Accolgo l’invito del mio amico Alessandro Di Virgilio a parlare anche qui (su Facebook) della vicenda Pinelli-Calabresi. Per scelta, NON HO VISTO la fiction su Rai 1. E aggiungo che della questione ho parlato già molte volte in passato…
Ma, soprattutto, credo che la mia miglior risposta alla fiction di ieri sera sia questo link: è l’intervista che realizzai con Licia Pinelli nel gennaio 2008, apparsa su “La Piuma e la Montagna” (Manifestolibri, 2008), libro curato da me e Sergio Sinigaglia (e ne approfitto per mandare un caro saluto a Sergio!!!).
Ripescare quella intervista (datata ma sempre attuale) mi sembra, ripeto, la migliore risposta. O almeno è la migliore che posso dare io…
Volevo chiederti qualcosa su quegli anni, sulla militanza di Pino. E sulla vostra vita a Milano, anche paragonandola con il contesto attuale.
Sono situazioni totalmente diverse, quasi impossibili da confrontare. Un tempo c’era un clima molto più aperto, mentre oggi si ha un’impressione di estraneità, di distacco fra le persone, persino fra chi abita nello stesso condominio. Già un dialogo, un livello minimo di conoscenza, è difficile; l’idea di darsi una mano è addirittura impossibile. A questo discorso si collega pure la militanza di Pino. Devi sapere che, alcuni mesi prima di piazza Fontana, c’erano stati altri attentati (in diverse città italiane), e già in questi casi erano stati incolpati gli anarchici. Lui si era attivato subito dopo quelle prime accuse, cercando di portare aiuto. Ricordo gli scioperi della fame, lui che andava a portare da bere a chi era impegnato in iniziative di solidarietà.
Spiegarti cos’era Milano e la nostra vita è davvero difficile. Quel che voglio farti capire è che se oggi i rapporti interpersonali si mantengono al minimo essenziale, all’epoca era diverso. Vedi, all’epoca io battevo a macchina le tesi per diversi studenti, quindi casa nostra era sempre aperta e piena di ragazzi, ricordo la sensazione di avere sempre gente da noi. Quegli studenti venivano per le loro tesi, quindi anche in quel caso in teoria ci si poteva limitare a un rapporto “distaccato”; invece si finiva col parlare di tutto, anche e soprattutto di politica, perché pure quella faceva parte della vita, e il confronto era normale. E’ vero, erano tempi di conflittualità molto dura, ma c’era un atteggiamento aperto verso l’idea stessa di politica.
Pino, poi, figuriamoci!… Non gli pareva vero di poter intavolare una discussione su quegli argomenti; appena entrava in casa e trovava uno di quei ragazzi gli diceva subito “Io sono un anarchico. Voi come la pensate?”. Finiva spesso che io facevo da mangiare per tutti e con noi si fermavano anche quegli studenti.
Era una vita allegra, malgrado le difficoltà, le bambine piccole, il suo stipendio bassissimo. Ecco, questo mi dispiace: mi chiedevi di Milano come città, e io oggi la ricordo buia, scura, quando ci penso la vedo d’inverno, il cielo coperto come oggi. Probabilmente perché il ricordo di Milano di quell’epoca lo associo e si sovrappone proprio a quei giorni di dicembre 1969…
E tu come vivevi la militanza di tuo marito? Partecipavi anche tu?
Io non potevo essere parte attiva della sua militanza. C’erano le bambine piccole, la casa da mandare avanti, il mio lavoro, non sarebbe stato possibile. Ma il punto è un altro. Mi è difficile ricrearti quell’atmosfera, quella vita come “in una comune”, ma posso dirti che a me piaceva moltissimo. Mi piaceva lavorare, avere tutta quella gente per casa, sentire quei discorsi sulla politica: in un certo senso, per me, anche questa è un segno di militanza. Ti faccio un esempio: c’erano delle ragazze calabresi che in un primo tempo non riuscivano ad adattarsi a quello stile di vita aperto, abituate probabilmente ad uno più chiuso, rigido (tieni conto che all’epoca la distinzione, la necessità di separazione fra maschi e femmine, era molto netta). Però anche loro poi si inserirono, e lo fecero proprio perché vedevano in quel modo di fare qualcosa di normale e quotidiano: si sentivano come a casa loro. Poi, chiaro, se mi chiedi di una mia partecipazione diretta e attiva in faccende militanti, quella era impossibile.
Vuoi raccontare qualche aneddoto, dove si intrecciano famiglia e impegno politico?
Una volta Pino portò le due figlie piccole al Circolo del Ponte della Ghisolfa. Quando sono tornate a casa Silvia (avrà avuto 6 anni) fece le scale di corsa e arrivò da me tutta rossa e col fiatone. “Adesso il papà lo sgridi e lo picchi, perché ha baciato una donna!”, mi disse… Lo ricordo con molta allegria. Adesso, pensa, se lo dico a Silvia lei non lo rammenta più. O forse è più corretto dire che ha dovuto rimuovere quei ricordi, lei era affezionatissima al padre….
Ora le tue figlie sono grandi: parli mai di quel che successe?
No, non si può continuare a parlarne. Un conto sono i piccoli episodi come quello che ti raccontavo, ma il ricordo è solo loro, personale. Della vicenda no, non ne parliamo. Devono vivere le loro vite, nelle loro famiglie: in questo senso non si tratta di rimozione, capisci? A me a volte capita di parlarne con qualche nuova amica, ma giusto un accenno.
Purtroppo sono arrivato a chiederti “del fatto”. Tu come e quando ne vieni a conoscenza?
Dobbiamo fare un passo indietro, prima di parlare della notte del 15 dicembre. Dobbiamo partire dal 12, dal giorno di Piazza Fontana. Pino viene invitato in questura, non viene arrestato. Addirittura segue l’invito accodandosi all’auto della polizia col suo motorino, senza nessuna coercizione. Nessuno mi telefona per dirmi che Pino è stato chiamato in questura, Io vengo a sapere qualche ora dopo, quando la polizia viene a casa nostra per una perquisizione. In quel momento io non solo non sapevo che mio marito era in questura, ma non ero a conoscenza nemmeno della bomba alla banca dell’agricoltura, semplicemente perché avevo il televisore rotto e non avevo sentito i notiziari; per cui anche la perquisizione mi capita come una cosa strana, scioccante…
Sono passati tanti anni, quindi certi particolari sicuramente mi sfuggono, ma altri li ho ancora vivissimi in mente. Ricordo i poliziotti che rovistavano per casa, probabilmente alla ricerca di qualcosa di compromettente, e sono finiti con lo scartabellare fra le tesi (i ragazzi spesso me ne lasciavano una copia per ricordo, una volta finita). Fra questi lavori ce n’era uno che attirò l’attenzione dei poliziotti. Adesso non saprei dirti con sicurezza di cosa si trattasse: forse era sulla rivoluzione francese, oppure sull’epoca in cui c’era stata una rivolta contro la Stato Pontificio nelle Marche, qualcosa del genere… Sta di fatto che gli agenti all’inizio pensavano di aver trovato chissà quale documento rivoluzionario! Spiegai che era una tesi, che io le battevo a macchina per lavoro, e uno di loro mi chiese “ma lei lavora per hobby o per bisogno?”. Credo d’averlo guardato con ben poco rispetto: a quell’epoca, coi pochi soldi che giravano, uno lavorava proprio per hobby!…
Ecco, ho questo ricordo della perquisizione: io che continuo a brontolare mentre i poliziotti giravano per casa. Poi, ancora più tardi, arrivò la telefonata di Pino: mi disse solo che era in questura, c’era tanta gente e avrebbe tardato. Anche se era un momento drammatico, non fu una telefonata allarmante, ma rassicurante.
Tu riuscisti a vederlo, in quei giorni?
