Recentemente si è parlato del rifiuto da parte del governo di aderire ad
alcune raccomandazioni del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, fra
cui l’inserimento del reato di tortura nel nostro ordinamento. Non se
n’è parlato molto, a dire il vero, e pure quando lo si è fatto si sono
registrate omissioni e imprecisioni.
Innanzitutto va precisato che
nell’occasione ha suscitato scalpore il rifiuto opposto a una
sollecitazione esplicita, ma l’Italia “fa spallucce” sul reato di
tortura da più di vent’anni: la convenzione delle Nazioni Unite fu
firmata nel 1984 e ratificata dall’Italia nel 1989. L’ignavia del mondo
politico è dunque trasversale e tutt’altro che recente, anche se va
ricordato che l’attuale centrodestra seppe distinguersi negativamente
già nel 2004: alcuni ricoderanno le polemiche nate da un emendamento
leghista che voleva che fossero definite torture le violenze e le
minacce solo se “reiterate”.
L’argomento viene periodicamente
ripreso, anche se con poco vigore, dagli organi di stampa. I fatti più
recenti sono i casi Cucchi, Gugliotta, Uva; precedentemente se n’è
parlato per le violenze alle caserme Raniero e Bolzaneto (dove, va
ricordato, i giudici hanno rimarcato che la mancanza di quel reato ha
comportato una ridefinizione “al ribasso” delle contestazioni agli
imputati).
Ma possiamo andare anche più indietro nel tempo.
Sommariamente ai primi anni ’80, quando per affrontare l’emergenza
terrorismo lo Stato non si mostrò semplicemente “forte” (come vuole la
retorica ufficiale, nell’ansia semplicistica di ricondurre quella
stagione a una lotta del “bene” contro il “male”), ma si spinse sulla
strada della ferocia. Questa degenerazione fu in parte palese, e portò a
disposizioni che andarono a restringere la sfera dei diritti
individuali, in parte sotterranea e sfociò nella pratica della tortura.
Nel 1982 l’allora ministro dell’interno Rognoni dovette rispondere a
interrogazioni che possiamo riassumere in una sola: per battere il
terrorismo erano stati superati i limiti posti come base della
democrazia e dello stato di diritto? La risposta del ministro fu
negativa. Del resto anche George W. Bush nel novembre 2005 disse
perentoriamente “Noi non torturiamo”, incurante delle smentite fattuali
avvenute prima e dopo quell’affermazione. Successivamente ammise di
essere stato a conoscenza delle tecniche di interrogatorio usate nella
lotta al terrorismo e di averle avallate. Si tratta di metodi (il più
famoso è il waterboarding) sicuramente definibili come torture, ma
dichiarati ammissibili “in punta di diritto” dall’amministrazione
statunitense. Del resto già Blaise Pascal denunciava come la forza possa
sostituirsi al diritto: “Non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto”.
Tornando all’Italia degli anni ‘80, il numero e l’omogeneità delle
denunce possono portare a una conclusione: le torture furono il frutto
di una strategia, seppure non usata con continuità, tollerata in quanto
l’efficacia dell’azione poteva andare a discapito dei principi. E si
deve riflettere sulla circostanza che, sia nell’Italia di quel periodo
sia negli USA della recente guerra al terrorismo, le torture sono state
precedute dal restringimento normativo dei diritti. Dell’Italia si è già
accennato; negli USA, Abu Ghraib e Guantanamo hanno seguito
temporalmente il Patriot Act: le torture sono sempre conseguenza di un
impalcato normativo emergenziale.
Può essere poco “politicamente
corretto” ricordare le sevizie subite da alcuni terroristi nel periodo
finale dei cosiddetti anni di piombo, ma va fatto, senza che questo
significhi una giustificazione dell’operato di brigatisti e affini, se
si vuole capire l’origine del “problema tortura” in Italia. Per questo
ho voluto soffermarmi su questo aspetto, dimenticato e mai veramente
affrontato. Non m’interessa chiedermi se quei metodi fossero o meno
necessari: mi basta non farli cadere nel dimenticatoio. Non m’interessa
analizzare se le mani che hanno contribuito a sconfiggere la lotta
armata dovevano necessariamente affondare nel sangue o se potevano
evitarlo: mi basta denunciare che l’hanno fatto, e ricordare che
conseguentemente oggi non possono pretendere di profumare di mughetto.
In fondo, la tortura può essere efficacemente sintetizzata con questa frase di Leonardo Sciascia, terribilmente attuale: “Non
c’è paese al mondo che ormai ammetta nelle proprie leggi la tortura: ma
di fatto sono pochi quelli in cui le polizie, sottopolizie e
criptopolizie non la pratichino. Nei paesi scarsamente sensibili al
diritto – anche quando se ne proclamano antesignani e custodi – il fatto
che la tortura non appartenga più alla legge ha conferito al praticarla
occultamente uno sconfinato arbitrio”.
Francesco “baro” Barilli
venerdì 25 giugno 2010
giovedì 27 maggio 2010
Piazza della Loggia e un Paese che non chiude i conti con la Storia
La tavola che vedete qui sopra è la testimonianza mia e di Matteo Fenoglio per l'anniversario della strage di Piazza della Loggia, che cade domani.
E' stata pubblicata sull'Unità di oggi, unitamente ad un nostro articolo (che riporto di seguito e che spiega le nostre intenzioni):
Piazza della Loggia e un Paese che non chiude i conti con la Storia
Il 12 dicembre 2009 Radio 3 ha dedicato una lunga diretta al quarantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana. Nel finale della trasmissione si sono ascoltate le testimonianze raccolte fra gli universitari milanesi. Voci sconcertanti: chi addebitava la strage alle BR, chi addirittura all’estremismo islamico. Già nel 2004 e nel 2005 due sondaggi, condotti fra gli studenti delle scuole superiori di Brescia e Bologna, hanno fornito risultati analoghi. Poche le risposte corrette, molti “non sa o non risponde”, poca consapevolezza dei contesti storici, le rispettive stragi addossate con alte percentuali al terrorismo “rosso” o a matrici stravaganti. Le voci degli studenti milanesi non erano dunque una novità. Ma il sapore era ugualmente amaro, specie in quella ricorrenza.
Il nostro Paese per anni ha avuto una “Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”. E la Legge n. 56 del 2007 ha individuato nel 9 maggio, anniversario dell'uccisione di Aldo Moro, il "Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”. Leggere quelle due formule macchinose fa capire quanto sia faticoso ottenere la “memoria condivisa” di cui tanto si parla. Una fatica ancora più evidente se pensiamo che quella Commissione, dopo anni di lavoro, non è giunta a un documento conclusivo. Dopo sei decenni di vita repubblicana l’Italia non sa chiudere i conti con la propria storia.
