Un anno fa mi trovai a parlare con un mio amico del primo numero di Orfani (serie Bonelli scritta da Roberto Recchioni). Lui mi disse - cito a braccio: “non m’è piaciuto. E ho trovato pericolosamente fascista il suo messaggio”. Io sospesi il giudizio; e, pensai, avrei scritto un commento dopo la fine del primo ciclo narrativo (recentemente arrivata col n. 12). Per casini di tempo avevo poi rinunciato all’idea, successivamente la bella recensione di Matteo Stefanelli mi ha stimolato altre riflessioni facendomi tornare sui miei passi. Ed eccomi qui…
(una precisazione: quando dico “la bella recensione di Stefanelli” intendo dire che leggendola emergono competenza, professionalità e onestà intellettuale di chi l’ha scritta; non significa che io sia completamente d’accordo)
Dunque: m’è piaciuto Orfani? Ho trovato il suo messaggio “pericolosamente fascista”?
Alla prima domanda: sì, m’è piaciuto. In un modo “visceralmente strano”. In quest’anno è stato forse l’unico fumetto di cui attendevo con ansia l’uscita e che leggevo non appena in mio possesso (gli altri generalmente si accumulano su scrivania e comodino, arrivando alla lettura solo quando una delle due pile minaccia il crollo…). Considerando il poco tempo che ho a disposizione, questo è un gran complimento verso il lavoro di Recchioni (e pure verso i disegnatori, s’intende).
In Orfani ho trovato un fumetto avvincente, dalla lettura scorrevole, graficamente riuscitissimo, innovativo rispetto ai canoni bonelliani. Il tempo di lettura veloce, su cui si sofferma ampiamente Stefanelli, non m’è sembrato un difetto: è una scelta stilistica che Recchioni ha volutamente adottato e coerentemente perseguito.
Peraltro, mi sembra si possa dire che il fumetto seriale da tempo sia segnato dalla ricerca di un ritmo sempre più veloce e incalzante. E pure l’osservazione di Stefanelli circa la periodicità mensile (se ho correttamente interpretato il suo pensiero, questa sarebbe inadatta a una fruizione veloce da parte del lettore, che dovrebbe essere stimolato da uscite più ravvicinate) non mi trova concorde: si veda lo standard di molte pubblicazioni Marvel, analogamente mensili e analogamente segnate da tempi di lettura assai veloci rispetto a quanto la “casa delle idee” ci aveva abituati anni fa.
(sarebbe interessante approfondire la questione sul tempo di lettura. O, meglio, sarebbe interessante riflettere su quanto sia il nostro linguaggio – e di conseguenza il “linguaggio narrativo” in ogni mezzo espressivo – ad essersi fatto sempre più veloce e incalzante. Probabilmente è la vita stessa ad essersi fatta più frenetica, e anche il nostro “raccontare storie” si adegua di conseguenza, in un cambiamento che è antropologico prima che stilistico… Sarebbe interessante, ripeto, ma dispersivo in questo che vuole essere solo un commento ai primi 12 numeri di Orfani. Lasciamo quindi la riflessione nel cassetto e procediamo oltre)
Veniamo al secondo quesito, sul “messaggio” di Orfani.
La maggior parte di chi sta leggendo questa recensione credo conosca già la prima stagione della serie, per cui mi limito a una sintesi, brutale e certamente lacunosa, per gli altri.
Nel primo numero un attacco terroristico di origine aliena provoca migliaia di vittime in tutto il mondo. Alcuni ragazzini sopravvissuti vengono quindi addestrati come “forza speciale”. Devono diventare soldati spietati, un corpo d’élite fisicamente e strategicamente ineccepibile (e, soprattutto, ciecamente obbediente).
Una volta diventati adulti, il loro compito sarà rispondere all’apocalisse scatenata anni prima, annientando il nemico.
Ogni numero di Orfani si basa su due linee temporali, che si sviluppano progressivamente: nel passato assistiamo alla formazione degli “orfani” e alla mutazione dei rapporti interpersonali, fra loro e rispetto ai superiori; nel presente/futuro vediamo le loro azioni come soldati in guerra contro gli alieni. Una scansione della narrazione che Recchioni gestisce con bravura, facendo “crescere la storia” su entrambi i piani temporali e mantenendo alto l’interesse del lettore.