No, però ci riuscì mia suocera il giorno dopo, il 13 o forse il 14. Dopo la perquisizione, o dopo la telefonata di mio marito, l’avevo chiamata, le avevo spiegato la situazione. Tra l’altro proprio il 12 Pino aveva appena ritirato la tredicesima, per cui lei andò di persona in questura a farsela consegnare. Era anche un modo per vederlo ed essere rassicurate.
Licia, scusa la domanda, ma con tutto quello che è successo, negli anni successivi ti è mai venuto di pensare che la sua attività politica era la causa di quanto vi era successo? Hai mai pensato (irrazionalmente, voglio dire) a una sorta di “rimprovero” verso tuo marito?
No. Esiste il libero arbitrio… Capisco quel che vuoi dire, ma direi di no, non ho mai avuto quel pensiero. Vedi, per spiegarti bene questo aspetto devo fare un passo indietro nel tempo. C’è stato un momento, prima della militanza di Pino (prima della “militanza attiva”, intendo, visto che lui comunque era ed è sempre stato anarchico), in cui avevamo le due bambine piccole, io avevo mille lavoretti, le tesi eccetera, e Pino sembrava dibattersi in quella casa che sembrava così stretta. Io allora lo incitavo a trovarsi degli interessi al di fuori della vita familiare. Gli dissi “perché non vai dagli esperantisti, perché non riallacci quei rapporti?”, visto che noi ci eravamo conosciuti nel ’52, proprio a scuola di esperanto, e ricordavamo quell’ambiente come una bella esperienza. Lui accolse il mio consiglio… Solo che, invece di andare dagli amici di esperanto, andò a trovare gli anarchici del circolo. Scelse la sua passione più vera, la politica: come potrei rimproverarlo, anche irrazionalmente? No, non posso parlare di sue colpe, né di miei ripensamenti sulle sue scelte.
La notte fra il 15 e il 16 dicembre, che Pino è precipitato dalla finestra lo vieni a sapere dai giornalisti…
Sì, vengono a bussare da me verso l’una. Io, le bambine e mia suocera eravamo già a letto. Te lo dico perché in seguito ci fu persino chi disse che dormivo con un amante. Non è una cosa poi così strana: se devi infangare una vittima è meglio infangare anche i suoi parenti…
Comunque sono andata ad aprire e ho trovato questi due giornalisti. Sembravano affannati, dopo 4 piani di scale senza ascensore, e soprattutto davano l'impressione di farsi forza l’un altro, cercavano le parole per dirmelo: “sembra che suo marito sia caduto da una finestra”.
Gli chiusi la porta in faccia e mi precipitai a telefonare alla questura. Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c’erano due giornalisti alla mia porta, gli riferii cosa m’avevano detto, chiesi perché non m’avevano avvertito. “Sa, signora, noi abbiamo molto da fare”, mi rispose… Non so se gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli ho sbattuto la cornetta in faccia. Dalla questura non seppi nulla: mentre Pino era all’ospedale, invece di chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza stampa…
Mia suocera si vestì e si precipitò all’ospedale, al Fatebenefratelli. Io dovevo aspettare, c’erano le bambine da guardare, non avevo altra scelta. A tanti anni di distanza i ricordi sono confusi, ma rammento bene mia suocera, alla sua età e senza una lira in tasca, precipitarsi in piena notte all’ospedale, dove nessuno le dice nulla, dove non le fanno nemmeno vedere il figlio. Mi telefonò dall’ospedale, dicendomi che c’era un sacco di polizia e non la facevano passare. Poi mi disse “non so cosa sta succedendo, ma temo che…”. Aveva capito che era morto perché aveva visto un inserviente tirare fuori i moduli
La tua reazione quale fu?
Dopo un po’ ero riuscita a far portare via le bambine, che si fecero svegliare e vestire senza dire nulla. Sempre quella notte, o poco più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna, Stajano, un dottore dell’università cattolica per cui avevo lavorato (che sulla vicenda in seguito scrisse un lungo articolo sull’Europeo), e qualcun altro ancora.
Ad un certo punto non ce la facevo più a stare in quella stanza, volevo andarmene da sola in camera. Mi venne dietro mia suocera. Mi disse: “Vedrà, domani daranno a lui la colpa di tutto”. “Va bene”, risposi, “ma ci siamo anche noi, con cui dovranno fare i conti”.
Il giorno successivo, in tribunale, ricordo i capannelli di gente… C’era davvero tantissima gente, la strage di piazza Fontana e la morte di Pino avevano destato uno scalpore enorme. C’erano dei giovani avvocati, che chiedevano (loro a me…) cosa si poteva fare. “Denunciare tutti quelli che erano in quella stanza”, rispondevo. E da lì comincia tutta la storia delle varie istruttorie, che è finita come sai…
Licia, tu hai letto il libro di Mario Calabresi (figlio del commissario), “Spingendo la notte più in là”?
No. Non voglio leggerlo, non m’interessa. Non potrei mai riconoscermi in quel testo. A volte penso che c’è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no. C’è una distinzione netta, fra noi.
Io per ora ne ho letto solo qualche recensione e ho visto l’autore da Ferrara. Ho avuto la netta impressione che Calabresi evitasse di affrontare la storia di Pino, se non di striscio, e questo mi ha dato fastidio. Capisco l’esigenza di difendere la memoria del padre, però ho trovato che con quell’operazione si negassero almeno due fatti: in primo luogo che le due vicende, piaccia o meno, sono strettamente collegate; in secondo luogo che, indipendentemente dalle implicazioni sul fatto in sé, sul commissario gravano comunque responsabilità “sul dopo”, sulle menzogne che raccontarono, il “Pinelli gravemente indiziato”…
Direi non solo sul dopo: ricordiamo che Calabresi era titolare dell’ufficio da cui cadde mio marito. Dunque, indipendentemente dalla sua presenza, la responsabilità, anche diretta, c’era. Poi, come dici tu, viene il resto, le menzogne su Pino gravemente indiziato eccetera…
Tornando sulla presenza o meno di Calabresi nella stanza, non voglio riaprire polemiche, ma mi sembra giusto ricordare che uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti, sostenne di non aver visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pino cadesse, e successivamente confermò sempre la stessa versione: non solo non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz’altro notato se il commissario fosse uscito. Quella dichiarazione la sostenne di fronte alla magistratura, ma non fu mai chiamato a deporre nuovamente davanti a D’Ambrosio, mi disse, nel corso dell’istruttoria decisiva.
Tornando alle menzogne successive alla morte di Pino, alla sentenza D’Ambrosio almeno una cosa bisogna riconoscerla: esclude che Pino si sia suicidato, quindi conferma che tutti quelli che erano nella stanza e dichiararono il contrario mentirono. I 4 poliziotti e il carabiniere presenti hanno avuto conseguenze?
Che io sappia no, la storia si è chiusa così. Anzi, per quanto ho saputo alcuni, se non tutti, sono stati promossi. Quando succede un fatto del genere, che vede coinvolti elementi delle forze dell’ordine, alla fine oltre a non arrivare alla verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo anche oggi, per i fatti di Genova.
Negli anni successivi, hai mai avuto altre notizie, anche da fonti “strane” (penso a voci, telefonate dei soliti “bene informati”) che ti facessero pensare di poter essere vicina a una nuova svolta?
Una volta mi arrivò una lettera anonima di questo tipo. La consegnai all’avvocato Carlo Smuraglia, ma non ne facemmo nulla, era una cosa totalmente delirante.
Sono passati 38 anni da quei giorni, ma ne sono passati anche 25 da quando hai raccontato la tua storia a Piero Scaramucci in "Una storia quasi soltanto mia". E’ cambiato qualcosa nella tua opinione circa lo svolgimento dei fatti?
