Ti guardi alle spalle. Niente di bello o da ricordare. La città si è fermata sul confine che non poteva oltrepassare e ha imparato a fare tesoro di quel limite: quello che altri chiamano lungomare per te è solo una catena di insegne commerciali.
Davanti a te il mare si offre come lo spettacolo dell’indefinito. Non è più estate e non è ancora autunno. Non è più notte e non è ancora giorno. Il cielo sereno sarà azzurro solo fra un po’, per ora l’acqua riflette e rende più cupo quel colore ancora incerto, lo fa suo e lo restituisce ricco di sfumature. E non ci sono suoni, anche il mare si limita a un rumore di fondo. Ti sembra giusto così: la vita, quella vera, si distingue da un film perché è privo di colonna sonora. Al massimo, un sottofondo.
Sulla spiaggia le sedie a sdraio sono tutte libere e ne occupi una. Scuoti la sabbia dalle ciabatte. E dalla pelle il desiderio di avere lui accanto. L’ombrellone accanto è chiuso, totalmente inutile in questa stagione e a quest’ora. E’ passato il tempo delle granite e del cocco, l’estate è uscita da un po’, ti sembra, dalla stessa porta da cui sei uscita poco fa, dopo che allo specchio hai visto il volto di un’altra donna.
Ti sei svegliata presto e sei andata nello studio. Hai guardato il pannello sul treppiede. Il ramo di un acero, le foglie rosse. Sullo sfondo, il cielo azzurro s’incupisce con pennellate più scure, sui bordi, e più chiare verso la chiazza bianca del sole. Col pennello hai aggiunto un altro ramo e altre foglie a destra. Poi con una spatola hai preso il blu e hai caricato maggiormente gli angoli del quadro, rendendoli più cupi. Ti sei allontanata, hai guardato il tutto per poi ripassare col blu tutto il bordo inferiore.
Poi lo sguardo ti è caduto sulla scrivania, hai aperto ancora la busta, hai dato un’occhiata al contenuto. E’ allora che ti sei guardata allo specchio e hai visto il volto di un’altra donna, una senza la tua paura. E hai deciso di uscire.
Ora ti allunghi sulla sdraio, la camicia bianca semiaperta sul petto, sui tuoi seni bellissimi e malati. Apri il giornale. Qualche guerra, da qualche parte. La crisi di governo sembra scongiurata. In città metteranno nuove fioriere a delimitare la zona pedonale, recentemente ripavimentata.
Senti uno scalpiccio frenetico sulla sabbia e una voce concitata. Un grosso cane s’è avvicinato, il padrone lo sta richiamando. Mi scusi, non abbia paura, è buonissimo, ti dice. Lo hai già capito, lo stai accarezzando sulla testa e sotto il collo. Non si preoccupi, rispondi. L’uomo si scusa ancora, chiama a sé il cane, che non vuole saperne di lasciare le tue coccole. Lui si siede sulla sdraio accanto alla tua.
“Scusi ancora. Ha quattro anni ma si comporta ancora come un cucciolo. Spero non l’abbia spaventata. E stia attenta, è tutto sporco”.
Sorridi e gli mostri le mani e i polsi, sporchi di rosso e blu. Stavo dipingendo, rispondi alla domanda inespressa nel suo sguardo, sporcarti è l’ultimo dei tuoi problemi.
“Lei dipinge? Cosa sta dipingendo, se posso chiedere? Ah, io mi chiamo Fabrizio”.
Non ricambi col tuo nome. Foglie d’acero che si stagliano nel cielo, dici.
“Ed è venuta qui per stare un po’ in pace… E’ giusto, è bellissimo a quest’ora. Il mattino ha l’oro in bocca, si dice”.
Raramente, rispondi. Di solito, come questa mattina, è giallo ma non è oro (pensi, ma non vuoi essere volgare), altre volte è vero.
Pochi giorni prima era stato vero. Era mattina presto quando avevi visto che lui stava tornando, stavi guardando la strada dalla finestra del bagno. Dico visto, ma sarebbe più giusto dire sentito. Lo sentivi dentro che stava tornando, nell’esatto istante in cui avevi deciso di affacciarti, fregandotene se eri nuda e qualcuno poteva vederti. Ti eri appena fatta la doccia, ti sei avvolta una salvietta attorno alla vita e sei corsa ad aprire nuda dall’ombelico in su. Non sai il perché, certo non per presentarti a lui come un’amante che lo attendeva a braccia aperte.
Forse tu non capivi perché l’avessi fatto, certamente lui ha capito che non c’era nulla di erotico in quel gesto. Sì, una volta aperta la porta è rimasto sorpreso, ma poi ha fatto esattamente quel che era giusto fare. Non ti ha guardato i seni, anzi, chiusi gli occhi ti è sembrato smarrito. Poi si è passato una mano fra i capelli e ha gettato la testa indietro, credi faticasse a trattenere le lacrime. Non potevo andare via, ha detto. Lo speravi, hai pensato, senza dirlo. Ti è sembrato il momento più intenso, se non il più bello, della tua vita. Sprofondare nei suoi occhi, sentire come se il mondo fuori fosse solo la cornice atroce della vostra esistenza.
L’hai fatto entrare, vi siete seduti sul divano. Scusa, dovevo tornare e, sì, ho avuto paura, ha detto. Gli hai preso le mani. Le vostre dita si sono incrociate, e quello sì è stato un attimo quasi erotico. Non l’erotismo del desiderio, ma quello di un gesto che testimoniava due vite indissolubilmente intrecciate.
Lo so che hai paura, hai risposto, e anch’io ne ho. Ed era vero ed era falso al tempo stesso, perché in quel momento non avevi né paura né rabbia. Forse nostalgia.
Vuoi un caffè?, gli hai chiesto. Ti ha guardata in modo un po’ strano, come a farti intendere che gli sembrava una cosa stupida. Voglio solo sentirne l’odore, capisci?, hai spiegato. Ha sorriso, capiva. Dopo un paio di minuti l’aroma caldo del caffè riempiva la stanza e ha compreso ancora meglio.
Poi dovrai andartene davvero; è così che voglio, hai aggiunto, rispondendo al suo sguardo. Ti sembrava giusto, anche se doloroso per entrambi. Sapevi che lui, senza condividerla, avrebbe rispettato la tua scelta.
Il cane si è gettato nell’acqua. Sembra felice come può esserlo solo un animale. Lo pensi, ma senza neppure accorgertene lo dici. E l’uomo di nome Fabrizio ti guarda come se tu fossi un oracolo che ha pronunciato una verità terribile e bellissima.
“Dai, vieni qua!”.
La bestia torna dal suo padrone, si scuote sollevando una nuvola di acqua e sabbia. Voi vi voltate, provando a ripararvi come potete. Fabrizio scrolla il suo panama dalla sabbia, poi ti passa una salvietta per pulirti e lo ringrazi.
“Beh, credo che l’abbiamo disturbata abbastanza. Vedo che ha altro a cui pensare, la lascio in pace”, dice l’uomo.
Lo guardi indossare il suo cappello e andarsene, per fermarsi dopo pochi passi.
“Non mi ha detto come si chiama…”.
Simona, rispondi.
Lui porta una mano al panama come saluto.
“Bellissimo nome… E buon lavoro per il suo quadro!”, dice.
