Genova 2007 è un abbraccio caldo che m’accoglie alle 11 del mattino di venerdì 20 luglio. Un abbraccio grande che ne conterrà altri più piccoli fino alla sera di sabato 21. Ogni anno è così, e ogni anno al tempo stesso è speciale e unico: questa Genova non farà eccezione, se non per l’essere ancora più speciale e unica.
Assieme all’amica Sonia, al Carlini trovo subito Rosa, la mamma di Dax. Pranziamo assieme, mentre diamo un’occhiata allo stadio e penso che il comitato Piazza Carlo Giuliani non poteva avere idea migliore del riconquistare idealmente uno dei luoghi simbolo di Genova 2001. Nel primo pomeriggio, in attesa della partenza del corteo per piazza Alimonda, sulle gradinate dello stadio ritrovo Lorenzo Guadagnucci, del comitato verità e giustizia. Lorenzo è come sempre, acuto e lucido: in una lunga chiacchierata confrontiamo le nostre incazzature, le mie timide speranze e il suo ragionato scetticismo sulla possibile commissione parlamentare, le nostre idee sulle cose da fare. Lui è anche protagonista di una delle squadre del torneo di calcetto. “Atletico Diaz” si sono chiamati; gli dico che è un nome geniale e gli chiedo se come sponsor abbiano scelto una macelleria. Ridiamo assieme, e quello è il primo segno di cosa sarà Genova 2007: non una commemorazione retorica e rituale, ma una vitale, dove s'intrecciano memoria e passione.
Arriva il momento del corteo. Alcuni di noi si caricano sulle spalle gli striscioni che ricordano Carlo, Edo, Renato, Aldro, le stragi italiane… Sono leggeri sulle spalle, ci spingono a piazza Alimonda. Mi arriva un abbraccio alle spalle: è Gigi, con cui parlo di politica, rimpiangendo di poterlo ascoltare così raramente. Qualcuno non è venuto nel corteo, lo troviamo in piazza ad aspettarci. Alcuni non hanno voluto affrontare il caldo, altri forse hanno voluto sottolineare un proprio distinguo; non m’interessa né sembra interessare a nessuno: la piazza è un contenitore che realizza una di quelle rare alchimie in cui le distanze si azzerano e resta solo la voglia di stare assieme.
Arriva l’emozione, quando Cisco chiede un minuto di silenzio che Haidi riempie invece con la sua voce, che mi sembra meno flebile e più determinata del solito. Non so da quale nascosta riserva d’energie riesca ad estrarla, ma restiamo tutti ad ascoltare quella voce che scioglie l’emozione in un lungo applauso: un’altra forma in cui si manifesta l’abbraccio di Genova ’07.
A sera, al Carlini si respira un’aria impossibile da descrivere, solo da vivere. Alcuni intrattengono l’attesa della cena con canzoni partigiane e di lotta; un ragazzo sui 12 anni chiede la chitarra e sorprende tutti intonando Creuza de Ma’ (quanto mi manchi, quanto ci manchi, Fabrizio…).
A tarda sera ci prepariamo a vedere “OP”, il filmato che racconta la gestione dell’ordine pubblico a Genova 2001, soffermandosi su piazza Manin e soprattutto su via Tolemaide. Ho visto molti filmati sul g8 di Genova, ma questo è costruito con rigore scientifico e, contemporaneamente, è in grado di destare grande partecipazione. Al termine del video, una compagna intona Bella Ciao: senza capirne il motivo, sento che questo è uno dei momenti più emozionanti della mia vita di mediattivista.
E’ già notte quando conosco la madre di Renato Biagetti. Le chiedo del processo e della situazione a Roma. Scopro una donna lucida e determinata: mentre le parlo mi chiedo se è lei a poter contare sui compagni a Roma o se, al contrario, sono loro a potersi appoggiare a lei.
Arriva sabato mattina. Il tempo di accompagnare alla stazione Sonia, che deve tornare a Piacenza, e di arrivare poi al Carlini, e subito la destinazione cambia: mi precipito con Haidi alla prima assemblea della Sinistra Europea, convocata non a caso a Genova nel sesto anniversario delle giornate di luglio ’01. La mia è una presenza “mordi e fuggi”, giusto il tempo di scambiare due parole con Checchino (Genova non è Genova se non riesco a salutare pure lui!). Sempre con Haidi recuperiamo Massimo, appena arrivato da Como (nel pomeriggio parlerà di Rumesh) e si torna al Carlini.
Un pranzo veloce, ed è già tempo di due appuntamenti.Il primo è un piacevole fuori programma: incontro i ragazzi del Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio, che vogliono organizzare per ottobre un’interessante iniziativa su diritti e repressione. Ne parliamo assieme a Massimo e Luca (dell’associazione verità per Aldro) per vedere di organizzarla.
Arrivano Lino e Patrizia, genitori di Federico Aldrovandi. Riesco solo a salutarli brevemente, perché i tempi stringono: sta per cominciare il dibattito su repressione e antifascismo. Parlano Haidi, Massimo, Patrizia, compagni arrestati per i fatti di Milano dell’11 marzo e loro genitori e altri ancora. Una ragazza di Roma ci aggiorna sui fatti di Casal Bertone e Villa Ada. Io, per Reti-Invisibili, e Italo (dell’osservatorio sulla repressione del PRC) cerchiamo di tirare le fila di un dibattito ricco per interventi e variegato nei contributi. Un dibattito che abbonda di voglia di fare, di impegno, anche di rabbia che porta a qualche momento di tensione. Non nego un po’ di amarezza per quei contrasti (inopportuni a Genova, al Carlini, in questi giorni) ma credo vadano accolti come un segno persino positivo: a un dibattito ingessato e autoreferenziale ne preferisco uno vivo e partecipato, a costo di qualche “scazzo”.
