lunedì 1 dicembre 2014

Grillo e Petacco, lasciate stare almeno Matteotti…

Ecco l’articolo completo, pubblicato oggi in versione sintetica su popoffquotidiano.it col titolo “Grillo e Petacco alla ricerca del Mussolini buono”

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In questi giorni ha fatto discreto rumore un articolo apparso sul blog di Beppe Grillo, in cui in sostanza si afferma l’estraneità di Mussolini al delitto Matteotti. Si tratta di un’intervista ad Arrigo Petacco, disponibile qui:

All’articolo, per quanto mi risulta, sono seguite critiche sacrosante quanto vaghe. Sacrosante perché si pensava che il revisionismo storico non arrivasse a tanto; vaghe perché nessuno – a quanto ho potuto leggere – si è preso la briga di rispondere puntualmente alle numerose inesattezze contenute nell’intervista.
E’ vero, si tratta di un fatto molto datato (l’omicidio avvenne il 10 giugno 1924), ma di cui è necessario mantenere una corretta memoria, trattandosi di un momento fondamentale nella storia d’Italia per diversi motivi:
- Non credo esistano molti casi, in Italia o altrove, in cui il capo dell’opposizione parlamentare (o almeno il leader più combattivo dell’opposizione) sia stato eliminato da sicari riconducibili, al di là di responsabilità specifiche di Mussolini che poi affronteremo, direttamente al presidente del consiglio e ad alti dirigenti del suo stesso partito.
- Il caso Matteotti è stato l’unico episodio a seguito del quale, per almeno 6 mesi, il governo fascista vacillò seriamente. Sembrò persino che il regime potesse crollare… L'opposizione scelse di lasciare il Parlamento, con la cosiddetta secessione dell'Aventino. I liberali confidavano in una mossa del Re che non arrivò. I cattolici erano ostili ai fascisti ma diffidenti verso socialisti e comunisti. La scelta dell’Aventino si rivelò sterile e il midollo marcio di questo Paese fece il resto… Successivamente, dopo la svolta dittatoriale che trova origine nel celebre discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 e concretizzazione nelle seguenti e cosiddette “leggi fascistissime”, il regime si mantenne saldo fino ai tragici fatti della seconda guerra mondiale e alla sua conseguente caduta (che qui non dettaglieremo).

Dunque, avviso tutti e tutte che questo articolo sarà lungo e risentirà, comunque, di molta sintesi: abbandoni la lettura fin d’ora chi vorrebbe vedere una replica a Petacco (e Grillo) sotto la forma di un arguto tweet…

Qualche dato per iniziare

- Il fascismo, arrivato in parlamento per la prima volta con le elezioni del 1921, giunse al potere a seguito della marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Su questo episodio va sottolineato che le squadre fasciste non avrebbero avuto possibilità di sconfiggere una reale opposizione da parte dell’esercito, qualora fosse stata disposta. La vera forza del fascismo, in questa come in altre occasioni, fu determinata dagli appoggi politici ed economici di cui già disponeva: gran parte del mondo imprenditoriale e finanziario e pure dell’esercito guardavano con favore al movimento fascista. Obbiettivo di Mussolini era causare la caduta del governo, in quel momento presieduto da Luigi Facta, proponendosi al sovrano quale unica possibile soluzione della crisi. Dopo che Antonio Salandra, la mattina del 29 ottobre 1922, rinunciò all’incarico di primo ministro, il Re disse a De Vecchi (un quadrumviro, ossia fra i capi operativi della marcia) di informare Mussolini, in quel momento ancora a Milano, che avrebbe avuto l’incarico di formare il nuovo esecutivo: in questa fase fu un governo di coalizione, sostenuto anche da esponenti di altre aree politiche.

- Per fare chiarezza sulle principali formazioni di sinistra di quegli anni: il Partito Comunista Italiano sorse nel 1921 a Livorno per “scissione di sinistra” del Partito Socialista; un anno dopo, nell’ottobre 1922, da una nuova frattura nacque il Partito Socialista Unitario a cui aderirono fra gli altri Filippo Turati e Matteotti, che venne nominato segretario. Matteotti, arrivato in Parlamento la prima volta nel 1919 e rieletto nel 1921, nel 1924 era dunque al suo terzo mandato.

- Le elezioni politiche del 6 aprile 1924 si svolsero secondo la cosiddetta "legge Acerbo" (legge 18 novembre 1923 n. 2444), fortemente voluta da Mussolini stesso. In base a tale normativa, se una lista avesse ottenuto la maggioranza relativa raggiungendo almeno il 25% dei consensi si vedeva assegnati i 2/3 dei seggi. I rimanenti venivano attribuiti alle altre liste in proporzione ai voti ottenuti. Nella lista nazionale, oltre al partito fascista, confluirono esponenti liberali e popolari filofascisti. Si trattava di un cartello elettorale a forte prevalenza fascista (è infatti noto anche come listone Mussolini) ideato per blindare, unitamente alla legge Acerbo, il responso delle urne a favore del fascismo. Il risultato elettorale, al di là delle denuncie di violenze e intimidazioni, fu schiacciante. La lista nazionale ottenne più del 60% dei suffragi, staccando pesantemente il partito popolare fermo al 9%. Il neonato partito socialista unitario di Matteotti si fermò al 5,90%.