Gli sorridi. Pensi che dopo chiamerai lui, gli dirai di tornare. E ti senti ridicolmente felice.
lunedì 26 settembre 2011
mercoledì 7 settembre 2011
Maria dammi la mano
Maria dammi la mano, disse mio padre. Intendeva dire “dammi la mano, ho paura, sento che stanno per arrivare e questa potrebbe essere l’ultima volta che stiamo insieme”. Era il 1944 e mio padre era nascosto nel rifugio, in casa, sui colli del piacentino. Non ricordo se si trattasse di una botola ben occultata, sotto l’assito di legno del pavimento, o di un’intercapedine di fortuna, ricavata in una stanza. Comunque sia, lui sentiva i passi dei tedeschi, la loro voce tagliente e urlata (tagliente e urlata come sa essere la lingua dei tedeschi). Si era rifugiato lì con la fidanzata, Maria. Temeva che quelli potessero essere gli ultimi istanti con lei, così disse: Maria dammi la mano.
Invece no, non andò così. Mio padre me l’avrà raccontata non so quante volte quella storia. Sì, lui era nascosto. Col cuore in gola sentiva le voci e i passi e temeva che quella fosse la fine. Ma, in quell’anfratto buio, fra sé e la morte solo un assito di legno (orizzontale o verticale non importa) non era con la fidanzata – neppure so se ne avesse una, all’epoca – ma con uno dei suoi fratelli. Piero o forse Bruno. Mi sembra fosse Bruno, ma ormai non posso più domandarglielo.
Maria è stata la mia di fidanzata, oggi è mia moglie. E sono io, adesso, protetto da quell’assito di legno, col cuore in gola. O, almeno, se ci fossi vorrei essere lì con lei. E le direi “Maria dammi la mano, perché ho paura. Sento che stanno per arrivare e questa potrebbe essere l’ultima volta che stiamo insieme”.
Io non lo so se mio padre fosse armato, in quel rifugio. Mi sembra d’averglielo chiesto e che lui m’abbia risposto di sì, che se fosse stato necessario avrebbe sparato e avrebbe, come si dice, venduta cara la pelle. Ma non ne sono più sicuro. Sicuro sono che, da bambino, gli chiesi tante volte se avesse ucciso qualcuno, fra i fascisti, fra i nazisti. Rispondeva solo che, sì, qualche volta aveva sparato e forse qualcuno l’aveva beccato. Ma se ho ammazzato qualcuno, diceva, l’ho fatto perché andava fatto, non perché fosse bello.
Così mi diceva. E a me – bambino – non piaceva quella risposta. Perché io avrei voluto vedere mio padre come un eroe con in braccio il suo fucile (ma lui sparava col mitra, precisava) ad ammazzare i cattivi. Quella risposta mi sembrava un po’ codarda. Cioè, meglio, era contraria al mito che io volevo vedere in lui. E invece era una risposta bellissima. L’ho capito da grande, e quando sento chi dice “la violenza è sempre sbagliata, non risolve nulla”, penso alle sue parole. Dicono che la violenza può essere necessaria, ma a due condizioni: che la usi solo perché non hai altre soluzioni e che, soprattutto, dopo averla usata tu ti senta un po’ più schifoso di prima. Perché noi uomini facciamo sempre un po’ schifo, è bene ricordarcelo. Lo facciamo un po’ di più dopo che abbiamo usato violenza, anche se magari era proprio necessaria. Quando a volte vorrei essere più manicheo penso a quella frase. Non mi capita spesso – desiderare di essere manicheo, intendo – ma a volte sì: la vita è più semplice da decifrare se dentro di te poni un netto contrasto fra bene e male. Ma in quel modo so rimediare alla tentazione.
Mai capito perché tanti partigiani l’abbiano sfangata, dietro un’intercapedine o sotto una botola. Così tanti che l’episodio che ho raccontato può sembrare artefatto. Invece è vero, mio padre me lo raccontò, anche se non so più se assieme a lui ci fosse Piero o Bruno, fra i suoi fratelli. E lui se la cavò, i tedeschi se ne andarono. E adesso ci sono io là sotto, con mia moglie e le dico “Maria dammi la mano” mentre penso se lui abbia mai ucciso qualcuno. Cosa disse davvero lui in quei momenti non lo so: probabilmente tacque e basta.
Non ho mai sognato mio padre mentre era in vita. L’ho sognato – ma raramente: non sogno quasi mai – dopo che è morto, il 13 ottobre 1996. Il sogno è sempre uguale. Io e lui su una collina. Lui spinge una carriola lungo il pendio, in salita, poi si ferma. Respira a fatica, ma è sereno. Io gli chiedo se vuole una mano, e nel sogno sento una strana angoscia, immotivata visto l’ambiente che ci circonda, così silenzioso e tranquillo. Non credo ci voglia un grande psicologo per interpretarlo: un peso, la fatica, il senso di colpa per non averlo aiutato a spingere quel suo peso.
Una delle ultime volte che l’ho visto era in ospedale. Sarà stato un mese prima del secondo infarto, quello che l’avrebbe portato via. Quando entrai nella stanza era a letto, stava guardando una foto che gli avevo lasciato: ritraeva lui assieme al mio primo figlio, l’unico nipote che avrebbe conosciuto. Ripose la foto sul comodino, si asciugò gli occhi con una mano, ma molto velocemente. Era un uomo “di una volta”, ex partigiano, poi poliziotto e poi ancora operaio tornitore (per un comunista è troppo difficile restare in polizia, diceva): uno così non piange, specie davanti al figlio maschio. Parlammo tranquillamente. Ricordo che bevve dell’acqua a collo dalla bottiglia, me ne offrì in un bicchiere. Non gli dissi nulla di come l’avevo visto: bene così.
A volte delle persone care che sono scomparse ricordiamo l’ultima volta che le abbiamo viste e ci convinciamo che loro sapevano della fine imminente. Di solito è solo un’impressione, il cedere alla tentazione di essere stati profeti del futuro altrui e poter così pensare di saper essere indovini anche del nostro. Altre volte non è un’illusione: quel giorno vidi nei suoi occhi il rimpianto per quel po’ di vita che avrebbe voluto e che – sapeva – gli stava per essere tolto. Perché mio padre era un piccolo pezzo d’uomo (novanta chili compatti, due mani come tenaglie) ma aveva un cuore ingenuo e, a settant’anni, già troppo stanco. Dormiva con i denti in un bicchiere, io dormo ancora assieme ai miei e questa forse è la differenza fra un giovane e un vecchio.
Quando è morto ricordo che stavo mangiando un budino al cioccolato. Uno speciale, l’aveva fatto Maria con una ricetta trovata su qualche rivista. Col cioccolato fondente, brandy e scorza di limone.
Poi, dopo la telefonata, sono arrivato a casa sua, trafelato. Poi ancora ricordo poche frasi. Alcune dette, altre solo pensate. Dov’è mia madre? Dov’è lui? Ha sofferto? Devo vederlo. Non lo vedrò più.
Poi più nulla, fino all’imbocco del nulla. Fino ai suoi capelli e alla sua fronte fredda, quando hanno sollevato il cristallo della bara e il trapano ha cominciato ad avvitare. E’ allora che ho visto, all’uscita del nulla, un uomo giovane e forte guardarmi mentre, appena nato, sto strillando. Guardarmi e gioire perché sono un maschio. E bere e offrire da bere, per festeggiare. Perché al terzo tentativo è arrivato il figlio col pisellino fra le gambe.
Poi ancora – ma adesso siamo all’oggi – lo vedo nascosto al buio, in un rifugio improvvisato, il cuore che batte all’impazzata, ma è un cuore giovane, non ancora stanco. E dice Maria dammi la mano.
Così si chiude il cerchio. Ora mi immagino d’essere io lì dentro, con mia moglie, a dire la stessa frase che lui non pronunciò. Poi spengo un’altra sigaretta, clicco sul tasto print e il fischio della stampante mi restituisce questi tre fogli.
Invece no, non andò così. Mio padre me l’avrà raccontata non so quante volte quella storia. Sì, lui era nascosto. Col cuore in gola sentiva le voci e i passi e temeva che quella fosse la fine. Ma, in quell’anfratto buio, fra sé e la morte solo un assito di legno (orizzontale o verticale non importa) non era con la fidanzata – neppure so se ne avesse una, all’epoca – ma con uno dei suoi fratelli. Piero o forse Bruno. Mi sembra fosse Bruno, ma ormai non posso più domandarglielo.
