Nuova recensione a "Il delitto Matteotti", su Il blog dell'alligatore, cui va un grosso grazie!!!
lunedì 16 settembre 2019
mercoledì 19 giugno 2019
“Vincent Van Gogh. La tristezza durerà per sempre”: recensioni e interviste
martedì 26 marzo 2019
“Il delitto Matteotti”: recensioni e interviste
Riassumo di seguito recensioni e interviste apparse su “Il delitto Matteotti”
Intervista di Thomas Bendinelli sull'edizione Bresciana del Corriere della Sera (20 gennaio)
Su BresciaOggi: altro pezzo di Gian Paolo Laffranchi (22 gennaio, dopo la presentazione alla Nuova Libreria Rinascita)
giovedì 14 marzo 2019
La destra ha vinto tutto
Ricapitoliamo.
Montanelli sarebbe un faro del giornalismo e della cultura. Almirante, quasi un padre della patria. Pino Rauti “un intellettuale di grande spessore” (Pierferdinando Casini) che ha lasciato “…un insegnamento, quello del necessario legame tra politica e cultura, tra azione concreta nel presente e ricerca storica, sociale, culturale” (Angelino Alfano).
Tutto questo lasciando stare il “Mussolini ha fatto cose buone”, recentemente rispolverato da Tajani con parziale e successiva retromarcia: affermazione che in realtà, da Berlusconi in poi, è tristemente diffusa.
Ho vissuto anni in cui si parlava della “egemonia culturale della sinistra”. Effettivamente nell’invettiva di Gaber (“Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva”) c’era forse del vero. E lasciamo stare che quell’invettiva fosse assai più complessa e addolorata nel descrivere un fenomeno e la sua disillusione: non è il momento, né il punto o mia intenzione, di affrontare lo splendido pezzo di Gaber come meriterebbe.
Il punto, semmai, è che qualcuno dovrà pur avere il coraggio di dirlo: oggi, al contrario, è la destra ad aver vinto. Tutto. E non intende lasciare spazio ad altro. Guai ai vinti, verrebbe da dire.
E il segnale lo fornisce, forse persino al di là delle intenzioni, Calenda quando critica Cirinnà per l’ormai celebre cartello “Dio, Patria, Famiglia. Che vita di merda!”, domandando: “pensi che liquidare tre pilastri dell’essere umano in quel modo sia intelligente?” (Calenda, su twitter).
Guardate, non voglio riaprire la discussione sul cartello di Cirinnà. Con i tempi vorticosi con cui corrono le informazioni, sarebbe una polemica già vecchia. E già altri hanno ben spiegato il condivisibilissimo messaggio che voleva dare la deputata PD. E’ un altro l’aspetto: se “da sinistra” (virgolette d’obbligo, che connotare quello di Calenda come pensiero di sinistra è davvero una forzatura) definisci Dio Patria e Famiglia addirittura “pilastri dell’essere umano” fai un cedimento a destra che nemmeno Gaber (ancora…) avrebbe immaginato nella sua “Destra-Sinistra”.
Sono agnostico, ma conosco persone credenti e per nulla bigotte. Sono anarchico, ma conosco chi crede nella “identità nazionale” senza essere reazionario. E appartengo a una famiglia tradizionale, che amo con tutto il cuore. Ma, per me, “pilastri dell’essere umano”, e della civiltà, sono altro. Lotta alle ingiustizie sociali, diritti per tutti e tutte, accettazione delle libere scelte di vita personali (laddove “tolleranza” è termine zoppicante, che semmai indica un primo passo su questo percorso) e via dicendo…
Dio (ossia credo religioso) Patria (intesa come sentimento di identità nazionale) e famiglia (come nucleo iniziale in cui viviamo e con cui condividiamo esistenza e sentimenti) sono elementi che connotano libere scelte di ogni individuo, nulla più. Storicamente, chi li ha visti come “pilastri” li ha poi declinati con fanatismo e su quei pilastri ha appoggiato solo una serie di atrocità.
Francesco “baro” Barilli
Montanelli sarebbe un faro del giornalismo e della cultura. Almirante, quasi un padre della patria. Pino Rauti “un intellettuale di grande spessore” (Pierferdinando Casini) che ha lasciato “…un insegnamento, quello del necessario legame tra politica e cultura, tra azione concreta nel presente e ricerca storica, sociale, culturale” (Angelino Alfano).
Tutto questo lasciando stare il “Mussolini ha fatto cose buone”, recentemente rispolverato da Tajani con parziale e successiva retromarcia: affermazione che in realtà, da Berlusconi in poi, è tristemente diffusa.