Al termine dell’iniziativa, c’è giusto il tempo per scambiare quattro chiacchiere con Maria di Milano (la sorella di Iaio), ancora con Luca e sua madre. Poi, è già il tempo dei saluti. Ad Haidi e Giuliano dico che hanno saputo organizzare la Genova più bella e partecipata di questi anni. Quindi, col solo rimpianto di non poter partecipare alla fiaccolata alla Diaz, è già ora di mettermi in viaggio verso casa, scambiando con amici e amiche un arrivederci per il primo settembre, in ricordo di Renato. La voglia di ritrovarci presto tutti, di fare sentire la nostra presenza portandoci dentro un pezzettino di Genova e delle sue lotte, è uno dei tanti buoni frutti di queste giornate al Carlini. In macchina, un’ora e mezza di De Andrè mi fa compagnia: non saprei immaginarne una migliore.
Francesco “baro” Barilli
giovedì 26 luglio 2007
lunedì 9 luglio 2007
GENOVA 2001, MAI COSI’ VICINA
I fatti di Genova 2001 sono ormai lontani 6 anni. Eppure,
paradossalmente, non sono mai stati così vicini. In seguito ad una serie
di episodi concomitanti, i media si sono riavvicinati a quei giorni,
riuscendo parzialmente a farsi perdonare la colpevole indifferenza di
questi anni.
Prima sono arrivate le ammissioni di Michelangelo Fournier sulla “macelleria messicana”, definizione sanguinolenta che ha avuto il merito di sintetizzare in due parole quel che in molti sapevano circa la mattanza della Diaz. Poi abbiamo assistito all’avvicendamento fra De Gennaro e Manganelli ai vertici della Polizia di Stato: un’occasione accolta timidamente dai media, ma totalmente sprecata dal mondo della politica (distintosi in peana bipartisan all’indirizzo dei due alti funzionari e delle forze dell’ordine in generale) e dagli stessi interessati, che si sono guardati bene dal dire una sola parola su Genova 2001. Poi ci sono giunte le voci registrate della notte della Diaz. Parole disperse, come quelle che Pantagruele raccolse a manciate ai limiti del mare Glaciale per rovesciarle sul ponte della propria nave, sciogliendole e facendo ascoltare al suo equipaggio gli echi di una battaglia lontana: voci dell’orrore che mi auguro pesino a lungo su certe coscienze distratte da sei anni.
Infine, i primi risarcimenti per i manifestanti brutalizzati dalle forze dell’ordine il 20 e il 21 luglio 2001. Intendiamoci: ritengo che i fatti di Genova siano irrisarcibili; irrisarcibile è la morte di Carlo, e così pure la sospensione dei diritti civili cui sono stati sottoposti centinaia di manifestanti. Ma quelle prime sentenze di condanna al ministero dell’interno a pagare i danni subiti da alcune persone sono un segno di civiltà giuridica e, forse, di ritrovata dignità per le istituzioni.
Ma Genova non è vicina solo per la serie di fatti che l’ha riportata sulle prime pagine dei giornali, riaccendendo pure il dibattito sulla commissione parlamentare promessa dall’Unione nel suo programma. E’ vicina anche per l’imminenza dell’anniversario, che ci riporterà nel capoluogo ligure non solo virtualmente, ma fisicamente.
I comitati genovesi anche quest’anno propongono un ricco calendario di iniziative; di commemorazione, informazione e non solo. Il comitato Piazza Carlo Giuliani riscatterà, per così dire, uno dei luoghi cruciali di Genova 2001, lo stadio Carlini, teatro permanente della 4 giorni genovese di quest’anno a partire dal 19 luglio con musica, cultura e pure sport (un torneo di calcio). E poi i dibattiti; quello sulla “premiata macelleria italiana” organizzato dal comitato verità e giustizia per Genova (sabato 21, Museo di S. Agostino) e quello su “repressione e antifascismo” organizzato dal Piazza Carlo Giuliani con i comitati di solidarietà e lotta alla repressione (anch’esso sabato 21, stadio Carlini). Completeranno il programma il corteo con sit-in musicale in piazza Alimonda (pomeriggio del 20 luglio), la fiaccolata alla Diaz (sera di sabato 21), proiezione di video, dibattiti e altro ancora…
Anche quest’anno, come in passato, il primo dovere è, semplicemente, esserci. Per chiedere se sia possibile in questo paese mettere in discussione il comportamento tenuto dalle forze dell’ordine nei giorni di luglio 2001 e se sia possibile avere un apparato di sicurezza totalmente autoreferenziale, impermeabile alle critiche, protetto in modo bipartisan. Per chiedere il processo, finora negato, per l’omicidio di Carlo. Per dire che Genova 2001 noi non l’archiviamo, né dimentichiamo.
qui potete consultare il programma 2007 del Comitato Piazza Carlo Giuliani - stadio Carlini dal 19 al 22 luglio
qui potete consultare il programma 2007 del Comitato Verità e giustizia per Genova
Prima sono arrivate le ammissioni di Michelangelo Fournier sulla “macelleria messicana”, definizione sanguinolenta che ha avuto il merito di sintetizzare in due parole quel che in molti sapevano circa la mattanza della Diaz. Poi abbiamo assistito all’avvicendamento fra De Gennaro e Manganelli ai vertici della Polizia di Stato: un’occasione accolta timidamente dai media, ma totalmente sprecata dal mondo della politica (distintosi in peana bipartisan all’indirizzo dei due alti funzionari e delle forze dell’ordine in generale) e dagli stessi interessati, che si sono guardati bene dal dire una sola parola su Genova 2001. Poi ci sono giunte le voci registrate della notte della Diaz. Parole disperse, come quelle che Pantagruele raccolse a manciate ai limiti del mare Glaciale per rovesciarle sul ponte della propria nave, sciogliendole e facendo ascoltare al suo equipaggio gli echi di una battaglia lontana: voci dell’orrore che mi auguro pesino a lungo su certe coscienze distratte da sei anni.
Infine, i primi risarcimenti per i manifestanti brutalizzati dalle forze dell’ordine il 20 e il 21 luglio 2001. Intendiamoci: ritengo che i fatti di Genova siano irrisarcibili; irrisarcibile è la morte di Carlo, e così pure la sospensione dei diritti civili cui sono stati sottoposti centinaia di manifestanti. Ma quelle prime sentenze di condanna al ministero dell’interno a pagare i danni subiti da alcune persone sono un segno di civiltà giuridica e, forse, di ritrovata dignità per le istituzioni.