Maria è stata la mia di fidanzata, oggi è mia moglie. E sono io, adesso, protetto da quell’assito di legno, col cuore in gola. O, almeno, se ci fossi vorrei essere lì con lei. E le direi “Maria dammi la mano, perché ho paura. Sento che stanno per arrivare e questa potrebbe essere l’ultima volta che stiamo insieme”.
Io non lo so se mio padre fosse armato, in quel rifugio. Mi sembra d’averglielo chiesto e che lui m’abbia risposto di sì, che se fosse stato necessario avrebbe sparato e avrebbe, come si dice, venduta cara la pelle. Ma non ne sono più sicuro. Sicuro sono che, da bambino, gli chiesi tante volte se avesse ucciso qualcuno, fra i fascisti, fra i nazisti. Rispondeva solo che, sì, qualche volta aveva sparato e forse qualcuno l’aveva beccato. Ma se ho ammazzato qualcuno, diceva, l’ho fatto perché andava fatto, non perché fosse bello.
Così mi diceva. E a me – bambino – non piaceva quella risposta. Perché io avrei voluto vedere mio padre come un eroe con in braccio il suo fucile (ma lui sparava col mitra, precisava) ad ammazzare i cattivi. Quella risposta mi sembrava un po’ codarda. Cioè, meglio, era contraria al mito che io volevo vedere in lui. E invece era una risposta bellissima. L’ho capito da grande, e quando sento chi dice “la violenza è sempre sbagliata, non risolve nulla”, penso alle sue parole. Dicono che la violenza può essere necessaria, ma a due condizioni: che la usi solo perché non hai altre soluzioni e che, soprattutto, dopo averla usata tu ti senta un po’ più schifoso di prima. Perché noi uomini facciamo sempre un po’ schifo, è bene ricordarcelo. Lo facciamo un po’ di più dopo che abbiamo usato violenza, anche se magari era proprio necessaria. Quando a volte vorrei essere più manicheo penso a quella frase. Non mi capita spesso – desiderare di essere manicheo, intendo – ma a volte sì: la vita è più semplice da decifrare se dentro di te poni un netto contrasto fra bene e male. Ma in quel modo so rimediare alla tentazione.
Mai capito perché tanti partigiani l’abbiano sfangata, dietro un’intercapedine o sotto una botola. Così tanti che l’episodio che ho raccontato può sembrare artefatto. Invece è vero, mio padre me lo raccontò, anche se non so più se assieme a lui ci fosse Piero o Bruno, fra i suoi fratelli. E lui se la cavò, i tedeschi se ne andarono. E adesso ci sono io là sotto, con mia moglie e le dico “Maria dammi la mano” mentre penso se lui abbia mai ucciso qualcuno. Cosa disse davvero lui in quei momenti non lo so: probabilmente tacque e basta.
Non ho mai sognato mio padre mentre era in vita. L’ho sognato – ma raramente: non sogno quasi mai – dopo che è morto, il 13 ottobre 1996. Il sogno è sempre uguale. Io e lui su una collina. Lui spinge una carriola lungo il pendio, in salita, poi si ferma. Respira a fatica, ma è sereno. Io gli chiedo se vuole una mano, e nel sogno sento una strana angoscia, immotivata visto l’ambiente che ci circonda, così silenzioso e tranquillo. Non credo ci voglia un grande psicologo per interpretarlo: un peso, la fatica, il senso di colpa per non averlo aiutato a spingere quel suo peso.
Una delle ultime volte che l’ho visto era in ospedale. Sarà stato un mese prima del secondo infarto, quello che l’avrebbe portato via. Quando entrai nella stanza era a letto, stava guardando una foto che gli avevo lasciato: ritraeva lui assieme al mio primo figlio, l’unico nipote che avrebbe conosciuto. Ripose la foto sul comodino, si asciugò gli occhi con una mano, ma molto velocemente. Era un uomo “di una volta”, ex partigiano, poi poliziotto e poi ancora operaio tornitore (per un comunista è troppo difficile restare in polizia, diceva): uno così non piange, specie davanti al figlio maschio. Parlammo tranquillamente. Ricordo che bevve dell’acqua a collo dalla bottiglia, me ne offrì in un bicchiere. Non gli dissi nulla di come l’avevo visto: bene così.
A volte delle persone care che sono scomparse ricordiamo l’ultima volta che le abbiamo viste e ci convinciamo che loro sapevano della fine imminente. Di solito è solo un’impressione, il cedere alla tentazione di essere stati profeti del futuro altrui e poter così pensare di saper essere indovini anche del nostro. Altre volte non è un’illusione: quel giorno vidi nei suoi occhi il rimpianto per quel po’ di vita che avrebbe voluto e che – sapeva – gli stava per essere tolto. Perché mio padre era un piccolo pezzo d’uomo (novanta chili compatti, due mani come tenaglie) ma aveva un cuore ingenuo e, a settant’anni, già troppo stanco. Dormiva con i denti in un bicchiere, io dormo ancora assieme ai miei e questa forse è la differenza fra un giovane e un vecchio.
Quando è morto ricordo che stavo mangiando un budino al cioccolato. Uno speciale, l’aveva fatto Maria con una ricetta trovata su qualche rivista. Col cioccolato fondente, brandy e scorza di limone.
Poi, dopo la telefonata, sono arrivato a casa sua, trafelato. Poi ancora ricordo poche frasi. Alcune dette, altre solo pensate. Dov’è mia madre? Dov’è lui? Ha sofferto? Devo vederlo. Non lo vedrò più.
Poi più nulla, fino all’imbocco del nulla. Fino ai suoi capelli e alla sua fronte fredda, quando hanno sollevato il cristallo della bara e il trapano ha cominciato ad avvitare. E’ allora che ho visto, all’uscita del nulla, un uomo giovane e forte guardarmi mentre, appena nato, sto strillando. Guardarmi e gioire perché sono un maschio. E bere e offrire da bere, per festeggiare. Perché al terzo tentativo è arrivato il figlio col pisellino fra le gambe.
Poi ancora – ma adesso siamo all’oggi – lo vedo nascosto al buio, in un rifugio improvvisato, il cuore che batte all’impazzata, ma è un cuore giovane, non ancora stanco. E dice Maria dammi la mano.
Così si chiude il cerchio. Ora mi immagino d’essere io lì dentro, con mia moglie, a dire la stessa frase che lui non pronunciò. Poi spengo un’altra sigaretta, clicco sul tasto print e il fischio della stampante mi restituisce questi tre fogli.
lunedì 22 agosto 2011
BeccoGiallo, non sciacallo
Una regola base dell’informazione è che se vuoi scrivere su una data
faccenda devi “stare sul pezzo”, essere tempestivo. Un’altra è: evitare
lunghe premesse, andando subito al sodo. Due regole valide da sempre, ma
che nell’informazione sul web sono addirittura considerate sacre: le
disattenderò entrambe.
Scrivo in ritardo perché quando è uscita “la faccenda” (tranquilli: tra un po’ spiego tutto… e comunque dal titolo dovrebbe esservi già chiaro) ero in ferie. Della notizia ho saputo telefonicamente da un amico.
La lunga premessa, invece, vi arriva un po’ perché c’è parecchio da dire, un po’ perché saranno necessarie spiegazioni su “perché” e “come” scrivo questo pezzo, un po’ perché sono fatto così, punto. Inoltre, vi avverto che per seguire davvero tutto dovrete fare uno slalom fra links e citazioni che fra poco troverete, costringendovi a una lettura lunga e complessa (restando forse alla fine col pensiero che sia io sia voi potevamo usare meglio il nostro tempo).