Ho vissuto anni in cui si parlava della “egemonia culturale della sinistra”. Effettivamente nell’invettiva di Gaber (“Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva”) c’era forse del vero. E lasciamo stare che quell’invettiva fosse assai più complessa e addolorata nel descrivere un fenomeno e la sua disillusione: non è il momento, né il punto o mia intenzione, di affrontare lo splendido pezzo di Gaber come meriterebbe.
Il punto, semmai, è che qualcuno dovrà pur avere il coraggio di dirlo: oggi, al contrario, è la destra ad aver vinto. Tutto. E non intende lasciare spazio ad altro. Guai ai vinti, verrebbe da dire.
E il segnale lo fornisce, forse persino al di là delle intenzioni, Calenda quando critica Cirinnà per l’ormai celebre cartello “Dio, Patria, Famiglia. Che vita di merda!”, domandando: “pensi che liquidare tre pilastri dell’essere umano in quel modo sia intelligente?” (Calenda, su twitter).
Guardate, non voglio riaprire la discussione sul cartello di Cirinnà. Con i tempi vorticosi con cui corrono le informazioni, sarebbe una polemica già vecchia. E già altri hanno ben spiegato il condivisibilissimo messaggio che voleva dare la deputata PD. E’ un altro l’aspetto: se “da sinistra” (virgolette d’obbligo, che connotare quello di Calenda come pensiero di sinistra è davvero una forzatura) definisci Dio Patria e Famiglia addirittura “pilastri dell’essere umano” fai un cedimento a destra che nemmeno Gaber (ancora…) avrebbe immaginato nella sua “Destra-Sinistra”.
Sono agnostico, ma conosco persone credenti e per nulla bigotte. Sono anarchico, ma conosco chi crede nella “identità nazionale” senza essere reazionario. E appartengo a una famiglia tradizionale, che amo con tutto il cuore. Ma, per me, “pilastri dell’essere umano”, e della civiltà, sono altro. Lotta alle ingiustizie sociali, diritti per tutti e tutte, accettazione delle libere scelte di vita personali (laddove “tolleranza” è termine zoppicante, che semmai indica un primo passo su questo percorso) e via dicendo…
Dio (ossia credo religioso) Patria (intesa come sentimento di identità nazionale) e famiglia (come nucleo iniziale in cui viviamo e con cui condividiamo esistenza e sentimenti) sono elementi che connotano libere scelte di ogni individuo, nulla più. Storicamente, chi li ha visti come “pilastri” li ha poi declinati con fanatismo e su quei pilastri ha appoggiato solo una serie di atrocità.
Francesco “baro” Barilli
sabato 19 gennaio 2019
Gallows Pole, episodio 3: “Il simulatore di compagnia”
Proseguono le avventure (pazze, ma neanche troppo…) di Fabrizio Rinaldi, personaggio creato da me e Duckbill.
Per chi avesse perso gli episodi precedenti (e non volesse incorrere nella terribile ira di Fabrizio): di seguito trovate i links anche agli episodi precedenti.
Episodio 3: “Il simulatore di compagnia”
Episodio 2: “Felini e affini”
Episodio 1: “Il mostro di Codogno”
Per chi avesse perso gli episodi precedenti (e non volesse incorrere nella terribile ira di Fabrizio): di seguito trovate i links anche agli episodi precedenti.
Episodio 3: “Il simulatore di compagnia”
Episodio 2: “Felini e affini”
Episodio 1: “Il mostro di Codogno”
martedì 18 dicembre 2018
Lettera aperta alla Polizia Postale
Spett.le Polizia postale,
alcune fonti giornalistiche hanno riportato una dichiarazione del Ministro dell’Interno, dopo il tragico attentato di Strasburgo. Secondo tali fonti, l’on. Salvini ha dichiarato: “La nostra Polizia postale è all’avanguardia e sta setacciando la rete per cercare gli infami che festeggiano la morte di qualcun altro”.
Che la Polizia postale goda di meritata fama di efficienza è cosa vera e, di questi tempi, tranquillizzante. E sostenere che esultare per la morte di qualcuno sia esecrabile sul piano morale è totalmente condivisibile. Non è a mia conoscenza se tale comportamento sia anche perseguibile penalmente.
E’ chiaro, infatti, che in uno stato di diritto il compito della Magistratura, nonché in generale di tutte le forze di polizia, è perseguire fatti e comportamenti penalmente rilevanti, e non quelli che – seppure detestabili – non costituiscono reato. Va da sé che il Ministro Salvini è rappresentante dello Stato e delle Leggi, a cominciare dalla Costituzione sulla quale ha prestato giuramento. Pertanto, trovo ragionevole supporre che la sua frase abbia fondamenti legali: un simile reato forse esiste, oppure è intenzione operare affinchè venga inserito nel nostro ordinamento. In tale caso, sarà in futuro vostro compito perseguire quei comportamenti che, da semplici scorrettezze etiche che già ora incontrano o dovrebbero incontrare unanime riprovazione, diverrebbero giuridicamente rilevanti.
