannuli:
Come mai le Br pensarono immediatamente che Fausto Tinelli e Iaio Iannucci erano stati uccisi dai “sicari del regime”?

Risposta n. 4 di Clementi:
La quarta domanda riguarda i compagni Fausto e Iaio. Che le BR non conoscevano, tanto che chiamano Iaio con il suo nome di battesimo, Lorenzo. Perché pensano che siano stati uccisi dai “sicari di regime”? Intanto quel duplice omicidio fu rivendicato dai NAR in diverse città. Inoltre, si tratta di un’espressione propagandistica forte, legata alla situazione politica del momento (le BR hanno in mano Moro). Le BR possono aver pensato a una intimidazione trasversale, o semplicemente, era difficile credere che Fausto e Iaio fossero stati uccisi da compagni del movimento, da anarchici o da rapinatori. Per le BR si trattava di un omicidio politico eseguito dai fascisti. Dopo piazza Fontana, che hanno sempre definito strage di Stato, a loro dire la mano fascista che uccide è parte del regime che stanno combattendo.

Domanda n. 5 di Giannuli:
Come mai le Br non abbandonarono il covo di Montenevoso dopo l’omicidio del dirimpettaio Tinelli e dopo lo smarrimento del borsello di Azzolini, che non rendevano più il covo sicuro?

Risposta n. 5 di Clementi:
La quinta domanda, secondo Giannuli, è strettamente collegata alla precedente. Come detto, le BR non conoscevano né Fausto, né Iaio. Non sapevano dove abitassero e, inoltre, Fausto Tinelli non era “dirimpettaio” della base milanese di Via Monte Nevoso. Abitava al numero 9. La base era al numero 8. Le BR non avevano motivo di credere che con un mazzo di chiavi si potesse risalire alla base. Per questo non la lasciarono. Non era, poi, una base “viva”, ma fu usata allo scopo di scrivere i documenti del dopo Moro. In quel lasso di tempo venne scoperta.


*******

Ho accorpato due domande perché il lettore avesse davanti il quadro complessivo, ma la questione va sezionata in più punti.
Per due volte Clementi sottolinea che le BR non conoscevano Fausto e Iaio. Questo è fuori dubbio; e ad onor del vero mi sembra non fosse intenzione di Giannuli insinuare come ipotesi “viscida” una “strana conoscenza” fra le BR e Tinelli prima dell’uccisione di quest’ultimo.
Ma dire che i brigatisti “Non sapevano dove abitassero (ndr: i due ragazzi)” mi sembra inverosimile (DOPO l’omicidio e limitatamente a Tinelli). Sicuramente PRIMA dell’omicidio i due ragazzi erano, per i brigatisti di Via Montenevoso, due sconosciuti. DOPO, mi sembra impossibile pensare che (anche solo per il naturale tam tam di commenti che sull’episodio si sarà da subito creato nel quartiere) i brigatisti di quella base non abbiano saputo che Fausto era un loro “vicino di casa” (sul “dirimpettaio” mi soffermerò oltre). Altrettanto strano è che i militanti dell’appartamento milanese non si siano detti qualcosa tipo “hanno ammazzato 2 ragazzi di sinistra. Uno di questi abitava proprio nella nostra via… Forse vogliono farci capire che sanno dove ci troviamo…”. Infatti Clementi stesso dice “le Br possono aver pensato a una intimidazione trasversale”. Questo mi sembra ragionevole, e non è un elemento su cui glissare. Mettendomi nei panni dei militanti BR è proprio questo che anch’io avrei pensato; e “l’omaggio” che i brigatisti inseriscono in un loro comunicato ai compagni Fausto e Iaio alimenta l’ipotesi…
Insomma, il punto non è adombrare una precedente conoscenza tra Fausto Tinelli e le BR (ripeto: sono certo non fosse intenzione di Aldo), ma valutare se e in che misura quell’omicidio fosse teso a “dare un segnale” alle BR; e se e in che misura  le BR lo abbiano interpretato in questo senso.