La “faccenda” consiste in uno “scherzo” di Paolo Interdonato sul suo blog: un articolo in cui Interdonato ha “inventato” un libro (“Amy Winehouse. Fatta di musica”) attribuendolo a due autori e un editore reali (Andrea La Provitera, Niccolò Storai, BeccoGiallo).
La burla è in due tempi: prima la “goliardata” (qui); poi il momento in cui si “svela il messaggio” (qui), messaggio che Interdonato stesso sintetizza così: “Ho recensito un libro che non mi interesserebbe, edito da una casa editrice che reputo progettualmente agghiacciante, scritto disegnato e prefato da gente il cui lavoro preferisco ignorare” (rimando ai links precedenti per la lettura integrale).
Se volete approfondire, oltre ai due links succitati potete leggere diversi interventi (e i relativi commenti degli utenti in ogni blog):
Roberto Recchioni (prima qui e successivamente qui)
Michele Ginevra
Diego Cajelli
Giorgio Messina
(sicuramente qualcuno mi sfugge: ho linkato solo gli interventi che ho visto).
In questi interventi troverete un panorama assai variegato di opinioni. Alcuni attaccano BeccoGiallo, altri la difendono. C’è chi va dritto al punto: In sostanza è un attacco a Becco Giallo e ai suoi autori mascherato da scherzo; o ancora: La "satira" di Spari contiene un giudizio verso Becco Giallo riassumibile in "sciacallo" e verso gli autori citati. riassumibile in "mercenari disposti a tutto per un minimo di visibilità".
Altri hanno pareri più articolati, sono interessati a una discussione più ampia e stimolante. Di questi cito Cajelli e Recchioni.
Il primo risponde a Storai: Il tuo fastidio lo capisco, sia chiaro. Però, secondo me, non è un attacco verso di te. … E' un "attacco" alla "tua categoria". Per "categoria" intendo: un disegnatore emergente, con diverse esperienze alle spalle, impegnato in progetti alternativi. ovvero il disegnatore che di solito lavora o può lavorare per Becco Giallo.
Recchioni: Il problema non è che "La Becco Giallo fa i libri sui morti". Il problema, alle volte (e non sempre perché ci sono ottimi libri nel catalogo Becco Giallo) è quello che gli autori hanno da dire a riguardo.
(va da sé che qui sto facendo una sintesi brutale: consiglio di leggere integralmente gli interventi – vedi links sopra – fra cui quelli di Cajelli e Recchioni).
Ora scopro subito le mie carte: come difensore del BeccoG vanto scarsa credibilità per le mie collaborazioni con loro. Inoltre (lo scrissi già in passato) non posso negare che anche solo inconsapevolmente il mio rapporto con Guido Ostanel e Federico Zaghis potrebbe deviare il mio giudizio verso il positivo: son tutte cose che ammetto per trasparenza. In ogni caso proverò a essere il più obbiettivo possibile; e riprenderò in parte considerazioni che feci in altri interventi, ivi comprese cose che ho raccontato poche settimane fa in un’intervista fattami da Carlo Gubitosa.
Come scrittore e mediattivista nasco con i giorni del G8 genovese del luglio 2001. Poco dopo quei fatti fu un mio caro amico a chiedermi di scrivere per un sito internet di informazione alternativa da lui creato. Da lì poi è nato anche reti-invisibili eccetera. Ciò che ne è seguito è sempre conseguenza del percorso nato a Genova, ve la faccio breve, la mia bio non credo interessi a nessuno (neanche a me, dopotutto: ma in quest’occasione è necessaria, a corollario di quanto dicevo al capoverso precedente).
Lettore di fumetti lo sono da sempre. Alla fine dei ’90 cominciarono ad apparire in internet i primi forum di discussione sui comics; in questo ambito fui avvicinato da Marco Rizzo, che stava lavorando sul suo fumetto su Ilaria Alpi. Se non sbaglio era il 2007: Marco mi conosceva come coordinatore di reti-invisibili, sapeva che avevo già intervistato i genitori di Ilaria e mi chiese di occuparmi dei redazionali. Da qui nacque la mia conoscenza con Guido e Federico del BeccoGiallo, che negli anni seguenti mi affidarono la cura di altri apparati: dopo Ilaria Alpi, il prezzo della verità per loro ho seguito Dossier Genova/G8, Il delitto Pasolini, Peppino Impastato, un giullare contro la mafia. Poi sono arrivate le sceneggiature: Piazza Fontana, disegni di Matteo Fenoglio, e Carlo Giuliani, il ribelle di Genova, disegni di Manuel De Carli.
Ho già parlato troppo di me, ma almeno ho chiarito il mio “conflitto d’interessi” come “difensore” del BeccoGiallo. E veniamo al dunque: stiamo parlando di un editore “sciacallo” o “pappa cadavere”, tanto da poter essere chiamato “BecchinoGiallo? Per loro, per i loro autori, “i personaggi di cui parlano sono SOLTANTO dei morti” (per citare qualche commento dal blog di Interdonato)? E sulla qualità media dei prodotti della casa editrice padovana che dire?
Davide Occhicone ricorda una sua recensione di Thyssenkrupp (Di Virgilio – De Carli) in cui, già un paio d’anni fa, affrontava la questione con pacatezza e senso della misura: Le critiche hanno spesso riguardato la qualita’ delle opere e l’opportunita’ di occuparsi di determinati argomenti (e solo di quelli) magari dando l’impressione di voler speculare su eventi luttuosi. La questione qualita’ … e’ indubbio che, anche solo quella “grafica”, in alcuni volumi non e’ propriamente eccelsa … Il discorso “opportunita’” e’ forse ancora piu’ semplice … E’ da finte educande scandalizzarsi o accusare la Becco Giallo di “approfittare” di tali tragedie (neanche fossero fonti di chissa’ quali guadagni miliardari…). Come linea editoriale sara’ vincente o perdente (lo decide il mercato), ma e’ sicuramente legittima; e non e’ il raccontare una storia realmente avvenuta a rendere un fumetto morboso (o di successo). … Va da se’ … che le ultime uscite … stanno mostrando, a parziale risposta al primo gruppo di critiche, anche un discreto salto in avanti per quel che riguarda la media della qualita’ sia dei testi che dei disegni e, infine, anche per stampa e qualita’ editoriale.
Preciso: io non sono un lettore onnivoro del Becco. A parte le cose scritte da me (o comunque su cui ho collaborato) ho letto anche altra roba loro, ma non tutto. Alcuni libri mi son piaciuti, altri meno; e sicuramente nel loro catalogo ci saranno lavori più riusciti, altri meno e ciofeche pazzesche: è fisiologico che i risultati artistici siano altalenanti; a mio avviso rientra nei normali rischi di qualsiasi catalogo a cui si cerchi di dare un’impronta “a tema”.