Licia Pinelli, nella lunga intervista rilasciata a Piero Scaramucci (“Una storia quasi soltanto mia” – Feltrinelli) ha detto: “Avere giustizia è che tutti sappiano la verità”. Quella frase, oltre ad esprimere un senso nobile e “diverso” della parola giustizia, ci dice due cose: che l’ignoranza dei giovani sulle stragi italiane è più di una semplice mancanza generazionale; e, rovesciandone i termini, che la più grande forma d’ingiustizia è lasciare che nessuno sappia la verità.
Eppure, come data simbolo di quella stagione si è scelto un episodio segnato dalla matrice brigatista, su cui la consapevolezza storica appare consolidata e l'azione di condanna, giudiziaria e politica, è giunta a compimento, a differenza del precedente periodo stragista. Uno “strabismo del ricordo” che non sottolineiamo per sminuire la portata storica del "terrorismo rosso", né per smorzare lo sdegno per la violenza brigatista. Questo sarebbe indecente in una giornata come quella odierna, in cui si ricordano due tragedie dall’opposta matrice: la strage di Piazza della Loggia e l’omicidio di Walter Tobagi. Semplicemente, la memoria degli anni ’70 o è completa o resterà un’immagine parziale e distorta.
Proprio dopo l’anniversario di Piazza Fontana alcuni hanno ricordato che è tuttora in corso il processo per la strage di Brescia, chiedendo che di questo processo si parli. Voci autorevoli, ma non hanno avuto seguito. Anche in occasione della testimonianza di Angelo Izzo le cronache si sono limitate alla morbosa curiosità per il passato del “mostro del Circeo”. Nessun accenno alla strage o al processo dove, senza volerne anticipare gli esiti sul piano delle responsabilità personali, si presenta un impianto d’accusa inquietante e ricorrente in analoghi episodi: un nucleo operativo dell’eversione neofascista, l’intesa con uomini dei servizi segreti, la copertura di apparati politici e militari. Alla sbarra come imputati, fermo restando il principio di innocenza fino all’emissione del verdetto definitivo, uomini dell’estrema destra italiana, noti e meno noti, come Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Pino Rauti, Giovanni Maifredi (già deceduto); elementi ambigui, la cui classificazione ondeggia fra l’estrema destra e i servizi segreti, come Maurizio Tramonte (la cosiddetta “fonte Tritone” del SID); l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino (capitano all’epoca dei fatti).
Abbiamo assistito ad alcune udienze di questo processo. A parte la nutrita schiera degli avvocati sono presenti i familiari delle vittime, alcuni mediattivisti che meritoriamente seguono la vicenda su Facebook, cronisti di quotidiani bresciani. Il processo sembra un fatto di cronaca locale, non un pezzo di storia italiana…
Tutte considerazioni che ci portano a questo articolo. Realizzato per l’anniversario di Piazza della Loggia, ma pensato nel giorno della memoria, che dovrebbe avere come primo obbiettivo il ricordo non come gesto estemporaneo e puramente commemorativo, ma come segno di partecipazione civile alla Storia del Paese.
Ricordare oggi la strage di Brescia come fatto attuale e come ferita viva nel corpo del Paese, e non come mistero a cui rassegnarsi, è un segnale che avrà un significato solo se non resterà isolato. Solo allora si potrà davvero parlare di una memoria condivisa che unisce non solo tutte le vittime di quella stagione, ma l’intera nazione.
Francesco “baro” Barilli e Matteo Fenoglio
*******
Un grosso grazie a Guido e Federico del BeccoGiallo, e alla redazione dell'Unità!!!
venerdì 14 maggio 2010
Violenze e impunità: da Stefano Gugliotta al rimosso di Genova
Ultimamente i media nazionali hanno dato spazio a vicende che, al di là
di contesti ed epiloghi diversi, ruotano attorno a violenze delle forze
dell’ordine, da Cucchi a Gugliotta. Questi fatti sono persino riusciti a
fare da traino ad altri del passato (tornati ad apparire o apparsi per
la prima volta sui giornali) e in una certa misura ad aprire un
dibattito su un tema che in Italia sembrava essere un tabù: gli abusi
delle forze di polizia. Tutto questo è positivo, ma vorrei sottolineare
almeno una stonatura e una dimenticanza.
La stonatura è data dalla tendenza a evidenziare le “vite normali” dei ragazzi recentemente uccisi o malmenati. L’opinione pubblica, piegata dall’ossessione della sicurezza, è più incline a commuoversi di fronte a un “bravo ragazzo” picchiato o ucciso. Quando la stessa sorte capita a un criminale, o anche solo a uno di quei soggetti considerati diversi o marginali, la partecipazione si ferma; a volte scatta addirittura il meccanismo del “se l’è cercata” o “in fondo gli sta bene”. La circostanza può portare a diverse riflessioni, ma almeno una mi sembra fondamentale: lo smarrimento del concetto di “diritti inalienabili dell’individuo”. Inalienabili, ossia inscindibilmente legati all’essere umano, indipendentemente dalla sua moralità o da suoi comportamenti anche odiosi. Proprio il fatto che le vittime degli ultimi abusi siano stati sovente ragazzi “normali” dovrebbe farci capire quanto ogni cedimento su questo piano sia pericoloso. I diritti non hanno nove vite come i gatti; ne hanno una, molto fragile. Ci vogliono secoli per conquistarli e poco per smarrirli, con conseguenze drammatiche per tutti.
La dimenticanza la segnalo grazie a un articolo firmato da Francesco Merlo su Repubblica, “Quei ragazzi picchiati per la loro innocenza”. Un articolo condivisibile e persino lodevole, per la chiarezza con cui sottolinea, all’interno delle forze di polizia, colpe e obblighi NON delle sole mele marce, ma di quelle sane (“Sarebbe dunque necessario che ora la polizia indagasse sulla polizia, che riflettesse sul reclutamento, che denunziasse se stessa”). Sui maggiori quotidiani Merlo è anche uno dei pochi, forse l’unico, a citare i fatti di Genova nell’elenco di abusi che hanno preceduto il caso Gugliotta. Ma lo fa con una grossa imprecisione: “la polizia italiana … a Genova si permise abusi e violenze che rimasero comunque isolati e che stavano dentro gli scontri di piazza … Invece qui ci sono agenti che si abbandonano all’odio contro i fermati, contro gli indifesi, contro quelli che dovrebbero tutelare anche quando devono reprimerli”.