Un discorso a parte è su “Fausto Tinelli non era “dirimpettaio” della base milanese di Via Monte Nevoso. Abitava al numero 9. La base era al numero 8”.
Cosa intende Clementi? Che Fausto NON abitava esattamente davanti all’appartamento delle BR? Io non sono stato in Via Montenevoso, ma, per quanto può interessare, a togliere ogni dubbio sul fatto che l’appartamento-Tinelli fosse proprio di fronte all’appartamento-BR è utile “Fausto e Iaio. La speranza muore a 18 anni” (Daniele Biacchessi; l’edizione da me consultata è Baldini e Castoldi, 1996, pagg. 56 - 60):
Pagina 56: “Una domanda mi viene spontanea (ndr: è Biacchessi che scrive e si rivolge a Bonisoli, che poi risponde). «Lei sapeva che Fausto Tinelli abitava in via Montenevoso 9, al primo piano, esattamente davanti alle tre finestre dell’appartamento-covo delle Brigate rosse?». … «Proprio non lo sapevo. Noi facevamo una vota ritirata …».”
Pagina 60: “(ndr: è sempre Biacchessi a scrivere) Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9, al primo piano. Proprio davanti al balcone dell’appartamento dei brigatisti.”

Intendiamoci: non è che la cosa sia d’importanza fondamentale, ma sembra assodato che l’abitazione della famiglia Tinelli fosse proprio davanti alla sede brigatista. A maggior ragione sembra plausibile che i brigatisti abbiano potuto avvertire “qualcosa di strano” nell’omicidio di un ragazzo vicino alla sinistra extraparlamentare ed abitante di fronte a una loro sede: come ho detto poco sopra, che le BR non sapessero PRIMA DELL’OMICIDIO chi fosse Fausto è pacifico (è quel che dice Bonisoli a Biacchessi); che non l’abbiano saputo DOPO mi sembra inverosimile.

Mettiamola così: visto che (come dici tu, Paolo) “Clementi oltre a cercare e studiare i documenti delle e sulle Brigate rosse incontra anche gli ex militanti di questa organizzazione, parla con loro, confronta le loro versioni”, la domanda provo a riformularla io:

Prima del loro omicidio Fausto e Iaio erano, per i brigatisti di via Montenevoso, due sconosciuti. Gli stessi militanti Br vennero a sapere successivamente che uno dei due ragazzi uccisi abitava nelle loro vicinanze? Se sì, quando lo vennero a sapere? Sempre in caso affermativo: considerarono il fatto una pura coincidenza o pensarono a una intimidazione che, diretta nei loro confronti, aveva tragicamente coinvolto i due ragazzi? La citazione di Fausto e Iaio all’interno del loro comunicato era dunque solo un omaggio a due compagni uccisi dai fascisti o significava che quella “intimidazione trasversale” era stata recepita?

(Incidentalmente, preciso che su un aspetto concordo con Clementi: non c’erano dubbi sulla matrice dell’omicidio di Tinelli e Iannucci, peraltro rivendicato dai NAR. Solo chi volle inquinare le indagini provò a parlare di “regolamento di conti interno alla sinistra”, rapina, storie di droga e altre sciocchezze. Fausto e Iaio furono uccisi da “mani nere”: lo si capì da subito e a maggior ragione è giusto ribadirlo oggi, mentre ci apprestiamo a vivere l’anniversario della loro uccisione. Può sembrare superfluo, ma è invece il minimo e necessario riconoscimento ai due compagni).

*******

Domanda n. 8 di Giannuli:
Venne realizzata una sola copia dei manoscritti di Moro? In caso affermativo, perché mai, vista la delicatezza del testo in questione? In caso negativo, che fine hanno fatto le altre copie?

Risposta n. 8 di Clementi:
La mia supposizione è che non tutte le copie si trovavano a Milano. Ma gli originali finirono distrutti. Come? Si può supporre un errore.

Domanda n. 13 di Giannuli:
Quando e perché le Br decisero di distruggere gli originali di Moro?

Risposta n. 13 di Clementi:
A questa domanda ho già riposto. Suppongo che furono distrutti per errore.