Ma Genova non è vicina solo per la serie di fatti che l’ha riportata sulle prime pagine dei giornali, riaccendendo pure il dibattito sulla commissione parlamentare promessa dall’Unione nel suo programma. E’ vicina anche per l’imminenza dell’anniversario, che ci riporterà nel capoluogo ligure non solo virtualmente, ma fisicamente.
I comitati genovesi anche quest’anno propongono un ricco calendario di iniziative; di commemorazione, informazione e non solo. Il comitato Piazza Carlo Giuliani riscatterà, per così dire, uno dei luoghi cruciali di Genova 2001, lo stadio Carlini, teatro permanente della 4 giorni genovese di quest’anno a partire dal 19 luglio con musica, cultura e pure sport (un torneo di calcio). E poi i dibattiti; quello sulla “premiata macelleria italiana” organizzato dal comitato verità e giustizia per Genova (sabato 21, Museo di S. Agostino) e quello su “repressione e antifascismo” organizzato dal Piazza Carlo Giuliani con i comitati di solidarietà e lotta alla repressione (anch’esso sabato 21, stadio Carlini). Completeranno il programma il corteo con sit-in musicale in piazza Alimonda (pomeriggio del 20 luglio), la fiaccolata alla Diaz (sera di sabato 21), proiezione di video, dibattiti e altro ancora…
Anche quest’anno, come in passato, il primo dovere è, semplicemente, esserci. Per chiedere se sia possibile in questo paese mettere in discussione il comportamento tenuto dalle forze dell’ordine nei giorni di luglio 2001 e se sia possibile avere un apparato di sicurezza totalmente autoreferenziale, impermeabile alle critiche, protetto in modo bipartisan. Per chiedere il processo, finora negato, per l’omicidio di Carlo. Per dire che Genova 2001 noi non l’archiviamo, né dimentichiamo.
qui potete consultare il programma 2007 del Comitato Piazza Carlo Giuliani - stadio Carlini dal 19 al 22 luglio
qui potete consultare il programma 2007 del Comitato Verità e giustizia per Genova
lunedì 4 giugno 2007
Un fumetto per Ilaria e Miran
Dal sito http://www.ilariaalpi.it/, copio e incollo una notizia che mi riguarda direttamente:
“Uscirà a Settembre in tutte le librerie e fumetterie d'Italia "Ilaria Alpi", il racconto a fumetti dell'omicidio avvenuto a Mogadiscio nel 1994 della giornalista del Tg3 e dell'operatore Miran Hrovatin. La drammatica vicenda e l'intrigante inchiesta vengono ricostruite e portate su carta dal giornalista e sceneggiatore Marco Rizzo e dalla matita di Francesco Ripoli, grazie all'editore trevigiano BeccoGiallo. "È un racconto essenzialmente basato su un'attenta ricostruzione dei fatti - ha dichiarato lo sceneggiatore - con minime concessioni alla fiction". … che aggiunge: "Dal punto di vista narrativo, la storia è raccontata 'al contrario'. Partendo dalla scena del brutale assassinio, si torna indietro nel tempo approfondendo l'indagine di Ilaria e quelle che potevano essere le motivazioni dei killer, o meglio, dei mandanti dell'omicidio". Per arricchire il libro, che oltre al fumetto conterrà un apparato di approfondimento testuale a cura di Francesco Barilli secondo lo stile BeccoGiallo, sono stati invitati a contribuire persone che più o meno da vicino hanno conosciuto Ilaria Alpi. Tra queste Mariangela Gritta-Granier, che ha seguito il caso nella recente commissione parlamentare, e Giovanna Mezzogiorno, che ha interpretato la giornalista nel film "Ilaria Alpi - il più crudele dei giorni". L'introduzione è a firma di Giovanna Botteri, giornalista del Tg3.”
E’ inutile che vi elenchi la serie di motivi per cui sono particolarmente contento di partecipare a questo progetto, che mi dà modo contemporaneamente di:
- approfondire un caso che mi ha sempre appassionato;
- collaborare con Marco Rizzo, una delle conoscenze forumistiche più vecchie e solide che ho instaurato nel mondo degli appassionati di fumetti (anche se, ad onor del vero, il termine “appassionato” per Marco è molto, molto riduttivo);
- partecipare ad un’opera che è contemporaneamente approfondimento e narrativa;
- e altro ancora….
Vi segnalo alcuni link interessanti:
Mia intervista a Giorgio e Luciana Alpi
Mia intervista a Ferdinando Vicentini Orgnani, regista del film "Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni"
Osservatorio sull’informazione Ilaria Alpi
Il sito della BeccoGiallo Editore
Il blog di Marco Rizzo
“Uscirà a Settembre in tutte le librerie e fumetterie d'Italia "Ilaria Alpi", il racconto a fumetti dell'omicidio avvenuto a Mogadiscio nel 1994 della giornalista del Tg3 e dell'operatore Miran Hrovatin. La drammatica vicenda e l'intrigante inchiesta vengono ricostruite e portate su carta dal giornalista e sceneggiatore Marco Rizzo e dalla matita di Francesco Ripoli, grazie all'editore trevigiano BeccoGiallo. "È un racconto essenzialmente basato su un'attenta ricostruzione dei fatti - ha dichiarato lo sceneggiatore - con minime concessioni alla fiction". … che aggiunge: "Dal punto di vista narrativo, la storia è raccontata 'al contrario'. Partendo dalla scena del brutale assassinio, si torna indietro nel tempo approfondendo l'indagine di Ilaria e quelle che potevano essere le motivazioni dei killer, o meglio, dei mandanti dell'omicidio". Per arricchire il libro, che oltre al fumetto conterrà un apparato di approfondimento testuale a cura di Francesco Barilli secondo lo stile BeccoGiallo, sono stati invitati a contribuire persone che più o meno da vicino hanno conosciuto Ilaria Alpi. Tra queste Mariangela Gritta-Granier, che ha seguito il caso nella recente commissione parlamentare, e Giovanna Mezzogiorno, che ha interpretato la giornalista nel film "Ilaria Alpi - il più crudele dei giorni". L'introduzione è a firma di Giovanna Botteri, giornalista del Tg3.”