Quello che penso sia successo lo raccontai innanzitutto al magistrato e te lo confermo ora. E’ difficile da spiegare, ma si tratta di una convinzione talmente radicata in me che la sento come si trattasse di un avvenimento accaduto con me presente; se ci penso è come se io fossi stata lì, in quella stanza. Quando sono stata interrogata da Bianchi d’Espinosa (procuratore generale a Milano, che poi assegnò il fascicolo a D’Ambrosio) mi chiese proprio quale opinione mi fossi fatta sull’accaduto, e la stessa domanda in seguito me la pose lo stesso D’Ambrosio. Risposi molto semplicemente, come rispondo a te ora: l’hanno picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l’hanno colpito al termine dell’interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure che dei 5 agenti solo uno (il carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta ancora oggi.
Alla tesi del suicidio, poi, non ho mai creduto. Pino non l’avrebbe mai fatto, era un’eventualità che non ammetteva. Una volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo, che aveva tentato il suicidio, e lui era stravolto. Non era una scelta che concepiva, amava la vita, non l’avrebbe mai fatto.
mercoledì 8 gennaio 2014
mercoledì 18 dicembre 2013
Le strane priorità di Regione Lombardia nel gestire soldi pubblici…
Gentile direttore,
per principio, etico prima che professionale, ho sempre evitato di parlare di cose riguardanti il Comune dove lavoro (Pizzighettone). Mi contraddico oggi; un po’ perché i fatti che esporrò non sono problemi su cui l’amministrazione comunale possa intervenire direttamente o possa risolvere, un po’ perché tutti dovrebbero essere a conoscenza di quanto racconterò: alcuni in quanto toccati personalmente, gli altri perché ne potrebbero essere toccati un giorno.
I cittadini che chiedono contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche nelle proprie abitazioni seguono una procedura che a Pizzighettone curo personalmente. In estrema sintesi: domande presentate entro il 28 febbraio; inoltrate telematicamente alla regione entro marzo; in base al fabbisogno complessivo, Milano eroga quanto dovuto a ogni comune, che lo ripartisce ai singoli. Il tutto normalmente si chiude entro un anno dalla domanda: tempi lunghi (ma ragionevoli trattandosi di una procedura complessa), che ultimamente si sono però protratti senza più vedere le somme erogate…
Una nota regionale di fine giugno spiega l’intoppo. In base alle risorse disponibili si decreterà la liquidazione di parte del fabbisogno 2012. Le somme non sono sufficienti per circa un migliaio di cittadini, che almeno per il momento non riceveranno il contributo. La nota chiarisce che le domande insoddisfatte, così come tutte quelle presentate per il 2013 e le successive, resteranno valide ma, cito testualmente, “non è possibile effettuare previsioni in merito alla loro effettiva liquidazione, in quanto al momento non sono previste assegnazioni di bilancio per la loro copertura”.
La nota invitava a dare informazioni di quanto sopra “ai cittadini direttamente interessati al fine di non ingenerare aspettative”, e così correttamente ha fatto il Comune. Ma, gentile direttore, scrivendole mi attengo a tali disposizioni e non ne fornisco un’interpretazione estensiva: tutti siamo “direttamente interessati”; anche chi un giorno potrebbe diventarlo, perché colpito da una patologia o per l’avanzare dell’età.
Un’altra notizia, stavolta estranea al mio lavoro, merita spazio e considerazioni abbinate a quelle fin qui svolte. La manovra finanziaria proposta al Consiglio Regionale si occupa del cosiddetto “buono scuola”. Quello riservato a studenti delle scuole private o “paritarie” dovrebbe passare (condizionale d’obbligo: in questi giorni la manovra dovrebbe essere ratificata, ma non ho notizie definitive in merito) da 33 a 30 milioni; quello destinato alle famiglie di scuole pubbliche scende a 5 milioni. Molti studenti milanesi, purtroppo soli nel denunciare questa scelta, hanno manifestato ieri, col corollario di alcuni scontri con le forze dell’ordine che – sempre purtroppo – sono gli unici fatti che hanno trovato spazio sui giornali. Nel frattempo, sempre più scuole pubbliche chiedono alle famiglie un sostegno economico: tristi segni dei tempi…
Qualcuno potrà obbiettare che parlando di barriere architettoniche e di contributi scolastici ho “mischiato pere e pomi”. Sbagliato: in entrambi i casi parlo di soldi pubblici, versati dai contribuenti di ogni appartenenza politica, e di come vengono spesi. Sapere come vengono spesi è un diritto per i cittadini. Spiegare le scelte adottate sul come utilizzarli (cosa tagliare, cosa mantenere…) è un dovere per i nostri rappresentanti democraticamente eletti.
Francesco Barilli
(pubblicato oggi sul quotidiano Lodigiano "Il Cittadino", col titolo "Contributi e barriere, non mischio pere e pomi")
per principio, etico prima che professionale, ho sempre evitato di parlare di cose riguardanti il Comune dove lavoro (Pizzighettone). Mi contraddico oggi; un po’ perché i fatti che esporrò non sono problemi su cui l’amministrazione comunale possa intervenire direttamente o possa risolvere, un po’ perché tutti dovrebbero essere a conoscenza di quanto racconterò: alcuni in quanto toccati personalmente, gli altri perché ne potrebbero essere toccati un giorno.
I cittadini che chiedono contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche nelle proprie abitazioni seguono una procedura che a Pizzighettone curo personalmente. In estrema sintesi: domande presentate entro il 28 febbraio; inoltrate telematicamente alla regione entro marzo; in base al fabbisogno complessivo, Milano eroga quanto dovuto a ogni comune, che lo ripartisce ai singoli. Il tutto normalmente si chiude entro un anno dalla domanda: tempi lunghi (ma ragionevoli trattandosi di una procedura complessa), che ultimamente si sono però protratti senza più vedere le somme erogate…
Una nota regionale di fine giugno spiega l’intoppo. In base alle risorse disponibili si decreterà la liquidazione di parte del fabbisogno 2012. Le somme non sono sufficienti per circa un migliaio di cittadini, che almeno per il momento non riceveranno il contributo. La nota chiarisce che le domande insoddisfatte, così come tutte quelle presentate per il 2013 e le successive, resteranno valide ma, cito testualmente, “non è possibile effettuare previsioni in merito alla loro effettiva liquidazione, in quanto al momento non sono previste assegnazioni di bilancio per la loro copertura”.
La nota invitava a dare informazioni di quanto sopra “ai cittadini direttamente interessati al fine di non ingenerare aspettative”, e così correttamente ha fatto il Comune. Ma, gentile direttore, scrivendole mi attengo a tali disposizioni e non ne fornisco un’interpretazione estensiva: tutti siamo “direttamente interessati”; anche chi un giorno potrebbe diventarlo, perché colpito da una patologia o per l’avanzare dell’età.
Un’altra notizia, stavolta estranea al mio lavoro, merita spazio e considerazioni abbinate a quelle fin qui svolte. La manovra finanziaria proposta al Consiglio Regionale si occupa del cosiddetto “buono scuola”. Quello riservato a studenti delle scuole private o “paritarie” dovrebbe passare (condizionale d’obbligo: in questi giorni la manovra dovrebbe essere ratificata, ma non ho notizie definitive in merito) da 33 a 30 milioni; quello destinato alle famiglie di scuole pubbliche scende a 5 milioni. Molti studenti milanesi, purtroppo soli nel denunciare questa scelta, hanno manifestato ieri, col corollario di alcuni scontri con le forze dell’ordine che – sempre purtroppo – sono gli unici fatti che hanno trovato spazio sui giornali. Nel frattempo, sempre più scuole pubbliche chiedono alle famiglie un sostegno economico: tristi segni dei tempi…
Qualcuno potrà obbiettare che parlando di barriere architettoniche e di contributi scolastici ho “mischiato pere e pomi”. Sbagliato: in entrambi i casi parlo di soldi pubblici, versati dai contribuenti di ogni appartenenza politica, e di come vengono spesi. Sapere come vengono spesi è un diritto per i cittadini. Spiegare le scelte adottate sul come utilizzarli (cosa tagliare, cosa mantenere…) è un dovere per i nostri rappresentanti democraticamente eletti.