*******

Qui è opportuna una digressione sul “memoriale Moro”.
(postilla per Paolo: è una delle digressioni ridondanti che faccio a uso del lettore meno informato. Perdonami quindi qualche approssimazione: sul tema si potrebbero scrivere pagine su pagine; io ne offro solo una sintesi).

Tralascio tutta la parte sullo smarrimento del borsello da parte di Azzolini (altrimenti il lettore davvero “va in balla”, anche perché esistono diverse versioni, ma risulterebbe dispersivo affrontarle) e su come/quanto questo smarrimento guidi le forze dell’ordine in via Montenevoso dove – siamo al 1° ottobre 1978 – viene ritrovata la prima parte del memoriale Moro. Parlo di prima parte perché solo nel 1990, sempre nello stesso alloggio, dietro a un pannello-intercapedine si ritrovano altre carte (oltre a un po’ di soldi e armi): c’è anche un’altra copia del memoriale, ma contiene pagine in più (rispetto al ritrovamento del 78); quindi, allo stato, possiamo ritenere che la versione completa sia quella del 90.
I documenti trovati nel 78 e quelli trovati nel 90 sono però coevi. Non sono originali, ma dattiloscritti (o dattiloscritti in fotocopia, ora non ricordo). Sta di fatto che, prima di essere arrestati, il primo ottobre 1978 i militanti di Via Montenevoso hanno TUTTO il memoriale, su cui stanno lavorando per pubblicare un opuscolo. Pure su questo concordo con Clementi (risposta alla domanda n. 12): “Non ci fu mai una decisione di non rendere pubblici gli scritti di Moro. Al contrario, in via Monte Nevoso stavano lavorando proprio per la loro pubblicazione”.

Allora, quale è il punto, andando alla sostanza (e non alla forma) delle domande di Giannuli?
1. Delle carte di Moro si trovano solo delle fotocopie (parlo del memoriale, che altro non era – sostanzialmente – se non l’insieme di risposte che il presidente della DC aveva fornito alle domande sottopostegli durante la prigionia).
2. Il memoriale viene trovato in due tempi. Prima incompleto, poi completo (o almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze dobbiamo pensare che tale sia, col secondo ritrovamento).
3. Le BR sanno, dopo il 1° ottobre, che le autorità hanno ritrovato solo una parte (o almeno dicono d’averne ritrovato solo una parte) del memoriale. Quindi in quel momento le BR dovrebbero avere in mano gli originali e dovrebbero avere convenienza a dire “lo Stato non vi dice tutto! Noi abbiamo il memoriale completo e possiamo dimostrare che lo Stato vuole nascondere qualcosa!”. Questo punto è rafforzato dal fatto che i militanti arrestati il 1° ottobre 1978 sostennero, nel processo, che quanto risultava dal verbale di sequestro non era tutto il materiale presente nella base; infatti 12 anni dopo, dietro il famoso pannello, “saltò fuori” il resto. (postilla per Paolo: l’affermazione secondo cui già nel processo a loro carico i brigatisti abbiano sostenuto l’incompletezza del ritrovamento non posso supportarla con citazioni: sono certo d’averne letto su qualche libro – forse uno di Gotor – ma in questo momento non trovo la fonte. Correggimi se ho ricordato male).

Inoltre, non me ne voglia Clementi, ma accontentarsi dell’ipotesi della distruzione “per errore” degli originali mi sembra al limite dell’ingenuità, sia per lui (nel crederlo) che per i brigatisti (nell’averlo fatto, nel caso in cui davvero i documenti siano stati distrutti per sbaglio). Peraltro, confesso che le ragioni della distruzione – ribadito che non credo nell’errore – continuano a sfuggirmi: non sto facendo il dietrologo; è sincera curiosità, assieme a un probabile mio limite nel non vederne la ragione; mi accontenterei anche di un “non possiamo spiegare il motivo”.