Fermo restando il dubbio se l’azione penale sia già ora attivabile, a titolo di collaborazione segnalo che, proprio sul profilo Facebook del Ministro Salvini, si possono trovare (beninteso: NON nelle dichiarazioni del Ministro, ma fra i commenti ai suoi post) molteplici affermazioni che andrebbero, in tale contesto, perseguite.
Per evitare fin d’ora fraintendimenti, sottolineo che è persino banale affermare che il Ministro non può certo avere il tempo di “moderare” i commenti sulla propria pagina Facebook. Sarebbe addirittura paradossale che un rappresentante delle Istituzioni dedicasse tempo a una simile attività, sottraendolo al proprio lavoro a servizio dei cittadini. E, peraltro, è ancora più banale ricordare che anche sui cosiddetti “social” la responsabilità, morale o penale che sia, di un’affermazione è in capo innanzitutto a chi la formula, e di certo non ricade su chi non può avere il tempo materiale per leggere e vagliare centinaia di commenti.
So di chiedere alla Polizia postale un lavoro impegnativo, ma comunque non impossibile viste le sue competenze (ricordate dall’on. Salvini e da me, come già detto, riconosciute). Basterà l’impegno di un paio di giornate, facendo scorrere a ritroso la già menzionata pagina Facebook. Consiglio di soffermarsi, magari, sui post in cui si ricordano naufragi di migranti nel Mare Mediterraneo, su quelli che commentavano l’attività dell’on. Laura Boldrini all’epoca in cui questa era Presidente della Camera, quelli in cui si criticavano due studentesse per un cartello offensivo verso l’attuale vice premier e altro ancora.
Si troveranno facilmente, a seconda della specifica situazione, auguri di stupri o morte, accanto a manifestazioni di gioia verso poveri affogati.
Tutte cose, s’intende, che certamente NON rispecchiano il pensiero dell’autorevole titolare della pagina Facebook in questione. Credo, anzi, che una simile opera di ricerca andrebbe proprio nella direzione auspicata dall’interessato (e, per quel che conta, da me condivisa) di perseguire “gli infami che festeggiano la morte di qualcun altro”.
Infine, voglio ricordare quegli agenti che, nell’ormai lontano luglio 2001, commentavano le giornate di Genova e la morte di Carlo Giuliani con un (testuale) “Speriamo che muoiano tutti. Tanto uno, vabbè… Uno a zero per noi…”. Se la memoria non m’inganna, i protagonisti del colloquio (registrato e finito nei carteggi processuali delle vicende genovesi) furono individuati e, credo, soggetti ad azioni disciplinari. Sarebbe interessante sapere se quelle loro chiacchiere ricadrebbero oggi nella fattispecie giuridica come sopra evidenziata. Temo, però, che su quella “chiacchierata” del 2001, anche qualora costituisse reato, in ogni caso sarebbe già scattata la prescrizione penale (quella della memoria, comunemente chiamata oblio, sembra tristemente attiva da tempo, anche se non per me).
Francesco Barilli
alcune fonti giornalistiche hanno riportato una dichiarazione del Ministro dell’Interno, dopo il tragico attentato di Strasburgo. Secondo tali fonti, l’on. Salvini ha dichiarato: “La nostra Polizia postale è all’avanguardia e sta setacciando la rete per cercare gli infami che festeggiano la morte di qualcun altro”.
Che la Polizia postale goda di meritata fama di efficienza è cosa vera e, di questi tempi, tranquillizzante. E sostenere che esultare per la morte di qualcuno sia esecrabile sul piano morale è totalmente condivisibile. Non è a mia conoscenza se tale comportamento sia anche perseguibile penalmente.
E’ chiaro, infatti, che in uno stato di diritto il compito della Magistratura, nonché in generale di tutte le forze di polizia, è perseguire fatti e comportamenti penalmente rilevanti, e non quelli che – seppure detestabili – non costituiscono reato. Va da sé che il Ministro Salvini è rappresentante dello Stato e delle Leggi, a cominciare dalla Costituzione sulla quale ha prestato giuramento. Pertanto, trovo ragionevole supporre che la sua frase abbia fondamenti legali: un simile reato forse esiste, oppure è intenzione operare affinchè venga inserito nel nostro ordinamento. In tale caso, sarà in futuro vostro compito perseguire quei comportamenti che, da semplici scorrettezze etiche che già ora incontrano o dovrebbero incontrare unanime riprovazione, diverrebbero giuridicamente rilevanti.
