venerdì 26 febbraio 2016

“Libero” su Umberto Eco (e Pinelli, e Calabresi…)

Te la faccio breve, caro amico. Nel limite del possibile, certo, ma su Belpietro non vorrei perdere troppo tempo.
Dopo la morte di Umberto Eco, il direttore di Libero ha ricordato che lo scrittore fu tra i firmatari del “famoso manifesto contro il commissario Luigi Calabresi”. E ha concluso: “una cosa però posso dire senza tema di essere smentito: è stato un cattivo maestro”.
Forse tu sarai sorpreso. Per me, invece, ciò che scrive Belpietro non è una notizia, me l’aspettavo. Il “manifesto contro Calabresi” è un evergreen: per gli editorialisti di Libero (o del Giornale) averlo sottoscritto è un marchio d’infamia, prova di un delirio generazionale. Ricordare la vicenda, per Libero, non serve ad omaggiare Calabresi o a condannare il suo omicidio: in versione riveduta e corretta, ha lo stesso scopo dei manifesti elettorali della DC negli anni ’50 (cercali in internet: “Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo! Vota Democrazia Cristiana!”; ne troverai altri di gustosi).

Della vicenda Pinelli/Calabresi ho scritto molte volte, quindi non starò a riassumerla. Documentati, se vuoi. Ma ritengo necessario ripercorrere i fatti che portarono al famoso appello.

Devi sapere che, nei giorni seguenti la morte di Pinelli, Lotta Continua comincia ad accusare il Commissario Calabresi di essere il diretto responsabile della morte dell’anarchico. Nel 1970 Calabresi querela per diffamazione il periodico; il processo denominato "Calabresi/Lotta Continua" comincia nell’ottobre dello stesso anno. Questo processo, nel quale il Commissario si presenta come parte lesa, diventa ben presto il palcoscenico sul quale ridiscutere il caso Pinelli: processualmente, rimarrà l’unico. E incompleto.
Dopo alcuni mesi la corte dispone l’esumazione di Pinelli, per una nuova perizia. L’avvocato di Calabresi si oppone fermamente e chiede la ricusazione del Giudice. Nel maggio 1971 l’istanza di ricusazione è accolta e il processo, tolto al Giudice originario, viene quindi interrotto prima che la riesumazione sia effettuata.
L'Espresso pubblica il “famigerato” appello a inizio giugno 1971, corredato da dieci firme. Lo riproporrà nelle settimane successive, con un numero di adesioni che giungerà a circa 800.

Sui toni di quell’appello molto si è scritto. T’avranno detto che furono duri. E’ vero, e addirittura feroci furono quelli usati da Lotta Continua negli articoli contro Calabresi. E non verrò a parlarti “del contesto” e a dirti che “quelli erano tempi in cui…”. Allungherei il brodo e basta. E indagare “il contesto” è utile quanto scivoloso (quanti lo utilizzano per giustificare la propria coscienza? “Certo, fui colpevole, ma devi capire quei tempi…”). Lasciamo ad altri il sezionare la storia. A noi basti viverla.

Tu cerca di ricordare che quell’appello era contro un’ingiustizia. L’omicidio del Commissario Calabresi, prima che un’altra ingiustizia, è la pietra tombale sulle speranze che il processo  “Calabresi Vs. Lotta Continua” aveva acceso. Viene posata su quanto accaduto nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969 nella questura milanese.
Non si accusino degli intellettuali per avere chiesto che si cercasse la verità.

(La vicenda Pinelli si è poi chiusa il 27 ottobre 1975. Una matassa troppo intricata da dipanare per il dottor D’Ambrosio: lui esclude che Pinelli si sia suicidato - e quindi conferma che tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne -; esclude l’omicidio, non trovandone le prove, e ritiene "verosimile" l’ipotesi di un malore.
Ma il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della precipitazione da quella finestra. La vicenda comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge - e questo lo conferma pure la sentenza D’Ambrosio , seppure disponendo il proscioglimento del dottor Allegra, diretto superiore di Calabresi, perché il reato si era estinto per intervenuta amnistia. Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana.
Ma tu mi chiederai dell’appello, e con buone ragioni, avendoti promesso di non dilungarmi. Perdonami se mi son fatto prendere la mano).

Avevo 6 anni all’epoca del “famigerato” appello: sai dunque che posso evitare facilmente la qualifica di cattivo maestro. Ma, temo, potrei non sfuggire alla medesima qualifica ad honorem, perché quel documento non mi provoca alcuno scandalo. Avessi potuto firmarlo, sarei stato in compagnia di Moravia, Terzani, Pasolini, Cederna, Levi, Fellini e altri ancora. Un uomo non si giudica dalle proprie compagnie, ma se devo scegliere preferisco queste a Belpietro, che vuoi farci.

Interessante, infine, che Libero bolli come cattivo maestro Umberto Eco dopo aver dato spazio (se lo faccia ancora non lo so, mi scuserai se non seguo Libero…) a Franco Freda. E’ interessante, ti dicevo, antropologicamente prima ancora che politicamente.
O forse mi sbaglio. Cerco ragioni logiche dove la logica non può essere di casa, soppiantata com’è dalle ricostruzioni di comodo dei vincitori. Quell’inquietante specularità (Freda che scrive su Libero, che accusa Eco di essere un cattivo maestro) più di ogni altra cosa ci dice chi ha vinto e chi ha perso, in questo paese.
Ricordi cosa faceva il protagonista di 1984? Era incaricato di correggere libri e articoli pubblicati. Doveva modificare la storia scritta, per alimentare la fama di infallibilità del Partito. Orwell immagina un’applicazione della damnatio memoriae che Libero ha adottato scientificamente.