Anche in questo caso provo a riformulare, accorpandole, le domande in questione:

Sembra assodato che le BR non avessero mai abbandonato l’idea di rendere pubblico il cosiddetto “memoriale Moro”: un lavoro di cui si stava occupando proprio la colonna di Via Montenevoso. Conseguentemente, dopo che i media pubblicarono alcuni stralci del “memoriale” in seguito alla caduta della base milanese, appare chiaro che i brigatisti (avendo contezza del contenuto completo degli scritti di Moro) si siano accorti che i media stavano parlando solo di una parte di quei documenti. Alla luce di quanto sopra, perché l’operazione di “censura e occultamento”, che lo Stato stava effettuando verso il “testamento” del presidente della DC, non fu denunciata dalle BR (oltre che nel processo) accelerando la pubblicazione del memoriale o almeno di alcune delle parti “censurate”?
A questa domanda si potrebbe obbiettare che già durante il rapimento lo Stato aveva cercato di depotenziare gli scritti e la figura stessa di Moro (parlando di “sindrome di Stoccolma”, di parole “estorte” a Moro, o comunque non riconducibili al “vero” pensiero dell’esponente democristiano, eccetera). Ad avviso di chi scrive, però, proprio il precedente comportamento dello Stato nei “55 giorni” avrebbe reso opportuno denunciare, dopo il 1° ottobre 1978, le perduranti ambiguità dello Stato nella “vicenda Moro” (durante il rapimento e DOPO l’uccisione).
Inoltre: gli originali del memoriale furono davvero distrutti solo a fine 1978, quindi successivamente allo smantellamento di via Montenevoso? In caso AFFERMATIVO: considerando che le carte depositate nella base milanese erano ormai “in mano al nemico”, perché non si considerò strategicamente opportuno restare in possesso degli originali, anche solo per ritentarne la pubblicazione?


*******

Caro Paolo, m’accorgo d’aver messo già troppa carne al fuoco. Per cui non mi resta spazio o tempo per affrontare – se non velocemente – altre cose che tu hai affrontato: l’eccesso di dietrologia, il ruolo distinto di magistrati e storici, il “doppio stato” e altro ancora. Cose su cui, peraltro, di massima concordo con te.
Paradossalmente, ricordo d’aver letto un articolo proprio di Giannuli (se non erro dopo la sentenza di primo grado sul processo per la strage di Brescia, novembre 2010) dove Aldo diceva cose analoghe alle tue, riguardo l’indipendenza del giudizio storico (o “fattuale”) da quello della magistratura. Anch’io penso sia la storia a dover giudicare le sentenze e non viceversa. La frase può suonare strana (disse qualcosa del genere Stefania Craxi a proposito del padre; a dimostrazione che anche affermazioni assai condivisibili possono essere distorte…) ma io ci credo davvero. Penso che un limite sottile divide dietrologia e sincera curiosità, “misteri reali” e “fatti che si è voluto rendere misteriosi”. Chi, in questo Paese, ha avuto e ha tuttora interesse a intorbidire le acque ha gioco facile.
Il punto, a mio avviso, è però che un conto è analizzare la storia su tempi lunghi, un altro è farlo su tempi medio-brevi. Nel senso che in tempi medio-brevi l’assenza (o l’incompletezza) di verità giudiziarie con troppe zone d’ombra (preciso: in questo non sto parlando di BR, ma di stragismo nero, per fare un esempio) ha favorito la creazione di “leggende metropolitane”, verità di comodo, bufale che – di voce in voce – nell’opinione corrente diventano verità conclamate. In questo contesto possono proliferare strane teorie, scritte da chi si è fatto ingannare, da chi “ha voluto” farsi ingannare, da cialtroni (questi sì) che vivacchiano sui “misteri d’Italia” anche quando misteri non sono…
Però, facciamocene una ragione: il ruolo degli storici a supporto dell’azione della magistratura può essere fondamentale (se fatto con rigore e onestà intellettuale) o esiziale (se fatto per servilismo); può smontare o alimentare le bufale… Insomma, la commistione di ruoli degli storici fra “accademici tout court” e “storici consulenti delle procure” la vedo, più che come un bene o un male, come un dato di fatto difficilmente evitabile.
Sul doppio stato: ti confesso che non ho letto testi sull’argomento; neanche quelli di Aldo. Per quelle che sono le mie conoscenze (essenzialmente: libri e atti processuali su Piazza Fontana e Piazza della Loggia, audizioni scaricate on line della Commissione stragi, altri testi “sul genere” ecc.) penso si possa parafrasare Pirandello e parlare di “uno stato, nessuno stato, centomila stati”. Nel senso che lo Stato (come “macchina del potere”) è multiforme e “multifacce”. Al suo interno, ognuno ha scelto di essere fedele (per convinzione o opportunismo; seguendo “ideali” o solo convenienze del momento) alla “forma” che più gradiva. Per quanto mi riguarda, verso lo stato “macchina del potere” porto poco interesse o simpatia… Ma ora basta: tutte queste faccende meriterebbero ben altri approfondimenti.