Fermo restando il dubbio se l’azione penale sia già ora attivabile, a titolo di collaborazione segnalo che, proprio sul profilo Facebook del Ministro Salvini, si possono trovare (beninteso: NON nelle dichiarazioni del Ministro, ma fra i commenti ai suoi post) molteplici affermazioni che andrebbero, in tale contesto, perseguite.
Per evitare fin d’ora fraintendimenti, sottolineo che è persino banale affermare che il Ministro non può certo avere il tempo di “moderare” i commenti sulla propria pagina Facebook. Sarebbe addirittura paradossale che un rappresentante delle Istituzioni dedicasse tempo a una simile attività, sottraendolo al proprio lavoro a servizio dei cittadini. E, peraltro, è ancora più banale ricordare che anche sui cosiddetti “social” la responsabilità, morale o penale che sia, di un’affermazione è in capo innanzitutto a chi la formula, e di certo non ricade su chi non può avere il tempo materiale per leggere e vagliare centinaia di commenti.
So di chiedere alla Polizia postale un lavoro impegnativo, ma comunque non impossibile viste le sue competenze (ricordate dall’on. Salvini e da me, come già detto, riconosciute). Basterà l’impegno di un paio di giornate, facendo scorrere a ritroso la già menzionata pagina Facebook. Consiglio di soffermarsi, magari, sui post in cui si ricordano naufragi di migranti nel Mare Mediterraneo, su quelli che commentavano l’attività dell’on. Laura Boldrini all’epoca in cui questa era Presidente della Camera, quelli in cui si criticavano due studentesse per un cartello offensivo verso l’attuale vice premier e altro ancora.
Si troveranno facilmente, a seconda della specifica situazione, auguri di stupri o morte, accanto a manifestazioni di gioia verso poveri affogati.
Tutte cose, s’intende, che certamente NON rispecchiano il pensiero dell’autorevole titolare della pagina Facebook in questione. Credo, anzi, che una simile opera di ricerca andrebbe proprio nella direzione auspicata dall’interessato (e, per quel che conta, da me condivisa) di perseguire “gli infami che festeggiano la morte di qualcun altro”.
Infine, voglio ricordare quegli agenti che, nell’ormai lontano luglio 2001, commentavano le giornate di Genova e la morte di Carlo Giuliani con un (testuale) “Speriamo che muoiano tutti. Tanto uno, vabbè… Uno a zero per noi…”. Se la memoria non m’inganna, i protagonisti del colloquio (registrato e finito nei carteggi processuali delle vicende genovesi) furono individuati e, credo, soggetti ad azioni disciplinari. Sarebbe interessante sapere se quelle loro chiacchiere ricadrebbero oggi nella fattispecie giuridica come sopra evidenziata. Temo, però, che su quella “chiacchierata” del 2001, anche qualora costituisse reato, in ogni caso sarebbe già scattata la prescrizione penale (quella della memoria, comunemente chiamata oblio, sembra tristemente attiva da tempo, anche se non per me).
Francesco Barilli
martedì 11 settembre 2018
“Goodbye Marilyn”, dal fumetto al corto
Sull’inserto Alias de “Il Manifesto” del 25 agosto 2018 è stato pubblicato un bel pezzo di Thomas Martinelli a proposito di “Goodbye Marilyn”, corredato da un’intervista che Thomas (a cui va un sentito ringraziamento!) mi ha fatto.
Ne pubblico ora la versione integrale: si parte dal fumetto (firmato a me e da Sakka), e si parla di come si è arrivati all’omonimo cortometraggio animato, con regia di Maria di Razza, presentato a settembre 2018 come evento speciale alla XV edizione delle “Giornate degli Autori” nell’ambito del 75° Festival del cinema di Venezia.
*****
Goodbye Marilyn si sviluppa su una situazione inventata, seppur sorretta da diversi frammenti documentali, in cui immagini un’intervista con Monroe novantenne. Come hai proceduto?
Mi sono sempre ribellato al mito di Marilyn come icona muta di bellezza. Ho dunque scelto di inserire nel racconto frasi, poesie o riflessioni tratte da suoi scritti originali, per la maggior parte presenti in “Fragments”, curato da Buchthal e Comment (Feltrinelli 2010).
Si trattava di appunti quasi sempre scritti a mano, toccanti quanto disordinati: Marilyn scriveva di getto, abbandonando poi quelle frasi senza correggerne ortografia o forma.
La selezione dei testi è stata semplice. Ho isolato i brani che maggiormente mi avevano colpito, poi ho cercato di capire dove aveva senso che la “fatina” (ossia il personaggio che nel fumetto segue oniricamente i racconti di Marilyn intervistata) provasse un’emozione che la portasse ad estrarre un biglietto da lasciare lungo il proprio percorso…
In un certo senso mi sono immedesimato io stesso nella fata che assiste agli episodi biografici dell’attrice, per frugare poi nella propria bisaccia alla ricerca di un frammento adeguato.