Se parliamo di odio contro i fermati e di violenze verso soggetti ormai indifesi, mi sembra che il paragone fra i casi recenti e i fatti di strada del luglio genovese ci stia tutto. Ma il paragone, sotto questo profilo, si fa ancora più calzante se parliamo della Diaz e soprattutto di Bolzaneto. Dove, è bene ricordarlo, le violenze furono riservate a persone già fermate e in attesa di essere tradotte in carcere: il parallelo con le vicende Cucchi o Gugliotta si fa ancora più calzante.
Genova quindi, da vicenda-simbolo delle violenze delle forze di polizia (nonché dell’impunità e della scarsa capacità, giustamente stigmatizzata da Merlo, degli apparati dello Stato nell’indagare su se stessi) è diventata una gigantesca rimozione. E così si perde un nesso causale fondamentale: gli abusi di oggi sono figli di un’involuzione delle forze dell’ordine, a sua volta figlia di un percorso culturale che ha sancito il declassamento dei diritti nelle priorità dei cittadini e della politica.
Una rimozione ancora più amara se pensiamo che il 18 maggio sarà emessa la sentenza di appello per i fatti della scuola Diaz. Per quelle 93 persone picchiate e arrestate con accuse false la sentenza di primo grado ha portato a 13 condanne e 16 assoluzioni, ma senza che ci sia mai stata una presa di distanza o un’autocritica da parte dei vertici, della polizia o delle Istituzioni in generale, verso le violenze commesse.
Sarebbe opportuno che, indipendentemente da quello che sarà il verdetto, la politica e i media nazionali dimostrassero in occasione della nuova sentenza-Diaz almeno la sensibilità dimostrata verso i casi Cucchi e Gugliotta: oltre a costituire un parziale e tardivo risarcimento per i fatti genovesi, sarebbe la migliore dimostrazione di una sincera volontà a far sì che queste vicende non si ripetano.
Francesco “baro” Barilli
La stonatura è data dalla tendenza a evidenziare le “vite normali” dei ragazzi recentemente uccisi o malmenati. L’opinione pubblica, piegata dall’ossessione della sicurezza, è più incline a commuoversi di fronte a un “bravo ragazzo” picchiato o ucciso. Quando la stessa sorte capita a un criminale, o anche solo a uno di quei soggetti considerati diversi o marginali, la partecipazione si ferma; a volte scatta addirittura il meccanismo del “se l’è cercata” o “in fondo gli sta bene”. La circostanza può portare a diverse riflessioni, ma almeno una mi sembra fondamentale: lo smarrimento del concetto di “diritti inalienabili dell’individuo”. Inalienabili, ossia inscindibilmente legati all’essere umano, indipendentemente dalla sua moralità o da suoi comportamenti anche odiosi. Proprio il fatto che le vittime degli ultimi abusi siano stati sovente ragazzi “normali” dovrebbe farci capire quanto ogni cedimento su questo piano sia pericoloso. I diritti non hanno nove vite come i gatti; ne hanno una, molto fragile. Ci vogliono secoli per conquistarli e poco per smarrirli, con conseguenze drammatiche per tutti.
La dimenticanza la segnalo grazie a un articolo firmato da Francesco Merlo su Repubblica, “Quei ragazzi picchiati per la loro innocenza”. Un articolo condivisibile e persino lodevole, per la chiarezza con cui sottolinea, all’interno delle forze di polizia, colpe e obblighi NON delle sole mele marce, ma di quelle sane (“Sarebbe dunque necessario che ora la polizia indagasse sulla polizia, che riflettesse sul reclutamento, che denunziasse se stessa”). Sui maggiori quotidiani Merlo è anche uno dei pochi, forse l’unico, a citare i fatti di Genova nell’elenco di abusi che hanno preceduto il caso Gugliotta. Ma lo fa con una grossa imprecisione: “la polizia italiana … a Genova si permise abusi e violenze che rimasero comunque isolati e che stavano dentro gli scontri di piazza … Invece qui ci sono agenti che si abbandonano all’odio contro i fermati, contro gli indifesi, contro quelli che dovrebbero tutelare anche quando devono reprimerli”.
Se parliamo di odio contro i fermati e di violenze verso soggetti ormai indifesi, mi sembra che il paragone fra i casi recenti e i fatti di strada del luglio genovese ci stia tutto. Ma il paragone, sotto questo profilo, si fa ancora più calzante se parliamo della Diaz e soprattutto di Bolzaneto. Dove, è bene ricordarlo, le violenze furono riservate a persone già fermate e in attesa di essere tradotte in carcere: il parallelo con le vicende Cucchi o Gugliotta si fa ancora più calzante.
Genova quindi, da vicenda-simbolo delle violenze delle forze di polizia (nonché dell’impunità e della scarsa capacità, giustamente stigmatizzata da Merlo, degli apparati dello Stato nell’indagare su se stessi) è diventata una gigantesca rimozione. E così si perde un nesso causale fondamentale: gli abusi di oggi sono figli di un’involuzione delle forze dell’ordine, a sua volta figlia di un percorso culturale che ha sancito il declassamento dei diritti nelle priorità dei cittadini e della politica.
Una rimozione ancora più amara se pensiamo che il 18 maggio sarà emessa la sentenza di appello per i fatti della scuola Diaz. Per quelle 93 persone picchiate e arrestate con accuse false la sentenza di primo grado ha portato a 13 condanne e 16 assoluzioni, ma senza che ci sia mai stata una presa di distanza o un’autocritica da parte dei vertici, della polizia o delle Istituzioni in generale, verso le violenze commesse.
Sarebbe opportuno che, indipendentemente da quello che sarà il verdetto, la politica e i media nazionali dimostrassero in occasione della nuova sentenza-Diaz almeno la sensibilità dimostrata verso i casi Cucchi e Gugliotta: oltre a costituire un parziale e tardivo risarcimento per i fatti genovesi, sarebbe la migliore dimostrazione di una sincera volontà a far sì che queste vicende non si ripetano.
Francesco “baro” Barilli
martedì 20 aprile 2010
“Piazza Fontana”: la recensione su “Fumetto d’Autore” e la mia risposta
Negli ultimi mesi ho segnalato tutte le recensioni scritte su Piazza Fontana (quelle a me note, ovviamente). Segnalo ora la più recente, che è pure la prima negativa (totalmente o quasi). La trovate qui; autore: Azad Lafata, sul sito Fumetto d’Autore.
Ogni critica è legittima e sugli appunti “tecnici” al libro non mi soffermo. Azad, però, accanto a questi formula altri rilievi, che potremmo dire “politici” o almeno “sostanziali più che formali”. Anche questi, s’intende, sono legittimi, ma in alcuni casi mi sembra contengano degli errori. Per questo rispondo senza coinvolgere Matteo e soffermandomi solo su questi aspetti: non voglio trascinarlo in una discussione che è più politica che non artistica. Poi, se anche lui vorrà esprimere un’opinione, ben venga: come ho già detto, per Piazza Fontana Matt è più il coautore che non il disegnatore, e soprattutto è un amico; la sua opinione, anche fosse diversa dalla mia, sarà gradita.