Francesco Barilli
(pubblicato oggi sul quotidiano Lodigiano "Il Cittadino", col titolo "Contributi e barriere, non mischio pere e pomi")
giovedì 12 dicembre 2013
Fumetto o graphic novel?
Se fate un giro sul web troverete diversi commenti sull’intervista di Concita De Gregorio a Gipi sul suo ultimo libro (UnaStoria, Cononino – la citazione vale anche come consiglio di lettura: è un lavoro straordinario e toccante). Potete facilmente trovare il video dell’intera trasmissione; oppure potete leggere (qui) lo stralcio che ora m’interessa.
Credo che Gipi con semplicità e schiettezza abbia risposto a De Gegorio. Credo pure sia stato corretto nell’evitare accenti polemici: la giornalista, con la sua uscita sul fumetto “un po’ un genere minore” non mostrava scarso rispetto, ma solo l’oggettiva difficoltà di chi non è “abituato” a queste letture.
La circostanza comunque m’ha fatto sorridere. Nel mio piccolo ho dovuto affrontare spesso domande/dubbi/pregiudizi simili a quelli a cui ha risposto Gianni. “Come mai hai scelto proprio il fumetto per raccontare [inserire qui: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, i fatti di Genova…]?”; oppure: “la scelta del fumetto per raccontare [inserire…] è dovuta alla volontà di avvicinare a questi temi giovani lettori che, altrimenti, sarebbero restii ad informarsi sull’argomento?”.
Anch’io ho sempre risposto cortesemente. Almeno spero: a volte posso essere sembrato “seccato” (sai com’è, alla decima volta che te lo domandano…), ma se sono stato scortese me ne dispiaccio.
Però spesso mi sono domandato se De Andrè abbia mai dovuto replicare a chi gli domandava “scegliere di parlare di [inserire una delle tante tematiche che il grande Faber ha affrontato nei suoi brani] attraverso una canzone è una tua scelta per rendere pù semplice ed accessibile l’argomento?”. Oppure se Picasso abbia dovuto spiegare il suo Guernica (“com’è possibile descrivere l’orrore di un bombardamento con olio su tela, senza neanche una parola?”).
Credo sia sbagliato, in fondo, parlare di “arti”, al plurale. Esiste l’arte, con molteplici modi di declinarla, di esprimerla (di esprimersi). In un’intervista a Carlo Gubitosa dissi “ogni messaggio dipende dal mezzo e va rapportato alle sue potenzialità, ogni forma espressiva è degna, se utilizzata bene, di essere veicolo per qualsiasi contenuto”.
Peccato che il fumetto risenta ancora (almeno da noi, in Italia) di antichi pregiudizi. Proprio l’intervista De Gregorio/Gipi fa pensare che forse qualcosa si sta muovendo, in questo senso.
Francesco “baro” Barilli
Credo che Gipi con semplicità e schiettezza abbia risposto a De Gegorio. Credo pure sia stato corretto nell’evitare accenti polemici: la giornalista, con la sua uscita sul fumetto “un po’ un genere minore” non mostrava scarso rispetto, ma solo l’oggettiva difficoltà di chi non è “abituato” a queste letture.
La circostanza comunque m’ha fatto sorridere. Nel mio piccolo ho dovuto affrontare spesso domande/dubbi/pregiudizi simili a quelli a cui ha risposto Gianni. “Come mai hai scelto proprio il fumetto per raccontare [inserire qui: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, i fatti di Genova…]?”; oppure: “la scelta del fumetto per raccontare [inserire…] è dovuta alla volontà di avvicinare a questi temi giovani lettori che, altrimenti, sarebbero restii ad informarsi sull’argomento?”.
Anch’io ho sempre risposto cortesemente. Almeno spero: a volte posso essere sembrato “seccato” (sai com’è, alla decima volta che te lo domandano…), ma se sono stato scortese me ne dispiaccio.
Però spesso mi sono domandato se De Andrè abbia mai dovuto replicare a chi gli domandava “scegliere di parlare di [inserire una delle tante tematiche che il grande Faber ha affrontato nei suoi brani] attraverso una canzone è una tua scelta per rendere pù semplice ed accessibile l’argomento?”. Oppure se Picasso abbia dovuto spiegare il suo Guernica (“com’è possibile descrivere l’orrore di un bombardamento con olio su tela, senza neanche una parola?”).
Credo sia sbagliato, in fondo, parlare di “arti”, al plurale. Esiste l’arte, con molteplici modi di declinarla, di esprimerla (di esprimersi). In un’intervista a Carlo Gubitosa dissi “ogni messaggio dipende dal mezzo e va rapportato alle sue potenzialità, ogni forma espressiva è degna, se utilizzata bene, di essere veicolo per qualsiasi contenuto”.
Peccato che il fumetto risenta ancora (almeno da noi, in Italia) di antichi pregiudizi. Proprio l’intervista De Gregorio/Gipi fa pensare che forse qualcosa si sta muovendo, in questo senso.
Francesco “baro” Barilli
martedì 3 dicembre 2013
sabato 23 novembre 2013
“Una stella incoronata di buio”, di Benedetta Tobagi
A costo di essere banale, comincio con una cosa che sanno (quasi) tutti.
Il 28 maggio 1974, quando esplode la bomba in Piazza della Loggia, Benedetta Tobagi non è ancora nata. Il 28 maggio 1980, quando terroristi della Brigata 28 marzo uccidono suo padre, è una bimba di 3 anni.
Lo sanno (quasi) tutti, dicevo, di questo incrocio di date e destini. Lo ricorda il risvolto di copertina del nuovo, ottimo lavoro di Benedetta (“Una stella incoronata di buio”, Einaudi 2013). Lo ricorda lei stessa nelle primissime pagine del libro.
Ecco, non so se io al suo posto vorrei sottolinearlo. E’ naturale che lei lo faccia, certo, ma farlo può indurre a una considerazione ingiusta, o almeno parziale e inesatta, proprio verso l’autrice. Si potrebbe infatti pensare che solo un “incrocio di date e destini” l’abbia portata a sentirsi vicina ai familiari delle vittime della strage di Brescia. Invece non è così. Non è – o non è “solo” – la crudele casualità di una data sul calendario a tenere la figlia di Walter Tobagi accanto alle vittime di Piazza Loggia. Anzi, diciamola tutta: Benedetta è da tempo una delle penne più acute che si interessano di anni ‘70, stragismo nero e terrorismo in genere. Lo dimostrano la sua attività di giornalista e scrittrice, la partecipazione attiva ai centri di documentazione e memoria sugli “anni di piombo”… tante cose, insomma.
Ma quello snodo cruciale, quel 28 maggio che a sei anni di distanza ferisce prima Brescia e poi una bimba di tre anni, resta nel cuore. Era dunque naturale che Benedetta Tobagi, dopo aver ricordato il padre nel precedente “Come mi batte forte il tuo cuore” (Einaudi, 2009), scrivesse oggi la storia della strage “indiscutibilmente a più alto tasso di politicità” (così la definì il 23 maggio 1993 l’allora Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi).