Mi chiedi dunque se sono triste o arrabbiato? Non so risponderti. Certamente sconfitto. Ma questa sera mi è stato sufficiente raccontarti questa storia.

Francesco “baro” Barilli

giovedì 12 novembre 2015

La storia del 900 nel Biliardino di Alessio Spataro




Biliardino (di Alessio Spataro - Bao Publishing) era uno dei fumetti che maggiormente m’incuriosiva, fra i vari presi nella consueta “abbuffata” lucchese. Ha finito con l’essere il più fresco e il più sorprendente: un libro riuscitissimo e dalla lettura appassionante.
Nasce da una felice intuizione: narrare la vita avventurosa di un personaggio tutto sommato poco conosciuto, Alexandre Campos Ramirez, meglio noto come Alejandro Finisterre, inventore del biliardino (o “calcio balilla”). Un’idea già di per sé curiosa, ma che sembrerebbe iscriversi nel campo del minimalismo: nulla di più errato, perché il biliardino e il suo “inventore” diventano il filo conduttore di una narrazione ambiziosa, che affronta l’intera storia del novecento. Tutto questo a partire dalla guerra civile spagnola, snodo cruciale della prima parte del secolo scorso che conduce alla seconda guerra mondiale, alla nascita delle feroci dittature europee, ma pure a pulsioni ideali e artistiche che hanno reso unica e irripetibile quella fase storica, pur nella sua tragicità. Così come la vita rocambolesca di Alejandro Finisterre è unica e consente ad Alessio di inserire camei di protagonisti del 900 (Tina Modotti, Frida Khalo, Diego Rivera, Camus, Che Guevara, Neruda, Orwell, Galeano e altri ancora) ma pure omaggi artistici (Guernica di Picasso o il celebre ritratto-nudo di Tina Modotti).

Biliardino è dunque frutto di una accurata ricerca documentale. Una cura evidente anche sul piano stilistico.
Alessio gioca su una bicromia essenziale rosso/blu, proprio come le squadre che si fronteggiano nel gioco da tavolo. Riesce nel difficile compito di mediare drammaticità e umorismo, aiutato dal suo tratto espressivo e “grottesco”, perfettamente efficace per dare un tocco di leggerezza al racconto. Infatti, seppure alle prese con un lavoro monumentale, Spataro non perde mai l’equilibrio fra narrazione “drammatica” e accenti “leggeri”, e la lettura risulta scorrevole per tutte le 300 tavole del libro. Anzi, è da sottolineare che, saggiamente, Alessio accantona quel “sarcasmo pesante” proprio di suoi precedenti lavori. Un sarcasmo, beninteso, pertinente nelle sue vignette di satira politica, ma che certamente avrebbe appesantito un lavoro di più ampio respiro, che non richiede un’uguale aggressività nei toni.
Per inciso, sembra che per Alessio questo “nuovo” approccio stilistico risulti naturale. Basti pensare alla delicatezza con cui tratteggia la storia d’amore (o comunque la giovanile infatuazione) fra Alejandro e Maria Casares (futura attrice e amante di Camus).

A cercare un difetto in Biliardino: come detto il libro è ricchissimo di spunti e citazioni, che forse non tutti possono cogliere. Ad esempio, la feroce conflittualità che danneggiò le forze di sinistra nella guerra civile spagnola, portandole alla sconfitta, appare (e sembra trasparire l’amarezza dell’autore) ma temo finisca col risultare criptica per il lettore comune. Analogamente i già citati “camei” di vari personaggi forse finiscono col disorientare un lettore poco attento o comunque non “già infarinato” sul 900. Ma tutto questo non svaluta minimamente il valore del libro. Anzi: la sensazione è che, al contrario, Alessio si sia trovato di fronte a una mole sterminata di aneddoti curiosi, in cui ha selezionato quelli più funzionali al racconto, probabilmente scartandone altri ugualmente gustosi.
Pure la velocità con cui Spataro gestisce i vari cambi di scena (e di ambientazione temporale e geografica, con le conseguenti fugaci apparizioni dei vari “personaggi celebri”) è perfettamente funzionale per dare un ritmo incalzante alla lettura, così come frenetica è stata la vita di Finisterre: poeta, inventore (a lui si deve anche il primo “voltapagine a pedale” per pianisti), ma anche rifugiato politico antifranchista, editore, imprenditore… Sicuramente personaggio picaresco, costretto dalla necessità ad aguzzare il proprio ingegno per “inventarsi” astutamente una via d’uscita di fronte a ogni avversità.