E’ inutile che vi elenchi la serie di motivi per cui sono particolarmente contento di partecipare a questo progetto, che mi dà modo contemporaneamente di:
- approfondire un caso che mi ha sempre appassionato;
- collaborare con Marco Rizzo, una delle conoscenze forumistiche più vecchie e solide che ho instaurato nel mondo degli appassionati di fumetti (anche se, ad onor del vero, il termine “appassionato” per Marco è molto, molto riduttivo);
- partecipare ad un’opera che è contemporaneamente approfondimento e narrativa;
- e altro ancora….
Vi segnalo alcuni link interessanti:
Mia intervista a Giorgio e Luciana Alpi
Mia intervista a Ferdinando Vicentini Orgnani, regista del film "Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni"
Osservatorio sull’informazione Ilaria Alpi
Il sito della BeccoGiallo Editore
Il blog di Marco Rizzo
giovedì 10 maggio 2007
Lettera a Giorgiana, trent'anni dopo
Cara Giorgiana,
tra pochi giorni saranno passati trent'anni da quando sei stata uccisa. Era il 12 maggio '77, e sfidando il divieto di manifestazioni pubbliche, radicali e gruppi di sinistra avevano promosso un sit-in in piazza Navona, nell'anniversario del referendum sul divorzio. Quella sera venisti colpita da un proiettile alla schiena, morendo durante il tragitto all'ospedale.
Cossiga recentemente ha parlato ancora di te, ma l'ha fatto senza alcun riguardo. Non ha ricordato che, nell'immediatezza dei fatti, tante frottole furono raccontate al Parlamento e al Paese; non ha ricordato le testimonianze circa agenti in borghese che sparavano ad altezza d'uomo. Ha ricordato d'aver avvertito Pannella dei pericoli, scongiurandolo di evitare la manifestazione di Piazza Navona, e ha detto di sapere, assieme ad altre 4 persone, la verità su chi sparò, aggiungendo che il capo della squadra mobile gli confidò "di aver messo in frigo lo champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità".
Cara Giorgiana, a te non è stato concesso invecchiare. Sappi dunque che l'età porta ben pochi vantaggi. Uno di questi è che, per pietà o per rispetto, ci si può esprimere con una certa impunità. Verso "i potenti", poi, la vecchiaia è più magnanima: circonda le loro dichiarazioni di un'aura di sacralità e rispetto. A questo Paese non interessa la verità, Giorgiana. Questo è quanto ho imparato, e te lo dico con dolore.
Poche settimane fa ero a Milano a parlare di casi come il tuo, ragazzi morti "per ordine pubblico" (non eri la prima, non saresti stata l'ultima), e ho ricevuto in dono "Cronaca di una strage", il libro bianco del partito radicale sulla tua uccisione e sui fatti del 12 maggio 1977, così mi sono ritrovato a pensare a te. In parte sono le piccole casualità in cui ogni tanto inciampa la vita. Mi sento stupidamente ironico nel dirtelo, perché a te non si può parlare della vita: ti è stata strappata prima ancora potessi conoscerla. Ho cercato allora tue immagini in internet. Quella che appare più nitida e frequente è quella del tuo documento d'identità. Sei imbronciata in quella foto, quasi oppressa da qualcosa di oscuro che non riesci a decifrare. E sei bella, dannatamente bella, e provo vergogna nel dirtelo. Negli articoli che ho trovato, si ricorda soprattutto che la tua morte restò senza giustizia "poiché rimasti ignoti i responsabili del reato". Non era una novità nemmeno per te, lo sai: tanti ti avevano preceduto, altri ti avrebbero seguito sulla stessa strada della giustizia mancata.
Quest'anno, il 12 maggio, a Roma ci saranno due manifestazioni contrapposte. Nello stesso giorno in cui settori del mondo cattolico hanno convocato il family day, radicali e altre realtà hanno promosso la giornata del coraggio laico. Credo che pure tu augureresti il massimo successo alla seconda iniziativa, ma fino ad oggi nessuno ha avuto il coraggio di dire che quel giorno andrebbe speso anche per ricordare te. Perché, cara Giorgiana, non mi piace pensare che siamo polvere e torniamo ad essere polvere. Preferisco pensare che siamo aria, che coagula in sangue, simboli, sentimenti, e alla fine svanisce e torna ad essere aria. O se preferisci un lampo nello sguardo infinito di una storia che in molti (nel tuo caso) vorrebbero dimenticare. Ecco perché sono qui e parlo di te: perché la tua morte non finisca nella spazzatura degli irrisolti misteri italiani. E magari perché chi conserva lo champagne nel ghiaccio si vergogni un po', anche se non ci conto molto.
Con affetto
Francesco "baro" Barilli
tra pochi giorni saranno passati trent'anni da quando sei stata uccisa. Era il 12 maggio '77, e sfidando il divieto di manifestazioni pubbliche, radicali e gruppi di sinistra avevano promosso un sit-in in piazza Navona, nell'anniversario del referendum sul divorzio. Quella sera venisti colpita da un proiettile alla schiena, morendo durante il tragitto all'ospedale.
Cossiga recentemente ha parlato ancora di te, ma l'ha fatto senza alcun riguardo. Non ha ricordato che, nell'immediatezza dei fatti, tante frottole furono raccontate al Parlamento e al Paese; non ha ricordato le testimonianze circa agenti in borghese che sparavano ad altezza d'uomo. Ha ricordato d'aver avvertito Pannella dei pericoli, scongiurandolo di evitare la manifestazione di Piazza Navona, e ha detto di sapere, assieme ad altre 4 persone, la verità su chi sparò, aggiungendo che il capo della squadra mobile gli confidò "di aver messo in frigo lo champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità".
