venerdì 2 marzo 2012

Parlate pure di Val di Susa ed encomi solenni (ma vi prego, lasciate stare Pasolini…)

Mi rivolgo a giornalisti, opinionisti, ministri… E a tutti/tutte quelli che hanno parlato del tragicomico video che ha ripreso il confronto fra un manifestante (ciarliero) e un carabiniere (silenzioso) in Val Susa. Lo faccio solo per pochi appunti.

- Lasciate perdere Pasolini e Valle Giulia. Non è obbligatorio che ogni qualvolta le cronache ci portano a parlare di confronti fra manifestanti e forze dell’ordine si facciano fischiare le orecchie nella tomba al povero Pasolini. Che, magari, vorrebbe essere ricordato anche per qualcos’altro… Ma evidentemente non tutte le frasi del poeta sono così facili da citare per fare bella figura in un salotto o, peggio, da Bruno Vespa.

- Noto che per identificare il carabiniere che (lo dico senza ironia) si è correttamente comportato si è fatta molta meno fatica di quanta se ne faccia in casi speculari, ossia quando si deve identificare un agente “picchiatore” (Genova, e non solo, insegna…).

- Raramente m’è capitato di vedere i media mainstream schierati a falange da una parte: quella pro Tav, ovvio (e parlo di schieramento “a falange”, formula solitamente usata per le forze dell’ordine, non a caso: in Val di Susa la falange “virtuale” dei media mi sembra persino più inquietante di quella fisica delle forze di polizia). Il fatto non mi sorprende, per carità: più sono alti gli interessi economici in gioco e meno è indipendente la stampa. Però non ricordo d’aver mai visto un salto di qualità così repentino… In pochi giorni quotidiani e televisioni hanno silenziato quelle scarne parole che prima spendevano per informare, diventando praticamente tutti omologati e sovrapponibili.

- A proposito di “media sovrapponibili” e di salto di qualità repentino: il video del “confronto” tra manifestante e carabiniere è importante quanto un brufolo… Eppure in poche ore ha scalzato ogni approfondimento dallo scellerato inseguimento sul traliccio che ha causato (anche al di là delle intenzioni, non è questo il punto) la caduta di Luca Abbà… Si è cancellato non solo Abbà (e le sue condizioni… con un cinismo e una mancanza di umanità che mi sconvolge), ma pure tutte le violenze ai manifestanti per dare spazio “al brufolo”… (Un inciso: credo che il manifestante abbia sbagliato a buttarla sul piano della provocazione personale.  Sarà un mio limite, ma personalmente cerco sempre di “stare sui contenuti”; la provocazione personale non fa per me e, soprattutto, mi irrita e indigna quando viene “dall’altra parte”: a maggior ragione m’infastidisce vederla esercitata da qualcuno che dovrebbe essere dalla mia di parte…).

- Prima ho parlato di video “tragicomico”. Mi spiego meglio: sembrava girato (sarebbe meglio dire “interpretato”) ad uso e consumo della televisione. Il Grande Fratello in Val di Susa, insomma (ma quello di Mediaset, non di Orwell…). Dei due “attori” uno ha capito cosa era opportuno fare, l’altro no.

Francesco “baro” Barilli

P.S.: Siccome ho accennato a Pasolini segnalo, rivolgendomi a chi ha proprio tempo da perdere, un articolo che in altri tempi scrissi sull’argomento (Pasolini e Valle Giulia, intendo). E sul Pasolini “dimenticato” potete leggere anche questo.

mercoledì 15 febbraio 2012

Piazza della Loggia: comincia l’appello e…

Ieri è cominciato il processo d’appello per la strage di Piazza della Loggia, dopo la sentenza di primo grado del 16 novembre 2010.
Sono imputati: Pino Rauti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino e Maurizio Tramonte. Originariamente c’era un sesto imputato, Giovanni Maifredi, ma è deceduto il 3 luglio 2009.
Il rinvio a giudizio è stato frutto della quarta istruttoria sulla strage, condotta dai PM Roberto Di Martino e Francesco Piantoni. Le indagini sono basate essenzialmente sulle dichiarazioni di Carlo Digilio (“tecnico di fiducia” di Ordine Nuovo nel campo degli esplosivi, deceduto il 12 dicembre 2005) e dello stesso Maurizio Tramonte.