Per quanto riguarda l’espediente dell’intervista immaginaria, si è trattato di una soluzione per me naturale. Io ho sempre scritto fumetti dal taglio giornalistico: a questo punto, intervistare Marilyn direttamente (facendole porre le domande da un giornalista che in fondo è il mio alter ego) era l’idea più logica…
Alle tue spalle hai molte realizzazioni che raccontano la realtà con i fumetti, fra questi anche Carlo Giuliani, il ribelle di Genova e Piazza Fontana. In che modo intrecci realtà e finzione?
L’impegno civile ha sempre caratterizzato i miei lavori (così come l’attività dell’editore BeccoGiallo) per ferma convinzione, non certo per una scelta “di comodo o di moda”. Però, da scrittore, ho innanzitutto il compito di cercare per ogni storia l’approccio narrativo più opportuno: la vicenda della sfortunata attrice americana è diversa da quella di Piazza Fontana, per fare un esempio banale.
Per le stragi fasciste del 1969 e 1974, così come per Carlo Giuliani, i miei lavori si fondavano innanzitutto sulla ricerca documentale: una ricerca essenziale anche in “Goodbye Marilyn”, ma che poteva accompagnarsi a suggestioni diverse.
La bimba/fatina che accompagna le scene oniriche è uno spunto contenuto nella prefazione di Antonio Tabucchi al già citato “Fragments”. Ho dilatato la sua intuizione, adattandola alle finalità del mio racconto: è stato anche un mio personale omaggio a uno scrittore che ho molto amato.
Nelle mie ricerche di materiali mi sono poi imbattuto nel blog di un certo Patrick Seitz, che raccoglie i ricordi del padre James, il quale prestava servizio in una stazione di aiuto medico dell’esercito americano durante la guerra in Corea. Marilyn raccontò in alcune interviste di quando, nel febbraio 1954, fu invitata al fronte per una performance musicale: un’esperienza inconsueta, che l’emozionò particolarmente. L’aneddoto mi era istintivamente piaciuto, inoltre avevo bisogno di una figura “pragmatica” come contrappunto alla più eterea (e silenziosa) fatina delle scene oniriche: ecco dunque la figura del soldato…
Per dirla in sintesi: la ricerca documentale è la base di tutti i miei lavori. Lo è anche quando finisce con l’attivare, secondo modalità che razionalmente neppure saprei spiegare, la mia fantasia.
Dal tuo fumetto è tratto il corto animato di Maria Di Razza incluso nella selezione ufficiale alle Giornate degli Autori di Venezia. Hai avuto un ruolo attivo nella creazione del film?
Maria mi ha contattato dopo aver letto il fumetto. Devo ammettere che per me, all’inizio, è stato quasi un gioco (una cosa tipo “non ho mai scritto per il cinema, vediamo che succede…”). Il progetto mi ha coinvolto sempre di più, a tutti i livelli. Ed è stato indubbiamente merito proprio di Maria, che mi ha travolto con il suo entusiasmo, la sua serietà professionale… E anche, direi, con la sua capacità di ascoltare le idee altrui.
E’ persino banale sottolineare che scrivere per un fumetto e per un cortometraggio sono due lavori diversi. Cambiano i tempi tecnici, le modalità di fruizione da parte dello spettatore… Non si può certo trascrivere pedissequamente i dialoghi del fumetto sperando che si adattino miracolosamente al nuovo mezzo a cui sono destinati…
Nella versione animata sono assenti le parti con la fatina-Marilyn e il soldato padre dell’intervistatore che permeano il fumetto di una dimensione più spirituale e interiore. E’ così?
In realtà il nodo che abbiamo dovuto affrontare da subito per la trasposizione cinematografica era più pragmatico. Maria voleva realizzare un cortometraggio, che raccontasse Marilyn al pubblico di oggi con un linguaggio agile. Allo stesso tempo, era rimasta davvero colpita dal libro, e avrebbe voluto una trasposizione pressochè integrale. Ci siamo resi conto presto che un lavoro simile avrebbe “sforato” di parecchio gli standard di un cortometraggio…
Abbiamo quindi cercato di individuare un nucleo narrativo adatto a “reggere” la durata richiesta. La soluzione, a quel punto, si è presentata da sé, perché già nel libro la parte centrale è costituita dall’intervista immaginaria…
Se riconosco a me stesso un merito specifico nel film è proprio quello di aver intuito che non era possibile, per motivi di spazio, una trasposizione integrale del libro. Libro e film, seppure simili e rispettosi l’uno dell’altro, dovevano avere ognuno la propria “personalità”.