Francesco “baro” Barilli

mercoledì 4 novembre 2015

Di Pasolini non parlo nel quarantennale…

Nel quarantennale dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Facebook è stato sommerso da un fiume di citazioni dello scrittore. Mi ha dato una sensazione strana vedere quelle frasi inflazionate come fossero biglietti dei Baci Perugina… Per questo (ma pure – l’ammetto – perché non sono un intenditore della sua opera) non ho scritto nulla sull’anniversario o sulla sua figura. Né intendevo farlo.
Hanno poi stuzzicato la mia curiosità un articolo (Sette buoni motivi per dimenticare Pasolini, di Francesco Longo) e una polemica nata sulla bacheca Facebook dell’amico e poeta Lello Voce. Lello definisce PPP “un poeta mediocre; ideologicamente di destra; formalmente scontato e attardato…”. Successivamente ha argomentato la propria posizione: Quel “santino” di Pasolini, intervento a mio avviso più interessante di quello di Longo.
Ma torniamo al momento in cui Lello non aveva ancora articolato meglio il proprio pensiero, limitandosi al post su Fbook. Ho dato un’occhiata ai commenti: sembrava di assistere a una rissa tra tifosi, più che a un dibattito sul valore (intellettuale/politico/poetico) di un uomo che, piaccia o meno, ha lasciato un segno nella cultura italiana.
Il tifo da stadio lasciamolo alle curve, dove fa già abbastanza danni. Non può nascere alcun frutto da un dibattito in cui si dice “Pasolini era un genio indiscutibile, punto”. Credo che lo stesso PPP sarebbe molto perplesso dal tono di certi sostenitori. Un intellettuale lo si discute e lo si critica; specialmente quando ha concretizzato il suo pensiero attraverso vari mezzi espressivi: romanzi, articoli, poesie, cinema. Non è una bandiera da sventolare, né un santino: come correttamente ricorda Lello, non è così che se ne onora la memoria. E proprio quell’indiscutibile è il termine meno appropriato verso uno scrittore che “pretende”, innanzitutto, di essere “discusso”. Definirlo intoccabile equivale a ucciderne l’opera, a depotenziarne il pensiero.
All’ottusità dei “ciechi devoti” non deve però rispondere la furia iconoclasta dei distruttori di idoli. Si tratta di un’ottusità speculare a quella dei devoti, anch’essa non fa bene al dibattito. A scanso di fraintendimenti, Lello col suo articolo NON va iscritto in questa categoria. Si potrebbe dissertare su quanto la “dimensione social” costituisca una trappola in cui ogni opinione, riferita “sinteticamente e apoditticamente” (citando Voce), finisca col mortificare il dibattito invece di arricchirlo, ma questo ci porterebbe fuori strada.

(so bene d’essermi dilungato in questa premessa. Lo farò ancora e la premessa e gli incisi – di cui abuserò – risulteranno più lunghi del mio scritto “nel merito”, violando la legge non scritta della comunicazione dell’era Fbook – vedi sopra – che vuole condensare qualsiasi intervento in poche righe, meglio se in una battuta arguta e feroce, laddove il lettore medio abbandona presto uno scritto superiore alle 10 righe. Poco o affatto m’importa: so che Lello e pochi altri mi seguiranno e tanto mi basta. Aggiungo solo che sulla tragica fine di PPP sottoscrivo quanto detto da Lello e quindi non mi soffermerò oltre)

Non ho conoscenze tecniche e formali per dissertare sulla poetica Pasoliniana. Non ne ho i mezzi, lo riconosco (anche con un pizzico di vergogna). E pure io ho sempre trovato Valle Giulia una mezza sciocchezza (forse è il vero motivo per cui si tratta della sua lirica più nota e citata…). Ho sempre ritenuto Pasolini, più che “di destra” come dice Lello, un conservatore illuminato, capace di punti di vista interessanti. In  questo lo accosto a Gaber (NON sto mischiando pere e pomi: sul paragone, che può fare storcere il naso a molti, tornerò più avanti).
Ricordo però che quando scrissi il mio fumetto su Piazza Fontana decisi da subito di citare e adattare ampi brani della sua Patmos. Una lirica che mi aveva colpito nel profondo e a livello istintivo, in un modo che non saprei spiegare meglio. E non saprei spiegarlo meglio per i miei limiti tecnici ma pure, soprattutto, perché forse il segreto della poesia è colpirti nel profondo senza che il lettore lo sappia spiegare (come invece può e deve fare chi ha la dimestichezza col “mezzo poesia”).

Tornando alla poesia su Valle Giulia, riprendo e adatto mie vecchie riflessioni. Ho sempre pensato, forse sbagliando, che quel testo contenesse ironia e vari livelli di lettura. Non furono in molti a cogliere queste sfumature. Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero in diversi scritti; grazie ad un bell'articolo di Angela Molteni, apparso tempo fa su http://www.pasolini.net/ , ne riporto alcuni stralci datati 17 maggio 1969: "quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. ... i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale ...".

Di quella poesia comunque, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, ancora oggi è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura. Succede spesso, anche in tempi recenti, di accreditare quelle parole come fossero una semplicistica e acritica presa di posizione a favore dei celerini contro gli studenti, quasi che Valle Giulia la si possa ciclicamente usare come una clava virtuale per demolire ogni lotta sociale. “Ecco i giovanotti no global e benestanti che tirano i sassi contro i poliziotti che guadagnano 1200 euro al mese”, tanto per dire…
Pasolini non era uno sprovveduto. Sapeva che le forze dell'ordine in Italia si erano ferocemente distinte per numerose brutalità e omicidi a danni di manifestanti. Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare, almeno secondo la mia personalissima e criticabilissima lettura, quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.