A circa metà serie il lettore scopre la verità dietro la tragedia del primo episodio: gli alieni non sono mai esistiti; la strage è stata solo una cinica macchinazione di chi gestisce il potere, interessato a un’operazione di manipolazione sociale di massa attraverso la creazione di un nemico comune; gli orfani sono utili al potere non tanto per la loro efficienza quanto per la loro totale (e in fondo ottusa) obbedienza; le loro stesse battaglie condotte contro gli alieni non sono mai avvenute, non esiste “il nemico”, ma solo il prodotto di allucinazioni scientificamente indotte.
Da qui si apre un dilemma nel gruppo di soldati, che si scopre manipolato da anni. Reagire e svelare a tutti la dura realtà? Oppure tacere per non compromettere quella stabilità sociale che, seppure basata su menzogne, è sorta dalle macerie post attentati? Tutto questo a sua volta porterà a una drammatica spaccatura negli Orfani: non ne rivelo gli sviluppi per non rovinare la lettura a chi volesse recuperare l’epilogo della saga.
E’ persino banale sottolineare che la sottotrama politica di Orfani ha tristi agganci con la realtà. La creazione di un nemico globale o l’amplificazione della “percezione del nemico”; la paura come strumento di controllo sociale, che produce l’accettazione della compressione dei diritti civili in nome di una maggiore sensazione di sicurezza; il fallimento della democrazia, che diventa un imbroglio semantico dietro cui si celano giochi di potere fatti all’oscuro dei cittadini che subiscono quei processi decisionali ai quali si illudono di partecipare… Questioni ampiamente presenti nella società attuale. Non so se Recchioni le abbia volutamente esplorate o se per lui siano semplicemente un pretesto narrativo: opzioni entrambe legittime e, soprattutto, l’una non esclude l’altra.
Sta di fatto che il “messaggio” di Orfani non è per nulla “fascista”. Probabilmente il lavoro di Recchioni non ha né intende avere “un messaggio”, e semmai risulta permeato da una sorta di disilluso nichilismo. Anche qui non voglio rovinare la sorpresa a chi volesse leggere la serie. Basti dire che l’epilogo sembra dire: “il potere mente ai cittadini, trattati come un gregge di cui manipolare il consenso; l’alternativa è una ribellione violenta che distrugga l’ordine costituito, anche in assenza di una prospettiva certa”.
Persino i rapporti umani più profondi non sfuggono a questa logica priva di speranze: anche due amanti come Ringo e Sam si scontrano più volte e alla fine l’uomo spezza il collo della ragazza proprio dopo un ultimo bacio. Una scena che Stefanelli ricorda nel suo pezzo come una fra le più emblematiche della serie: l’amore è importante, ma nemmeno il sentimento più profondo e sincero è una speranza sufficiente, in un mondo privo di speranze come quello degli Orfani. Il bacio di Ringo non è falso e neppure “un tradimento” (visto il successivo omicidio dell’amata): è solo l’estremo sigillo a una situazione priva di vie d’uscita.
Tutto bene e nessun difetto, dunque? In realtà anch’io, come Stefanelli, qualche perplessità ce l’ho. Una scarsa attenzione alle emozioni dei personaggi, dialoghi troppo caricati che a lungo andare diventano stereotipati. Condivido pure l’osservazione sulla scarsa empatia che si crea fra protagonisti e lettore, ma questa mi sembra un’altra scelta stilistica tipica di altri personaggi creati da Recchioni. Uno su tutti John Doe, la cui serie ho apprezzato specie nella prima stagione, che alternava slanci d’umanità ad atteggiamenti a dir poco scostanti, solo per fare un esempio.
Una nota a parte la merita l’attenzione che i media – specialmente su internet – hanno dedicato a Orfani, come spesso accade alle serie scritte da Roberto: alcuni detrattori sostengono che il dibattito che si solleva attorno ai suoi lavori sia dovuto, più che allo spessore degli stessi, all’abilità con cui lo sceneggiatore romano utilizza i social.
Che Recchioni utilizzi con abilità internet e i social network - come vetrina e “megafono” dei propri fumetti e progetti - è innegabile. E’ una normale strategia a livello commerciale e di comunicazione: se è bravo in questo mi sembra un pregio, più che un difetto.