Cara Giorgiana, a te non è stato concesso invecchiare. Sappi dunque che l'età porta ben pochi vantaggi. Uno di questi è che, per pietà o per rispetto, ci si può esprimere con una certa impunità. Verso "i potenti", poi, la vecchiaia è più magnanima: circonda le loro dichiarazioni di un'aura di sacralità e rispetto. A questo Paese non interessa la verità, Giorgiana. Questo è quanto ho imparato, e te lo dico con dolore.
Poche settimane fa ero a Milano a parlare di casi come il tuo, ragazzi morti "per ordine pubblico" (non eri la prima, non saresti stata l'ultima), e ho ricevuto in dono "Cronaca di una strage", il libro bianco del partito radicale sulla tua uccisione e sui fatti del 12 maggio 1977, così mi sono ritrovato a pensare a te. In parte sono le piccole casualità in cui ogni tanto inciampa la vita. Mi sento stupidamente ironico nel dirtelo, perché a te non si può parlare della vita: ti è stata strappata prima ancora potessi conoscerla. Ho cercato allora tue immagini in internet. Quella che appare più nitida e frequente è quella del tuo documento d'identità. Sei imbronciata in quella foto, quasi oppressa da qualcosa di oscuro che non riesci a decifrare. E sei bella, dannatamente bella, e provo vergogna nel dirtelo. Negli articoli che ho trovato, si ricorda soprattutto che la tua morte restò senza giustizia "poiché rimasti ignoti i responsabili del reato". Non era una novità nemmeno per te, lo sai: tanti ti avevano preceduto, altri ti avrebbero seguito sulla stessa strada della giustizia mancata.
Quest'anno, il 12 maggio, a Roma ci saranno due manifestazioni contrapposte. Nello stesso giorno in cui settori del mondo cattolico hanno convocato il family day, radicali e altre realtà hanno promosso la giornata del coraggio laico. Credo che pure tu augureresti il massimo successo alla seconda iniziativa, ma fino ad oggi nessuno ha avuto il coraggio di dire che quel giorno andrebbe speso anche per ricordare te. Perché, cara Giorgiana, non mi piace pensare che siamo polvere e torniamo ad essere polvere. Preferisco pensare che siamo aria, che coagula in sangue, simboli, sentimenti, e alla fine svanisce e torna ad essere aria. O se preferisci un lampo nello sguardo infinito di una storia che in molti (nel tuo caso) vorrebbero dimenticare. Ecco perché sono qui e parlo di te: perché la tua morte non finisca nella spazzatura degli irrisolti misteri italiani. E magari perché chi conserva lo champagne nel ghiaccio si vergogni un po', anche se non ci conto molto.
Con affetto
Francesco "baro" Barilli
Note:
articolo apparso anche su Liberazione del 4 maggio 2007
mercoledì 11 aprile 2007
La rossa primavera
E’ con un po’ di emozione che vi segnalo che a partire dal 25 aprile sarà disponibile “La rossa primavera”, in allegato con Liberazione e L’Unità, in vendita a 6,90 € più il prezzo del quotidiano.
Si tratta di una raccolta di racconti che si inserisce nel progetto lanciato con “In ordine pubblico” e “Piazza bella piazza” (raccolte anch’esse curate, come questa, da Paola Staccioli). E’ un lavoro a più mani di ricostruzione di storie e memoria collettiva attraverso la narrativa.
"La rossa primavera" è imperniata su figure note e meno note dell’antifascismo “a 360 gradi”. Si parla quindi della resistenza partigiana, ma pure del ventennio, delle barricate a Parma, della guerra di Spagna…
C’è anche un mio racconto: “Prenderemo un caffè a Huesca”, imperniato sulla figura di Emilio Canzi (di cui mi ero già occupato).
Eccovi in anteprima un breve brano tratto da "Era l’estate del ‘43", di Erri De Luca. Racconto che mi sembra particolarmente indicativo dell'intera raccolta.
«O fascismo pe’ mme è stato ‘a guerra, tenevo quindici anni,
‘a meglio età, quanno chillo s’affacciaie a ‘o balcone:
vincere, e vinceremo. E ‘a gente sotto che sbatteva ‘e mmane,
comm’a teatro. Se credeva di fa’ ‘na guapparia,
quattro mosse dietro ai tedeschi e subito vinceva.
In capo a qualche giorno a Napule sentettemo ‘a sirena,
‘a primma sirena d’allarme. Ancora me la sogno la sirena,
dentro i sogni nun m’arricordo ‘e bbombe, ma ‘a sirena.
Tenevo quindici anni all’inizio d’ ‘a guerra, ‘a meglio età,
‘o fascismo me l’ha scippata fino a diciotto anni.»
….
«Sarà stato mezzogiorno, o primo pomeriggio,
nun saccio di’, ce steva ‘o sole, nuie eravamo ‘a doie ore
int’ ‘o ricovero. Poi sunaie ‘a sirena di cessato allarme
e uscimmo all’aperto, tossivo, per la polvere alzata dalle bbombe,
mi bruciavano gli occhi per la luce potente dopo il buio,
mezzo stordita m’arrivaie ‘nu strillo: “Roma!
Hanno bumbardato Roma! Hanno menato ‘e bbombe ‘ncopp’ ‘o papa.”
E doppo ‘o strillo ne venette ‘n ato: “È ‘o mumento, è ‘o mumen-to,
fernesce ‘a guerra, mo’ fernesce ‘a guerra!”.
‘A ggente usciva dai ricoveri con gli occhi mezzi chiusi
imbambolata e tutt’insieme dietro a quello strillo
s’abbracciava, saltava, strepitava.
“Fernesce ‘a guerra” e “Roma bumbardata” erano ‘o stesso strillo.
....
«E di tutto il fascismo mi rimane il peggio di quell’ora di allegria
per Roma bombardata, anche se in quella polvere di luglio
non mi sono abbracciata con nessuno.
È per la gente mia che mi dispiace.
Allora fu normale, perciò chist’ è ‘o fascismo pe’ mme,
la fetenzia che ci ha ridotto a quello, di applaudire.