Ti saluto con immutata stima.
Francesco “baro” Barilli

domenica 20 marzo 2011

Varia umanità, cosa bolle in pentola (n. 2) e il nucleare…

Da un mese, per i soliti casini di tempo, non aggiorno il blog. Così non sono riuscito a segnalare le iniziative programmate a Bologna nell’anniversario dell’uccisione di Francesco Lorusso. Rimedio comunicando che qui potete trovare alcuni articoli sull’argomento, e approfitto dell’occasione per ringraziare l’amico Mauro Collina, vera e propria anima organizzativa (e non solo!) delle giornate bolognesi su Lorusso.
Stesso discorso per l’anniversario milanese di Fausto e Iaio: mi cospargo il capo di cenere…

*******

C’è un’altra importante iniziativa che non sono riuscito a comunicare in tempo, ma stavolta posso rimediare: almeno virtualmente potete visitare la mostra organizzata dal laboratorio Lapsus “La strategia della tensione e le stragi impunite (1969-1984)”.

*******

Passando alle “cose che bollono in pentola” continuo a scoperchiare con attenzione il pentolone dei segreti con una nuova tavola di Manuel De Carli (qui in fondo).



*******
Segnalo, questa volta esagerando con l’anticipo, che il 10 aprile sarò ancora a Bologna, stavolta per una presentazione di “Piazza Fontana”. Il sito di chi organizza l’iniziativa è questo.

*******

In tutto questo calderone infilo anche la mia modesta riflessione sul disastro che ha colpito il Giappone e sul nucleare.
Su terremoto e tsunami c’è poco da dire: solo lo sgomento.
Sul nucleare: sono sempre stato contrario, ma la tragedia giapponese dovrebbe insegnare qualcosa. Molto più, intendo, di quanto emerga dalle pur abbondanti cronache di questi giorni.
Innanzitutto, stiamo parlando di un paese che pur essendo attentissimo all’edilizia antisismica (tanto da affrontare con relativa tranquillità scosse che porterebbero la distruzione in altre nazioni) di fronte al pericolo nucleare può solo sperare, pregare e tirare secchiate d’acqua sui reattori di Fukushima.
Sia chiaro: questa NON è una critica al Giappone. Al contrario, quello che ci insegna la vicenda è che l’energia nucleare non è controllabile, almeno col bagaglio di tecniche e conoscenze attualmente a disposizione. Un nucleare sicuro, allo stato, è impossibile.
Mi si potrebbe obbiettare che, analogamente, non è neppure possibile costruire un viadotto, un ponte, un condominio che siano “sicuri al cento per cento”. Possiamo ragionevolmente pensare di alzare gli standard qualitativi, di realizzare edifici o infrastrutture in grado di resistere a sollecitazioni X maggiori di Y, ma la natura non rispetta i nostri standard, per cui la sollecitazione “X+1” sarà sempre possibile, e potrà sempre distruggere la nostra opera e le nostre certezze.
Tutto vero. Ma la distruzione di un ponte (o di un viadotto, un edificio eccetera) è un evento che, per quanto tragico, si chiude in se stesso. Un incidente nucleare, al contrario, non si chiude in se stesso”, non è circoscritto nel tempo o nello spazio, non si limita alle conseguenze dirette delle radiazioni sugli esseri umani…
Per farla breve, a costo di essere brutale: il pianeta in Giappone ha scoreggiato, e a chi si è lamentato ha risposto “sono io il padrone di casa e faccio quello che mi pare”. Non è stato né educato né “democratico”, ma al contrario di noi NON è tenuto ad esserlo. Sarà meglio tenerlo presente per il futuro. Cominciando col 12 giugno…