Ma, credo, al di là che si possa provare simpatia o antipatia verso Roberto, gli si farebbe un torto pensando che “il rumore” sollevato dai suoi lavori sia solo l’eco del “personaggio” che lo sceneggiatore è diventato (o ha saputo diventare). Recchioni è, semplicemente, uno scrittore capace di progetti nuovi e in grado di gestire queste novità anche all’interno del cosiddetto “fumetto popolare”. Sa condurre la propria “autorialità” all’interno di standard narrativi consolidati come quelli della Bonelli o in generale del “fumetto classico d'avventura”. E’, insomma, uno scrittore che ha “qualcosa da dire”: che questo generi dibattito mi sembra normale e, soprattutto, un suo merito.
Francesco “baro” Barilli
giovedì 2 ottobre 2014
lunedì 25 agosto 2014
Il veleno su Baldoni scorre ancora
Tanti anni fa ho scritto un articolo. Ho spulciato tra le mie cose per cercare la data corretta: era il 6 settembre 2004.
Ho l’abitudine di ripubblicare vecchi pezzi miei solo raramente. Lo faccio poche volte, quando mi sembra utile.
Non so se questa sia una di quelle volte. Non so quanto sia utile/necessario/attuale ripubblicare oggi “Il veleno di Libero su Enzo Baldoni”, a dieci anni dalla sua pubblicazione e dall’uccisione di Baldoni.
Però all’epoca non avevo il piacere di conoscere Guido, uno dei figli di Enzo.
E vedere che quel veleno scorre ancora m’ha dato da pensare.
E poi è il mio personale “regalo” a Guido. A dieci anni di distanza. Per fargli sentire la mia solidarietà: non è un gran modo, forse, ma è quanto so e posso fare.
Francesco “baro” Barilli
Ho l’abitudine di ripubblicare vecchi pezzi miei solo raramente. Lo faccio poche volte, quando mi sembra utile.
Non so se questa sia una di quelle volte. Non so quanto sia utile/necessario/attuale ripubblicare oggi “Il veleno di Libero su Enzo Baldoni”, a dieci anni dalla sua pubblicazione e dall’uccisione di Baldoni.
Però all’epoca non avevo il piacere di conoscere Guido, uno dei figli di Enzo.
E vedere che quel veleno scorre ancora m’ha dato da pensare.
E poi è il mio personale “regalo” a Guido. A dieci anni di distanza. Per fargli sentire la mia solidarietà: non è un gran modo, forse, ma è quanto so e posso fare.
Francesco “baro” Barilli
giovedì 14 agosto 2014
Il partigiano "Gion"
Tempo fa ho scritto questo racconto. Parlavo di mio padre, della sua esperienza di giovane partigiano e di altre cose… Chi l’ha letto, o lo leggerà ora, può facilmente immaginare quanto e perché sia importante, per me…
La vità spesso inciampa in imprevisti, che a volte possono essere positivi. Questo è uno di quei casi: senza annoiarvi coi dettagli, sono arrivato a questo link: fatelo scorrere fino a “Gion”: non avete idea dell’emozione che mi ha dato trovare la sua “fototessera” di partigiano...

Sapevo del suo pseudonimo: avevo sempre pensato a “John”: ho scoperto che invece era “italianizzato”: m’ha intenerito e fatto sorridere…
La vità spesso inciampa in imprevisti, che a volte possono essere positivi. Questo è uno di quei casi: senza annoiarvi coi dettagli, sono arrivato a questo link: fatelo scorrere fino a “Gion”: non avete idea dell’emozione che mi ha dato trovare la sua “fototessera” di partigiano...

Sapevo del suo pseudonimo: avevo sempre pensato a “John”: ho scoperto che invece era “italianizzato”: m’ha intenerito e fatto sorridere…
sabato 12 luglio 2014
Bertinotti, la sinistra non è finita
Il caso ha voluto che proprio dopo una serata passata con due amici, in cui abbiamo parlato anche dello stato della sinistra in Italia, abbia letto l’intervista a Fausto Bertinotti realizzata da Antonello Caporale per Il Fatto.
L’ex segretario di Rifondazione afferma varie cose. Ne cito solo alcune:
- fra gli errori commessi ne menziona solo uno (“uno più di tutti mi brucia: non essermi reso conto che alcuni miei comportamenti potessero essere scambiati per commistione con un ceto somigliante a una casta”).