Su “Io so”. Anche quello è un pezzo citatissimo e dibattuto. E pure in questo caso ritengo che il senso delle parole di PPP sia stato travisato. No, lui non sapeva i nomi di chi mise una bomba nella banca di Piazza Fontana o sotto il portico di Piazza della Loggia. Ma conosceva le logiche del potere, che risponde alla sola legge dell'autoperpetuazione ad ogni costo. Capiva le finalità politiche (neppure univoche) cui dovevano rispondere le stragi, e lo capiva con i soli mezzi con cui è possibile operare un’analisi di questo tipo: quelli dell’intellettuale, che non pretende di supplire con le proprie riflessioni all’azione della Magistratura.
Lello critica Pasolini per aver pubblicato il pezzo sul Corriere, “foglio ufficiale delle forze conservatrici e borghesi italiane”. Rappresentante cioè proprio quei centri di potere che stavano dietro alle stragi di quel periodo storico. A mio avviso qui si sbaglia: era proprio lì che andava pubblicato, proprio per i motivi indicati da Lello…

In generale, e sempre IMHO, ritengo che Pasolini subisca lo stesso trattamento problematico di chi diventa, da morto, “fenomeno pop”. Chi mi segue sa bene, ad esempio, come io consideri De Andrè: non tanto il mio cantautore preferito, quanto l’uomo che mi ha insegnato a stare al mondo. Che dire dunque di un Salvini che afferma “sono cresciuto a pane salame e De Andrè”? (al limite, considerando che le canzoni non possono avergli nuociuto, ci si può domandare che diavolo di salame abbia mangiato…).
Anche Faber, da morto, è diventato un’icona; i più al massimo ne salvano qualche citazione, buona per fare bella figura in un salotto, e tanto basta. Ma ogni scrittore (o poeta o cantautore o quel che si vuole), una volta diventato icona pop, non ha più il controllo della propria opera (già da vivo; figuriamoci da morto).
Per i pochi che non ho ancora annoiato abbastanza farò un altro esempio, rimaneggiando ancora una mia vecchia riflessione.
La tragica e prematura morte di John Lennon ha fatto diventare Imagine, che già prima era il suo pezzo più celebre, una sorta di “inno depotenziato”. Tutti possono canticchiarlo, fregandosene del contenuto. E’ uno schema codificato: si rende un dato personaggio una sorta di immaginetta sacra (lo si è fatto anche con Mandela, per fare l’ennesimo esempio, ma ce ne sarebbero molti altri), banalizzando il messaggio di cui è stato portatore in vita. Condannate pure a parole iniquità e sfruttamento, ma non disturbate chi li produce e ne trae profitto; canticchiate Imagine, ma non mettetela in pratica. Questo sembra volerci dire chi detiene il potere…

(quasi dimenticavo la riflessione su Gaber. Che meriterebbe ben altro approfondimento, ma tempo e spazio sono ormai alle strette, per cui accontentatevi.
In questo caso si tratta di un artista che conosco bene a amo molto. Specialmente il “teatro canzone”, di cui ho tutti i cd – che raccolgono i suoi spettacoli nelle diverse stagioni, dai primi anni ’70 alla morte. Lo amo, dicevo, per la capacità di emozionarmi con i suoi testi; per l’indiscutibile capacità interpretativa; per la capacità di farmi riflettere anche quando non lo condivido.
Pure lui è diventato un mezzo santino, citato a sinistra come a destra – molto spesso a destra, di solito in modo strumentale – e sovente con contraddittorie analisi sulla sua collocazione politica.
Anche Gaber a mio avviso era un “borghese conservatore illuminato”. Interessante quando denunciava i vizi della borghesia; discutibile quando si lasciava andare ad analisi puramente politiche che sapevano di grillismo ante litteram; commovente quando dimostrava la capacità di saper mettere in discussione, nell’uomo borghese, innanzitutto se stesso; splendido, però, quando cantava l’individuo, come in Gildo o ne L’illogica allegria. E tutto questo non c’entra con PPP, lo so, ma avevo voglia di dirlo)

(ah, sì: L’illogica allegria è la canzone che voglio venga suonata al mio funerale)

Francesco “baro” Barilli

venerdì 23 ottobre 2015

Appuntamenti: Lucca e altro

A questo link trovate TUTTI gli appuntamenti con BeccoGiallo e i suoi autori in occasione di Lucca Comics & Games.

Io ci sarò venerdì 30, dalle 10 alle 12, allo stand BeccoGiallo. Ma anche nel resto della giornata sarò spesso lì (a parte qualche giro in fiera).
Se non sono troppo “cotto” mi fermo anche sabato 31; specialmente perchè proprio sabato, alle ore 16:00, mi piacerebbe assistere alla presentazione de “La traiettoria delle Lucciole” (Sala Oratorio di S. Giuseppe, con Guido Ostanel e gli autori Marco Rizzo, Paolo Castaldi, Marco Tabilio, Cisco Sardano).
Se non schiatto prima, mi piacerebbe essere presente anche la sera di sabato 31 per “Aperitivo in Giallo – 10 anni di fumetti!” (ore 20:00, Bar il Quadrifoglio, via Fillungo 124, con Guido Ostanel, Federico Zaghis e gli autori della casa editrice).

A quel punto, se non esagero con gli spritz, tornerei a casa…

Passando ad altro: Venerdì 23 ottobre ore 18.30 si inaugura la mostra “Graphic Novel”, Racconti, cronaca, reportage: le storie disegnate nel supplemento culturale del Corriere della Sera.
La mostra è presso La Triennale di Milano. Qui rimarrà fino al primo novembre (tutti i giorni dalle 10.00 alle 23.00, chiuso il lunedì) per poi spostarsi nella Contemporary Exhibition Hall dell’Università Iulm (edificio 6, via Carlo Bo 7, 20143 Milano; dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 19.30) dal 10 novembre al 23 dicembre.