In particolare quest’ultimo è stato il cardine dell’impianto accusatorio. Nato nel 1952, nell’autunno 1972 venne attivato come fonte del SID col criptonimo di Tritone. Ha collaborato in questa veste con il Centro Controspionaggio di Padova, a cui ha fornito per mesi molte informazioni sul mondo della destra eversiva. La sua collaborazione ha prodotto un’imponente mole di “veline”. Alcune sono relative a incontri che si sarebbero tenuti presso l’albergo che dirigeva un esponente missino, Giangastone Romani, ad Abano Terme. In uno di questi documenti si accenna esplicitamente alla “… creazione di una nuova organizzazione extraparlamentare di destra che comprenderà parte degli ex militanti di Ordine Nuovo. L’organizzazione sarà strutturata in due tronconi. Uno clandestino … Opererà con la denominazione Ordine Nero sul terreno dell’eversione violenta contro obiettivi che verranno scelti di volta in volta. L’altro palese, il quale si appoggerà a circoli culturali … avrà il compito di sfruttare politicamente le ripercussioni degli attentati operati dal gruppo clandestino”; questa è solo una citazione: sono presenti molti accenni, anche espliciti, alla strage di Piazza della Loggia.
Negli anni ’90 Tramonte ha arricchito le veline con nuove dichiarazioni, attraversando un percorso in cui ha vestito diversi ruoli, da persona informata sui fatti a indagato in reato collegato, fino a indagato – e poi imputato – per la strage. Il 24 maggio 2002 Tramonte ha ritrattato le sue precedenti dichiarazioni, sostenendo che le uniche informazioni credibili da lui rese sarebbero quelle a suo tempo fornite come “fonte Tritone” al Sid, e sostenendo che queste sarebbero relative esclusivamente a notizie apprese de relato. L’interessato ha sostenuto, nel corso del dibattimento in corte d’assise, che le successive dichiarazioni sarebbero state frutto di un disperato bisogno di aiuto e denaro per altri suoi guai giudiziari, nonché del difficile periodo in cui era schiavo di droga e alcol. La ritrattazione è stata ritenuta totalmente inattendibile dalla pubblica accusa.

La sentenza di primo grado ha assolto i 5 imputati ancora in vita: Zorzi, Maggi, Rauti, Tramonte, Delfino. In sostanza la Corte non ha ritenuto credibili né Digilio né Tramonte. Quest’ultimo è stato considerato attendibile solo nelle veline redatte per il Sid nell’immediatezza dei fatti. Tali documenti, ad avviso della Corte, testimonierebbero solo la generica volontà (in primo luogo da parte di Maggi) di costituire un’organizzazione terroristica che il 28 maggio 1974 non sarebbe stata ancora pienamente operativa e in grado di compiere un’azione rilevante come la strage di Brescia.

In occasione dell’appello i pubblici ministeri hanno inoltrato istanza di “rinnovamento parziale dell’istruttoria dibattimentale”. Con questa richiesta Piantoni e Di Martino chiedono che il tribunale d’appello valuti nuovi elementi, non emersi o non sufficientemente emersi nel corso del primo grado. Di seguito sintetizzo i principali.