- Con un celebre intervento alla Camera, il 30 maggio 1924, Matteotti denunciò il clima di violenze e intimidazioni in cui si erano svolte le elezioni, chiedendone in sostanza l’annullamento. Il 10 giugno successivo fu rapito e ucciso.

L’omicidio e la “Ceka fascista”

La squadra era composta da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo. In realtà su numero e composizione del commando ci sono versioni contrastanti. Altri soggetti furono fermati nell’immediatezza del fatto, risultando però estranei all’azione, perlomeno nelle fasi esecutive di rapimento e omicidio. Interessante, fra gli altri, è la figura di Otto Thierschwald: detenuto fino a pochi giorni prima del delitto, fu rilasciato ed ebbe da Dumini l’incarico di pedinare Matteotti e di studiarne comportamenti e orari, a dimostrazione dell’attenta premeditazione.

Ma Dumini poteva disporre in autonomia di decisioni operative gravi come l’aggressione al principale esponente dell’opposizione? Questa domanda ci porta alla cosiddetta “Ceka fascista”.
Ceka è la sigla con cui era nota la polizia segreta sovietica. Sembra che Mussolini abbia usato, almeno informalmente, lo stesso nome per identificare questo nucleo segreto che doveva garantirgli, con azioni coperte, il mantenimento del potere appena conquistato. Obbiettivo del duce era con ogni probabilità incanalare e gestire in modo più sottile lo squadrismo, ponendolo sotto suo completo e diretto controllo. La Ceka, di cui Mussolini negò l’esistenza nel celebre discorso del 3 gennaio 1925, era già operativa prima del delitto Matteotti.
Secondo alcune fonti Mussolini sollecitò direttamente l’intervento della banda Dumini per “punire” il segretario socialista: l’affermazione è presente sul sito del ministero dell’interno nella sua scheda sul dopoguerra “La storia - Il primo dopoguerra e il pericolo fascista”, paragrafo “Dalla CEKA fascista all'OVRA”, ma in forma vaga: “Si dice che Mussolini, profondamente irritato dal discorso di Matteotti alla Camera, esclamasse: Cosa fa questa Ceka? Cosa fa Dumini? Quell'uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare... ". Sempre qui si sostiene che “la Ceka fascista non fu, comunque, una struttura sofisticata e professionale ma poco più che una squadraccia di bravi di regime, che si resero protagonisti di violenze di basso livello, fino ad incappare per eccesso di zelo, approssimazione e gratuita brutalità ‘nell'incidente Matteotti’, che rischiò di travolgere Mussolini”.
Per ulteriori approfondimenti segnalo “La polizia del duce al servizio del crimine”, articolo di Silvio Bertoldi sul Corriere della Sera del 25 luglio 1994: anche qui viene riportata come certa la frase del duce, che in altre fonti viene riferita a un colloquio avvenuto fra Mussolini e Giovanni Marinelli. Quest’ultimo, segretario amministrativo del partito e depositario dei fondi, sarebbe stato il referente diretto della Ceka, assieme a Cesare Rossi (capo ufficio stampa della presidenza del consiglio).
Sottoposti a interrogatori dopo il delitto, di questa polizia clandestina parlarono esplicitamente Filippo Filippelli (direttore del Corriere Italiano: procurò la Lancia Lambda usata per il sequestro) e Aldo Finzi (sottosegretario agli Interni e vice capo della Polizia).
Da citare è pure una lettera che Emilio De Bono (ex quadrumviro e all’epoca capo della polizia) inviò a Italo Balbo e altri camerati il 24 giugno 1924, citata in “Il delitto Matteotti tra il Viminale e l’Aventino” di Giuseppe Rossini (Società Editrice Il Mulino, 1966). Il tono accorato della lettera, confidenziale e destinata a restare riservata, e la sua datazione (precedente le accuse per il delitto che investiranno pure De Bono) rendono il documento molto interessante.
“Dumini io lo volevo perseguire fin da quando fece, o meglio tentò, la vendita di armi alla Jugoslavia. Subito dopo le elezioni … dissi a Mussolini: dì a Rossi che mandi fuori dai coglioni Dumini. Anche per Volpi dissi cento volte di farlo arrestare … ma non vi riuscii mai”. Al di là dell’intento chiaramente autoassolutorio, sono parole chiarissime: il capo della polizia lamenta di non poter perseguire due delinquenti a causa dell’altissimo livello di protezione politica di cui godono.
In un passaggio successivo De Bono si difende dall’accusa di non aver fatto arrestare subito Rossi: “Non potevo arrestarlo, perché non dovevo dimenticare che egli dipendeva direttamente dal presidente del consiglio, che sapeva tutto e che avrebbe saputo darmene l’ordine…”. Tanto perché sia chiaro chi comandava e quali erano le reali gerarchie sotto il regime…
Ancora più interessante è la versione che De Bono fornisce di un incontro del 12 giugno 1924 (due giorni dopo l’omicidio): “Rossi disse: se arrestate Dumini, Volpi e compagni … quelli parleranno e diranno che hanno avuto l’incarico da noi di far fuori Matteotti … Rossi proseguì: c’era l’assenso, anzi l’ordine del presidente … Marinelli soggiunse: … quando andai dal presidente al quale prospettai la formazione di una specie di Ceka … e gli feci il nome di Dumini come capo, il presidente assentì”. Non credo serva aggiungere altro…