Qui, troverete anche le due tavole realizzate con Manuel De Carli (“Papà, raccontami di quando avevi paura”, apparso su La Lettura il 7 settembre 2014): una piccola storia sul mio papà partigiano, a cui ovviamente sono molto legato.

lunedì 12 ottobre 2015

Il “Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani”, di Claudio Calia

Okay, lo dico io prima che lo dicano altri: sì, Claudio Calia è un amico, BeccoGiallo è anche il mio editore. Quindi qualcuno potrebbe pensare “questi se la cantano e se la suonano fra loro” o valutare questa recensione come una marchetta. Beh, non potrei dire nulla che facesse cambiare idea a chi così pensasse. Quindi, costoro possono pure fermarsi subito: meglio per loro e per me.
Per gli altri, procediamo dunque con questa recensione (mi cospargo il capo di cenere: a più di un anno dall’uscita) del “Piccolo atlante storico geografico dei Centri sociali italiani”.

Il nesso tra fumetto e centri sociali...
Spiegare questo nesso NON è l’obbiettivo principale del libro di Claudio. Ma, conoscendo lui e la sua passione per il fumetto a 360 gradi, credo non gli sia sfuggito che il suo lavoro è (anche) la chiusura di un cerchio. Perché i c.s. nascono in anni in cui il fumetto era assente dalle librerie di varia e le fumetterie erano assai rare. E proprio i c.s., accanto all’attività politico/sociale, hanno proposto molti fumetti alternativi (albi autoprodotti, fanzines ecc.) e contemporaneamente sono stati veicolo di diffusione di fumettisti “fuori dal coro”.
Non è un caso se la prefazione del Piccolo Atlante di Calia è firmata da Zerocalcare, artista formatosi proprio in questi ambienti (una formazione che Michele ha sempre ricordato con affetto; ma sulla sua prefazione mi soffermerò più avanti).
I centri sociali sono stati dunque i primi laboratori dove venivano prodotti e/o promossi fumetti che in edicola – ossia nel solo luogo in cui in quella fase storica i fumetti li si poteva trovare – non avevano spazio. Si potrebbe dire che sono stati un laboratorio, per un certo fumetto, così come successivamente lo sono stati per la street art: questo a dimostrazione del fermento culturale che qui si respira, con buona pace di chi li vuol vedere come una fucina di vandali interessati solo a sfasciare vetrine…
E’ quindi significativo che sia un fumetto l’opera in cui più organicamente si può trovare una mappa, ragionata e “partecipata”, di queste realtà.

La prefazione di Zerocalcare
Ho già detto che scegliere Zerocalcare come firma della prefazione non è un caso. Perché è nei centri sociali che affondano le radici di Michele, artisticamente e umanamente. Perché c’è un rapporto di stima e amicizia preesistente fra lui e Calia. E perché i due fumettisti condividono radici di impegno sociale ed esperienze. Entrambi (Claudio e Michele) erano a Genova nel luglio 2001, senza ancora conoscersi: Claudio a vivere il movimento della propria generazione, Michele – più giovane – ad affacciarsi per una delle prime volte su una “piazza politica”. Entrambi videro coi propri occhi, e subirono sulla propria pelle, la repressione poliziesca e vissero direttamente quello che è stato forse il più importante trauma generazionale della nostra storia recente, uno di quei fatti che seziona la nostra vita in “prima” e “dopo” (come può immaginare chi mi legge da un po’, questa è una cosa che mi fa sentire vicino a entrambi).
Con il solito personalissimo stile – capace di unire toni leggeri a tematiche “importanti”, e di cogliere sempre il nocciolo della questione in poche righe e con grande chiarezza – Zerocalcare spiega il senso del lavoro di Calia: “Ci trovo il calore di chi non mi ha mai abbandonato o lasciato indietro. Ci trovo una parola strana, contraddittoria, che uso raramente, quasi mai nell’accezione comune. Famiglia”.
Per questo la prefazione di Michele è un valore aggiunto al Piccolo Atlante. Un valore che va al di là della meritata fama di Michele, concretizzandosi nel saper trasmettere al lettore il senso di appartenenza a una comunità.

Lo stile
Farò una confessione: non comprai subito il libro di Claudio. Sapevo che prima o poi l’avrei letto, ma non avevo fretta. “Sicuramente conosco già tutto, o quasi, ciò che contiene”, mi dicevo (sbagliando). “Dovrebbero leggerlo quelli che sparano a zero sui centri sociali dipingendoli come covi di casinisti, quando va bene”, mi dicevo (e qui avevo pure ragione, ma questo è un altro discorso…).
Insomma, lo pensavo solo un utile elenco ragionato dei centri sociali. Utile ad altri, certo, ma a me a cosa serviva?
Alla fine, seppure con ritardo, ho divorato con interesse il fumetto di Claudio. E ci ho trovato dentro la sua storia, la nostra storia. Esperienze, canzoni, slogan, speranze, lotte, rabbie, tentativi e inciampi, ancora tentativi e altri inciampi… Esperienze collettive che potrebbero definirsi “forme di resistenza”.
E la narrazione di Claudio è calda e per nulla didascalica. Come in libri precedenti, Claudio si disegna nel proprio fumetto. Ma se in altri lavori la sua era la presenza del “giornalista grafico” che rielabora testimonianze (voci raccolte direttamente o materiali reperiti sui media), nel Piccolo Atlante Claudio attraversa l’Italia e gli anni della propria militanza politica. All’interno, invecchia e “si invecchia”, cambiano i suoi vestiti e la sua barba, perché è qui che lui è cresciuto, come uomo e come autore.