Ti parlo di ‘sti ccose addolorate pecché tu saie senti’,
ma non permetto a nessuno di voi venuti dopo
di giudicare Napoli in quell’ora,
pecché ‘o fascismo vuie nun ‘o ssapite.»
ed eccovi la copertina del libro:
Si tratta di una raccolta di racconti che si inserisce nel progetto lanciato con “In ordine pubblico” e “Piazza bella piazza” (raccolte anch’esse curate, come questa, da Paola Staccioli). E’ un lavoro a più mani di ricostruzione di storie e memoria collettiva attraverso la narrativa.
"La rossa primavera" è imperniata su figure note e meno note dell’antifascismo “a 360 gradi”. Si parla quindi della resistenza partigiana, ma pure del ventennio, delle barricate a Parma, della guerra di Spagna…
C’è anche un mio racconto: “Prenderemo un caffè a Huesca”, imperniato sulla figura di Emilio Canzi (di cui mi ero già occupato).
Eccovi in anteprima un breve brano tratto da "Era l’estate del ‘43", di Erri De Luca. Racconto che mi sembra particolarmente indicativo dell'intera raccolta.
«O fascismo pe’ mme è stato ‘a guerra, tenevo quindici anni,
‘a meglio età, quanno chillo s’affacciaie a ‘o balcone:
vincere, e vinceremo. E ‘a gente sotto che sbatteva ‘e mmane,
comm’a teatro. Se credeva di fa’ ‘na guapparia,
quattro mosse dietro ai tedeschi e subito vinceva.
In capo a qualche giorno a Napule sentettemo ‘a sirena,
‘a primma sirena d’allarme. Ancora me la sogno la sirena,
dentro i sogni nun m’arricordo ‘e bbombe, ma ‘a sirena.
Tenevo quindici anni all’inizio d’ ‘a guerra, ‘a meglio età,
‘o fascismo me l’ha scippata fino a diciotto anni.»
….
«Sarà stato mezzogiorno, o primo pomeriggio,
nun saccio di’, ce steva ‘o sole, nuie eravamo ‘a doie ore
int’ ‘o ricovero. Poi sunaie ‘a sirena di cessato allarme
e uscimmo all’aperto, tossivo, per la polvere alzata dalle bbombe,
mi bruciavano gli occhi per la luce potente dopo il buio,
mezzo stordita m’arrivaie ‘nu strillo: “Roma!
Hanno bumbardato Roma! Hanno menato ‘e bbombe ‘ncopp’ ‘o papa.”
E doppo ‘o strillo ne venette ‘n ato: “È ‘o mumento, è ‘o mumen-to,
fernesce ‘a guerra, mo’ fernesce ‘a guerra!”.
‘A ggente usciva dai ricoveri con gli occhi mezzi chiusi
imbambolata e tutt’insieme dietro a quello strillo
s’abbracciava, saltava, strepitava.
“Fernesce ‘a guerra” e “Roma bumbardata” erano ‘o stesso strillo.
....
«E di tutto il fascismo mi rimane il peggio di quell’ora di allegria
per Roma bombardata, anche se in quella polvere di luglio
non mi sono abbracciata con nessuno.
È per la gente mia che mi dispiace.
Allora fu normale, perciò chist’ è ‘o fascismo pe’ mme,
la fetenzia che ci ha ridotto a quello, di applaudire.
Ti parlo di ‘sti ccose addolorate pecché tu saie senti’,
ma non permetto a nessuno di voi venuti dopo
di giudicare Napoli in quell’ora,
pecché ‘o fascismo vuie nun ‘o ssapite.»
ed eccovi la copertina del libro:
giovedì 22 marzo 2007
Anni di piombo: né la condanna al silenzio né l’amnistia sono la soluzione
Se un regista avesse voluto tessere una trama per tornare a parlare dei
cosiddetti anni di piombo, cercando al tempo stesso di far credere
ancora attuali emergenze ormai chiuse, non avrebbe potuto inventare una
successione di eventi così favorevole. Il caso Ronconi, Curcio, le
proteste delle vittime degli ex BR, l’anniversario del rapimento Moro e
dell’uccisione di Marco Biagi, infine l’arresto di Cesare Battisti.
Le vittime del terrorismo chiedono più discrezione e silenzio ai protagonisti della lotta armata. Li capisco, e non considero le loro richieste semplice “vendettismo”. Ritengo però si debba avere prudenza verso quei politici che ne appoggiano le istanze: se i parenti delle vittime sono umanamente comprensibili, e se il loro ragionamento andrebbe valorizzato e approfondito, l’atteggiamento di chi ne sostiene gli appelli sembra prescindere dal valore morale di quelle richieste, assumendo le sembianze di sterile demagogia. A questo proposito, mi permetto di far suonare un campanello d’allarme proprio alle vittime del terrorismo: temo che chi li appoggia sia interessato più a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere alle vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma discutibile (e non so quanto efficace) di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Ho inoltre la sensazione che quella condanna, qualora realizzata, rischierebbe d’essere estesa tanto ai carnefici quanto alle vittime, perché la violenza politica degli anni ’70 e ’80 è una memoria scomoda per quanto emerso ma pure (soprattutto?) per lo strato tuttora sommerso.
Non so se i parenti delle vittime si rendano conto che il silenzio invocato per i loro carnefici rischia di trasformarsi in un boomerang per la loro stessa, legittima e sacrosanta, sete di verità e giustizia: spero non si accontentino del ruolo di immaginette da tirare fuori negli anniversari per essere poi riposte nei cassetti impolverati della memoria scomoda. Sintomatico, da questo punto di vista, è che il dibattito su quegli anni ormai si limita a circoscrivere il fenomeno della violenza politica alle sole formazioni di estrema sinistra, mentre le “stragi nere” sono impunite e dimenticate. Sintomatico è pure che l’ultima sentenza su Piazza Fontana la si ricordi per le assoluzioni personali, piuttosto che per l’avvenuta individuazione delle responsabilità a carico di Ordine Nuovo, che appaiono inequivocabilmente dalla sentenza stessa.