domenica 31 ottobre 2010

Calendario Memoria resistente 2011



Quella che vedete qui sopra è la manchette del calendario “Memoria resistente 2011”.
Non ho molto da aggiungere (l’immagine dice già tutto), se non ringraziare chi ha illustrato il calendario:

Gennaio: Christian Mirra

Febbraio: Lorenzo Ragno Celli

Marzo: Maurizio Ribichini

Aprile: Claudio Stassi

Maggio: Matteo Fenoglio

Giugno: Gianluca Romano

Luglio: Manuel De Carli

Agosto: Sylvie Bello

Settembre: Alessio Spataro

Ottobre: Toni Bruno

Novembre: Marco Paci

Dicembre: Cristina Spanò

Come abbiamo scritto nella pagina introduttiva: “Gli illustratori che hanno contribuito a questo calendario in molti casi hanno già lavorato o stanno lavorando su propri progetti riguardanti le stesse tematiche. Altri si sono proposti per la prima volta in questa direzione. Tutti hanno offerto il loro impegno con entusiasmo e gratuitamente (a loro va il nostro ringraziamento) e tutti hanno presentato una propria interpretazione, offrendo così una varietà di proposte stilistiche che costituisce il valore aggiunto di questo lavoro”.

Francesco “baro” Barilli



sabato 17 ottobre 2009

Una precisazione doverosa

Un visitatore di questo blog mi fa presente (nei commenti a due articoli: "Piazza Fontana: la copertina" e "E ora?..." - ndr commenti che non potete più vedere, perchè erano postati nella vecchia "incarnazione" di questo blog, su splinder, e non ho potuto recuperarli nel trasferimento su blogspot) che io non ho pubblicato il libro "Fausto e Iaio trent'anni dopo" (Ed. Costa e Nolan).

Il visitatore fa questa precisazione (correttissima, lo dico da subito) perché su alcuni siti (qui, ad esempio, ma anche altrove), compaiono queste parole: ...giornalista. Ha pubblicato "La piuma e la montagna" (Manifesto libri), "Fausto e Iaio. Trent'anni dopo" (Costa e Nolan).

Ora: quella scritta E' ESTREMAMENTE IMPRECISA. Lo è, credo, per semplice eccesso di sintesi e in buona fede, ma ciò non toglie che sento il dovere di correggerla, anche se, preciso, nulla c’entro con la diffusione di tali imprecisioni.

Andiamo con ordine.

- Che non sono un giornalista mi sono quasi stufato di dirlo, tanto che ormai l'ho scritto nel profilo (vedere qui a lato). Lo ripeto: si tratta di una definizione che mi onora, e probabilmente chi mi attribuisce l'etichetta "giornalista" è  portato a definirmi così in base a quanto ha letto di mio. In ogni caso, correttezza impone di ricordare che giornalista NON LO SONO.

- Sempre sul mio profilo sono scritte le informazioni giuste sia per quanto concerne "Fausto e Iaio trent'anni dopo" sia per quanto concerne "La piuma e la montagna":
Nel primo caso (Fausto e Iaio), ho solo collaborato al volume. Ho scritto due pezzi e ho cercato contatti con altri familiari che gravitano attorno a reti-invisibili, chiedendo loro di scrivere un loro ricordo. Mi sono mantenuto in contatto costante con Maria (la sorella di Iaio) curando questa sezione del libro (ossia quella, come accennavo prima, che contiene le testimonianze di Manlio Milani, Haidi Giuliani Patrizia Moretti, e molti altri). Il libro è di Autori Vari e sono fiero di avervi contribuito, ma il merito della "regia" del libro è del mio amico Daniele Biachessi.
Nel secondo caso (La piuma e la montagna) è corretto dire “ha pubblicato ecc…”, ma va sottolineato che il libro è stato scritto a quattro mani con Sergio Sinigaglia (personalmente l’ho SEMPRE ricordato).