(nota: disattiviamo la modalità “vecchi reduci che si incontrano commentando i propri lavori e dissertando su quanti capelli cadono o si imbiancano” e torniamo allo stile)

Lo stile, dicevo…
Claudio non è uno che cerca di incantarti con i propri disegni. Ma le sue tavole sono sempre dannatamente espressive… C’è del sentimento, dentro, ecco, non saprei come dirlo meglio…  E’ capace di mescolare la sintesi del “giornalismo grafico” col proprio sguardo, pacato e mai privo di partecipazione.

Sì, vabbè, ma torniamo al nesso tra fumetto e centri sociali...
Il punto è che i fumetti li leggi per passare il tempo (alcuni), perché ti fanno sognare (altri, più belli), o perché “ti fanno sentire/ti rendono migliore” (i più belli). Proprio come le persone che frequenti, gli amici a cui vuoi più bene… Proprio come la tua “famiglia”, in senso più ampio, come ci ricorda il Piccolo Atlante di Calia e come intuisce e suggerisce Zerocalcare.
Ora il nesso l’avete capito, no?

Francesco “baro” Barilli

lunedì 20 luglio 2015

20 luglio 2001: Quel sorriso che ci hanno strappato

La prima volta che sono stato in piazza Alimonda ho cercato il punto esatto. E, ti sembrerà strano, m’è venuta in mente la segatura sul suo sangue. Segatura mescolata a sangue e fiori. Mi hanno detto che per giorni il rosso continuava ad affiorare. Chissà se era vero, o solo un’impressione. Poi m’è venuta in mente quella massima degli antichi. Muore giovane chi è caro agli dei. M’è sempre sembrata un’idiozia: vedi cosa ci si riesce a inventare per difendersi dal dolore? Comunque, fosse vero, un motivo in più per confermare la mia scarsa considerazione per qualsiasi divinità.

Oggi mi chiedi di scrivere qualcosa su Carlo. Sono fra chi ne ha parlato in questi dieci anni e tu vuoi tornare a quel giorno, sapere cosa è rimasto, cosa è cambiato. È così che me ne accorgo: è vero, ho scritto parecchio su di lui. Su un ragazzo che non ho visto nascere o vivere ma ho visto morire mille volte. Ho incrociato documenti e articoli con foto, filmati, immagini. Tutto finisce sempre nello stesso istante e allo stesso modo. Un corpo steso a terra, ripreso da diverse angolazioni. Il Carlo vivo rimane ai margini, tutto sembra cristallizzato alle 17 e 27 di quel 20 luglio.

Anche dall’altra parte sono stati bravi a fermare l’istante. Il ragazzo già conosciuto alle forze dell’ordine. Il punk a bestia che viveva di elemosina. Uno che in fondo se l’è cercata e gli sta bene. Forse ci hanno sperato davvero. Che fosse un figlio di nessuno, come si diceva una volta. Per noi non sarebbe stato diverso o meno crudele. Ma quelle affermazioni sono false. Chi si lamenta oggi della macchina del fango sarebbe più credibile se avesse dimostrato uguale indignazione dieci anni fa. Perché, noi lo sappiamo, dietro quell’uomo una famiglia c’era.

Sì, definisco Carlo uomo. L’espressione «Carlo Giuliani, ragazzo» non mi ha mai convinto del tutto. Ne capisco il senso doloroso, sincero, suggestivamente valido e persino necessario, ma mi sembra sminuire la sua ultima scelta, derubricarla a pulsione incontrollata di un adolescente. Non fu così: se ci fu rabbia nel suo gesto non fu quella del ragazzo, ma dell’adulto che sceglie da che parte stare. «Di indignarsi di fronte alle ingiustizie», potrei dire parafrasando il Che. Preferisco citare proprio Carlo: «Agii consapevole di quello che accadeva». È il verso di una sua poesia scritta sei anni prima. Dice già tutto.

Ma, forse, sto sottilmente eludendo la richiesta. Tu vuoi da me qualcosa di diverso, un ricordo di quel 20 luglio. Chiudo gli occhi e vedo tre immagini.

Nella prima una giovane dottoressa è china sul corpo senza vita di Carlo. Capisce che non c’è più nulla da fare e abbassa il capo, impotente. E’ l’unico slancio di dolorosa umanità in quella scena, circondata dall’indifferenza delle forze dell’ordine.

La seconda è una foto scattata in via Tolemaide, circa mezz’ora prima dell’omicidio. L’aria è grigia per i lacrimogeni, la folla di manifestanti sembra accendersi e agitarsi, attraversata da mille scariche di un’energia sconosciuta. Tutto è in movimento, solo Carlo e un blindato sono immobili. Il mezzo è pesante, minaccioso. Retoricamente potrei dire: trasuda l’arroganza del potere.