Dopo molte ricerche sembra essere stato individuato il casolare di Paese in cui erano custoditi esplosivi e armi di Giovanni Ventura, utilizzati innanzitutto per gli attentati della primavera-estate ’69. Di questo rustico aveva parlato Digilio, in special modo durante le indagini su Piazza Fontana. La circostanza, seppure collaterale rispetto alla strage di Brescia, avvalorerebbe comunque la credibilità complessiva di Digilio, considerando che proprio la mancanza di riscontri circa l’esistenza del casolare fu uno degli elementi che fece giudicare inattendibile Digilio per Piazza Fontana. Un giudizio adottato anche dalla sentenza bresciana del 16 novembre 2010, ma che ora potrebbe essere rivisto. Analogamente, sembrano essersi concretizzate le ricerche su un altro rustico "fantasma" e importante: la "casaccia" dalle parti di Mestre dove, sempre nella ricostruzione di Digilio, Zorzi avrebbe consegnato a Soffiati (altro ordinovista veneto) la valigetta con l'esplosivo successivamente utilizzato a Brescia. 


Piantoni e Di Martino chiedono di riconvocare i periti del primo processo (quello sul “gruppo Buzzi”) per definire la natura dell’esplosivo utilizzato. Anche questo punto pone l’attenzione sulla credibilità di Digilio, che parlò di esplosivo gelatinoso, in analogia con i periti della prima istruttoria ma diversamente da quanto sostenuto da altri periti nell’ultimo dibattimento.

L’ex maresciallo Fulvio Felli, nel 1974 referente per il Sid a Padova delle informative della “fonte Tritone”, avrebbe confermato la convinzione dei pm circa la falsa datazione delle veline di Tramonte. Molti di questi appunti, infatti, secondo il SID risalivano al luglio ’74 e riporterebbero informazioni riferite dal Tramonte tra giugno e l’inizio luglio. La tesi di Piantoni e Di Martino è che alcune di queste note sarebbero state raccolte prima della strage.

E’ emerso un altro elemento molto suggestivo (ma probabilmente resterà escluso dal processo, riguardando un soggetto minorenne all’epoca dei fatti). Un nuovo pentito dell’area di estrema destra ha parlato di un estremista neofascista veneto, diciassettenne nel ’74, che gli avrebbe confidato d’avere avuto un ruolo operativo in piazza della Loggia.

Inutile dire che, grazie ai nuovi elementi portati dalla pubblica accusa (e un interesse dei media rinnovato e - si spera - meno episodico), il processo d'appello si apre con qualche speranza in più che questa sia davvero l'occasione per ottenere verità e giustizia sulla strage di Brescia...

Qui sotto vedete la prima anticipazione del nuovo lavoro, mio e di Matteo Fenoglio, proprio su piazza della Loggia, di cui parlai tempo fa. Grazie a "Il Fatto" e alla sua giornalista, Valeria Gandus, peraltro autrice di un articolo (sempre su "Il Fatto" di ieri) davvero pregevole.







giovedì 29 dicembre 2011

Il destino di Liberazione

Non si tratta di essere o meno di rifondazione. Non si tratta di alcuna appartenenza. Né di semplice affetto. Il punto (la sopravvivenza di Liberazione, per chi non l’avesse capito) non sta neppure nell’interrogarsi se, a monte della chiusura, ci siano solo i tagli all’editoria, o anche errori di gestione, incompresi “passaggi epocali” dell’informazione (dalla carta a internet) eccetera. Tutta accademia che in questo momento è, o rischia di essere, inopportuna o almeno intempestiva. No: il punto (ora, adesso…) è capire che Liberazione forse non sarà un giornale così “figo” da “fare tendenza”, avrà (non voglio dire “avrà avuto”) i suoi difetti, non lo discuto… Ma è (non voglio dire “è stata”) una voce anti sistema. Se non l’unica, la migliore: sui fatti di Genova, su Aldrovandi, e molto altro ancora… Ci sarà tempo, domani, per le analisi argute, le polemiche (più o meno argute…), le sottili considerazioni sui tempi che cambiano. Adesso, ora, si tratta di “fare”. Ognuno, quello che può. Perché la voce di Liberazione vada avanti. Una voce “combattente”: per questo mi è cara.

lunedì 26 dicembre 2011

Io e Manuel a Torino per "Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova"


io e Manuel De Carli, con Giuliano Giuliani, a Torino il 22 ottobre scorso. Ospiti di Patrizia Bellinelli (blog Open AR.S.-A spasso tra i libri) Libreria Millevolti (TO).