Per facilitare la lettura, “quoto” qua e là la recensione di Azad; la versione integrale la trovate al link che ho pubblicato qui sopra.
“… ma a quarant’anni di distanza da una delle pagine più buie della nostra storia … ci si sarebbe aspettato un approccio maggiormente avulso da inclinazioni politiche, derive “fictionali”, e una cura maggiormente storiografica. … quantomeno un diverso approccio rispetto a quello di realizzare su commissione calendariale un bignami a fumetti che piacerà anche alla Casalinga di Voghera, la quale magari alla fine della lettura avrà anche mutuato tutte le certezze dello sceneggiatore.”
Per carità, Azad ha tutto il diritto di non saperlo, ma pensare che il mio impegno su Piazza Fontana sia frutto di una “commissione calendariale” è sbagliatissimo. Conosco Licia Pinelli dal 98, Franca Dendena dal 2005, Carlo Arnoldi dal 2007. E, più in generale, il mio impegno sulle stragi italiane non è nato ieri.
Ora, non è il caso di elencare quanto e cosa ho scritto su questi argomenti, sarebbe imbarazzante e autoreferenziale. Mi basta sapere che i familiari delle vittime (non solo di Piazza Fontana) lo sanno. Aggiungo che non so se il libro sia stato letto da qualche Casalinga di Voghera, né – nel caso – se in questo target di pubblico abbia incontrato gradimento. So, e pure in questo caso tanto mi basta, che è piaciuto ai familiari delle vittime di Piazza Fontana, alla signora Pinelli e alle sue figlie. E non per qualche processo di mutuazione delle idee.
“E poi ancora: “La ricostruzione dell’ambientazione del convegno è di fantasia”; “In realtà non esistono certezze circa l’identità dei partecipanti”. E queste sono solo delle citazioni dalle note per far capire come dopo averle lette traballano tutte le certezze che la docufiction ha presentato al lettore.”
In questo caso può darsi che fra me e l’autore della recensione sia nata una semplice incomprensione, magari dovuta a poca chiarezza nelle mie note. A dire il vero le ho rilette e mi sembravano chiare; però non posso escludere che ciò che è chiaro a me possa essere frainteso da chi è meno informato; in questo caso, mea culpa e vedo di spiegarmi meglio, per Azad e per tutti.
Nel fumetto io e Matteo abbiamo rappresentato scene da 2 convegni. Su quello avvenuto fra il 3 e il 5 maggio 1965 a Roma (Ist. Pollio) esiste una minima documentazione video e fotografica. Su quello di Regensburg dell’agosto 69 (riunione del Fronte Europeo Rivoluzionario) non esistono, che io sappia, uguali fonti. Quando però scrivo “ambientazione del convegno di fantasia” alludo SOLO al contesto scenico, NON al contenuto degli interventi. I discorsi di Rauti e Giannettini (Pollio) e di Freda (Regensburg) sono stati ricostruiti rigorosamente. Ovviamente sono stati tagliati, ma mantenendo la fedeltà concettuale alle parole pronunciate dai diretti interessati.
Per quanto riguarda la riunione del 18 aprile 69 a Padova, si tratta di una riunione clandestina, per cui è pacifico che mancano SIA ricostruzioni video-fotografiche, SIA verbali o cose tipo “atti del convegno”: sarebbe paradossale e fantascientifico sperarlo (fosse esistita una simile documentazione la storia processuale di Piazza Fontana sarebbe stata diversa…). Ed è vero (l’ho scritto) che Pozzan ritrattò la propria deposizione.
Però sono altrettanto vere alcune altre considerazioni:
- Per gli attentati della primavera/estate 1969 è stata riconosciuta la responsabilità di Freda e Ventura.
- Il collegamento dei precedenti attentati con quelli successivi (fino a quelli del 12 dicembre) secondo quello che tecnicamente si dice “un unico disegno criminoso”, è stato sancito solo con l’istruttoria Salvini/Pradella. La sentenza conseguente questa istruttoria (parlo del processo terminato in Cassazione il 3 maggio 2005) riconosce questo collegamento; tanto è vero che contiene il discorso sulle responsabilità di Freda e Ventura, seppure non più condannabili, e sul progetto eversivo nel suo complesso – vedere l’articolo dell’avvocato Sinicato in appendice a Piazza Fontana.
- Che il progetto eversivo sia maturato in una serie di riunioni è cosa su cui non mi debbo neanche soffermare. Di quella del 18 aprile 69 non parlò solo Pozzan. La circostanza emerge anche negli atti del processo – attualmente in corso – per la strage di Brescia. Cito, in proposito, dalla requisitoria inziale dei PM: “Comunque c'è questa riunione, subito dopo, nell'aprile del 69, a Padova alla quale partecipano non Tramonte, ma Fachini, Freda, Ventura, Pozzan e Rauti … in questa occasione Rauti ribadirebbe concetti già espressi a Roma … che Ordine Nuovo deve alzare la temperatura tramite attentati, devono essere fatte leggi speciali che portino allo scioglimento delle camere …” (NOTA: il PM sta riportando a braccio una deposizione acquisita nella fase preliminare).
Tutto questo ci autorizza a dire con certezza che quel giorno ci fu una riunione, e che in quel momento si decise di dare “una spinta definitiva” alla campagna di attentati, arrivando al 12 dicembre? No. Ci autorizza a dare una lista degli eventuali partecipanti alla riunione? Neppure.
Ma nel fumetto la scena è stata contestualizzata correttamente. Ossia: viene inserita nel momento in cui i magistrati (che già stavano “puntando” Freda e Ventura e il gruppo che gravitava attorno ad essi) allargano la propria indagine e vengono a sapere da Pozzan di questa riunione. L’aver spiegato nelle note che Pozzan ritrattò la propria deposizione e che non esistono certezze circa l’identità dei partecipanti mi sembrava un gesto di correttezza, non una cosa per cui essere criticati.
“Con questo volume abbiamo assistito, indirettamente, anche alla dimostrazione di quanto il fumetto di impegno sociale, nonostante l’attuale successo riscontrato in libreria e l’avvicinamento al genere da parte di altre realtà editoriali (anche grandi), rischia in realtà di non avere nemmeno una reale memoria storica di se stesso. Nella bibliografia del volume non si trova nessun accenno al fumetto “Un Fascio di Bombe” di Castelli, Manara e Gomboli, datato 1975, commissionato dal Partito Socialista Italiano del Segretario De Martino, distribuito all’epoca in 600.000 copie e uno delle prime fonti a sostenere la pista neofascista della strage. Il volume, esempio di protogiornalismo a fumetti, è stato ristampato recentemente da Q Press.”