Da quel momento, dopo aver scritto quello che possiamo definire il nuovo soggetto ed essermi confrontato con Maria, la palla è passata nel campo di Oliviero del Papa (che ha saputo mantenersi fedele al testo, adattandolo affinchè raggiungesse efficacemente lo schermo) e di Sakka (amica preziosa e disegnatrice di entrambi i progetti: per il film ha dovuto ridisegnare alcune sequenze ex novo). Il tutto sotto la guida di Maria Di Razza, con cui siamo rimasti costantemente in contatto.
Sì, un’esperienza nuova e bella, per me: non è detto che non la si ripeta…
Così anche la scena finale del ballo con lo spirito del padre nel corto viene assolto dal figlio intervistatore. Pensi che cambi molto il senso complessivo della storia?
Guarda, come accennavo prima, libro e film sono diventati due prodotti artistici indipendenti l’uno dall’altro, seppure (passami la metafora) legati da reciproco affetto…
Tagliare la lunghezza del libro riducendola al nucleo essenziale dell’intervista ci obbligava a certe scelte.
In fondo, il cortometraggio è diventato più un omaggio a Marilyn, ma un omaggio non scontato: in parte tributo al mito, in parte riscatto della donna che andava oltre il mito e che nessuno sapeva capire. Il libro, a differenza del film, termina passando dal piano onirico alla realtà, ricordando Marilyn morta: ha un tono più accorato. Forse è giusto che al cinema (che davvero fu “il mondo” di Marilyn) questo lavoro abbia assunto un tono meno tragico e più dolce.
Un’altra differenza è l’assenza nel film dei riferimenti di contestualizzazione storica come, ad esempio, i Kennedy o Bob Dylan ben presenti nel tuo fumetto, per non dire la citazione iniziale da La rabbia di Pasolini. Che importanza hanno per te questi riferimenti?
Anche queste differenze si iscrivono nello stesso solco a cui accennavamo prima. Sono riferimenti molto importanti nel fumetto, li ho fortemente voluti. Nel cortometraggio animato sarebbe stato forzato inserirli, vista l’impostazione diversa del soggetto.
Il tuo libro interroga la costruzione del mito rispetto alla persona vera. Quanto pensi sia centrale nell’interpretare la realtà oggi?
Dirò di più: nel libro non m’interessava tanto “il mito”, quanto “la persona”. E’ la persona-Marilyn a restare stritolata dagli ingranaggi dello star system (nonché vittima delle sue fragilità congenite, certo). Il mito invece le sopravvive ancora oggi e continua a “fare cassa”… Proprio per questo a me interessava raccontare (parafrasando il fumetto) “la donna desiderata da tutti, amata da pochi, compresa da nessuno… E che forse lei stessa aveva smarrito”.
Quella di Marilyn è la storia di una donna dal carisma unico, che si arrampica con coraggio e spregiudicatezza per arrivare alla vetta del successo, per precipitarne poi. Una storia, dunque, che ci parla di show business, di condizione femminile, di disagio esistenziale. Credo siano tematiche attuali, forse addirittura “sempre attuali”. Anche per questo, nel fumetto ho immaginato una Marilyn viva e novantenne: come giudicherebbe lei stessa, ai giorni nostri, il proprio passato, dotata di quel pizzico di saggezza e distacco che l’età può regalare?
Marilyn ha incarnato un sogno. Un sogno che, dopo due guerre mondiali, ha illuso tanta gente che voleva vivere in un mondo migliore e voleva anche vederlo, nel grandioso formato di un cinema che s’affacciava al colore.
Oggi, assieme al mondo, anche lo star system è cambiato. E il punto non è tanto ammettere che aveva ragione chi diceva che un giorno tutti avrebbero avuto il proprio quarto d’ora di notorietà, quanto il capire che essere tutti famosi per pochi momenti significa che nessuno può dire di esserlo davvero…
Nella società di oggi, in cui chiunque può farsi un selfie col “famoso di turno” (anche nei momenti più inopportuni: ne abbiamo esempi recenti…), trovo assolutamente attuale ricordare quanto la fragilità umana possa toccare ogni livello dell’esistenza.
Ne pubblico ora la versione integrale: si parte dal fumetto (firmato a me e da Sakka), e si parla di come si è arrivati all’omonimo cortometraggio animato, con regia di Maria di Razza, presentato a settembre 2018 come evento speciale alla XV edizione delle “Giornate degli Autori” nell’ambito del 75° Festival del cinema di Venezia.
*****
Goodbye Marilyn si sviluppa su una situazione inventata, seppur sorretta da diversi frammenti documentali, in cui immagini un’intervista con Monroe novantenne. Come hai proceduto?
Mi sono sempre ribellato al mito di Marilyn come icona muta di bellezza. Ho dunque scelto di inserire nel racconto frasi, poesie o riflessioni tratte da suoi scritti originali, per la maggior parte presenti in “Fragments”, curato da Buchthal e Comment (Feltrinelli 2010).