lunedì 19 dicembre 2011

Caro Mohamed

Per questo racconto devo ringraziare due amiche, che involontariamente mi hanno dato l’idea.
Lorena pochi giorni fa mi ha scritto “è sempre più difficile rispondere ai nostri figli quando ci domandano a bruciapelo: cosa ne pensi della manovra Monti?”.
Qualche giorno prima Amal ha definito il nuovo governo “il nostro plotone d’esecuzione” (cito a braccio, spero di non sbagliare: non trovo più il suo post su Facebook).
Mettendo insieme quei due frammenti m’è venuta voglia di scrivere il mio pensiero, e di farlo in un modo un po’ particolare. Ho unito anche l’uccisione dei due senegalesi a Firenze, ed è venuto fuori questo… Un po’ lungo, ma vi chiedo di dargli un’occhiata: spero vi venga voglia di leggerlo tutto…

*****

13 dicembre 2011

Caro Mohamed,
avrei voluto iniziare dicendoti “leggerai questa lettera quando sarai grande”: un po’ troppo melodrammatico. E, a dire il vero, non so se e quando la leggerai, se mai te la darò, e neppure – in fondo – perché sto scrivendo… Forse questo sì, lo so: scrivo perché non so cosa penso fino a quando non lo scrivo. E’ sempre stato così, e anche in questo momento in cui mi sembra di non capire nulla di quanto mi sta attorno devo scrivere, per avere almeno la percezione di “cosa” non sto capendo e illudermi di rivolgermi a qualcuno che saprà. Saprà vedere schiarito quell’orizzonte che a me pare tanto oscuro (se il futuro gliene darà i mezzi) e districarsi in quel grumo di contraddizioni che è tuo padre. Ora hai due anni, non puoi farlo, ma conto sull’uomo che diventerai.

Già ora sai che non ti abbiamo generato io e tua madre. Solo guardandoti attorno, pure alla tua età credo tu comprenda la differenza. Pensa: quando t’abbiamo adottato tua madre voleva darti “un nome italiano”. “Per non farlo sentire diverso”, diceva, “sai come sono i bambini…”. Gran brava donna, ma di certe cose non ha mai capito nulla. Io ho sempre disprezzato l’omologazione (non farti ingannare dalla parola integrazione: il significato è lo stesso) e ho sempre cercato di essere diverso. Sia chiaro, anche il voler essere diversi a tutti i costi è una sorta di snobistico conformismo: quella mia aspirazione, invece, è sempre stata solo la paura di perdere me stesso, fra gli altri… Ma non voglio parlare di me, scusami. Il punto, tornando alla scelta del tuo nome, era che qualsiasi tentativo sarebbe stato inutile, tu saresti stato comunque diverso. Per me, un bene; per altri, una cosa orribile; per tua madre qualcosa di assolutamente normale (i suoi timori non avevano nulla in comune coi pregiudizi di quegli stronzi) ma che, temeva, un giorno poteva farti soffrire. In ogni caso, lei voleva chiamarti Ilario. Mi sa che t’è andata bene l’abbia spuntata io…

Come e perché sei diventato orfano nessuno di noi lo saprà mai. Stavo riflettendo (te lo dico subito: non sarà la cosa più intelligente si possa pensare…) sul fatto che i tuoi genitori erano persone probabilmente povere, abituate a una realtà di sabbia e sole, a un orizzonte fatto di una sola linea che comunica con l’infinito, o almeno io l’immagino così. Noi, che tuoi genitori “lo siamo diventati”, siamo benestanti. Il nostro orizzonte è spezzato dal cemento, e al nostro clima umido d’estate e d’inverno sogniamo di fuggire, più che sperare di abituarci. Loro trattavano probabilmente l’acqua come una ricchezza, io solo quando sei arrivato tu ho cominciato a pensare a quanta ne spreco lavandomi i denti. Te l’ho detto, non è la riflessione più profonda si possa fare, ma in questo campo si rischia d’essere retorici o accademici. Con la mia ingenuità ho perlomeno evitato quei due pericoli.