Ma il punto è che di “instant book” nella loro lista-uscite non ne ricordo (oddio, forse il recente su Assange). C’è una scientifica attenzione a far cadere le uscite in corrispondenza di anniversari, certo. E anche questo mi sembra normale: è un atteggiamento pragmatico, non lo definirei né sciacallaggio né cinismo: ormai si tratta di sopravvivenza editoriale, per BeccoG come per altri. Infatti vorrei mi si spiegasse perché dovrei valutare diversamente l’operazione di Rizzoli Lizard che pubblicherà il libro sul decennale dell’11 settembre, con tanto di corazzata mediatica/pubblicitaria già in azione da giorni (fermi tutti: so benissimo che in quel lavoro ci saranno Bilal, Mattotti, Spiegelman e altri grandi nomi che NON sto accusando di sciacallaggio o altro: qui stiamo parlando dell’approccio di case editrici verso lutti o tragedie e dello “sfruttamento” – anche commerciale – degli anniversari: in questo vedo l’analogia). E Carlo Lucarelli era solo il becchino di Blu Notte? Ci sarebbero molti altri esempi, anche restando solo nel campo fumettistico. Forse le cose sono un po’ più complesse…
Sia chiaro: non credo che Guido e Federico siano santi o eroi dell’informazione. Hanno il loro tornaconto dal proprio catalogo? Certamente sì, altrimenti starebbero già vendendo collanine lungo le vie di Padova. Ma, come osservava con altre parole Occhicone nel passaggio che ho citato sopra, non si diventa belli ricchi e famosi scrivendo di stragi e morti ammazzati. Questo posso confermarlo personalmente, al di là delle mie collaborazioni con l’editore: da quando seguo queste vicende e coordino reti-invisibili.net ho conosciuto i familiari di Fausto e Iaio, il fratello di Impastato, la mamma di Federico Aldrovandi, i familiari delle stragi di Piazza Fontana, Ustica, Piazza Della Loggia, Via dei Georgofili, i genitori di Ilaria Alpi, i ragazzi pestati alla Diaz o i genitori di Carlo Giuliani e altri ancora: i benefici che ne ho tratto non sono visibili dal conto corrente…
Quando si parla (o scrive) di certi fatti si “gioca” anche sul dolore di persone vive che ricordano quelle morte, e Guido e Federico lo sanno. Almeno per quanto riguarda i progetti che ho seguito direttamente posso testimoniarlo: Il fumetto su Genova di Gloria Bardi e Gabriele Gamberini era completato da una mia intervista a Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (del Comitato Verità e Giustizia per Genova) e anche in quel caso il Comitato fu coinvolto nel progetto. Idem dicasi per Peppino Impastato, con contatti con Salvo Vitale, storico compagno di Peppino, e col fratello di Peppino (quest’ultimo coinvolto direttamente da Marco Rizzo). Su Ilaria Alpi ho già detto (e confermo che i genitori di Ilaria – all’epoca era ancora vivo anche il padre Giorgio – furono soddisfatti del lavoro). Al fumetto sulla strage di Bologna non collaborai (all’epoca non conoscevo neppure il BeccoGiallo), ma ricordo che Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime di quella strage, espresse apprezzamento per il lavoro, per il quale scrisse un intervento. Per i due libri che ho sceneggiato posso dire che fin dall’inizio io e i miei “compagni di viaggio” (Matteo e Manuel) abbiamo contattato gli interessati: nel primo caso l’associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana, nel secondo i familiari di Carlo Giuliani.
Intendo dire che, per quanto a mia conoscenza, da parte del BeccoGiallo c’è stata la doverosa attenzione di contattare quelle persone che si sarebbero sentite coinvolte (e, in ipotesi, ferite) dalla trattazione dell’argomento. E questo è tutto fuorchè sciacallaggio. In Guido e Federico ho conosciuto due persone appassionate, dotate di spiccata coscienza civile e con un sincero interessamento verso le tematiche che volevano trattare.
Ma è davvero così difficile concepire che in Italia si possa fare fumetto con un approccio che non sia né il “pop” bonelliano né l’intimismo (scusate il terribile termine: non me ne viene uno migliore…) della Coconino? Magari parlando di realtà, di storia (italiana e non solo). Magari con un taglio divulgativo, ma laddove “divulgativo” non ha un’accezione dispregiativa né è da leggersi in contrasto con “autoriale”…
Non capisco perché non lo si capisca. E ancor più non comprendo perché questo “disagio” debba alimentare la tendenza allo “sputtanamento livoroso” (definizione azzeccata che ho letto in qualche commento del blog di Interdonato, purtroppo ora non trovo il post per citare l’autore). Per fare crescere il media fumetto non è necessario introiettare le peggiori abitudini di altri media (la macchina del fango non è stata inventata dalla politica).
Resta ancora poco da dire (coraggio, ho quasi finito…). Innanzitutto: solidarietà a La Provitera e Storai, gli autori coinvolti nella “goliardata” di Interdonato. Non conosco i due interessati (né loro né i loro lavori, intendo) ciò non toglie che la solidarietà è sincera (e per fortuna altri – ho visto – gliel’hanno già espressa).
In secondo luogo: ho visto che nella cover-fake di Amy Winehouse è stata utilizzata come sfondo la cover di Manuel De Carli per Carlo Giuliani, il ribelle di Genova. Anche in questo caso mi sembra un atteggiamento poco rispettoso, ma sembra che clonare la cover di Manuel sia uno sport nazionale, di questi tempi (lo so, sono criptico: Manuel, tu mi hai capito e questo conta… Si vede che la tua cover è proprio piaciuta…).
Ho scritto quanto volevo scrivere. Sull’argomento non ci saranno altri miei interventi, con sollievo di quanti hanno avuto la pazienza di leggere fin qui. Godete gente: abbiamo finito di perder tempo.
Francesco “baro” Barilli
Scrivo in ritardo perché quando è uscita “la faccenda” (tranquilli: tra un po’ spiego tutto… e comunque dal titolo dovrebbe esservi già chiaro) ero in ferie. Della notizia ho saputo telefonicamente da un amico.
La lunga premessa, invece, vi arriva un po’ perché c’è parecchio da dire, un po’ perché saranno necessarie spiegazioni su “perché” e “come” scrivo questo pezzo, un po’ perché sono fatto così, punto. Inoltre, vi avverto che per seguire davvero tutto dovrete fare uno slalom fra links e citazioni che fra poco troverete, costringendovi a una lettura lunga e complessa (restando forse alla fine col pensiero che sia io sia voi potevamo usare meglio il nostro tempo).
La “faccenda” consiste in uno “scherzo” di Paolo Interdonato sul suo blog: un articolo in cui Interdonato ha “inventato” un libro (“Amy Winehouse. Fatta di musica”) attribuendolo a due autori e un editore reali (Andrea La Provitera, Niccolò Storai, BeccoGiallo).
La burla è in due tempi: prima la “goliardata” (qui); poi il momento in cui si “svela il messaggio” (qui), messaggio che Interdonato stesso sintetizza così: “Ho recensito un libro che non mi interesserebbe, edito da una casa editrice che reputo progettualmente agghiacciante, scritto disegnato e prefato da gente il cui lavoro preferisco ignorare” (rimando ai links precedenti per la lettura integrale).
Se volete approfondire, oltre ai due links succitati potete leggere diversi interventi (e i relativi commenti degli utenti in ogni blog):
Roberto Recchioni (prima qui e successivamente qui)
Michele Ginevra
Diego Cajelli
Giorgio Messina
(sicuramente qualcuno mi sfugge: ho linkato solo gli interventi che ho visto).
In questi interventi troverete un panorama assai variegato di opinioni. Alcuni attaccano BeccoGiallo, altri la difendono. C’è chi va dritto al punto: In sostanza è un attacco a Becco Giallo e ai suoi autori mascherato da scherzo; o ancora: La "satira" di Spari contiene un giudizio verso Becco Giallo riassumibile in "sciacallo" e verso gli autori citati. riassumibile in "mercenari disposti a tutto per un minimo di visibilità".
Altri hanno pareri più articolati, sono interessati a una discussione più ampia e stimolante. Di questi cito Cajelli e Recchioni.
Il primo risponde a Storai: Il tuo fastidio lo capisco, sia chiaro. Però, secondo me, non è un attacco verso di te. … E' un "attacco" alla "tua categoria". Per "categoria" intendo: un disegnatore emergente, con diverse esperienze alle spalle, impegnato in progetti alternativi. ovvero il disegnatore che di solito lavora o può lavorare per Becco Giallo.