Del primo libro di Benedetta ho scritto tempo fa. Di lei dissi “…una scrittrice molto abile, che riesce a mixare nel suo libro partecipazione umana e lucidità di analisi”. Lo ripeto oggi, con sempre maggiore convinzione. E aggiungo che di “Una stella incoronata di buio” le pagine più interessanti sono quelle sulle vittime, più della comunque accuratissima ricostruzione dei fatti (un po' meno riuscite, invece, le pagine riflessive: intense ma frammentarie, spezzano la narrazione e a tratti sono segnate da un pizzico di autoreferenzialità).
Del nuovo lavoro di Benedetta questa attenzione al lato umano delle vittime è una particolarità solo apparentemente secondaria. Di testi “sui fatti” (su Piazza della Loggia come su Piazza Fontana, tanto per dire) ce ne sono parecchi; buoni, meno buoni, pessimi… ma ce n’è. E non è vero, come dicono alcuni, che è impossibile procurarsi materiali: chiunque unisca alla voglia di informarsi una buona dose di pazienza ne può scovare un gran numero; cartacei, video, on line… Ma le vittime, la loro personalità, la loro vita, si perdono. Numeri da citare per macabre statistiche; anonime citazioni (“ricordiamo le vittime della strage di…”); alla meglio, nomi su targhe in marmo. Quasi che la loro esistenza sia cristallizzata nell’attimo tragico di un’esplosione che li ha consegnati alla storia.
Benedetta lo capisce e con pazienza (e, soprattutto, con tatto e sensibilità) fa un lavoro diverso, regalandoci quadri toccanti (verrebbe da dire “vitali”, sfidando il paradosso) delle vittime bresciane.
Ora, un aneddoto. Il 14 aprile 2012 la Corte d’appello di Brescia ha confermato le assoluzioni stabilite in primo grado (16 novembre 2010) nell’ultimo processo su Piazza Loggia (per la cronaca: la Cassazione si pronuncerà a febbraio 2014).
Quel giorno in tribunale c’era più gente del solito. All’ingresso della corte è calato il silenzio. Alle parole “…conferma la sentenza del 16 novembre 2010” si è sollevato un brusio sommesso. Poi, occhi lucidi, braccia allargate: compostezza e scoramento, non rabbia. Non sul momento, almeno.
Io e Benedetta eravamo fra i presenti. Più gente del solito, dicevo, ma una platea anagraficamente omogenea. A occhio e croce eravamo i più giovani (mi scuserà Benedetta se io, con 12 primavere in più sul groppone, mi iscrivo nella sua fascia d’età…). Anni fa saremmo stati molti di più, magari saremmo andati proprio in piazza della Loggia a far sentire la nostra indignazione. E’ difficile da spiegare, ma questo mi è sembrato un triste segno dei tempi…
Perché questo aneddoto? Perché un anno e mezzo dopo leggo sul suo libro (pagina 11): “L’Italia delle stragi mi fa pensare a una famiglia borghese che nasconde segreti innominabili come un abuso, un incesto o altri crimini vergognosi. Se anche il segreto viene alla luce e il velo d’ipocrisia si squarcia per un momento, ben presto lo schermo si ricompatta … Bisogna salvare la famiglia, le apparenze, il buon nome delle istituzioni, la ragion di Stato”.
La frase dice tutto. Della strage, certo. Soprattutto del cono d’ombra (“l’indicibile”) che grava ancora oggi su quei fatti, a quarant’anni di distanza.
Perché, ammettiamolo, che la verità potesse essere indicibile all’epoca posso capirlo (non giustificarlo…): forse davvero lo Stato non avrebbe retto quel peso. Che lo stesso peso gravi oggi è sconcertante. E’ il segno che gli apparati del potere temono oggi le verità che temevano ieri. Forse, il segno di connessioni e convenienze indicibili (appunto) allora; sottaciute in quanto scomode ora. Proprio “come un abuso, un incesto o altri crimini vergognosi”: rimuoverle o seppellirle nel silenzio è più efficace che affrontarle, come dovrebbero fare istituzioni “sane”, che non temono il proprio passato.
La compianta Francesca Dendena, storica presidente dell’associazione familiari delle vittime di Piazza Fontana, scomparsa nell’ottobre 2010, disse: “… proprio la mancanza di chiarezza sulla stagione delle stragi fa pensare che le protezioni e le connivenze verso i terroristi, insieme alla cappa di mistero che ancora grava su molti episodi, siano dovute al fatto che certe forze sono ancora attive ed influenti in Italia” (intervista a Franca realizzata da me in appendice a “Piazza Fontana”, Barilli e Fenoglio, BeccoGiallo 2009). Tutte queste considerazioni mi portano a dire che la mancanza di consapevolezza dei giovani rispetto agli anni ’70 (lo so, l’ho scritto un sacco di volte…) mi sembra solo in parte dovuta a sciatteria; in gran parte è funzionale a una narrazione della storia a sua volta utile al mantenimento del presente… (in quarant’anni siamo riusciti ad accertare che a mettere la bomba a piazza Fontana sono stati i fascisti e non le Brigate rosse. Bene, ma a cosa serve se nessuno lo spiega agli studenti, che per la maggior parte sono convinti del contrario, secondo indagini statistiche anche recenti?).
Dunque Benedetta è o non è una giovane autrice? Forse è una giovane/non-giovane. “L’incrocio di date e destini” la tiene ancorata agli anni ’70 (lei stessa scrive: “Il tempo è diverso, per i sopravvissuti. Il presente è sempre un dopo. … Il sopravvissuto abita il tempo negato a un altro essere umano”. Persino il suo stile non è quello scarno e asciutto in uso oggi: è ricco, raffinato, per nulla “essenziale”, lirico. Evidentemente ama la poesia (il titolo del precedente libro riprendeva una lirica di Wislava Szymborska, quello attuale un verso di Pierluigi Cappello): un’altra caratteristica rara, di questi tempi…
Sarei curioso di vederla alle prese con qualcosa di “pura narrativa”. Sbaglierò, ma sarebbe assai brava. Nel frattempo, si dibatte in un tempo che non è il suo. Ma ce lo racconta come sanno fare in pochi. E di questo dobbiamo esserle grati.
Francesco “baro” Barilli
Il 28 maggio 1974, quando esplode la bomba in Piazza della Loggia, Benedetta Tobagi non è ancora nata. Il 28 maggio 1980, quando terroristi della Brigata 28 marzo uccidono suo padre, è una bimba di 3 anni.
Lo sanno (quasi) tutti, dicevo, di questo incrocio di date e destini. Lo ricorda il risvolto di copertina del nuovo, ottimo lavoro di Benedetta (“Una stella incoronata di buio”, Einaudi 2013). Lo ricorda lei stessa nelle primissime pagine del libro.
Ecco, non so se io al suo posto vorrei sottolinearlo. E’ naturale che lei lo faccia, certo, ma farlo può indurre a una considerazione ingiusta, o almeno parziale e inesatta, proprio verso l’autrice. Si potrebbe infatti pensare che solo un “incrocio di date e destini” l’abbia portata a sentirsi vicina ai familiari delle vittime della strage di Brescia. Invece non è così. Non è – o non è “solo” – la crudele casualità di una data sul calendario a tenere la figlia di Walter Tobagi accanto alle vittime di Piazza Loggia. Anzi, diciamola tutta: Benedetta è da tempo una delle penne più acute che si interessano di anni ‘70, stragismo nero e terrorismo in genere. Lo dimostrano la sua attività di giornalista e scrittrice, la partecipazione attiva ai centri di documentazione e memoria sugli “anni di piombo”… tante cose, insomma.
Ma quello snodo cruciale, quel 28 maggio che a sei anni di distanza ferisce prima Brescia e poi una bimba di tre anni, resta nel cuore. Era dunque naturale che Benedetta Tobagi, dopo aver ricordato il padre nel precedente “Come mi batte forte il tuo cuore” (Einaudi, 2009), scrivesse oggi la storia della strage “indiscutibilmente a più alto tasso di politicità” (così la definì il 23 maggio 1993 l’allora Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi).