Ti scrivo perché sono preoccupato per il tuo futuro, e questo non mi rende diverso dalla maggior parte dei genitori. Anche se l’origine della mia preoccupazione farebbe sicuramente sorridere i più, e probabilmente farà scuotere la testa a te, quando e se leggerai.
Devi sapere che fino a poche settimane fa il nostro governo era composto da tizi urlanti, arroganti, supponenti… Difficile persino descriverli a chi come te potrà avere la fortuna di non averli conosciuti. Oggi sono stati sostituiti da un gruppo di burocrati. “Tecnici” li chiamano, perché non sono stati eletti da nessuno. Il loro capo, il nuovo Presidente del Consiglio, l’ho visto poche sere fa alla televisione. Sembra un brav’uomo, intellettualmente onesto, colto e paziente, conscio del proprio ruolo di semplice “amministratore per conto terzi” (forse dovrei dire “curatore fallimentare”).
Anche qui è difficile spiegarti la sensazione straniante che provo. Io vengo da una cultura distante, dall’attuale e ancor più da quella in cui vivrai tu (non riesco a immaginarla, ma sicuramente sarà diversa sia dal mio passato che da questo presente). Una cultura secondo cui la partecipazione – diretta o per delega –alle scelte politiche era la base del vivere comune. “Democrazia” la chiamavamo. Non so se abbia più senso quella parola, né se in futuro tornerà ad averne uno assimilabile a quello a me conosciuto. Ormai l’Italia è parte di un sistema odioso e oscuro: farne parte è doloroso, uscirne sembra impossibile.
E’ difficile spiegartelo, se non con una metafora. Tutti noi c’illudiamo di essere padroni del nostro destino, singolo o collettivo, seppure nel perimetro circoscritto delle possibilità. Fuori, sta l’impossibile... Ecco, è come se quel perimetro si fosse drammaticamente ridotto in questi anni, ma noi all’interno non ne abbiamo la percezione. Continuiamo a muoverci dentro il recinto esattamente come prima: che le palizzate si siano avvicinate potremmo capirlo solo fermandoci a riflettere, ma non ce ne viene data spesso la possibilità. Del resto anche per un pesce rosso il proprio acquario è l’universo noto, e questo non cambia quando lo si mette in una vaschetta ancora più piccola. Fuori, in ogni caso, più che la libertà c’è la morte.

Per carità, può essere che io mi sbagli e che la politica non abbia poi tutta questa influenza sulla nostra esistenza. Pure una grave malattia o un incidente possono sconvolgere la nostra vita da un momento all’altro, ma noi non stiamo ogni giorno a pensare alla possibilità che ci succedano (l’aver paragonato la politica a un grave malanno o a una disgrazia è un’ironia involontaria, t’assicuro…). Dunque l’essere preoccupato per il tuo futuro in base alla pessima qualità in cui sembra navigare oggi il “vivere civile” forse è una sciocchezza. O, perlomeno, in cuor mio dovrei augurarmi che tu sia risparmiato da altre disgrazie: la politica, se davvero è tale, è destinata a tutti…
Però la preoccupazione rimane. Ti dicevo prima d’aver visto il nuovo Presidente del Consiglio, mentre illustrava agli italiani i sacrifici che gli sta chiedendo. Sembrava un medico che dice “Mi dispiace, lei ha un cancro. Non è colpa sua o mia, e io non posso fare molto. Possiamo tentare questa cura, la sola che io conosco, ma le prospettive non sono buone. Le consiglio di prepararsi e di sistemare le sue cose…”. Che dire?… Siamo uno dei paesi con la maggiore diseguaglianza di redditi. Fra chi ha troppo e chi non ha abbastanza per vivere, chi sta in mezzo vede l’asticella della sopravvivenza dignitosa alzarsi: saranno sempre di più quelli che, anche fra questi ultimi, scivoleranno verso il basso… Insomma: l’uomo che ho sentito parlare era meglio del disgraziato buffone che ci è toccato fino a ieri, ma al di là di ogni empatia e davanti a una diagnosi così grave uno vorrebbe anche provare cure diverse, non trovi? Perché ci sono, eccome se ci sono, solo che disturberebbero chi sta in cima alla piramide…