- La sinistra è morta; il comunismo (sempre secondo Bertinotti) lo è da un pezzo.
- Spende poche parole per il M5S, ma sembrano un apprezzamento, o almeno un riconoscimento del Movimento come “meno peggio” nel panorama attuale (“E meno male. [che molti voti vanno a Grillo n.d.r.] In Francia votano Le Pen”).
Insomma: l’Italia è forse l’unico Paese europeo in cui la sinistra – elettoralmente – è priva di peso, ma l’ex segretario di Rifondazione non ne indica i motivi (sinceramente quel passaggio sulle “feste” a cui ha partecipato mi sembra risibile: fra i tanti errori commessi, Bertinotti indica il più veniale, il dito anziché la luna…), con dichiarazioni che sembrano essere sostanzialmente autoassolutorie e autoconsolatorie. Sul “che fare”, tace o quasi. E, ad onor del vero, forse in questo non sbaglia…
Faccio ora un lungo inciso, credo e spero utile, sui numeri delle ultime elezioni.
Preciso da subito: so bene che è difficile comparare politiche ed europeee (“mischio pere con pomi”), e pure che se parliamo di numeri elettorali non sempre (anzi, quasi mai) il risultato di una data coalizione è la somma matematica delle potenzialità dei singoli partiti che la compongono; in altre parole: se X vale 10 voti e Y ne vale 20, non è detto che alla consultazione successiva X eY presentandosi assieme prendano 30 voti. So anche che le numerosi divisioni-scissioni-frammentazioni rendono ancora più difficile un’analisi completa. Però in questo momento non m’interessa un’indagine raffinata dei flussi elettorali negli ultimi 10 anni: voglio solo ragionare a livello di “grandi numeri”.
elezioni politiche del 2006 (solo Camera dei Deputati)
Rifondazione: 2.229.604 voti, pari al 5,8%
Comunisti Italiani: 884.912 voti, pari al 2,3%
Verdi: 783.944 voti, pari al 2,1%
(ho intenzionalmente escluso l’IdV, che per la cronaca prese 877.159 voti)
*****
politiche del 2008 (anche qui: Camera dei Deputati):
Sinistra Arcobaleno: 1.124.298 voti, pari al 3,08%
PCdL: 208.296 voti, pari al 0,57%
Sinistra Critica: 168.916 voti, pari al 0,46%
*****
politiche del 2013 (sempre: Camera dei Deputati):
Sel: 1.089.442 voti, pari al 3,2%
Rivoluzione Civile (lista Ingroia): 765.172 voti, pari al 2,25%
PCdL: 89.995voti, pari al 0,26%
Alternativa Comunista: 89.995 voti, pari al 0,26%
*****
europee del 2014:
L'altra Europa con Tsipras: 1.103.203 voti, pari al 4,03%
Verdi: 245.443 voti, pari al 0,89%
*****
In altre parole: nel 2006 la cosiddetta sinistra radicale contava su un bacino di quasi 4 milioni di voti (10,2 % complessivo, peraltro con un numero di votanti assai superiore a quello mediamente attuale).
In otto anni (ripeto: otto anni…) il bacino della sinistra radicale si è ridotto fino a 1 milione o poco più.
Nello stesso periodo, i gruppi dirigenti di altre parti politiche si sono rinnovati parecchio (alcuni radicalmente, altri meno). La sinistra ha attraversato fortissimi processi di frammentazione, in molti casi sfidando il ridicolo, e tentativi di riaggregazione (malriusciti e sempre dettati da pressanti scadenze elettorali). I gruppi dirigenti si sono atomizzati, ma mantenendo pressochè le stesse figure di riferimento.
Bene: so che “noi” dovremmo essere “diversi”. Per noi dovrebbero essere importanti le idee, non i leader. E so pure che abbiamo un grosso problema di comunicazione; in parte dovuto alla riduzione degli spazi sui grandi media, in parte per l’incapacità a rinnovare le modalità comunicative rispetto a un mondo profondamente cambiato (se leggo ancora “una nuova fase si è aperta” mi viene l’orticaria…).
So tutto questo. Però resta il dato, macroscopico, di un’area politica che ha avuto una paurosa emorragia di consensi elettorali e in cui praticamente nessuno dei dirigenti ha saputo o voluto fare un vero passo indietro.