Poi c’è il volto, stavolta sì di un ragazzo, gli occhi azzurri e luminosi. Proprio la sua famiglia me l’ha fatta scoprire. È un filmato del 1999. Carlo in una trattoria. Estrae una sigaretta dal pacchetto. Con un sorriso naturale, solare. Quello che gli hanno tolto, ci hanno tolto.

Ci hanno tolto anche altro, lo sappiamo entrambi: hanno ucciso le speranze di un’intera generazione, l’hanno espropriata della sua proposta politica, della sua carica di innovazione e speranza. I cinquanta tu li hai già visti, io sto per arrivarci. Mi dispiace per quei giovani, non per noi

Non sono stati solo quelli “dall’altra parte” i colpevoli. Fa male ammetterlo ma è così. In questi anni ho sentito spesso parlare di «spirito di Genova». Come fosse un mantra liberatorio, un’immaginetta da evocare mentre ci si reca in pellegrinaggio in un luogo sacro per chiedere una grazia. A volte ho sentito l’invocazione proprio da chi quello spirito sembrava aver smarrito, se non tradito. Sono stati commessi errori, da parte di chi avrebbe dovuto difendere e rinnovare la magica alchimia del «movimento dei movimenti». In buona e mala fede. Personalismi, compromessi politici, vere e proprie miserie umane. Feroci contrapposizioni fra le tante anime di quella stagione.

Ma non è questo che vuoi sentire, né quel che ho voglia di raccontare. Mi hai chiesto qualcosa e questo posso darti.
Sangue fiori e segatura.
Una ragazza china su un corpo senza vita.
Un giovane uomo che fronteggia un blindato mentre tutto attorno è in movimento.
Sopra tutto, il sorriso di un ragazzo.




NOTA: racconto pubblicato su “Per sempre ragazzo. Racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani” (a cura di Paola Staccioli. Tropea Editore, 2011)

venerdì 3 luglio 2015

Dalla parte di chi tortura?!

Il dibattito sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale si è “arricchito” di nuove voci (alcuni sindacati di polizia, Matteo Salvini, Bruno Vespa e in generale Il resto del Carlino) tutte contrarie al nuovo progetto di legge. Un progetto che pure, va ricordato, ha già avuto altri pareri, sempre critici ma originati da un punto di vista assai diverso. Infatti, il disegno di legge fin qui formulato porterebbe all’inserimento del reato come “fattispecie generica”, ossia eludendo lo spirito della normativa internazionale in materia, che vorrebbe invece individuarlo come specifico abuso commesso da funzionari dello Stato.

Ma soffermiamoci sui commenti recenti. Sembrano tutti accomunati dall’intenzione di liquidare gli abusi delle forze dell’ordine come casi isolati di “estremismo in divisa”, partendo innanzitutto da Genova e dimenticando il prima quanto il dopo. E il punto non è stabilire se gli abusi siano sporadici o frequenti, quanto lo stabilire se a quegli abusi si sia reagito (in termini penali, amministrativi, politici) con adeguata fermezza.

Partiamo pure dal G8 di Genova: la Diaz e Bolzaneto potevano essere persino una buona occasione per un percorso autocritico delle forze di polizia, per un’inversione di tendenza. Al contrario, Genova ha testimoniato l’accentuarsi delle chiusure corporative. Le forze dell’ordine hanno addirittura ingaggiato un braccio di ferro con la magistratura; le sentenze (parlo di quelle italiane) su Diaz e Bolzaneto sono arrivate nonostante molti ostacoli posti lungo il corso della giustizia, sul piano pratico come su quello simbolico e politico.
Sui primi ostacoli ricordo che l’atteggiamento autoassolutorio e di scarsa collaborazione da parte delle forze dell’ordine è stato stigmatizzato dalla magistratura italiana in tutti i gradi di giudizio (critiche poi riprese dalla Corte Europea nella recente sentenza “Cestaro-Diaz”). Sui secondi ostacoli, basti rammentare le promozioni degli imputati e la loro conferma anche dopo le sentenze di condanna di secondo grado. La permanenza in servizio dei responsabili è avvenuta con l’ormai stantia motivazione che è compito della magistratura accertare i reati: quasi non fosse compito diretto dei corpi di polizia punire amministrativamente chi sbaglia e fare opera di prevenzione. Inutile aggiungere che la politica ci ha messo del suo per supportare queste azioni: gli abusi di oggi, da Genova in poi, sono figli di un’involuzione delle forze dell’ordine, a sua volta figlia di un percorso culturale che ha sancito il declassamento dei diritti nelle priorità dei cittadini e della politica.

Tutto questo per rispondere a chi, come Bruno Vespa, sostiene che “il nostro codice è già perfettamente attrezzato per punire reati di questo genere, compresa la ‘macelleria’ della Diaz a Genova. E se i colpevoli alla fine non sono stati puniti adeguatamente è perché i processi sono stati gestiti troppo lentamente” (su Il Resto Del Carlino 27 giugno 2015: “Dalla parte dei poliziotti”).
Quella della lentezza della magistratura italiana vista come sola causa del deludente esito del processo Diaz (a livello di scarsa entità ed efficacia delle condanne comminate) sembra essere un “pallino” del Resto del Carlino. Da “La legittima difesa delle divise” di Ugo Ruffolo (25 giugno): “per la macelleria messicana alla scuola Diaz le attuali norme in materia di lesioni, violenze, abusi … bastavano a buttar via la chiave. Non il nomen iuris dei reati contestati, ma il gioco delle prescrizioni e dei giudizi sulle prove (dunque, l’eccesso di garantismo e di durata dei processi) ha assicurato pene blande o nulle …”.
Insomma: il nostro impalcato giuridico, secondo questi commenti, sarebbe già sufficiente a punire i reati, se non fosse per la lentezza della magistratura. Una lentezza che, come abbiamo visto, è stata semmai causata proprio dall’atteggiamento ostruzionistico delle forze dell’ordine nei procedimenti genovesi (una difesa corporativa che nulla ha a che vedere con l’esigenza del Paese di avere giustizia su quel che accadde a Genova nel luglio 2001), e dall’assenza della politica, che ha “coccolato” gli imputati e – sovente – trattato i magistrati inquirenti come “nemici dello Stato”.