Recchioni: Il problema non è che "La Becco Giallo fa i libri sui morti". Il problema, alle volte (e non sempre perché ci sono ottimi libri nel catalogo Becco Giallo) è quello che gli autori hanno da dire a riguardo.
(va da sé che qui sto facendo una sintesi brutale: consiglio di leggere integralmente gli interventi – vedi links sopra – fra cui quelli di Cajelli e Recchioni).
Ora scopro subito le mie carte: come difensore del BeccoG vanto scarsa credibilità per le mie collaborazioni con loro. Inoltre (lo scrissi già in passato) non posso negare che anche solo inconsapevolmente il mio rapporto con Guido Ostanel e Federico Zaghis potrebbe deviare il mio giudizio verso il positivo: son tutte cose che ammetto per trasparenza. In ogni caso proverò a essere il più obbiettivo possibile; e riprenderò in parte considerazioni che feci in altri interventi, ivi comprese cose che ho raccontato poche settimane fa in un’intervista fattami da Carlo Gubitosa.
Come scrittore e mediattivista nasco con i giorni del G8 genovese del luglio 2001. Poco dopo quei fatti fu un mio caro amico a chiedermi di scrivere per un sito internet di informazione alternativa da lui creato. Da lì poi è nato anche reti-invisibili eccetera. Ciò che ne è seguito è sempre conseguenza del percorso nato a Genova, ve la faccio breve, la mia bio non credo interessi a nessuno (neanche a me, dopotutto: ma in quest’occasione è necessaria, a corollario di quanto dicevo al capoverso precedente).
Lettore di fumetti lo sono da sempre. Alla fine dei ’90 cominciarono ad apparire in internet i primi forum di discussione sui comics; in questo ambito fui avvicinato da Marco Rizzo, che stava lavorando sul suo fumetto su Ilaria Alpi. Se non sbaglio era il 2007: Marco mi conosceva come coordinatore di reti-invisibili, sapeva che avevo già intervistato i genitori di Ilaria e mi chiese di occuparmi dei redazionali. Da qui nacque la mia conoscenza con Guido e Federico del BeccoGiallo, che negli anni seguenti mi affidarono la cura di altri apparati: dopo Ilaria Alpi, il prezzo della verità per loro ho seguito Dossier Genova/G8, Il delitto Pasolini, Peppino Impastato, un giullare contro la mafia. Poi sono arrivate le sceneggiature: Piazza Fontana, disegni di Matteo Fenoglio, e Carlo Giuliani, il ribelle di Genova, disegni di Manuel De Carli.
Ho già parlato troppo di me, ma almeno ho chiarito il mio “conflitto d’interessi” come “difensore” del BeccoGiallo. E veniamo al dunque: stiamo parlando di un editore “sciacallo” o “pappa cadavere”, tanto da poter essere chiamato “BecchinoGiallo? Per loro, per i loro autori, “i personaggi di cui parlano sono SOLTANTO dei morti” (per citare qualche commento dal blog di Interdonato)? E sulla qualità media dei prodotti della casa editrice padovana che dire?
Davide Occhicone ricorda una sua recensione di Thyssenkrupp (Di Virgilio – De Carli) in cui, già un paio d’anni fa, affrontava la questione con pacatezza e senso della misura: Le critiche hanno spesso riguardato la qualita’ delle opere e l’opportunita’ di occuparsi di determinati argomenti (e solo di quelli) magari dando l’impressione di voler speculare su eventi luttuosi. La questione qualita’ … e’ indubbio che, anche solo quella “grafica”, in alcuni volumi non e’ propriamente eccelsa … Il discorso “opportunita’” e’ forse ancora piu’ semplice … E’ da finte educande scandalizzarsi o accusare la Becco Giallo di “approfittare” di tali tragedie (neanche fossero fonti di chissa’ quali guadagni miliardari…). Come linea editoriale sara’ vincente o perdente (lo decide il mercato), ma e’ sicuramente legittima; e non e’ il raccontare una storia realmente avvenuta a rendere un fumetto morboso (o di successo). … Va da se’ … che le ultime uscite … stanno mostrando, a parziale risposta al primo gruppo di critiche, anche un discreto salto in avanti per quel che riguarda la media della qualita’ sia dei testi che dei disegni e, infine, anche per stampa e qualita’ editoriale.
Preciso: io non sono un lettore onnivoro del Becco. A parte le cose scritte da me (o comunque su cui ho collaborato) ho letto anche altra roba loro, ma non tutto. Alcuni libri mi son piaciuti, altri meno; e sicuramente nel loro catalogo ci saranno lavori più riusciti, altri meno e ciofeche pazzesche: è fisiologico che i risultati artistici siano altalenanti; a mio avviso rientra nei normali rischi di qualsiasi catalogo a cui si cerchi di dare un’impronta “a tema”.
Ma il punto è che di “instant book” nella loro lista-uscite non ne ricordo (oddio, forse il recente su Assange). C’è una scientifica attenzione a far cadere le uscite in corrispondenza di anniversari, certo. E anche questo mi sembra normale: è un atteggiamento pragmatico, non lo definirei né sciacallaggio né cinismo: ormai si tratta di sopravvivenza editoriale, per BeccoG come per altri. Infatti vorrei mi si spiegasse perché dovrei valutare diversamente l’operazione di Rizzoli Lizard che pubblicherà il libro sul decennale dell’11 settembre, con tanto di corazzata mediatica/pubblicitaria già in azione da giorni (fermi tutti: so benissimo che in quel lavoro ci saranno Bilal, Mattotti, Spiegelman e altri grandi nomi che NON sto accusando di sciacallaggio o altro: qui stiamo parlando dell’approccio di case editrici verso lutti o tragedie e dello “sfruttamento” – anche commerciale – degli anniversari: in questo vedo l’analogia). E Carlo Lucarelli era solo il becchino di Blu Notte? Ci sarebbero molti altri esempi, anche restando solo nel campo fumettistico. Forse le cose sono un po’ più complesse…
Sia chiaro: non credo che Guido e Federico siano santi o eroi dell’informazione. Hanno il loro tornaconto dal proprio catalogo? Certamente sì, altrimenti starebbero già vendendo collanine lungo le vie di Padova. Ma, come osservava con altre parole Occhicone nel passaggio che ho citato sopra, non si diventa belli ricchi e famosi scrivendo di stragi e morti ammazzati. Questo posso confermarlo personalmente, al di là delle mie collaborazioni con l’editore: da quando seguo queste vicende e coordino reti-invisibili.net ho conosciuto i familiari di Fausto e Iaio, il fratello di Impastato, la mamma di Federico Aldrovandi, i familiari delle stragi di Piazza Fontana, Ustica, Piazza Della Loggia, Via dei Georgofili, i genitori di Ilaria Alpi, i ragazzi pestati alla Diaz o i genitori di Carlo Giuliani e altri ancora: i benefici che ne ho tratto non sono visibili dal conto corrente…
Quando si parla (o scrive) di certi fatti si “gioca” anche sul dolore di persone vive che ricordano quelle morte, e Guido e Federico lo sanno. Almeno per quanto riguarda i progetti che ho seguito direttamente posso testimoniarlo: Il fumetto su Genova di Gloria Bardi e Gabriele Gamberini era completato da una mia intervista a Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (del Comitato Verità e Giustizia per Genova) e anche in quel caso il Comitato fu coinvolto nel progetto. Idem dicasi per Peppino Impastato, con contatti con Salvo Vitale, storico compagno di Peppino, e col fratello di Peppino (quest’ultimo coinvolto direttamente da Marco Rizzo). Su Ilaria Alpi ho già detto (e confermo che i genitori di Ilaria – all’epoca era ancora vivo anche il padre Giorgio – furono soddisfatti del lavoro). Al fumetto sulla strage di Bologna non collaborai (all’epoca non conoscevo neppure il BeccoGiallo), ma ricordo che Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime di quella strage, espresse apprezzamento per il lavoro, per il quale scrisse un intervento. Per i due libri che ho sceneggiato posso dire che fin dall’inizio io e i miei “compagni di viaggio” (Matteo e Manuel) abbiamo contattato gli interessati: nel primo caso l’associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana, nel secondo i familiari di Carlo Giuliani.