Del primo libro di Benedetta ho scritto tempo fa. Di lei dissi “…una scrittrice molto abile, che riesce a mixare nel suo libro partecipazione umana e lucidità di analisi”. Lo ripeto oggi, con sempre maggiore convinzione. E aggiungo che di “Una stella incoronata di buio” le pagine più interessanti sono quelle sulle vittime, più della comunque accuratissima ricostruzione dei fatti (un po' meno riuscite, invece, le pagine riflessive: intense ma frammentarie, spezzano la narrazione e a tratti sono segnate da un pizzico di autoreferenzialità).
Del nuovo lavoro di Benedetta questa attenzione al lato umano delle vittime è una particolarità solo apparentemente secondaria. Di testi “sui fatti” (su Piazza della Loggia come su Piazza Fontana, tanto per dire) ce ne sono parecchi; buoni, meno buoni, pessimi… ma ce n’è. E non è vero, come dicono alcuni, che è impossibile procurarsi materiali: chiunque unisca alla voglia di informarsi una buona dose di pazienza ne può scovare un gran numero; cartacei, video, on line… Ma le vittime, la loro personalità, la loro vita, si perdono. Numeri da citare per macabre statistiche; anonime citazioni (“ricordiamo le vittime della strage di…”); alla meglio, nomi su targhe in marmo. Quasi che la loro esistenza sia cristallizzata nell’attimo tragico di un’esplosione che li ha consegnati alla storia.
Benedetta lo capisce e con pazienza (e, soprattutto, con tatto e sensibilità) fa un lavoro diverso, regalandoci quadri toccanti (verrebbe da dire “vitali”, sfidando il paradosso) delle vittime bresciane.
Ora, un aneddoto. Il 14 aprile 2012 la Corte d’appello di Brescia ha confermato le assoluzioni stabilite in primo grado (16 novembre 2010) nell’ultimo processo su Piazza Loggia (per la cronaca: la Cassazione si pronuncerà a febbraio 2014).
Quel giorno in tribunale c’era più gente del solito. All’ingresso della corte è calato il silenzio. Alle parole “…conferma la sentenza del 16 novembre 2010” si è sollevato un brusio sommesso. Poi, occhi lucidi, braccia allargate: compostezza e scoramento, non rabbia. Non sul momento, almeno.
Io e Benedetta eravamo fra i presenti. Più gente del solito, dicevo, ma una platea anagraficamente omogenea. A occhio e croce eravamo i più giovani (mi scuserà Benedetta se io, con 12 primavere in più sul groppone, mi iscrivo nella sua fascia d’età…). Anni fa saremmo stati molti di più, magari saremmo andati proprio in piazza della Loggia a far sentire la nostra indignazione. E’ difficile da spiegare, ma questo mi è sembrato un triste segno dei tempi…
Perché questo aneddoto? Perché un anno e mezzo dopo leggo sul suo libro (pagina 11): “L’Italia delle stragi mi fa pensare a una famiglia borghese che nasconde segreti innominabili come un abuso, un incesto o altri crimini vergognosi. Se anche il segreto viene alla luce e il velo d’ipocrisia si squarcia per un momento, ben presto lo schermo si ricompatta … Bisogna salvare la famiglia, le apparenze, il buon nome delle istituzioni, la ragion di Stato”.
La frase dice tutto. Della strage, certo. Soprattutto del cono d’ombra (“l’indicibile”) che grava ancora oggi su quei fatti, a quarant’anni di distanza.
Perché, ammettiamolo, che la verità potesse essere indicibile all’epoca posso capirlo (non giustificarlo…): forse davvero lo Stato non avrebbe retto quel peso. Che lo stesso peso gravi oggi è sconcertante. E’ il segno che gli apparati del potere temono oggi le verità che temevano ieri. Forse, il segno di connessioni e convenienze indicibili (appunto) allora; sottaciute in quanto scomode ora. Proprio “come un abuso, un incesto o altri crimini vergognosi”: rimuoverle o seppellirle nel silenzio è più efficace che affrontarle, come dovrebbero fare istituzioni “sane”, che non temono il proprio passato.
La compianta Francesca Dendena, storica presidente dell’associazione familiari delle vittime di Piazza Fontana, scomparsa nell’ottobre 2010, disse: “… proprio la mancanza di chiarezza sulla stagione delle stragi fa pensare che le protezioni e le connivenze verso i terroristi, insieme alla cappa di mistero che ancora grava su molti episodi, siano dovute al fatto che certe forze sono ancora attive ed influenti in Italia” (intervista a Franca realizzata da me in appendice a “Piazza Fontana”, Barilli e Fenoglio, BeccoGiallo 2009). Tutte queste considerazioni mi portano a dire che la mancanza di consapevolezza dei giovani rispetto agli anni ’70 (lo so, l’ho scritto un sacco di volte…) mi sembra solo in parte dovuta a sciatteria; in gran parte è funzionale a una narrazione della storia a sua volta utile al mantenimento del presente… (in quarant’anni siamo riusciti ad accertare che a mettere la bomba a piazza Fontana sono stati i fascisti e non le Brigate rosse. Bene, ma a cosa serve se nessuno lo spiega agli studenti, che per la maggior parte sono convinti del contrario, secondo indagini statistiche anche recenti?).
Dunque Benedetta è o non è una giovane autrice? Forse è una giovane/non-giovane. “L’incrocio di date e destini” la tiene ancorata agli anni ’70 (lei stessa scrive: “Il tempo è diverso, per i sopravvissuti. Il presente è sempre un dopo. … Il sopravvissuto abita il tempo negato a un altro essere umano”. Persino il suo stile non è quello scarno e asciutto in uso oggi: è ricco, raffinato, per nulla “essenziale”, lirico. Evidentemente ama la poesia (il titolo del precedente libro riprendeva una lirica di Wislava Szymborska, quello attuale un verso di Pierluigi Cappello): un’altra caratteristica rara, di questi tempi…
Sarei curioso di vederla alle prese con qualcosa di “pura narrativa”. Sbaglierò, ma sarebbe assai brava. Nel frattempo, si dibatte in un tempo che non è il suo. Ma ce lo racconta come sanno fare in pochi. E di questo dobbiamo esserle grati.
Francesco “baro” Barilli
mercoledì 13 novembre 2013
“Lottavo Romanzo”, di Marco Sommariva. Una non recensione
Ci sono pezzi su cui ragiono un sacco. Scrivo a biro su un quadernone (sono all’antica, lo so: mai scritto nulla direttamente al PC, devo sentire sotto lo spessore della carta – possibilmente “tanta” – e avere una biro dal tratto morbido in mano); correggo ancora a biro e riscrivo “in bella”; poi passo alla videoscrittura; stampo, correggo ancora… e così via, l’avrete capito, fino al definitivo.
Altri pezzi no. Sono rari, questi ultimi. E il commento (recensione è parola troppo pomposa e inadatta) al nuovo libro del mio amico Marco Sommariva (“Lottavo Romanzo”, Sicilia punto L edizioni, 2013) ne è un esempio. Perché è uno di quei libri che ti fa vibrare il cuore, ed è bene scriverne mentre lo senti ancora vibrare. Pensare che, riflettendoci sopra, avresti potuto scrivere di più e meglio non ha senso e non è importante: devi farlo subito e basta.
Non conosco di persona Marco. Ci siamo scritti, abbiamo collaborato ad alcune iniziative editoriali “militanti”, ma la sua faccia mi è sconosciuta. E questo lavoro non sarà autobiografico, nel senso letterale e rigoroso, ma mi sa che poco ci manca, vista l’età della voce narrante e i luoghi di ambientazione (sui 50 e Genova e dintorni). Quindi mi sa che ora lo conosco sul serio.