Si trattava di appunti quasi sempre scritti a mano, toccanti quanto disordinati: Marilyn scriveva di getto, abbandonando poi quelle frasi senza correggerne ortografia o forma.
La selezione dei testi è stata semplice. Ho isolato i brani che maggiormente mi avevano colpito, poi ho cercato di capire dove aveva senso che la “fatina” (ossia il personaggio che nel fumetto segue oniricamente i racconti di Marilyn intervistata) provasse un’emozione che la portasse ad estrarre un biglietto da lasciare lungo il proprio percorso…
In un certo senso mi sono immedesimato io stesso nella fata che assiste agli episodi biografici dell’attrice, per frugare poi nella propria bisaccia alla ricerca di un frammento adeguato.
Per quanto riguarda l’espediente dell’intervista immaginaria, si è trattato di una soluzione per me naturale. Io ho sempre scritto fumetti dal taglio giornalistico: a questo punto, intervistare Marilyn direttamente (facendole porre le domande da un giornalista che in fondo è il mio alter ego) era l’idea più logica…
Alle tue spalle hai molte realizzazioni che raccontano la realtà con i fumetti, fra questi anche Carlo Giuliani, il ribelle di Genova e Piazza Fontana. In che modo intrecci realtà e finzione?
L’impegno civile ha sempre caratterizzato i miei lavori (così come l’attività dell’editore BeccoGiallo) per ferma convinzione, non certo per una scelta “di comodo o di moda”. Però, da scrittore, ho innanzitutto il compito di cercare per ogni storia l’approccio narrativo più opportuno: la vicenda della sfortunata attrice americana è diversa da quella di Piazza Fontana, per fare un esempio banale.
Per le stragi fasciste del 1969 e 1974, così come per Carlo Giuliani, i miei lavori si fondavano innanzitutto sulla ricerca documentale: una ricerca essenziale anche in “Goodbye Marilyn”, ma che poteva accompagnarsi a suggestioni diverse.
La bimba/fatina che accompagna le scene oniriche è uno spunto contenuto nella prefazione di Antonio Tabucchi al già citato “Fragments”. Ho dilatato la sua intuizione, adattandola alle finalità del mio racconto: è stato anche un mio personale omaggio a uno scrittore che ho molto amato.
Nelle mie ricerche di materiali mi sono poi imbattuto nel blog di un certo Patrick Seitz, che raccoglie i ricordi del padre James, il quale prestava servizio in una stazione di aiuto medico dell’esercito americano durante la guerra in Corea. Marilyn raccontò in alcune interviste di quando, nel febbraio 1954, fu invitata al fronte per una performance musicale: un’esperienza inconsueta, che l’emozionò particolarmente. L’aneddoto mi era istintivamente piaciuto, inoltre avevo bisogno di una figura “pragmatica” come contrappunto alla più eterea (e silenziosa) fatina delle scene oniriche: ecco dunque la figura del soldato…
Per dirla in sintesi: la ricerca documentale è la base di tutti i miei lavori. Lo è anche quando finisce con l’attivare, secondo modalità che razionalmente neppure saprei spiegare, la mia fantasia.
Dal tuo fumetto è tratto il corto animato di Maria Di Razza incluso nella selezione ufficiale alle Giornate degli Autori di Venezia. Hai avuto un ruolo attivo nella creazione del film?
Maria mi ha contattato dopo aver letto il fumetto. Devo ammettere che per me, all’inizio, è stato quasi un gioco (una cosa tipo “non ho mai scritto per il cinema, vediamo che succede…”). Il progetto mi ha coinvolto sempre di più, a tutti i livelli. Ed è stato indubbiamente merito proprio di Maria, che mi ha travolto con il suo entusiasmo, la sua serietà professionale… E anche, direi, con la sua capacità di ascoltare le idee altrui.
E’ persino banale sottolineare che scrivere per un fumetto e per un cortometraggio sono due lavori diversi. Cambiano i tempi tecnici, le modalità di fruizione da parte dello spettatore… Non si può certo trascrivere pedissequamente i dialoghi del fumetto sperando che si adattino miracolosamente al nuovo mezzo a cui sono destinati…
Nella versione animata sono assenti le parti con la fatina-Marilyn e il soldato padre dell’intervistatore che permeano il fumetto di una dimensione più spirituale e interiore. E’ così?