Questa parte richiede una lunga spiegazione.
Mentre lavoravo a Piazza Fontana mi parlarono del libro di Castelli, Manara e Gomboli (sinceramente non ricordo se l’accenno mi arrivò da Giannuli o da Zinni). Me ne parlarono come di una curiosità e, soprattutto, come di un volume introvabile, essendo stato realizzato per motivi elettorali e diventato poi indisponibile.
Nella bibliografia abbiamo indicato lavori ancora facilmente reperibili (ossia: ancora pubblicati o almeno facilmente consultabili in biblioteca), e a noi (qui parlo anche per Matteo) noti.
In quel momento non sapevo ancora che la Q Press avesse in mente la ristampa (che, peraltro, giudico assolutamente meritoria).
Io e Matteo abbiamo avuto “Un Fascio di Bombe” solo a Cartoomics, visitando lo stand della Q Press, direttamente da Giuseppe Peruzzo, che gentilmente ce ne ha fatto omaggio. Subito dopo Matteo ne ha parlato sul suo blog (30 marzo) e io ho pubblicato la notizia su reti-invisibili (sito che coordino), aggiornando la sezione dei libri su Piazza Fontana.
Il fumetto di Castelli, Manara e Gomboli è molto interessante. Non è completo, ma questo non certo per un difetto degli autori: nel 1975 moltissime cose non erano ancora emerse (tutta l’istruttoria Salvini parte più di dieci anni dopo).
Tutto questo per spiegare che la non-citazione nella bibliografia deriva da elementi casuali, non certo dalla volontà di tacerne l’esistenza. Appena abbiamo potuto io e Matteo ne abbiamo parlato.
Per quanto riguarda invece l’affermazione di Azad secondo cui “Un Fascio di bombe” sarebbe una “delle prime fonti a sostenere la pista neofascista della strage”: è un’affermazione palesemente sbagliata. Questa NON è una critica né agli autori di quel lavoro né a Peruzzo (che giustamente ha ristampato fedelmente quel libro), ma solo una nota storica.
Nel 1975, infatti:
- era già uscito il libro “La strage di Stato” (1970)
- erano già emerse le dichiarazioni di Lorenzon (già dal dicembre 69, seppure con fasi altalenanti – nel lavoro mio e di Fenoglio sono descritte)
- erano stati già incriminati (1972) e rinviati a giudizio (1974) Freda e Ventura.
- Era già emerso il coinvolgimento del SID (Giannettini viene incriminato nel 73)
(tutto questo per citare pochi elementi; ce ne sarebbero molti altri).
Che poi la storia processuale di Piazza Fontana sia stata a dir poco complessa e intricata è pacifico (di questo, penso possa darmene atto anche Azad, ho parlato diffusamente nel libro; tanto nel fumetto vero e proprio quanto negli apparati redazionali). Però NON è vero che la pista neofascista della strage sia nata solo nel 75 o che gli autori de “Un Fascio di bombe” siano stati fra i primi a parlarne: il loro fumetto si innestava su un lavoro che partiva da lontano; sia in campo giudiziario sia nel campo della cosiddetta (all’epoca) “controinformazione”.
Francesco “baro” Barilli
Ogni critica è legittima e sugli appunti “tecnici” al libro non mi soffermo. Azad, però, accanto a questi formula altri rilievi, che potremmo dire “politici” o almeno “sostanziali più che formali”. Anche questi, s’intende, sono legittimi, ma in alcuni casi mi sembra contengano degli errori. Per questo rispondo senza coinvolgere Matteo e soffermandomi solo su questi aspetti: non voglio trascinarlo in una discussione che è più politica che non artistica. Poi, se anche lui vorrà esprimere un’opinione, ben venga: come ho già detto, per Piazza Fontana Matt è più il coautore che non il disegnatore, e soprattutto è un amico; la sua opinione, anche fosse diversa dalla mia, sarà gradita.
Per facilitare la lettura, “quoto” qua e là la recensione di Azad; la versione integrale la trovate al link che ho pubblicato qui sopra.
“… ma a quarant’anni di distanza da una delle pagine più buie della nostra storia … ci si sarebbe aspettato un approccio maggiormente avulso da inclinazioni politiche, derive “fictionali”, e una cura maggiormente storiografica. … quantomeno un diverso approccio rispetto a quello di realizzare su commissione calendariale un bignami a fumetti che piacerà anche alla Casalinga di Voghera, la quale magari alla fine della lettura avrà anche mutuato tutte le certezze dello sceneggiatore.”
Per carità, Azad ha tutto il diritto di non saperlo, ma pensare che il mio impegno su Piazza Fontana sia frutto di una “commissione calendariale” è sbagliatissimo. Conosco Licia Pinelli dal 98, Franca Dendena dal 2005, Carlo Arnoldi dal 2007. E, più in generale, il mio impegno sulle stragi italiane non è nato ieri.
Ora, non è il caso di elencare quanto e cosa ho scritto su questi argomenti, sarebbe imbarazzante e autoreferenziale. Mi basta sapere che i familiari delle vittime (non solo di Piazza Fontana) lo sanno. Aggiungo che non so se il libro sia stato letto da qualche Casalinga di Voghera, né – nel caso – se in questo target di pubblico abbia incontrato gradimento. So, e pure in questo caso tanto mi basta, che è piaciuto ai familiari delle vittime di Piazza Fontana, alla signora Pinelli e alle sue figlie. E non per qualche processo di mutuazione delle idee.
“E poi ancora: “La ricostruzione dell’ambientazione del convegno è di fantasia”; “In realtà non esistono certezze circa l’identità dei partecipanti”. E queste sono solo delle citazioni dalle note per far capire come dopo averle lette traballano tutte le certezze che la docufiction ha presentato al lettore.”
In questo caso può darsi che fra me e l’autore della recensione sia nata una semplice incomprensione, magari dovuta a poca chiarezza nelle mie note. A dire il vero le ho rilette e mi sembravano chiare; però non posso escludere che ciò che è chiaro a me possa essere frainteso da chi è meno informato; in questo caso, mea culpa e vedo di spiegarmi meglio, per Azad e per tutti.