Intendo dire che, per quanto a mia conoscenza, da parte del BeccoGiallo c’è stata la doverosa attenzione di contattare quelle persone che si sarebbero sentite coinvolte (e, in ipotesi, ferite) dalla trattazione dell’argomento. E questo è tutto fuorchè sciacallaggio. In Guido e Federico ho conosciuto due persone appassionate, dotate di spiccata coscienza civile e con un sincero interessamento verso le tematiche che volevano trattare.
Ma è davvero così difficile concepire che in Italia si possa fare fumetto con un approccio che non sia né il “pop” bonelliano né l’intimismo (scusate il terribile termine: non me ne viene uno migliore…) della Coconino? Magari parlando di realtà, di storia (italiana e non solo). Magari con un taglio divulgativo, ma laddove “divulgativo” non ha un’accezione dispregiativa né è da leggersi in contrasto con “autoriale”…
Non capisco perché non lo si capisca. E ancor più non comprendo perché questo “disagio” debba alimentare la tendenza allo “sputtanamento livoroso” (definizione azzeccata che ho letto in qualche commento del blog di Interdonato, purtroppo ora non trovo il post per citare l’autore). Per fare crescere il media fumetto non è necessario introiettare le peggiori abitudini di altri media (la macchina del fango non è stata inventata dalla politica).
Resta ancora poco da dire (coraggio, ho quasi finito…). Innanzitutto: solidarietà a La Provitera e Storai, gli autori coinvolti nella “goliardata” di Interdonato. Non conosco i due interessati (né loro né i loro lavori, intendo) ciò non toglie che la solidarietà è sincera (e per fortuna altri – ho visto – gliel’hanno già espressa).
In secondo luogo: ho visto che nella cover-fake di Amy Winehouse è stata utilizzata come sfondo la cover di Manuel De Carli per Carlo Giuliani, il ribelle di Genova. Anche in questo caso mi sembra un atteggiamento poco rispettoso, ma sembra che clonare la cover di Manuel sia uno sport nazionale, di questi tempi (lo so, sono criptico: Manuel, tu mi hai capito e questo conta… Si vede che la tua cover è proprio piaciuta…).
Ho scritto quanto volevo scrivere. Sull’argomento non ci saranno altri miei interventi, con sollievo di quanti hanno avuto la pazienza di leggere fin qui. Godete gente: abbiamo finito di perder tempo.
Francesco “baro” Barilli
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giovedì 4 agosto 2011
Commenti, novità, presentazioni su “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” - parte 5
A questo link trovate l’intervista che Carlo Gubitosa mi ha fatto per mamma.am. Nell’intervista parlo sia di “Carlo Giuliani” che di “Piazza Fontana”, dei miei amici Manuel e Matteo, della mia “idea di fumetto”… Di tante cose, insomma, a costo di annoiarvi…
C’era anche un’altra bella intervista, stavolta a Manuel (realizzata da radio città aperta proprio il 20 luglio 2011, nell’anniversario), ma purtroppo non riesco a postarla (e se qualcuno a questo punto dice “hah! E questo sarebbe un mediattivista?!” ha perfettamente ragione).
Per chiudere, una segnalazione:
“SABATO 27 AGOSTO
- ore 19.15 Aperitivo con l'autore
Tiziano Tosarelli incontra Francesco Barilli, coautore della graphic novel "Carlo Giuliani: il ribelle di Genova" Beccogiallo 2011 e uno degli scrittori del libro collettivo “Per sempre ragazzo” Tropea 2011 - con la partecipazione di Marco Trotta, giornalista di Carta.org”
(tutto questo alla festa di Liberazione di Imola)
C’era anche un’altra bella intervista, stavolta a Manuel (realizzata da radio città aperta proprio il 20 luglio 2011, nell’anniversario), ma purtroppo non riesco a postarla (e se qualcuno a questo punto dice “hah! E questo sarebbe un mediattivista?!” ha perfettamente ragione).
Per chiudere, una segnalazione:
“SABATO 27 AGOSTO
- ore 19.15 Aperitivo con l'autore
Tiziano Tosarelli incontra Francesco Barilli, coautore della graphic novel "Carlo Giuliani: il ribelle di Genova" Beccogiallo 2011 e uno degli scrittori del libro collettivo “Per sempre ragazzo” Tropea 2011 - con la partecipazione di Marco Trotta, giornalista di Carta.org”
(tutto questo alla festa di Liberazione di Imola)
sabato 30 luglio 2011
Intervista a Manuel De Carli
Una bella intervista a Manuel De Carli,
mio amico e coautore di "Carlo Giuliani, il ribelle di Genova". E'
anche un'occasione per parlare del fumetto come arte, come forma
espressiva, per capire la passione e la professionalità di Manuel:
leggetela.
Norvegia: il dolore e l’ipocrisia
Mi fa un certo effetto scrivere di un fatto terribile come quello
avvenuto in Norvegia pochi giorni fa; me ne fa ancora di più pensando
che tutti ne hanno già parlato, dicendo tutto quello che c’era da dire.
Sulla strage in sé; sul ritratto psicologico e “ideale” dell’omicida;
sul riflesso pavloviano che ha portato i giornali di destra ad
attribuire inizialmente la strage al fondamentalismo islamico; sul
riflesso (questo tutt’altro che pavloviano) che ha portato
successivamente gli stessi quotidiani ad ardite elucubrazioni di
pensiero per dire che, in fondo, la strage di Oslo e Utoya non deve
farci riflettere sul fondamentalismo cristiano, ma sul multiculturalismo
(Allam, Nirenstein), sulla presunta pavidità antropoligica delle nuove
generazioni (Feltri), sull’inadeguatezza della pena (21 o forse
trent’anni) prevista per Breivik. E taccio di Borghezio, che un merito
l’ha avuto (vedremo in seguito…).
Siccome, dicevo, più o meno è stato già scritto tutto, nel bene e nel male, aggiungo i miei due cents di contributo come riflessioni sparse.
1. Generalmente chi come me è convinto della natura rieducativa della detenzione (ed è quindi contrario tanto alla pena di morte quanto all’ergastolo) è accusato da destra di buonismo; nel migliore dei casi viene bollato come un inguaribile sognatore, privo di quel senso pratico che dovrebbe farci capire che la vita è dura e pretende a volte durezza nelle nostre decisioni conseguenti (non è così, in sostanza, che si giustificano anche le guerre?). Proverò dunque ad affrontare l’argomento proprio con “sano pragmatismo”, senza ricorrere al profilo etico che mi fa essere contrario in via di principio a una concezione punitiva della pena.
Innanzitutto: di stragi perpetrate da folli solitari (posto che davvero l’episodio norvegese sia così inquadrabile) ne avvengono anche in paesi che prevedono pene elevatissime fino a quella capitale. Gli USA ne sono un perfetto esempio: non mi sembra che neppure la pena di morte funzioni da deterrente; del resto è nella natura umana che proprio i folli non fermino le proprie azioni per paura delle conseguenze.
L’ho già detto in altra occasione: se davvero esiste il buonismo, certamente esiste il cattivismo. E sono un po’ stufo di vedere considerato il secondo meno grave e soprattutto più “realista” del primo. Quindi mi limito a ricordare che in paesi come la Norvegia (così come in tutte quelle realtà che sperimentano un carcere non tanto – o non solo – “più umano”, ma imperniato sul recupero del condannato) il tasso di recidiva è un terzo del nostro.