Mi si potrebbe obbiettare che la Lista Tsipras alle ultime europee ha cercato dinamiche diverse nella scelta dei candidati. E’ vero, ma anche tralasciando la pessima gestione del “vado o non vado” di Barbara Spinelli, il problema non è quello. Un progetto di sinistra che sia davvero alternativo solido e credibile non lo si improvvisa, e farlo frettolosamente per una campagna elettorale è impossibile. Certo, la sinistra ormai si trova stretta in una tenaglia (tra “voto utile” e la sirena del 5 stelle) ma il vero problema e che da tempo non sa rappresentare il cambiamento, un’idea alternativa “di mondo”. Già tempo fa (dopo il fallimento di Rivoluzione Civile) scrissi che se la crisi ha prodotto Syriza in Grecia e da noi il Movimento 5 Stelle qualcosa vorrà dire… E questo porta pesanti accuse all’intero gruppo dirigente delle formazioni di sinistra. Che non hanno rinnovato i propri quadri o il proprio linguaggio, e che quando (costretti…) hanno dovuto affrontare l’amaro calice di un’autocritica si sono rifugiati nel consueto, e molto “politichese”, dare la colpa ad altri del proprio fallimento. Se in 8 anni si sono persi per strada 3 milioni di voti vuol dire che 3 milioni di cittadini non si sentono più rappresentati da chi, a sinistra, si presenta alle elezioni. E se contemporaneamente i gruppi dirigenti mettono la testa nella sabbia abbiamo un grosso problema. Che non sono le “feste” a cui ha partecipato Bertinotti.
Francesco “baro” Barilli
L’ex segretario di Rifondazione afferma varie cose. Ne cito solo alcune:
- fra gli errori commessi ne menziona solo uno (“uno più di tutti mi brucia: non essermi reso conto che alcuni miei comportamenti potessero essere scambiati per commistione con un ceto somigliante a una casta”).
- La sinistra è morta; il comunismo (sempre secondo Bertinotti) lo è da un pezzo.
- Spende poche parole per il M5S, ma sembrano un apprezzamento, o almeno un riconoscimento del Movimento come “meno peggio” nel panorama attuale (“E meno male. [che molti voti vanno a Grillo n.d.r.] In Francia votano Le Pen”).
Insomma: l’Italia è forse l’unico Paese europeo in cui la sinistra – elettoralmente – è priva di peso, ma l’ex segretario di Rifondazione non ne indica i motivi (sinceramente quel passaggio sulle “feste” a cui ha partecipato mi sembra risibile: fra i tanti errori commessi, Bertinotti indica il più veniale, il dito anziché la luna…), con dichiarazioni che sembrano essere sostanzialmente autoassolutorie e autoconsolatorie. Sul “che fare”, tace o quasi. E, ad onor del vero, forse in questo non sbaglia…
Faccio ora un lungo inciso, credo e spero utile, sui numeri delle ultime elezioni.
Preciso da subito: so bene che è difficile comparare politiche ed europeee (“mischio pere con pomi”), e pure che se parliamo di numeri elettorali non sempre (anzi, quasi mai) il risultato di una data coalizione è la somma matematica delle potenzialità dei singoli partiti che la compongono; in altre parole: se X vale 10 voti e Y ne vale 20, non è detto che alla consultazione successiva X eY presentandosi assieme prendano 30 voti. So anche che le numerosi divisioni-scissioni-frammentazioni rendono ancora più difficile un’analisi completa. Però in questo momento non m’interessa un’indagine raffinata dei flussi elettorali negli ultimi 10 anni: voglio solo ragionare a livello di “grandi numeri”.