In questo panorama, per i reati di quel periodo si inserisce la proposta di un’amnistia, con cui confesso di non concordare. Questo non per il merito, ma per il modo con cui viene ciclicamente tirata fuori dal cassetto: mi sembra si voglia rispondere a degli slogan semplicistici con la stessa arma, e questo può portare solo a ingessare il dibattito su posizioni contrapposte, facendo morire la discussione sul nascere. Da un lato c’è la tendenza forcaiola di chi sostiene che “i terroristi devono scontare fino all’ultimo giorno di galera”, negando pure, più o meno velatamente, qualsiasi ipotesi di riabilitazione per chi la pena l’ha scontata. Dall’altro lato c’è una sinistra che appare timorosa nel denunciare l’interessato strabismo di chi ancora oggi parla della violenza politica come fosse stata figlia di una sola matrice. Una parte propone il carcere, unito all’ergastolo bianco del silenzio per gli ex terroristi, come rabbioso rimedio; l’altra parte, in presenza di un’ormai avvenuta cancellazione dell’eversione neofascista dalla memoria collettiva, sembra accontentarsi di pareggiare il conto con una cancellazione di segno contrario. Nell’uno e nell’altro caso, il risultato è solo una finta chiusura di quegli anni, sotto la forma di un silenzio privo di verità storica e di giustizia.
Io credo che oggi, rispetto alla violenza politica degli anni che vanno da Piazza Fontana in poi, ci troviamo di fronte a una verità parziale e azzoppata, e in questo contesto nessuna amnistia è possibile, perché finirebbe col diventare (al di là della volontà dei proponenti) una rimozione. E le rimozioni mi inquietano: quasi mai sono innocenti, certamente mai risultano utili, se non per fini che di storico hanno ben poco.
Ben più utile di un’amnistia sarebbe una discussione, senza ambiguità e reticenze, su quegli anni. Una discussione che potrebbe davvero costruire, ma solo successivamente alla sua maturazione, le basi di un provvedimento di clemenza mirato che potrebbe trovare anche nelle vittime del terrorismo maggiore disponibilità all’ascolto. Solo a quel punto si potrebbe parlare di chiusure, anche dal punto di vista penale, degli anni di piombo e pure i parenti delle vittime potrebbero dire di aver ottenuto quella giustizia che è dovuta a loro e all’intero Paese. Non certo con l’imposizione del silenzio, non con ansie forcaiole, e neppure con amnistie che prescindano dall’individuazione di una verità storica che, col passare degli anni, appare sempre più un miraggio, soprattutto per le stragi che hanno insanguinato il Paese.
Le vittime del terrorismo chiedono più discrezione e silenzio ai protagonisti della lotta armata. Li capisco, e non considero le loro richieste semplice “vendettismo”. Ritengo però si debba avere prudenza verso quei politici che ne appoggiano le istanze: se i parenti delle vittime sono umanamente comprensibili, e se il loro ragionamento andrebbe valorizzato e approfondito, l’atteggiamento di chi ne sostiene gli appelli sembra prescindere dal valore morale di quelle richieste, assumendo le sembianze di sterile demagogia. A questo proposito, mi permetto di far suonare un campanello d’allarme proprio alle vittime del terrorismo: temo che chi li appoggia sia interessato più a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere alle vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma discutibile (e non so quanto efficace) di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Ho inoltre la sensazione che quella condanna, qualora realizzata, rischierebbe d’essere estesa tanto ai carnefici quanto alle vittime, perché la violenza politica degli anni ’70 e ’80 è una memoria scomoda per quanto emerso ma pure (soprattutto?) per lo strato tuttora sommerso.
Non so se i parenti delle vittime si rendano conto che il silenzio invocato per i loro carnefici rischia di trasformarsi in un boomerang per la loro stessa, legittima e sacrosanta, sete di verità e giustizia: spero non si accontentino del ruolo di immaginette da tirare fuori negli anniversari per essere poi riposte nei cassetti impolverati della memoria scomoda. Sintomatico, da questo punto di vista, è che il dibattito su quegli anni ormai si limita a circoscrivere il fenomeno della violenza politica alle sole formazioni di estrema sinistra, mentre le “stragi nere” sono impunite e dimenticate. Sintomatico è pure che l’ultima sentenza su Piazza Fontana la si ricordi per le assoluzioni personali, piuttosto che per l’avvenuta individuazione delle responsabilità a carico di Ordine Nuovo, che appaiono inequivocabilmente dalla sentenza stessa.
In questo panorama, per i reati di quel periodo si inserisce la proposta di un’amnistia, con cui confesso di non concordare. Questo non per il merito, ma per il modo con cui viene ciclicamente tirata fuori dal cassetto: mi sembra si voglia rispondere a degli slogan semplicistici con la stessa arma, e questo può portare solo a ingessare il dibattito su posizioni contrapposte, facendo morire la discussione sul nascere. Da un lato c’è la tendenza forcaiola di chi sostiene che “i terroristi devono scontare fino all’ultimo giorno di galera”, negando pure, più o meno velatamente, qualsiasi ipotesi di riabilitazione per chi la pena l’ha scontata. Dall’altro lato c’è una sinistra che appare timorosa nel denunciare l’interessato strabismo di chi ancora oggi parla della violenza politica come fosse stata figlia di una sola matrice. Una parte propone il carcere, unito all’ergastolo bianco del silenzio per gli ex terroristi, come rabbioso rimedio; l’altra parte, in presenza di un’ormai avvenuta cancellazione dell’eversione neofascista dalla memoria collettiva, sembra accontentarsi di pareggiare il conto con una cancellazione di segno contrario. Nell’uno e nell’altro caso, il risultato è solo una finta chiusura di quegli anni, sotto la forma di un silenzio privo di verità storica e di giustizia.
Io credo che oggi, rispetto alla violenza politica degli anni che vanno da Piazza Fontana in poi, ci troviamo di fronte a una verità parziale e azzoppata, e in questo contesto nessuna amnistia è possibile, perché finirebbe col diventare (al di là della volontà dei proponenti) una rimozione. E le rimozioni mi inquietano: quasi mai sono innocenti, certamente mai risultano utili, se non per fini che di storico hanno ben poco.