A dimostrazione della mia buona fede (ossia: del fatto che con la diffusione delle notizie errate non c’entro nulla) riporto di seguito il profilo dell’autore che apparirà sulle pagine di Piazza Fontana, in libreria nei prossimi giorni:

Nato a Selvazzano Dentro (PD) nel 1965, è un mediattivista. Coordina il sito reti-invisibili.net. Per BeccoGiallo ha curato gli apparati redazionali di Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007), Dossier Genova G8 (2008), Il delitto Pasolini (2008), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009). Un suo racconto è presente in La Rossa Primavera (2007, allegato a Liberazione e l’Unità, ristampato nel 2008 per le Edizioni Clandestine). Ha contribuito al libro Fausto e Iaio. Trent’anni dopo (Costa & Nolan, 2008). Ha curato con Sergio Sinigaglia La piuma e la montagna (Manifestolibri, 2008). Con Checchino Antonini e Dario Rossi è autore di Scuola Diaz: vergogna di Stato (Edizioni Alegre, 2009).

Come vedete, in questo caso la nota biografica (che qui nel libro ho compilato io personalmente) è corretta.

Per chiudere la “polemica” (oddio, forse non è neppure il caso di parlare di polemica… semplicemente ora non mi viene un termine più adatto…):
1- Il visitatore di questo blog ha perfettamente ragione nella segnalazione: gliene do atto e pubblico questo mio intervento proprio come rettifica.
2- Non c’entro nulla con la diffusione dell’imprecisione che lui ha segnalato.
3- Ripeto di ritenere che la notizia errata sia frutto di eccessiva sintesi ed imprecisione, non certo di malafede. Anche le mie passate collaborazioni con Beccogiallo sono menzionate incomplete, per esempio. Credo si tratti proprio di una sintesi frettolosa su cui non vanno cercate strane dietrologie: a correggere penso basti questa mia lunga precisazione

Francesco “baro” Barilli

venerdì 10 ottobre 2008

Su “La piuma e la montagna” e “Cuori Rossi”

In questi giorni ho letto “Cuori Rossi” di Cristiano Armati (editore Newton Compton). Il libro è per molti versi simile a quello, in uscita quasi contemporanea, curato da me e Sergio Sinigaglia, “La Piuma e la Montagna”.
La contemporaneità di uscita dei due volumi è totalmente casuale: io e Sergio non conosciamo Cristiano, non sapevamo che anche lui stava lavorando sullo stesso argomento (la storia e i sogni di chi ha pagato con la vita il suo impegno pubblico, in decenni di lotte, conflitti e grandi fermenti sociali). Tutto questo potrebbe far pensare a una “rivalità” fra i due lavori. Ebbene, almeno da parte mia, sottolineo subito di ritenere ottimo il lavoro di Armati, e di credere che i due libri si completino, trattando tematiche uguali secondo approcci diversi e quasi complementari.
“Cuori Rossi” è, come si intuisce già dal titolo, una risposta al “Cuori Neri” di Luca Telese, uscito se non erro tre anni fa. Un libro storico-documentale, una replica (doverosa, legittima, comprensibile e condivisibile) all’operazione editoriale del suddetto Telese.
“La Piuma e la Montagna”, come io e Sinigaglia spieghiamo nella nostra introduzione, prescinde invece da “Cuori Neri”. Intenzionalmente io e Sergio abbiamo scelto di trattare i casi specificati nel nostro libro facendo parlare chi aveva conosciuto direttamente le persone uccise di cui parliamo nel libro (da Pinelli a Fausto e Iaio). Abbiamo tentato di far raccontare chi fossero Pinelli, Serantini eccetera da chi li ha conosciuti e amati, valorizzando non solo il loro impegno politico e sociale, ma anche il profilo umano, la storia personale, i sentimenti. Per chi ha accettato di parlare si è trattato di un viaggio nel tempo su fatti estremamente dolorosi, che hanno irrimediabilmente cambiato la vita di chi racconta. Ma la scelta di rievocare momenti così drammatici è stata fatta volentieri, perché è stata colta la possibilità di valorizzare la memoria dei propri cari, dei compagni di allora.
Se Cuori Rossi è più cupo e “incazzato” (termini, sia chiaro, che utilizzo in senso tutt’altro che spregiativo), “La Piuma e la Montagna” si sforza di essere ”vitale”, seppure questo aggettivo possa apparire paradossale, visto che parliamo di giovani, giovanissimi in alcuni casi, uccisi. Dalla introduzione: “abbiamo cercato di proporre una visione diversa di quegli anni. Lo abbiamo fatto attraverso la testimonianza di chi ha vissuto una tragedia. Ma i racconti di questo libro descrivono un’Italia che, al di là degli eccessi ideologici, fu attraversata da una grande stagione di impegno civile, ancora prima che politico e sociale”.