elezioni politiche del 2006 (solo Camera dei Deputati)
Rifondazione: 2.229.604 voti, pari al 5,8%
Comunisti Italiani: 884.912 voti, pari al 2,3%
Verdi: 783.944 voti, pari al 2,1%
(ho intenzionalmente escluso l’IdV, che per la cronaca prese 877.159 voti)
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politiche del 2008 (anche qui: Camera dei Deputati):
Sinistra Arcobaleno: 1.124.298 voti, pari al 3,08%
PCdL: 208.296 voti, pari al 0,57%
Sinistra Critica: 168.916 voti, pari al 0,46%
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politiche del 2013 (sempre: Camera dei Deputati):
Sel: 1.089.442 voti, pari al 3,2%
Rivoluzione Civile (lista Ingroia): 765.172 voti, pari al 2,25%
PCdL: 89.995voti, pari al 0,26%
Alternativa Comunista: 89.995 voti, pari al 0,26%
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europee del 2014:
L'altra Europa con Tsipras: 1.103.203 voti, pari al 4,03%
Verdi: 245.443 voti, pari al 0,89%
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In altre parole: nel 2006 la cosiddetta sinistra radicale contava su un bacino di quasi 4 milioni di voti (10,2 % complessivo, peraltro con un numero di votanti assai superiore a quello mediamente attuale).
In otto anni (ripeto: otto anni…) il bacino della sinistra radicale si è ridotto fino a 1 milione o poco più.
Nello stesso periodo, i gruppi dirigenti di altre parti politiche si sono rinnovati parecchio (alcuni radicalmente, altri meno). La sinistra ha attraversato fortissimi processi di frammentazione, in molti casi sfidando il ridicolo, e tentativi di riaggregazione (malriusciti e sempre dettati da pressanti scadenze elettorali). I gruppi dirigenti si sono atomizzati, ma mantenendo pressochè le stesse figure di riferimento.
Bene: so che “noi” dovremmo essere “diversi”. Per noi dovrebbero essere importanti le idee, non i leader. E so pure che abbiamo un grosso problema di comunicazione; in parte dovuto alla riduzione degli spazi sui grandi media, in parte per l’incapacità a rinnovare le modalità comunicative rispetto a un mondo profondamente cambiato (se leggo ancora “una nuova fase si è aperta” mi viene l’orticaria…).
So tutto questo. Però resta il dato, macroscopico, di un’area politica che ha avuto una paurosa emorragia di consensi elettorali e in cui praticamente nessuno dei dirigenti ha saputo o voluto fare un vero passo indietro.
Mi si potrebbe obbiettare che la Lista Tsipras alle ultime europee ha cercato dinamiche diverse nella scelta dei candidati. E’ vero, ma anche tralasciando la pessima gestione del “vado o non vado” di Barbara Spinelli, il problema non è quello. Un progetto di sinistra che sia davvero alternativo solido e credibile non lo si improvvisa, e farlo frettolosamente per una campagna elettorale è impossibile. Certo, la sinistra ormai si trova stretta in una tenaglia (tra “voto utile” e la sirena del 5 stelle) ma il vero problema e che da tempo non sa rappresentare il cambiamento, un’idea alternativa “di mondo”. Già tempo fa (dopo il fallimento di Rivoluzione Civile) scrissi che se la crisi ha prodotto Syriza in Grecia e da noi il Movimento 5 Stelle qualcosa vorrà dire… E questo porta pesanti accuse all’intero gruppo dirigente delle formazioni di sinistra. Che non hanno rinnovato i propri quadri o il proprio linguaggio, e che quando (costretti…) hanno dovuto affrontare l’amaro calice di un’autocritica si sono rifugiati nel consueto, e molto “politichese”, dare la colpa ad altri del proprio fallimento. Se in 8 anni si sono persi per strada 3 milioni di voti vuol dire che 3 milioni di cittadini non si sentono più rappresentati da chi, a sinistra, si presenta alle elezioni. E se contemporaneamente i gruppi dirigenti mettono la testa nella sabbia abbiamo un grosso problema. Che non sono le “feste” a cui ha partecipato Bertinotti.
Francesco “baro” Barilli
giovedì 3 luglio 2014
Appuntamenti e novità
Si parla ancora di Piazza della Loggia vol. 2: qui e qui.
Poi, per chi volesse venire a sentirci, l'appuntamento è a Torre Pellice, per "Una Torre di libri", il 18 luglio. Con me e Matteo Fenoglio ci saranno anche Benedetta Tobagi e Alessio Lega. Per i dettagli leggete qui (ma consiglio di dare un'occhiata in generale a tutto il programma).
Dopo Torre Pellice sarò come sempre a Genova: mi sa che chi mi conosce l'immaginava... Però spero vi interessi il convegno a cui parteciperò: La Fortezza Europa, repressione e criminalizzazione delle lotte sociali: che fare?