Ben più utile di un’amnistia sarebbe una discussione, senza ambiguità e reticenze, su quegli anni. Una discussione che potrebbe davvero costruire, ma solo successivamente alla sua maturazione, le basi di un provvedimento di clemenza mirato che potrebbe trovare anche nelle vittime del terrorismo maggiore disponibilità all’ascolto. Solo a quel punto si potrebbe parlare di chiusure, anche dal punto di vista penale, degli anni di piombo e pure i parenti delle vittime potrebbero dire di aver ottenuto quella giustizia che è dovuta a loro e all’intero Paese. Non certo con l’imposizione del silenzio, non con ansie forcaiole, e neppure con amnistie che prescindano dall’individuazione di una verità storica che, col passare degli anni, appare sempre più un miraggio, soprattutto per le stragi che hanno insanguinato il Paese.
mercoledì 24 gennaio 2007
APPUNTI DI UN BOIA – quarta e ultima parte
Ancora oggi benpensanti e moralisti continuano a squadrarmi in modo
sinistro, quando non mi minacciano con lo spettro di maledizioni divine
che francamente non mi danno alcuna emozione. Stupidi! Non si rendono
conto che nessuna punizione può essere superiore a quella che già
subisco in questa vita. La fratellanza con la morte è un legame che
pesa, lega, segna... Nessun ripensamento può reciderlo, ed induce a
confrontarsi costantemente col vuoto delle conoscenze umane sulla vita,
disilludendo alla fine chi pensa che proprio quel legame consenta di
risolverne il mistero.
- E’ un problema di coscienza -, dicono.
- L’uomo non si può sostituire a Dio -.
Buffa cosa, la coscienza, buffa travestita da seria; basta poco per farla tacere. E buffa cosa è Dio, ciclicamente tirato fuori dai cassetti impolverati della memoria. Oggi si torna a parlarne ed io sono contento di questo: nonostante sia oggetto di anatemi fatti in suo nome le mie uniche, timide speranze per questa società le ripongo nel ritorno di una dimensione spirituale, non certo nel fumoso e spocchioso filosofeggiare degli uomini.
I moralisti ed i progressisti in realtà sono solo presuntuosi e molto miopi. Si chiedono se sia legittimo che un uomo possa decidere della vita di un altro, ma sbattere lo stesso individuo in galera per vent’anni lo trovano normale, più che normale!, l’esercizio di un diritto pienamente naturale. L’autorità di stabilire per quanto tempo sottrarre ad un uomo affetti familiari, libertà e felicità sembra non aver bisogno di alcun benestare divino.
Evidentemente per loro la sacralità della vita si limita a ciò che non sappiamo spiegare, che pure è prerogativa comune anche agli altri animali: il cuore che pulsa, il sangue che circola, i polmoni che pompano aria. Il resto no, il resto non è sacro. Quello che non possiamo rappresentare, far sentire o definire sinteticamente,... il nostro “essere uomini” insomma, non è sacro. Possiamo imporre solitudine e comminare infelicità, ma dare la morte compete a Dio.
E’ mio parere che di questi pensatori si possa fare a meno, ma vedo che loro credono davvero in quel che predicano, e si ritengono uomini saggi, filosofi, innovatori del comune pensiero. Lo dico con tutta franchezza, senza il benchè minimo spirito polemico: un buon idraulico è più utile alla collettività di tutti questi pensatori. Le loro occhiatacce mi lasciano del tutto indifferente, non ho certo paura: sono arrivato ormai così vicino al Mistero da toccarlo, e non mi preoccupano certo dei buffi anatemi.
Più delle maledizioni divine temo il rimorso. Quello salta fuori quando meno te l’aspetti e senza apparenti motivi, ma fino ad oggi quando guardo le mie mani vedo mani colpevoli, ma che non hanno mai tremato.
Fine
- E’ un problema di coscienza -, dicono.
- L’uomo non si può sostituire a Dio -.
Buffa cosa, la coscienza, buffa travestita da seria; basta poco per farla tacere. E buffa cosa è Dio, ciclicamente tirato fuori dai cassetti impolverati della memoria. Oggi si torna a parlarne ed io sono contento di questo: nonostante sia oggetto di anatemi fatti in suo nome le mie uniche, timide speranze per questa società le ripongo nel ritorno di una dimensione spirituale, non certo nel fumoso e spocchioso filosofeggiare degli uomini.
I moralisti ed i progressisti in realtà sono solo presuntuosi e molto miopi. Si chiedono se sia legittimo che un uomo possa decidere della vita di un altro, ma sbattere lo stesso individuo in galera per vent’anni lo trovano normale, più che normale!, l’esercizio di un diritto pienamente naturale. L’autorità di stabilire per quanto tempo sottrarre ad un uomo affetti familiari, libertà e felicità sembra non aver bisogno di alcun benestare divino.
Evidentemente per loro la sacralità della vita si limita a ciò che non sappiamo spiegare, che pure è prerogativa comune anche agli altri animali: il cuore che pulsa, il sangue che circola, i polmoni che pompano aria. Il resto no, il resto non è sacro. Quello che non possiamo rappresentare, far sentire o definire sinteticamente,... il nostro “essere uomini” insomma, non è sacro. Possiamo imporre solitudine e comminare infelicità, ma dare la morte compete a Dio.
E’ mio parere che di questi pensatori si possa fare a meno, ma vedo che loro credono davvero in quel che predicano, e si ritengono uomini saggi, filosofi, innovatori del comune pensiero. Lo dico con tutta franchezza, senza il benchè minimo spirito polemico: un buon idraulico è più utile alla collettività di tutti questi pensatori. Le loro occhiatacce mi lasciano del tutto indifferente, non ho certo paura: sono arrivato ormai così vicino al Mistero da toccarlo, e non mi preoccupano certo dei buffi anatemi.
Più delle maledizioni divine temo il rimorso. Quello salta fuori quando meno te l’aspetti e senza apparenti motivi, ma fino ad oggi quando guardo le mie mani vedo mani colpevoli, ma che non hanno mai tremato.
Fine
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