In realtà il nodo che abbiamo dovuto affrontare da subito per la trasposizione cinematografica era più pragmatico. Maria voleva realizzare un cortometraggio, che raccontasse Marilyn al pubblico di oggi con un linguaggio agile. Allo stesso tempo, era rimasta davvero colpita dal libro, e avrebbe voluto una trasposizione pressochè integrale. Ci siamo resi conto presto che un lavoro simile avrebbe “sforato” di parecchio gli standard di un cortometraggio…
Abbiamo quindi cercato di individuare un nucleo narrativo adatto a “reggere” la durata richiesta. La soluzione, a quel punto, si è presentata da sé, perché già nel libro la parte centrale è costituita dall’intervista immaginaria…
Se riconosco a me stesso un merito specifico nel film è proprio quello di aver intuito che non era possibile, per motivi di spazio, una trasposizione integrale del libro. Libro e film, seppure simili e rispettosi l’uno dell’altro, dovevano avere ognuno la propria “personalità”.
Da quel momento, dopo aver scritto quello che possiamo definire il nuovo soggetto ed essermi confrontato con Maria, la palla è passata nel campo di Oliviero del Papa (che ha saputo mantenersi fedele al testo, adattandolo affinchè raggiungesse efficacemente lo schermo) e di Sakka (amica preziosa e disegnatrice di entrambi i progetti: per il film ha dovuto ridisegnare alcune sequenze ex novo). Il tutto sotto la guida di Maria Di Razza, con cui siamo rimasti costantemente in contatto.
Sì, un’esperienza nuova e bella, per me: non è detto che non la si ripeta…
Così anche la scena finale del ballo con lo spirito del padre nel corto viene assolto dal figlio intervistatore. Pensi che cambi molto il senso complessivo della storia?
Guarda, come accennavo prima, libro e film sono diventati due prodotti artistici indipendenti l’uno dall’altro, seppure (passami la metafora) legati da reciproco affetto…
Tagliare la lunghezza del libro riducendola al nucleo essenziale dell’intervista ci obbligava a certe scelte.
In fondo, il cortometraggio è diventato più un omaggio a Marilyn, ma un omaggio non scontato: in parte tributo al mito, in parte riscatto della donna che andava oltre il mito e che nessuno sapeva capire. Il libro, a differenza del film, termina passando dal piano onirico alla realtà, ricordando Marilyn morta: ha un tono più accorato. Forse è giusto che al cinema (che davvero fu “il mondo” di Marilyn) questo lavoro abbia assunto un tono meno tragico e più dolce.
Un’altra differenza è l’assenza nel film dei riferimenti di contestualizzazione storica come, ad esempio, i Kennedy o Bob Dylan ben presenti nel tuo fumetto, per non dire la citazione iniziale da La rabbia di Pasolini. Che importanza hanno per te questi riferimenti?
Anche queste differenze si iscrivono nello stesso solco a cui accennavamo prima. Sono riferimenti molto importanti nel fumetto, li ho fortemente voluti. Nel cortometraggio animato sarebbe stato forzato inserirli, vista l’impostazione diversa del soggetto.
Il tuo libro interroga la costruzione del mito rispetto alla persona vera. Quanto pensi sia centrale nell’interpretare la realtà oggi?
Dirò di più: nel libro non m’interessava tanto “il mito”, quanto “la persona”. E’ la persona-Marilyn a restare stritolata dagli ingranaggi dello star system (nonché vittima delle sue fragilità congenite, certo). Il mito invece le sopravvive ancora oggi e continua a “fare cassa”… Proprio per questo a me interessava raccontare (parafrasando il fumetto) “la donna desiderata da tutti, amata da pochi, compresa da nessuno… E che forse lei stessa aveva smarrito”.
Quella di Marilyn è la storia di una donna dal carisma unico, che si arrampica con coraggio e spregiudicatezza per arrivare alla vetta del successo, per precipitarne poi. Una storia, dunque, che ci parla di show business, di condizione femminile, di disagio esistenziale. Credo siano tematiche attuali, forse addirittura “sempre attuali”. Anche per questo, nel fumetto ho immaginato una Marilyn viva e novantenne: come giudicherebbe lei stessa, ai giorni nostri, il proprio passato, dotata di quel pizzico di saggezza e distacco che l’età può regalare?
Marilyn ha incarnato un sogno. Un sogno che, dopo due guerre mondiali, ha illuso tanta gente che voleva vivere in un mondo migliore e voleva anche vederlo, nel grandioso formato di un cinema che s’affacciava al colore.
Oggi, assieme al mondo, anche lo star system è cambiato. E il punto non è tanto ammettere che aveva ragione chi diceva che un giorno tutti avrebbero avuto il proprio quarto d’ora di notorietà, quanto il capire che essere tutti famosi per pochi momenti significa che nessuno può dire di esserlo davvero…
Nella società di oggi, in cui chiunque può farsi un selfie col “famoso di turno” (anche nei momenti più inopportuni: ne abbiamo esempi recenti…), trovo assolutamente attuale ricordare quanto la fragilità umana possa toccare ogni livello dell’esistenza.
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