Sempre Vespa poi aggiunge: “se si ritiene tuttavia doveroso intervenire perché ce lo chiede la Corte europea…”. Quasi che la questione la si possa confinare a una sorta del “ce lo chiede l’Europa” in versione – per una volta – di diritti e civiltà… E’ dunque opportuno ricordare che già da anni si parla del rifiuto da parte del governo di aderire ad alcune raccomandazioni del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, fra cui l’inserimento del reato di tortura nel nostro ordinamento. Ma su questo tema l’Italia “fa spallucce” da più di vent’anni: la convenzione delle Nazioni Unite fu firmata nel 1984 e ratificata dall’Italia nel 1989. L’ignavia del mondo politico è trasversale e tutt’altro che recente.

Il Resto del Carlino sembra particolarmente sensibile alle ragioni dei poliziotti. In un articolo del 25 giugno ("Le mani legate con i criminali", di Bruno Ruggiero) viene ricordata questa affermazione: “sono rimasto indignato – commentò nei mesi scorsi il magistrato Raffaele Cantone, presidente dell’Anticorruzione, e ora il Sap riporta le sue parole –. I fatti della Diaz sono vergognosi, ma le indagini hanno consentito di individuare le responsabilità, anche dei vertici, senza bisogno del reato di tortura”. 

Con un gioco di parole persino banale si potrebbe dire che Cantone ha preso una cantonata…
In primo luogo è da ricordargli che “il gioco delle prescrizioni” (per citare ancora Il Resto del Carlino) sarebbe stato molto meno efficace se quel reato fosse stato previsto. In secondo luogo, le responsabilità non sono state tutte accertate (alla Diaz come a Bolzaneto, a Genova in generale come in molti altri casi) per il mancato riconoscimento di chi commise fisicamente gli abusi.
(la questione può essere laterale, rispetto al tema principale di questo articolo e per questo la metto fra parentesi: è da ricordare che in Italia, oltre al reato di tortura, mancano regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine; altro argomento su cui i sindacati di polizia e le principali forze politiche fanno orecchie da mercante).
In terzo luogo, ribadisco che senza attendere Strasburgo già i giudici italiani (specie per Bolzaneto, ma pure per i fatti di Napoli di marzo 2001 – caserma Raniero) hanno rimarcato la mancanza del reato di tortura come causa della ridefinizione “al ribasso” delle contestazioni agli imputati.

Ometto qui di commentare alcune altre dichiarazioni. Quelle di Salvini ("Le forze di polizia devono avere libertà di azione assoluta, se poi un delinquente lo devo prendere per il collo e si sbuccia il ginocchio... cazzi suoi") perché non sono degne di attenzione. Un’altra di Bruno Vespa (“Da qualche anno le forze di polizia impiegate nel contrasto di violenze a sfondo politico … appaiono fortemente intimidite. Prefetti e questori preferirebbero cavarsi un dente piuttosto che autorizzare una carica”) perché talmente ridicola da ricevere al massimo un sorriso sarcastico.

Concludo ricordando che, dopo la sentenza europea sulla Diaz, originata dal ricorso di Arnaldo Cestaro, una delle vittime della “macelleria messicana”, siamo in attesa di nuovi pronunciamenti di Strasburgo su altri ricorsi. Alcuni vertono non sulla Diaz ma su Bolzaneto, e per questo saranno probabilmente ancora più interessanti, dal punto di vista della necessità di inserimento del reato di tortura nel nostro codice. Mi limito a ricordare, su Bolzaneto, un estratto dalla condanna in primo grado all’ispettore di polizia penitenziaria al vertice della caserma: “… con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso … sottoponeva o comunque tollerava, consentiva, non impediva che le persone ristrette presso la caserma di Bolzaneto fossero sottoposte a misure vessatorie e a trattamenti inumani e degradanti, e arrecava così un danno ingiusto … a tutte le parti offese in stato di arresto presso la caserma … con la conseguenza di una sostanziale compromissione dei diritti umani fondamentali per le persone offese durante il periodo di permanenza …”.
Ma, in fondo, la tortura può essere efficacemente sintetizzata con questa frase di Leonardo Sciascia, terribilmente attuale e che ho già ricordato in altre occasioni: “Non c’è paese al mondo che ormai ammetta nelle proprie leggi la tortura: ma di fatto sono pochi quelli in cui le polizie, sottopolizie e criptopolizie non la pratichino. Nei paesi scarsamente sensibili al diritto – anche quando se ne proclamano antesignani e custodi – il fatto che la tortura non appartenga più alla legge ha conferito al praticarla occultamente uno sconfinato arbitrio”.

Francesco “baro” Barilli