Nel fumetto io e Matteo abbiamo rappresentato scene da 2 convegni. Su quello avvenuto fra il 3 e il 5 maggio 1965 a Roma (Ist. Pollio) esiste una minima documentazione video e fotografica. Su quello di Regensburg dell’agosto 69 (riunione del Fronte Europeo Rivoluzionario) non esistono, che io sappia, uguali fonti. Quando però scrivo “ambientazione del convegno di fantasia” alludo SOLO al contesto scenico, NON al contenuto degli interventi. I discorsi di Rauti e Giannettini (Pollio) e di Freda (Regensburg) sono stati ricostruiti rigorosamente. Ovviamente sono stati tagliati, ma mantenendo la fedeltà concettuale alle parole pronunciate dai diretti interessati.
Per quanto riguarda la riunione del 18 aprile 69 a Padova, si tratta di una riunione clandestina, per cui è pacifico che mancano SIA ricostruzioni video-fotografiche, SIA verbali o cose tipo “atti del convegno”: sarebbe paradossale e fantascientifico sperarlo (fosse esistita una simile documentazione la storia processuale di Piazza Fontana sarebbe stata diversa…). Ed è vero (l’ho scritto) che Pozzan ritrattò la propria deposizione.
Però sono altrettanto vere alcune altre considerazioni:
- Per gli attentati della primavera/estate 1969 è stata riconosciuta la responsabilità di Freda e Ventura.
- Il collegamento dei precedenti attentati con quelli successivi (fino a quelli del 12 dicembre) secondo quello che tecnicamente si dice “un unico disegno criminoso”, è stato sancito solo con l’istruttoria Salvini/Pradella. La sentenza conseguente questa istruttoria (parlo del processo terminato in Cassazione il 3 maggio 2005) riconosce questo collegamento; tanto è vero che contiene il discorso sulle responsabilità di Freda e Ventura, seppure non più condannabili, e sul progetto eversivo nel suo complesso – vedere l’articolo dell’avvocato Sinicato in appendice a Piazza Fontana.
- Che il progetto eversivo sia maturato in una serie di riunioni è cosa su cui non mi debbo neanche soffermare. Di quella del 18 aprile 69 non parlò solo Pozzan. La circostanza emerge anche negli atti del processo – attualmente in corso – per la strage di Brescia. Cito, in proposito, dalla requisitoria inziale dei PM: “Comunque c'è questa riunione, subito dopo, nell'aprile del 69, a Padova alla quale partecipano non Tramonte, ma Fachini, Freda, Ventura, Pozzan e Rauti … in questa occasione Rauti ribadirebbe concetti già espressi a Roma … che Ordine Nuovo deve alzare la temperatura tramite attentati, devono essere fatte leggi speciali che portino allo scioglimento delle camere …” (NOTA: il PM sta riportando a braccio una deposizione acquisita nella fase preliminare).
Tutto questo ci autorizza a dire con certezza che quel giorno ci fu una riunione, e che in quel momento si decise di dare “una spinta definitiva” alla campagna di attentati, arrivando al 12 dicembre? No. Ci autorizza a dare una lista degli eventuali partecipanti alla riunione? Neppure.
Ma nel fumetto la scena è stata contestualizzata correttamente. Ossia: viene inserita nel momento in cui i magistrati (che già stavano “puntando” Freda e Ventura e il gruppo che gravitava attorno ad essi) allargano la propria indagine e vengono a sapere da Pozzan di questa riunione. L’aver spiegato nelle note che Pozzan ritrattò la propria deposizione e che non esistono certezze circa l’identità dei partecipanti mi sembrava un gesto di correttezza, non una cosa per cui essere criticati.
“Con questo volume abbiamo assistito, indirettamente, anche alla dimostrazione di quanto il fumetto di impegno sociale, nonostante l’attuale successo riscontrato in libreria e l’avvicinamento al genere da parte di altre realtà editoriali (anche grandi), rischia in realtà di non avere nemmeno una reale memoria storica di se stesso. Nella bibliografia del volume non si trova nessun accenno al fumetto “Un Fascio di Bombe” di Castelli, Manara e Gomboli, datato 1975, commissionato dal Partito Socialista Italiano del Segretario De Martino, distribuito all’epoca in 600.000 copie e uno delle prime fonti a sostenere la pista neofascista della strage. Il volume, esempio di protogiornalismo a fumetti, è stato ristampato recentemente da Q Press.”
Questa parte richiede una lunga spiegazione.
Mentre lavoravo a Piazza Fontana mi parlarono del libro di Castelli, Manara e Gomboli (sinceramente non ricordo se l’accenno mi arrivò da Giannuli o da Zinni). Me ne parlarono come di una curiosità e, soprattutto, come di un volume introvabile, essendo stato realizzato per motivi elettorali e diventato poi indisponibile.
Nella bibliografia abbiamo indicato lavori ancora facilmente reperibili (ossia: ancora pubblicati o almeno facilmente consultabili in biblioteca), e a noi (qui parlo anche per Matteo) noti.
In quel momento non sapevo ancora che la Q Press avesse in mente la ristampa (che, peraltro, giudico assolutamente meritoria).
Io e Matteo abbiamo avuto “Un Fascio di Bombe” solo a Cartoomics, visitando lo stand della Q Press, direttamente da Giuseppe Peruzzo, che gentilmente ce ne ha fatto omaggio. Subito dopo Matteo ne ha parlato sul suo blog (30 marzo) e io ho pubblicato la notizia su reti-invisibili (sito che coordino), aggiornando la sezione dei libri su Piazza Fontana.
Il fumetto di Castelli, Manara e Gomboli è molto interessante. Non è completo, ma questo non certo per un difetto degli autori: nel 1975 moltissime cose non erano ancora emerse (tutta l’istruttoria Salvini parte più di dieci anni dopo).
Tutto questo per spiegare che la non-citazione nella bibliografia deriva da elementi casuali, non certo dalla volontà di tacerne l’esistenza. Appena abbiamo potuto io e Matteo ne abbiamo parlato.
Per quanto riguarda invece l’affermazione di Azad secondo cui “Un Fascio di bombe” sarebbe una “delle prime fonti a sostenere la pista neofascista della strage”: è un’affermazione palesemente sbagliata. Questa NON è una critica né agli autori di quel lavoro né a Peruzzo (che giustamente ha ristampato fedelmente quel libro), ma solo una nota storica.
Nel 1975, infatti:
- era già uscito il libro “La strage di Stato” (1970)
- erano già emerse le dichiarazioni di Lorenzon (già dal dicembre 69, seppure con fasi altalenanti – nel lavoro mio e di Fenoglio sono descritte)
- erano stati già incriminati (1972) e rinviati a giudizio (1974) Freda e Ventura.
- Era già emerso il coinvolgimento del SID (Giannettini viene incriminato nel 73)
(tutto questo per citare pochi elementi; ce ne sarebbero molti altri).