Ma, m’accorgo, tutto questo mio delirio sulla “umanità della pena” poteva essere più efficacemente sintetizzato da questa bellissima frase di Tore Sinding Bekkedal, sopravvissuto di Utoya (trovata sul web): “Vi prego, non fatemi leggere messaggi pieni di rancore, di sostegno alla pena di morte, o qualcosa di simile. Se qualcuno crede che qualcosa migliorerà uccidendo questa piccola persona triste, ha profondamente torto”. E, aggiungo io, se qualcuno a questo punto è ancora interessato al dibattito “21 anni?, 30 anni?, ergastolo?” è inutile che io prosegua…
2. Fermo restando quanto detto sopra, fa specie leggere così tanti sinceri “liberalgarantisti” chiedere la pena capitale per Breivik e applaudire convintamente una norma che porta a 18 mesi la detenzione nei CIE per soggetti che non hanno commesso nessun reato. E desta uguale amarezza pensare che gli stessi commentatori “liberalgarantisti” non si siano mai stracciati le vesti, ch’io sappia, per il fatto che le stragi italiane da Piazza Fontana al Rapido 904 siano rimaste con poche eccezioni prive di colpevoli consegnati alle patrie galere. Mi verrebbe da aggiungere un capitolo sui “cattivi maestri” del terrorismo neofascista (una postilla: chissà perché quando si parla di cattivi maestri si allude solo a quelli riconducibili – anche con molte forzature – al brigatismo…) e su cosa facciano oggi. Quel capitolo non lo aprirò. Dirò solo che molti sono tuttora in vita e “accomodati” in postazioni ancora più confortevoli del “carcere a 5 stelle” (così è stato definito) dove è confinato Breivik.
3. Di solito dopo le stragi la condanna è unanime. Verso gli attentatori, ma pure verso la loro matrice ideologica. Nel “caso Norvegia” così non è stato e tutti si sono affrettati a definire Breivik un pazzo isolato, punto. Che il massacratore di Oslo e Utoya sia mentalmente disturbato è certo e che abbia agito da solo probabile. Ma che dietro il suo gesto ci sia un’ideologia, un “movente culturale”, è altrettanto pacifico: l’ha spiegato lui stesso, molto chiaramente. L’etichetta di cristiano fondamentalista se l’è attaccata da solo, e una parolina di condanna anche in questa direzione non avrebbe stonato.
4. Quasi dimenticavo “il merito” di Borghezio. Ebbene, è stato l’unico ad ammettere candidamente che qui in Italia le teorie di Breivik (le teorie, certo, non la follia omicida) sono entrate da parecchi anni nel lessico comune ad ogni livello, fino ai palazzi più alti della politica, proprio grazie alla Lega. Quelle teorie che non provocano sdegno negli italiani, fino a quando non arriva il “pazzo isolato” a farcene capire le conseguenze più estreme e definitive.
Francesco “baro” Barilli
Siccome, dicevo, più o meno è stato già scritto tutto, nel bene e nel male, aggiungo i miei due cents di contributo come riflessioni sparse.
1. Generalmente chi come me è convinto della natura rieducativa della detenzione (ed è quindi contrario tanto alla pena di morte quanto all’ergastolo) è accusato da destra di buonismo; nel migliore dei casi viene bollato come un inguaribile sognatore, privo di quel senso pratico che dovrebbe farci capire che la vita è dura e pretende a volte durezza nelle nostre decisioni conseguenti (non è così, in sostanza, che si giustificano anche le guerre?). Proverò dunque ad affrontare l’argomento proprio con “sano pragmatismo”, senza ricorrere al profilo etico che mi fa essere contrario in via di principio a una concezione punitiva della pena.
Innanzitutto: di stragi perpetrate da folli solitari (posto che davvero l’episodio norvegese sia così inquadrabile) ne avvengono anche in paesi che prevedono pene elevatissime fino a quella capitale. Gli USA ne sono un perfetto esempio: non mi sembra che neppure la pena di morte funzioni da deterrente; del resto è nella natura umana che proprio i folli non fermino le proprie azioni per paura delle conseguenze.
L’ho già detto in altra occasione: se davvero esiste il buonismo, certamente esiste il cattivismo. E sono un po’ stufo di vedere considerato il secondo meno grave e soprattutto più “realista” del primo. Quindi mi limito a ricordare che in paesi come la Norvegia (così come in tutte quelle realtà che sperimentano un carcere non tanto – o non solo – “più umano”, ma imperniato sul recupero del condannato) il tasso di recidiva è un terzo del nostro.
Ma, m’accorgo, tutto questo mio delirio sulla “umanità della pena” poteva essere più efficacemente sintetizzato da questa bellissima frase di Tore Sinding Bekkedal, sopravvissuto di Utoya (trovata sul web): “Vi prego, non fatemi leggere messaggi pieni di rancore, di sostegno alla pena di morte, o qualcosa di simile. Se qualcuno crede che qualcosa migliorerà uccidendo questa piccola persona triste, ha profondamente torto”. E, aggiungo io, se qualcuno a questo punto è ancora interessato al dibattito “21 anni?, 30 anni?, ergastolo?” è inutile che io prosegua…
2. Fermo restando quanto detto sopra, fa specie leggere così tanti sinceri “liberalgarantisti” chiedere la pena capitale per Breivik e applaudire convintamente una norma che porta a 18 mesi la detenzione nei CIE per soggetti che non hanno commesso nessun reato. E desta uguale amarezza pensare che gli stessi commentatori “liberalgarantisti” non si siano mai stracciati le vesti, ch’io sappia, per il fatto che le stragi italiane da Piazza Fontana al Rapido 904 siano rimaste con poche eccezioni prive di colpevoli consegnati alle patrie galere. Mi verrebbe da aggiungere un capitolo sui “cattivi maestri” del terrorismo neofascista (una postilla: chissà perché quando si parla di cattivi maestri si allude solo a quelli riconducibili – anche con molte forzature – al brigatismo…) e su cosa facciano oggi. Quel capitolo non lo aprirò. Dirò solo che molti sono tuttora in vita e “accomodati” in postazioni ancora più confortevoli del “carcere a 5 stelle” (così è stato definito) dove è confinato Breivik.
3. Di solito dopo le stragi la condanna è unanime. Verso gli attentatori, ma pure verso la loro matrice ideologica. Nel “caso Norvegia” così non è stato e tutti si sono affrettati a definire Breivik un pazzo isolato, punto. Che il massacratore di Oslo e Utoya sia mentalmente disturbato è certo e che abbia agito da solo probabile. Ma che dietro il suo gesto ci sia un’ideologia, un “movente culturale”, è altrettanto pacifico: l’ha spiegato lui stesso, molto chiaramente. L’etichetta di cristiano fondamentalista se l’è attaccata da solo, e una parolina di condanna anche in questa direzione non avrebbe stonato.
4. Quasi dimenticavo “il merito” di Borghezio. Ebbene, è stato l’unico ad ammettere candidamente che qui in Italia le teorie di Breivik (le teorie, certo, non la follia omicida) sono entrate da parecchi anni nel lessico comune ad ogni livello, fino ai palazzi più alti della politica, proprio grazie alla Lega. Quelle teorie che non provocano sdegno negli italiani, fino a quando non arriva il “pazzo isolato” a farcene capire le conseguenze più estreme e definitive.
Francesco “baro” Barilli
domenica 24 luglio 2011
Commenti, novità, presentazioni su “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” - parte 4
Intervista a Manuel De Carli e a Giuliano Giuliani su "L'Adige" del 24 luglio 2011
Di seguito: alcune foto della presentazione a Genova del 16 luglio.
Di seguito: alcune foto della presentazione a Genova del 16 luglio.
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