(una parentesi – l’ho detto: oggi scrivo di getto e in modo disordinato. Anche alcune fra le cose più minimaliste – e solo in apparenza meno importanti – mi fanno amare questo romanzo. Una fra tutte, l’amore per i fumetti del protagonista bambino, dagli eroi Marvel a quelli “sporcaccioni” trovati dal barbiere. Se sia un segno di “comunanza generazionale” o di “comune sentire” – o entrambi – non lo so. Ma volevo dirglielo. Ah, lui comunque scrive di non averci più trovato – nei fumetti, dico – “la magia”; io da adulto mi sono trovato a scriverne. Scherzi del destino… Poi ci sono l’insana attrazione per Sabina Ciuffini, il desiderio infantile di fare da grande un lavoro “strano” – per me: “l’ingegnere con la pistola”, e non chiedetemi di più, vi prego… - e gli Inti Illimani che io vidi a Cremona, avrò avuto 8/10 anni… Ora basta, chiusa parentesi)
Lottavo Romanzo è un libro di ricordi, di nostalgia sofferta ma dolce, di rabbia per il presente. Bello persino nel senso di incompiuto che lascia alla fine (perché, sì, il romanzo non segue l’andamento classico; non ha un intreccio in cui una trama si dipana fino al proprio climax e si scioglie in un finale), perché quel senso d’incompiuto, in fondo (e per me), è anche il senso (“un senso”) del racconto stesso di una vita. Della vita del protagonista (Marco?) che ha ancora molte cose da dire, da dare, da scrivere… e per cui soffrire (“soffro” è il verbo che più spesso ricorre nel libro. Ma, almeno mi sembra, è segno di una sofferenza non sconfitta ma bensì inquieta e vitale, di una fiammella che tiene vivi oggi gli entusiasmi di ieri).
E’ un libro duro, quello di Marco. Anni ’70, tensioni sociali, la droga, la miseria, la lotta armata… Un testo libertario e antifascista. E scritto dannatamente bene.
Anzi, diciamola tutta. Io scrivo bene, lo so. Mai avuto dubbi su questo. E m’incazzo quando qualcuno scrive meglio di me. E Marco stavolta l’ha fatto (“in fondo, ci siamo sempre preoccupati di estetica”, scrive il malandrino…).
Un libro dunque che dovrebbe piacere a tutti quelli che seguono questo blog: vi conosco… Aggiungerò solo che il volume è impreziosito da altri due amici: una prefazione di Haidi Giuliani e un’appendice di Alessio Lega.
Come? Non ho detto abbastanza di “cosa c’è dentro”? Ma tante cose, dicevo. Minimalismo esistenziale, formazione di un bimbo divenuto giovane uomo e poi adulto, grandi passioni, lotte e delusioni e speranze di più generazioni, ribellione al sistema…
Fatevi un piacere e leggetelo. Ma non ditemi poi che scrive meglio di me. Perché poi ci soffro io…
Francesco “baro” Barilli
Altri pezzi no. Sono rari, questi ultimi. E il commento (recensione è parola troppo pomposa e inadatta) al nuovo libro del mio amico Marco Sommariva (“Lottavo Romanzo”, Sicilia punto L edizioni, 2013) ne è un esempio. Perché è uno di quei libri che ti fa vibrare il cuore, ed è bene scriverne mentre lo senti ancora vibrare. Pensare che, riflettendoci sopra, avresti potuto scrivere di più e meglio non ha senso e non è importante: devi farlo subito e basta.
Non conosco di persona Marco. Ci siamo scritti, abbiamo collaborato ad alcune iniziative editoriali “militanti”, ma la sua faccia mi è sconosciuta. E questo lavoro non sarà autobiografico, nel senso letterale e rigoroso, ma mi sa che poco ci manca, vista l’età della voce narrante e i luoghi di ambientazione (sui 50 e Genova e dintorni). Quindi mi sa che ora lo conosco sul serio.
(una parentesi – l’ho detto: oggi scrivo di getto e in modo disordinato. Anche alcune fra le cose più minimaliste – e solo in apparenza meno importanti – mi fanno amare questo romanzo. Una fra tutte, l’amore per i fumetti del protagonista bambino, dagli eroi Marvel a quelli “sporcaccioni” trovati dal barbiere. Se sia un segno di “comunanza generazionale” o di “comune sentire” – o entrambi – non lo so. Ma volevo dirglielo. Ah, lui comunque scrive di non averci più trovato – nei fumetti, dico – “la magia”; io da adulto mi sono trovato a scriverne. Scherzi del destino… Poi ci sono l’insana attrazione per Sabina Ciuffini, il desiderio infantile di fare da grande un lavoro “strano” – per me: “l’ingegnere con la pistola”, e non chiedetemi di più, vi prego… - e gli Inti Illimani che io vidi a Cremona, avrò avuto 8/10 anni… Ora basta, chiusa parentesi)
Lottavo Romanzo è un libro di ricordi, di nostalgia sofferta ma dolce, di rabbia per il presente. Bello persino nel senso di incompiuto che lascia alla fine (perché, sì, il romanzo non segue l’andamento classico; non ha un intreccio in cui una trama si dipana fino al proprio climax e si scioglie in un finale), perché quel senso d’incompiuto, in fondo (e per me), è anche il senso (“un senso”) del racconto stesso di una vita. Della vita del protagonista (Marco?) che ha ancora molte cose da dire, da dare, da scrivere… e per cui soffrire (“soffro” è il verbo che più spesso ricorre nel libro. Ma, almeno mi sembra, è segno di una sofferenza non sconfitta ma bensì inquieta e vitale, di una fiammella che tiene vivi oggi gli entusiasmi di ieri).
E’ un libro duro, quello di Marco. Anni ’70, tensioni sociali, la droga, la miseria, la lotta armata… Un testo libertario e antifascista. E scritto dannatamente bene.
Anzi, diciamola tutta. Io scrivo bene, lo so. Mai avuto dubbi su questo. E m’incazzo quando qualcuno scrive meglio di me. E Marco stavolta l’ha fatto (“in fondo, ci siamo sempre preoccupati di estetica”, scrive il malandrino…).
Un libro dunque che dovrebbe piacere a tutti quelli che seguono questo blog: vi conosco… Aggiungerò solo che il volume è impreziosito da altri due amici: una prefazione di Haidi Giuliani e un’appendice di Alessio Lega.
Come? Non ho detto abbastanza di “cosa c’è dentro”? Ma tante cose, dicevo. Minimalismo esistenziale, formazione di un bimbo divenuto giovane uomo e poi adulto, grandi passioni, lotte e delusioni e speranze di più generazioni, ribellione al sistema…
Fatevi un piacere e leggetelo. Ma non ditemi poi che scrive meglio di me. Perché poi ci soffro io…
Francesco “baro” Barilli
sabato 5 ottobre 2013
Fumetto: appunti sparsi, fra Lucca e Komikazen
Devo avere ancora da qualche parte una foto della mia prima Lucca. Non pensate a chissà cosa: la foto mi ritrae seduto, mi sembra sul cordolo di un marciapiede; in mano ho un vecchio numero dei Fantastici Quattro. A memoria sarà stato il ’92 o forse il ’93, posso sbagliarmi; me la scattò mia moglie. Da poco tempo “la malattia” mi aveva ripreso, dopo averla contratta una prima volta in gioventù. Giravo per i mercatini dell’antiquariato alla ricerca di vecchi TNT e albi della Marvel/Corno, incautamente gettati via verso i 17/18 anni. Insomma, scoprii Lucca per caso: ero in vacanza e “inciampai” nella manifestazione; all’epoca non mi sfiorava l’idea che un giorno ci sarei tornato da autore.