Mentre succede tutto questo, proprio oggi un tizio ha sparato a Firenze. Non a caso: ha ammazzato due uomini come te. E già m’accorgo dell’assurdo: “come te” e intendo “con la pelle nera”. Sarebbe una cosa nemmeno da precisare, non fosse che per l’assassino era proprio quello il movente, capisci? Diranno che era un pazzo, il nostro Breivik. In parte è vero, ma ciò non toglie che la “follia” del suo ultimo gesto è figlia coerente dei suoi “ideali”: razzismo, xenofobia, intolleranza… Tutte cose che imparerai – e imparerai a disprezzare, spero – dai libri di storia, gli stessi da cui saprai (ma su questo non conterei troppo) chi era Breivik.
Mi viene in mente che solo pochi anni fa un altro individuo affermò che agli immigrati bisognerebbe sparare col fucile. “Come ai leprotti”, precisò. Voleva essere divertente. Alcuni trattarono l’affermazione come cialtroneria, altri come un’esagerazione, altri ancora come una provocazione. Sbagliavano tutti, la reale interpretazione doveva andare al di là delle intenzioni di quel politico (di cui non farò il nome, il solo ricordarlo sarebbe un tributo che non merita). Quella frase era una spia linguistica di una regressione culturale, che si voleva negare o si preferiva non vedere.
L’assassino di oggi poi s’è suicidato. Vorrei non fosse così, ma provo un po’ di pena anche per lui. Non per qualche reminiscenza cattolica, ma al contrario per la mia assenza di fede. Per le mie convinzioni, a ogni essere umano viene data una sola vita, questa. Spiace vederla buttata via, e quel nostro simile ha fatto proprio questo, dopo aver dato concretezza con un duplice omicidio ai suoi “ideali”, odiosi e fatti d’odio. E poi, diciamolo: razzismo, follia… Entrambe parole insufficienti, anche mettendole assieme. Per descrivere certi abissi non esistono parole adatte, c’è solo lo sgomento.

Ho messo molta, troppa, carne al fuoco in questa lettera. E, lo so, le preoccupazioni che angosciano me oggi sono diversissime da quelle che dovrai affrontare tu da adulto. Credo però che le tue ansie future saranno figlie delle mie attuali. E, soprattutto, ogni singola schifezza con cui il genere umano deve fare i conti è frutto delle proprie azioni e della colpa di tutti. Di tutti: anche mia, persino tua… Dunque il nostro non è tempo perso; non il mio a scrivere, né il tuo – un giorno – a leggere.
Fra pochi giorni sarà Natale. Ti ho già detto di non essere credente, ma il Natale m’è sempre piaciuto. Mi sembra una parentesi di pace in mezzo a una quotidianità di rabbia e follia. E’ come se l’umanità, almeno qui da noi, volesse fermassi un attimo a riprendere fiato, a pensare, a guardare “l’altro” con sentimenti diversi. Poi si torna come prima, peccato…
Prendi questo mio sfogo come un semplice segno di premuroso affetto e di preoccupata attenzione per il tuo futuro. Un giorno, se il destino vorrà, guardando il passato ne potremo parlare assieme. Magari, spero, sentendoci sollevati… Ma questo starà a noi…

Tuo padre

giovedì 1 dicembre 2011

Prova e benvenuti

Allora: per chi non lo sapesse, splinder chiude (dismette il servizio, se preferite) e di conseguenza io (come molti altri) sono costretto a traslocare il blog...
Ok, bene così.  Un saluto a splinder, condito con lacrimuccia... E anche con un po' di stizza perchè non riesco a capire cosa diavolo devo fare per recuperare il contenuto del mio vecchio blog: sono riuscito a salvarlo in file xml, ma non c'è verso di farlo emigrare in questa nuova casuccia... gli sarà antipatico, chevvoletechevidica... (ovviamente: se qualcuno ha consigli ben venga... A patto che nel darmeli vi ricordiate che io - a livello informatico - ho a malapena i pollici opponibili).
In ogni caso: ora mi troverete qui... A presto...