Che poi la storia processuale di Piazza Fontana sia stata a dir poco complessa e intricata è pacifico (di questo, penso possa darmene atto anche Azad, ho parlato diffusamente nel libro; tanto nel fumetto vero e proprio quanto negli apparati redazionali). Però NON è vero che la pista neofascista della strage sia nata solo nel 75 o che gli autori de “Un Fascio di bombe” siano stati fra i primi a parlarne: il loro fumetto si innestava su un lavoro che partiva da lontano; sia in campo giudiziario sia nel campo della cosiddetta (all’epoca) “controinformazione”.
Francesco “baro” Barilli
lunedì 19 aprile 2010
lunedì 1 marzo 2010
Michele Ginevra su "Piazza Fontana"
Leggete il commento di Michele Ginevra su "Piazza Fontana"
Io lo trovo molto, molto interessante. E stimolante: solo casini di tempo mi trattengono dall'approfondire oltre. Per ora, basti dire che ringrazio Michele per le belle parole: acute, ben argomentate, lusinghiere (anche se può sembrare paradossale dirlo) persino dove muove appunti e critiche.
Aggiornamento. Leggete anche la risposta di Matteo Fenoglio.
Io lo trovo molto, molto interessante. E stimolante: solo casini di tempo mi trattengono dall'approfondire oltre. Per ora, basti dire che ringrazio Michele per le belle parole: acute, ben argomentate, lusinghiere (anche se può sembrare paradossale dirlo) persino dove muove appunti e critiche.
Aggiornamento. Leggete anche la risposta di Matteo Fenoglio.
sabato 13 febbraio 2010
Lettera aperta al Dott. Manganelli
Caro Manganelli,
ho riflettuto a lungo, più che sull’opportunità di scriverle, sul come o in che veste farlo. Potevo scegliere quella del mediattivista che da tempo si occupa di casi di “malapolizia”, a Genova e non solo. Oppure, in modo più teatrale, quella di figlio di un poliziotto, solleticando così la curiosità sua e di qualche lettore. Alla fine è lei ad aver sciolto i miei dubbi con una recente intervista concessa al Secolo XIX. “Genova in quei giorni è stata devastata da migliaia e migliaia di persone. Persone che hanno messo paura. Che hanno seminato il terrore. Che hanno fatto guerriglia urbana”, ha affermato.
Il 16 novembre 2008, in una lettera a Repubblica, aveva usato parole più prudenti: “Credo che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. L’Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva”. Poco tempo dopo, all’inaugurazione del centro per la formazione alla tutela dell’ordine pubblico, si era lasciato andare a un’altra mezza ammissione. Parlando del G8 2001 aveva detto che “in questo campo ci sono stati errori. Ma noi abbiamo la forza di ammetterlo. E lo spirito critico per isolarli perché non si ripetano” (fonte: Il Secolo XIX). A voler essere cattivi c’è da pensare che il clima politico, rovinosamente mutato in senso autoritario nei pochi mesi che separano queste dichiarazioni, l’abbiano portata a ritenere il G8 genovese un problema risolto. Peccato che di quel problema molti ancora oggi portino i segni, nel corpo e nell’anima.
Leggo, ancora dalla sua intervista più recente, che lei comunque rispetterà, nel merito, le decisioni della Magistratura. A quasi 9 anni dai fatti suona irriverente, e questo non credo risponda alle sue intenzioni. Ho già detto, e lo ripeto ora, che non penso che la vera risposta sul luglio genovese dovesse venire dai tribunali. Soprattutto, non credo che la risposta della magistratura vada letta solo col pallottoliere che conta condanne e assoluzioni. Le ricordo, a tale scopo, che i tribunali hanno già espresso alcuni giudizi, ben diversi dalla sua tranciante assoluzione delle forze di polizia.
Sulla carica al corteo di Via Tolemaide del 20 luglio (da cui nacquero gli eventi che portarono all’uccisione di Carlo Giuliani) i giudici di primo grado hanno riconosciuto le prime reazioni dei manifestanti come “una reazione legittima nei confronti di atti arbitrari dei pubblici ufficiali”. L’ordine stesso di attaccare il corteo “non solo era illegittimo, ma palesemente ingiustificato e sproporzionato alla situazione”.
Su Bolzaneto riporto un estratto dalla condanna in primo grado all’ispettore di polizia penitenziaria al vertice della caserma: “… con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso … sottoponeva o comunque tollerava, consentiva, non impediva che le persone ristrette presso la caserma di Bolzaneto fossero sottoposte a misure vessatorie e a trattamenti inumani e degradanti, e arrecava così un danno ingiusto … a tutte le parti offese in stato di arresto presso la caserma … con la conseguenza di una sostanziale compromissione dei diritti umani fondamentali per le persone offese durante il periodo di permanenza …”.
Sulla Scuola Diaz la sentenza, ora sottoposta ad appello, dice che “quanto accadde all'interno della scuola Diaz Pertini fu al di fuori di ogni principio di umanità, oltre che di ogni regola ed ogni previsione normativa … Quanto avvenuto in tutti i piani dell'edificio scolastico … appare di notevole gravità sia sotto il profilo umano che legale. In uno stato di diritto non è accettabile che proprio coloro che dovrebbero essere i tutori dell'ordine e della legalità pongano in essere azioni lesive di tali entità”. E sull’atteggiamento autoassolutorio e di scarsa collaborazione da parte delle forze dell’ordine, lo stesso verdetto specifica che le violenze nella scuola non possono “trovare giustificazione se non nella consapevolezza di poter agire senza alcuna conseguenza e quindi nella certezza dell'impunità”.
Sui manifestanti feriti dalle forze dell’ordine nel corso delle varie iniziative del luglio 2001, si è arrivati ad alcune sentenze in sede civile in cui la magistratura, non potendo individuare responsabilità personali ma riconoscendo comunque nella condotta delle forze di polizia la causa oggettiva di quanto accaduto, impone al Ministero dell’Interno il pagamento alle persone ferite di somme a titolo di risarcimento. Queste condanne appaiono il segno tangibile che molti episodi sono riconducibili “… a gravi negligenze, approssimazioni e omissioni in tutta l’operazione di ‘ordine pubblico’ compiuta” (estratto dalla sentenza di risarcimento in favore di S.C.Z., percossa il 20 luglio in Piazza Manin, piazza tematica della Rete Lilliput).
Mi sembra ci sia di che riflettere. Se lei volesse davvero dare un segnale a quanti sono rimasti scandalizzati dall’operato delle forze dell’ordine a Genova, potrebbe molto semplicemente esprimersi su questioni concrete. Questioni, voglio eliminare ogni possibile equivoco, totalmente indipendenti da quanto penalmente rilevante, e forse proprio per questo il suo parere sarebbe più utile. Potrebbe, ad esempio, dire la sua opinione su proposte da tempo sollevate. Per citarne alcune:
- la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine;
- il varo di una legge che preveda il reato di tortura;
- l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;
- l’aggiornamento professionale circa i principi della nonviolenza;
- l’impegno alla esclusione dell'utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l'impegno circa una moratoria nell'utilizzo dei GAS CS.