(e se anche non interessasse, ricordo che di motivi per esserci a Genova, ogni anno a luglio, ce n'è sempre... Se proprio non ce la fate il 19, fate di tutto per esserci almeno domenica 20, dalle ore 14.30, in Piazza Alimonda. Per non dimentiCARLO).
Poi, per chi volesse venire a sentirci, l'appuntamento è a Torre Pellice, per "Una Torre di libri", il 18 luglio. Con me e Matteo Fenoglio ci saranno anche Benedetta Tobagi e Alessio Lega. Per i dettagli leggete qui (ma consiglio di dare un'occhiata in generale a tutto il programma).
Dopo Torre Pellice sarò come sempre a Genova: mi sa che chi mi conosce l'immaginava... Però spero vi interessi il convegno a cui parteciperò: La Fortezza Europa, repressione e criminalizzazione delle lotte sociali: che fare?
(e se anche non interessasse, ricordo che di motivi per esserci a Genova, ogni anno a luglio, ce n'è sempre... Se proprio non ce la fate il 19, fate di tutto per esserci almeno domenica 20, dalle ore 14.30, in Piazza Alimonda. Per non dimentiCARLO).
domenica 1 giugno 2014
Piazza della Loggia vol. 2: interviste e recensioni
Una bella recensione di Valeria Gandus (brava e puntuale come sempre: la ringrazio di cuore!!!) su Il Fatto Quotidiano
A questo link potete ascoltare o scaricare l'intervista che mi hanno fatto il 26 maggio all'interno di Flatlandia (Radio Onda D'Urto: Grazie Sancho!!)
Il mio amico Checchino Antonini recensisce su popoff "Piazza della Loggia vol. 2. In nome del popolo italiano"
Qui invece potete vedere "Buongiorno Regione" (trasmissione del TG3 regionale della Lombardia). Al minuto 23 e 32'' c'è l'intervista fatta a me e Matteo Fenoglio da Alessandra Farina.
Piazza Della Loggia, 40 anni dopo, viene ricordata anche su Fahrenheit (Radio Rai 3). Ospite, assieme a me, Benedetta Tobagi. Potete ascoltare la trasmissione qui
A questo link potete ascoltare o scaricare l'intervista che mi hanno fatto il 26 maggio all'interno di Flatlandia (Radio Onda D'Urto: Grazie Sancho!!)
Il mio amico Checchino Antonini recensisce su popoff "Piazza della Loggia vol. 2. In nome del popolo italiano"
Qui invece potete vedere "Buongiorno Regione" (trasmissione del TG3 regionale della Lombardia). Al minuto 23 e 32'' c'è l'intervista fatta a me e Matteo Fenoglio da Alessandra Farina.
Piazza Della Loggia, 40 anni dopo, viene ricordata anche su Fahrenheit (Radio Rai 3). Ospite, assieme a me, Benedetta Tobagi. Potete ascoltare la trasmissione qui
domenica 18 maggio 2014
Alcune considerazioni sull’incontro pubblico con Rita Borsellino
Poche sere fa ho assistito a Codogno all’incontro pubblico con Rita Borsellino. Un incontro da cui tutti, me compreso, siamo usciti arricchiti e rincuorati. Arricchiti per la competenza e lo spessore umano di Rita; rincuorati un po’ ancora per merito della protagonista, capace di trasmettere “voglia di fare” e la propria carica di positività, ma anche per l’inaspettata (almeno per me) risposta della città: la platea era davvero numerosa, così come numerosi e per nulla banali sono stati gli interventi del pubblico. L’unica cosa che non ho condiviso, però, è stata proprio l’invidiabile positività verso il futuro. E lo dico, sia chiaro, con enorme rispetto nei riguardi della signora Borsellino.