Se qualcuno dunque, trovandosi interessato all’argomento, si chiedesse quale libro debba scegliere fra i due, personalmente non ho problemi a dire che, pur essendo co-autore di uno di questi, li consiglio entrambi. Se volete fare un piccolo sforzo economico, comprateli, non ve ne pentirete e sono sicuro che non li troverete dei doppioni l’uno dell’altro.

Francesco “baro” Barilli

lunedì 18 febbraio 2008

Fausto e Iaio Trent'anni dopo

Introduzione
2008: il passato e il presente, per non dimenticare Fausto e Iaio

18 marzo 1978: Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci vengono uccisi a Milano, in via Mancinelli, in un agguato fascista.
18 marzo 2008: ricorre il trentennale dell'uccisione di Fausto e Iaio. Trent'anni passati senza giustizia. Tra le molte iniziative previste per l'anniversario, abbiamo pensato subito a qualcosa di tangibile, di duraturo: un libro e un dvd che ripercorressero questi trent'anni; abbiamo chiesto un ricordo, una testimonianza, un'emozione a tutti quelli che hanno a cuore questa vicenda tragica che ha segnato Milano e l'Italia alla fine degli anni Settanta, lasciando familiari e amici senza giustizia; si è formata una commissione che da subito ha deciso di chiamarsi "Che idea morire di marzo 2008", per gettare un ponte ideale fra ieri e oggi. Una commissione composta da familiari e amici dei due ragazzi, insegnanti, giornalisti, scrittori, che ha raccolto il materiale, pervenuto soprattutto via e-mail. Troverete in questo volume alcune testimonianze di allora, tratte dal libro Che idea morire di marzo: le poesie, le lettere, i ricordi per Fausto e Iaio pubblicato nel 1978, alternate a quelle di oggi, in alcuni casi lasciate dagli stessi soggetti, con quel fardello di anni in più che per ognuno significa molte cose, diverse a seconda delle sensibilità individuali. Saggezza? Amarezza?... Certo non distacco, perché la partecipazione è ancora quella di trent'anni fa. Troverete gli interventi di chi, prima e dopo l'uccisione di Fausto e Iaio, si è trovato ad affrontare tragedie per molti versi simili: casi di mancata giustizia e verità negata. E altro ancora: la ricostruzione dei fatti, l'iter processuale, uno sguardo ai "luoghi della memoria"... Perché, dopo trent'anni, siamo ancora qui a ricordare? Siamo convinti che chi non ha memoria non ha futuro, e mantenendo viva la memoria storica pensiamo fermamente che si possano recuperare quei valori in cui credevamo e in cui crediamo ancora. Vorremmo che le parole di questo libro arrivassero al cuore soprattutto dei giovani, quelli che non hanno ancora trent'anni... un mondo diverso è possibile.
Dedichiamo questo libro a tutti quelli che, come Fausto e Iaio, nel loro ultimo saluto al mondo, hanno reso possibile creare un grande cerchio vivente di amore, uguaglianza, fratellanza, pace.
Maria Iannucci e Francesco Barilli
per la commissione "Che idea morire di marzo 2008"