Potrebbe infine esprimersi sull’atteggiamento delle forze dell’ordine nei vari procedimenti genovesi. Atteggiamento che negli stessi tribunali è stato sovente stigmatizzato come segnato da una difesa corporativa che, a mio avviso, nulla ha a che vedere con l’esigenza del Paese, che lei riconobbe nella lettera a Repubblica, di spiegazioni su quel che accadde a Genova nel luglio 2001.
Francesco “baro” Barilli
ho riflettuto a lungo, più che sull’opportunità di scriverle, sul come o in che veste farlo. Potevo scegliere quella del mediattivista che da tempo si occupa di casi di “malapolizia”, a Genova e non solo. Oppure, in modo più teatrale, quella di figlio di un poliziotto, solleticando così la curiosità sua e di qualche lettore. Alla fine è lei ad aver sciolto i miei dubbi con una recente intervista concessa al Secolo XIX. “Genova in quei giorni è stata devastata da migliaia e migliaia di persone. Persone che hanno messo paura. Che hanno seminato il terrore. Che hanno fatto guerriglia urbana”, ha affermato.
Il 16 novembre 2008, in una lettera a Repubblica, aveva usato parole più prudenti: “Credo che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. L’Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva”. Poco tempo dopo, all’inaugurazione del centro per la formazione alla tutela dell’ordine pubblico, si era lasciato andare a un’altra mezza ammissione. Parlando del G8 2001 aveva detto che “in questo campo ci sono stati errori. Ma noi abbiamo la forza di ammetterlo. E lo spirito critico per isolarli perché non si ripetano” (fonte: Il Secolo XIX). A voler essere cattivi c’è da pensare che il clima politico, rovinosamente mutato in senso autoritario nei pochi mesi che separano queste dichiarazioni, l’abbiano portata a ritenere il G8 genovese un problema risolto. Peccato che di quel problema molti ancora oggi portino i segni, nel corpo e nell’anima.
Leggo, ancora dalla sua intervista più recente, che lei comunque rispetterà, nel merito, le decisioni della Magistratura. A quasi 9 anni dai fatti suona irriverente, e questo non credo risponda alle sue intenzioni. Ho già detto, e lo ripeto ora, che non penso che la vera risposta sul luglio genovese dovesse venire dai tribunali. Soprattutto, non credo che la risposta della magistratura vada letta solo col pallottoliere che conta condanne e assoluzioni. Le ricordo, a tale scopo, che i tribunali hanno già espresso alcuni giudizi, ben diversi dalla sua tranciante assoluzione delle forze di polizia.
Sulla carica al corteo di Via Tolemaide del 20 luglio (da cui nacquero gli eventi che portarono all’uccisione di Carlo Giuliani) i giudici di primo grado hanno riconosciuto le prime reazioni dei manifestanti come “una reazione legittima nei confronti di atti arbitrari dei pubblici ufficiali”. L’ordine stesso di attaccare il corteo “non solo era illegittimo, ma palesemente ingiustificato e sproporzionato alla situazione”.
Su Bolzaneto riporto un estratto dalla condanna in primo grado all’ispettore di polizia penitenziaria al vertice della caserma: “… con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso … sottoponeva o comunque tollerava, consentiva, non impediva che le persone ristrette presso la caserma di Bolzaneto fossero sottoposte a misure vessatorie e a trattamenti inumani e degradanti, e arrecava così un danno ingiusto … a tutte le parti offese in stato di arresto presso la caserma … con la conseguenza di una sostanziale compromissione dei diritti umani fondamentali per le persone offese durante il periodo di permanenza …”.
Sulla Scuola Diaz la sentenza, ora sottoposta ad appello, dice che “quanto accadde all'interno della scuola Diaz Pertini fu al di fuori di ogni principio di umanità, oltre che di ogni regola ed ogni previsione normativa … Quanto avvenuto in tutti i piani dell'edificio scolastico … appare di notevole gravità sia sotto il profilo umano che legale. In uno stato di diritto non è accettabile che proprio coloro che dovrebbero essere i tutori dell'ordine e della legalità pongano in essere azioni lesive di tali entità”. E sull’atteggiamento autoassolutorio e di scarsa collaborazione da parte delle forze dell’ordine, lo stesso verdetto specifica che le violenze nella scuola non possono “trovare giustificazione se non nella consapevolezza di poter agire senza alcuna conseguenza e quindi nella certezza dell'impunità”.
Sui manifestanti feriti dalle forze dell’ordine nel corso delle varie iniziative del luglio 2001, si è arrivati ad alcune sentenze in sede civile in cui la magistratura, non potendo individuare responsabilità personali ma riconoscendo comunque nella condotta delle forze di polizia la causa oggettiva di quanto accaduto, impone al Ministero dell’Interno il pagamento alle persone ferite di somme a titolo di risarcimento. Queste condanne appaiono il segno tangibile che molti episodi sono riconducibili “… a gravi negligenze, approssimazioni e omissioni in tutta l’operazione di ‘ordine pubblico’ compiuta” (estratto dalla sentenza di risarcimento in favore di S.C.Z., percossa il 20 luglio in Piazza Manin, piazza tematica della Rete Lilliput).
Mi sembra ci sia di che riflettere. Se lei volesse davvero dare un segnale a quanti sono rimasti scandalizzati dall’operato delle forze dell’ordine a Genova, potrebbe molto semplicemente esprimersi su questioni concrete. Questioni, voglio eliminare ogni possibile equivoco, totalmente indipendenti da quanto penalmente rilevante, e forse proprio per questo il suo parere sarebbe più utile. Potrebbe, ad esempio, dire la sua opinione su proposte da tempo sollevate. Per citarne alcune:
- la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine;
- il varo di una legge che preveda il reato di tortura;
- l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;
- l’aggiornamento professionale circa i principi della nonviolenza;
- l’impegno alla esclusione dell'utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l'impegno circa una moratoria nell'utilizzo dei GAS CS.
Potrebbe infine esprimersi sull’atteggiamento delle forze dell’ordine nei vari procedimenti genovesi. Atteggiamento che negli stessi tribunali è stato sovente stigmatizzato come segnato da una difesa corporativa che, a mio avviso, nulla ha a che vedere con l’esigenza del Paese, che lei riconobbe nella lettera a Repubblica, di spiegazioni su quel che accadde a Genova nel luglio 2001.
Francesco “baro” Barilli
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