Nell’incontro è emerso che la mafia è un fenomeno ormai non circoscritto alle regioni del sud (e questo purtroppo lo sapevamo già) e proprio Rita ha sottolineato trattarsi di una presenza percepibile anche fuori dai confini nazionali. Già considerando questo dato sull’espansione territoriale della mafia (da intendersi qui in un’ampia accezione di criminalità organizzata operante su macro interessi economici) c’è poco da essere ottimisti nel valutare l’evoluzione dei fatti dal 92, quando furono assassinati Falcone e Borsellino, a oggi. Ma è proprio sul perché di questa espansione che si dovrebbe ragionare…
Cominciamo col dire che, come efficacemente sottolineato da Rita l’altra sera, quanto interessa davvero alla mafia è il denaro; la politica le interessa solo nella misura in cui è il vettore che la conduce verso i grandi interessi economici. E aggiungiamo che il panorama globale in questi vent’anni si è caratterizzato per l’affermazione definitiva di un capitalismo globalizzato e finanziarizzato, che ha come scopo principale proprio il veicolare grandi affari a latitudini fino a ieri difficili da raggiungere (tutto questo per sommi capi: un’analisi più articolata sarebbe interessante ma risulterebbe ora dispersiva).
A questo punto può essere utile una sottolineaura: non è mia intenzione dare un’impronta politica a queste riflessioni. Potrei cioè aggiungere che il capitalismo, specie nella forma feroce in cui si è sviluppato su scala globale, crea ingiustizie sociali ed è per propria natura insofferente a controlli “etici”. Ma voglio invece essere più asettico nelle valutazioni; prendiamo dunque per buona la presentazione che il capitalismo dà di se stesso: l’unico modello economico capace di creare benessere e richezza (“il migliore dei mondi possibili”, direbbe il Candido di Voltaire). Ebbene, anche in questa lettura bonaria è comunque la sua natura ad attirare la criminalità organizzata: si tratta di un modello economico che costituisce il perfetto habitat in cui può prosperare l’oscuro intreccio fra economia, politica e malavita organizzata. Credo dunque che il sacrosanto invito di Rita Borsellino ad impegnarci tutti nella lotta alla mafia non possa prescindere da questa considerazione: se non si riesce a rompere il tabù secondo cui al capitalismo non c’è alternativa, sarà impossibile spezzare quell’intreccio, e il nostro impegno resterà lodevole quanto privo di effetti.
Francesco “baro” Barilli
Nell’incontro è emerso che la mafia è un fenomeno ormai non circoscritto alle regioni del sud (e questo purtroppo lo sapevamo già) e proprio Rita ha sottolineato trattarsi di una presenza percepibile anche fuori dai confini nazionali. Già considerando questo dato sull’espansione territoriale della mafia (da intendersi qui in un’ampia accezione di criminalità organizzata operante su macro interessi economici) c’è poco da essere ottimisti nel valutare l’evoluzione dei fatti dal 92, quando furono assassinati Falcone e Borsellino, a oggi. Ma è proprio sul perché di questa espansione che si dovrebbe ragionare…
Cominciamo col dire che, come efficacemente sottolineato da Rita l’altra sera, quanto interessa davvero alla mafia è il denaro; la politica le interessa solo nella misura in cui è il vettore che la conduce verso i grandi interessi economici. E aggiungiamo che il panorama globale in questi vent’anni si è caratterizzato per l’affermazione definitiva di un capitalismo globalizzato e finanziarizzato, che ha come scopo principale proprio il veicolare grandi affari a latitudini fino a ieri difficili da raggiungere (tutto questo per sommi capi: un’analisi più articolata sarebbe interessante ma risulterebbe ora dispersiva).
A questo punto può essere utile una sottolineaura: non è mia intenzione dare un’impronta politica a queste riflessioni. Potrei cioè aggiungere che il capitalismo, specie nella forma feroce in cui si è sviluppato su scala globale, crea ingiustizie sociali ed è per propria natura insofferente a controlli “etici”. Ma voglio invece essere più asettico nelle valutazioni; prendiamo dunque per buona la presentazione che il capitalismo dà di se stesso: l’unico modello economico capace di creare benessere e richezza (“il migliore dei mondi possibili”, direbbe il Candido di Voltaire). Ebbene, anche in questa lettura bonaria è comunque la sua natura ad attirare la criminalità organizzata: si tratta di un modello economico che costituisce il perfetto habitat in cui può prosperare l’oscuro intreccio fra economia, politica e malavita organizzata. Credo dunque che il sacrosanto invito di Rita Borsellino ad impegnarci tutti nella lotta alla mafia non possa prescindere da questa considerazione: se non si riesce a rompere il tabù secondo cui al capitalismo non c’è alternativa, sarà impossibile spezzare quell’intreccio, e il nostro impegno resterà lodevole quanto privo di effetti.
Francesco “baro” Barilli
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