Più di vent’anni dopo, ci sono già tornato in diverse occasioni; raramente da autore, spesso come semplice appassionato. Quel che è cambiato, nel mio approccio, è il numero delle persone dell’ambiente che oggi conosco e ho l’occasione di incontrare lì.
L’ho vista cambiare, Lucca. Non mi va né sono in grado di tentare un’analisi: ne avrete lette diverse e di segno diverso, scritte da persone più competenti. Io al massimo ogni volta ne ho respirato l’aria, sentendola mutare. Games, cosplayers, multimedialità, “l’entertainment”… Sempre meno fumetto, insomma.
Ripeto, lascio le analisi a chi ne sa di più. Posso solo dire: non cercate quest’anno a Lucca ciò che era (ne resterete delusi; alla meglio spaesati; alla peggio incazzati), ma ciò che vi può dare oggi. E’ tutto il mondo ad essere cambiato. Con lui, tutto il mondo dell’intrattenimento. Forse, tutto il mondo della narrazione e tutto “il modo” di “fare narrazione”…
(Una lunga parentesi: quest’ultimo punto darebbe molto su cui ragionare. Forse si dovrebbe cominciare a riflettere seriamente sul fatto che il mestiere stesso di “narratore a fumetti” – sia esso disegnatore, sceneggiatore o autore completo – è cambiato/sta cambiando, diventando quello di ”creatore di storie per immagini che utilizzano diversi linguaggi”; la sfida sta dunque nel mantenere attuale il fumetto utilizzandolo in sinergia con altri linguaggi. Una semplice trasposizione in digitale del “prodotto” non è la risposta. Molto su cui ragionare, dicevo: non sarà questo il momento o la sede)
Tutto il mondo dell’intrattenimento è cambiato, dicevo. Normale che pure Lucca cambiasse. E non sono qui a scrivere in nome di chissà quali “bei tempi andati”. A Lucca quest’anno quasi di sicuro ci sarò con mia figlia, 12 anni, una passione per il fumetto da poco “esplosa”. Anche questa una novità, per me significativa ed emozionante.
Dunque Lucca resta: qui il programma 2013. Magari sta al fumetto come Sanremo sta alla canzone italiana: festival pop più che rassegna d’élite (che ad onor del vero non è mai stata), ma ci sarà, sempre vitale. E, per quanto mi riguarda, lunga vita a Lucca, con i suoi limiti e le sue contraddizioni.
Peccato solo che scrivo queste righe NON per parlare di una rassegna fumettistica che (con limiti e contraddizioni, come detto) vive d’ottima salute, ma di due realtà di cui sono stato ospite l’anno scorso: Komikazen e Cesena Comics. Per me, due splendide esperienze: di Komizazen parlai qui.
L'una e l'altra si dibattono fra mille difficoltà (spero di non aver portato sfiga io…). Lo staff della manifestazione cesenate mi scrive che “la quinta edizione del nostro piccolo festival, Cesena Comics & Stories, non ci sarà. Come tante altre iniziative culturali, semplicemente non abbiamo più sostenitori sufficienti per assicurare un’edizione allo stesso livello delle precedenti. Confidiamo in un 2014 più fortunato”. Avendo constatato in prima persona la competenza, l’entusiasmo, la passione degli organizzatori, sono il primo ad unirmi al loro auspicio.
Anche Komikazen ha visto ridursi le risorse a propria disposizione. Ma resiste: ecco il programma di quest’anno: il link vale anche come sincero consiglio, a chi può, di andare e sostenere l’iniziativa.
Non ho nulla contro Lucca, e mi sembra d’averlo dimostrato. Ma mi rattrista che realtà alternative come Komikazen e Cesena Comics vivano queste difficoltà. Un mondo del fumetto con Lucca E Komikazen è okay. Un mondo in cui ci fosse spazio per la prima e non per la seconda non sarebbe una buona notizia. Non per il fumetto in sé; forse, a lungo termine, neppure per Lucca…
Francesco “baro” Barilli
Più di vent’anni dopo, ci sono già tornato in diverse occasioni; raramente da autore, spesso come semplice appassionato. Quel che è cambiato, nel mio approccio, è il numero delle persone dell’ambiente che oggi conosco e ho l’occasione di incontrare lì.
L’ho vista cambiare, Lucca. Non mi va né sono in grado di tentare un’analisi: ne avrete lette diverse e di segno diverso, scritte da persone più competenti. Io al massimo ogni volta ne ho respirato l’aria, sentendola mutare. Games, cosplayers, multimedialità, “l’entertainment”… Sempre meno fumetto, insomma.
Ripeto, lascio le analisi a chi ne sa di più. Posso solo dire: non cercate quest’anno a Lucca ciò che era (ne resterete delusi; alla meglio spaesati; alla peggio incazzati), ma ciò che vi può dare oggi. E’ tutto il mondo ad essere cambiato. Con lui, tutto il mondo dell’intrattenimento. Forse, tutto il mondo della narrazione e tutto “il modo” di “fare narrazione”…
(Una lunga parentesi: quest’ultimo punto darebbe molto su cui ragionare. Forse si dovrebbe cominciare a riflettere seriamente sul fatto che il mestiere stesso di “narratore a fumetti” – sia esso disegnatore, sceneggiatore o autore completo – è cambiato/sta cambiando, diventando quello di ”creatore di storie per immagini che utilizzano diversi linguaggi”; la sfida sta dunque nel mantenere attuale il fumetto utilizzandolo in sinergia con altri linguaggi. Una semplice trasposizione in digitale del “prodotto” non è la risposta. Molto su cui ragionare, dicevo: non sarà questo il momento o la sede)
Tutto il mondo dell’intrattenimento è cambiato, dicevo. Normale che pure Lucca cambiasse. E non sono qui a scrivere in nome di chissà quali “bei tempi andati”. A Lucca quest’anno quasi di sicuro ci sarò con mia figlia, 12 anni, una passione per il fumetto da poco “esplosa”. Anche questa una novità, per me significativa ed emozionante.
Dunque Lucca resta: qui il programma 2013. Magari sta al fumetto come Sanremo sta alla canzone italiana: festival pop più che rassegna d’élite (che ad onor del vero non è mai stata), ma ci sarà, sempre vitale. E, per quanto mi riguarda, lunga vita a Lucca, con i suoi limiti e le sue contraddizioni.
Peccato solo che scrivo queste righe NON per parlare di una rassegna fumettistica che (con limiti e contraddizioni, come detto) vive d’ottima salute, ma di due realtà di cui sono stato ospite l’anno scorso: Komikazen e Cesena Comics. Per me, due splendide esperienze: di Komizazen parlai qui.
L'una e l'altra si dibattono fra mille difficoltà (spero di non aver portato sfiga io…). Lo staff della manifestazione cesenate mi scrive che “la quinta edizione del nostro piccolo festival, Cesena Comics & Stories, non ci sarà. Come tante altre iniziative culturali, semplicemente non abbiamo più sostenitori sufficienti per assicurare un’edizione allo stesso livello delle precedenti. Confidiamo in un 2014 più fortunato”. Avendo constatato in prima persona la competenza, l’entusiasmo, la passione degli organizzatori, sono il primo ad unirmi al loro auspicio.
Anche Komikazen ha visto ridursi le risorse a propria disposizione. Ma resiste: ecco il programma di quest’anno: il link vale anche come sincero consiglio, a chi può, di andare e sostenere l’iniziativa.
Non ho nulla contro Lucca, e mi sembra d’averlo dimostrato. Ma mi rattrista che realtà alternative come Komikazen e Cesena Comics vivano queste difficoltà. Un mondo del fumetto con Lucca E Komikazen è okay. Un mondo in cui ci fosse spazio per la prima e non per la seconda non sarebbe una buona notizia. Non per il fumetto in sé; forse, a lungo termine, neppure per Lucca…
Francesco “baro” Barilli
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