mercoledì 9 novembre 2011

In memoria di Saidou Gadiaga

Occuparsi oggi dell’atroce fine di Saidou Gadiaga, senegalese morto a Brescia il 12 dicembre scorso in una cella della caserma dei carabinieri, è un dovere. Anche se farlo mentre il berlusconismo sta crollando può suonare strano: mentre un impero cade, occuparsi d’altro rischia d’apparire paradossale, o quantomeno una concessione al minimalismo. “E i politici han ben altro a cui pensare”, scriverebbe Guccini. Invece, proprio la storia di Saidou ci dice cosa è stato il berlusconismo.
37 anni, a Brescia da 15, Gaidaga non era un criminale. Ma tale era stato fatto diventare grazie al perverso intreccio di normative che, in nome dell’emergenza securitaria, trasforma in criminale chi, come lui, perde il permesso di soggiorno dopo aver perso il lavoro e non ottempera all’ordine d’espulsione. Fermato dai carabinieri locali, è morto nella cella di sicurezza della caserma bresciana, in seguito a un violento attacco d’asma. La versione ufficiale ha raccontato di un malore in cella, di un’ambulanza chiamata tempestivamente e del decesso in ospedale.
Oggi, uno scoop di Repubblica potrebbe portare alla riapertura del caso, frettolosamente archiviato. Gli elementi sollevati, grazie al video della telecamera che riprende le camere di sicurezza, vertono essenzialmente sulla scarsa prontezza dei soccorsi, sui momenti di terribile abbandono in cui viene lasciato il senegalese (mentre ansima in cerca d’aria, aggrappato alla porta della cella prima di accasciarsi), e infine sulle discrepanze rispetto alla versione dei carabinieri: stando all’autopsia l’uomo era già morto all’arrivo dell’ambulanza. Elementi che porterebbero a classificare la morte di Saidou come un ennesimo caso di abuso (o almeno negligenza) da parte delle forze dell’ordine. A rafforzare questo impianto (accusatorio, almeno sul piano morale) c’è pure il ricordo di quanto affermato, pochi giorni dopo la tragedia, dal comandante provinciale dei carabinieri di Brescia: "Ribadisco l'assoluta correttezza e trasparenza dell'Arma, attestata anche da immagini video … che documentano esattamente la dinamica dell'evento e attestano anche l'immediatezza dei soccorsi e il senso di umanità che … ha contraddistinto anche i carabinieri che hanno operato in questa circostanza" (Ansa, 18 dicembre 2010). L’ufficiale giunse a premiare il carabiniere in servizio presso la cella dove il senegalese era detenuto. “Per la sensibilità mostrata”, recita la stessa Ansa; il video di Repubblica racconta un film diverso: più un horror che una pellicola tragica ma sdolcinata e piena di buoni sentimenti.
Che tutto questo ci indigni è naturale. Ma anche fuorviante. Perché, ben prima della scarsa sensibilità dei carabinieri (in questo caso forse parzialmente derubricabile ad impreparazione nell’affrontare lo stato di un detenuto malato d’asma) e delle loro “verità di comodo”, va ricordato che il povero Saidou era un uomo tranquillo, che non aveva commesso reati, se non quello “di clandestinità”, introdotto da chi ha voluto cavalcare e alimentare la paura verso i migranti per costruire un consenso “di pancia”.
Per questo Saidou è stato fermato, per questo è morto. E per questo proprio la sua tragedia ci racconta a quali livelli di barbarie ci ha portato il berlusconismo, antropologicamente prima che politicamente, e dove ancora ci potrà portare, se ci illuderemo di averlo superato semplicemente accantonando Berlusconi.

Francesco “baro” Barilli