La coscienza di Mussolini è sicuramente sporca del sangue di Matteotti (e di altri…). Che l’omicidio sia stato commesso su suo ordine esplicito è meno certo e le ricostruzioni variano da precise ammissioni preventive (l’ipotesi del Duce che si rivolge a Marinelli o ad altri sollecitando l’intervento della banda Dumini) a ipotesi più sfumate. Questo ci porta ad altri scenari…

La questione Sinclair Oil

Il discorso con cui Matteotti contestò il risultato elettorale per anni è stato ritenuto l’unico elemento che causò la sua eliminazione. In realtà a questo ne vanno aggiunti altri la cui importanza è andata affermandosi fra gli studiosi del delitto, a partire dalla conoscenza da parte del segretario socialista di illeciti finanziari riguardanti gerarchi fascisti e forse esponenti di casa Savoia.
Nell’aprile 1924 il governo aveva stipulato un accordo con la compagnia americana Sinclair Oil, accordandole il monopolio delle ricerche petrolifere in Italia. Dietro l’accordo ci sarebbero stati, secondo il segretario del PSU, tangenti a favore del partito fascista.
Matteotti aveva accennato all’accordo stretto fra il governo e la compagnia americana in un suo articolo apparso postumo nel luglio 1924 su English Life (“Machiavelli, Mussolini and fascism”), riportato su varie fonti (si veda ad esempio treccani.it, voce su Giacomo Matteotti). L’articolo dimostra l’intenzione del parlamentare di allargare la propria critica al governo, non limitandosi alla sola polemica sulle elezioni. E’ anzi accertato che, nei giorni precedenti il suo omicidio, stava preparando un nuovo intervento alla Camera, imperniato proprio su questo scandalo politico-affaristico: era previsto per i giorni successivi il 10 giugno, forse già per il giorno dopo. Peraltro, sempre in quell’articolo postumo, Matteotti alludeva pure ad altri illeciti: “Ancora più funesto è il comportamento di molti capi fascisti di spicco che conducono una stringente opera di grassazione su società private e semipubbliche con lo scopo di finanziare i giornali fascisti e altre organizzazioni a proprio totale interesse e profitto”. Secondo questa ricostruzione, è plausibile che Matteotti non sia stato “punito” per quel che aveva detto, ma fatto tacere per quanto poteva dire…
A tanti anni di distanza dagli eventi, interrogarsi sul movente dell’omicidio può essere meno interessante di quanto possa sembrare: l’eliminazione di Matteotti può essere stata frutto, più che di un unico movente, di più fattori concomitanti e di più mandanti, tutti vicini all’allora presidente del consiglio. E molti, fra questi, avevano motivo di temere le rivelazioni che Matteotti poteva fare sugli “scandali politici affaristici”.
Se i confini penali del delitto possono essere ancora parzialmente vaghi, sicuramente non è vago il contesto in cui gli assassini poterono prima agire e poi godere di ampie protezioni. E forse far passare l’assassinio come una semplice vendetta di “squadristi incattiviti” dalle “provocazioni” di Matteotti fu persino una buona scusa per il fascismo, che riuscì così a occultare moventi più complessi e persino più compromettenti.

Alcune affermazioni di Petacco

PETACCO (DALLA SUA INTERVISTA APPARSA SUL BLOG DI GRILLO):
… alla fine uno dei 4 con una mano trova sotto il lunotto posteriore una lima arrugginita e con quella colpisce alla testa Matteotti e lo uccide. … voi pensate che, 10 giorni prima che aveva stravinto le elezioni politiche, il capo del governo, non ancora dittatore, per fare uccidere il capo dell’opposizione manda 4 manigoldi con una lima arrugginita?


La tesi della spedizione punitiva fatta da quattro scalmanati con qualche bastonata, finita in tragedia per pura fatalità, non è nuova. Non si offenda Petacco se sottolineo che, in fondo, è la tesi difensiva che l’avvocato difensore di Dumini propose al processo di Chieti. E, guarda caso, il ruolo di difensore di Dumini a quel processo fu assunto da Farinacci mentre era segretario del partito fascista, a dimostrazione dell’attenzione che il regime rivolse ai carnefici e non alla vittima, semmai ce ne fosse bisogno.
Secondo la perizia medico-legale Matteotti fu ucciso “con uno o più colpi di arma da taglio inferti nella parte superiore del torace”. Presumibilmente a sferrare i colpi mortali fu Volpi.
Prima di disfarsi del cadavere, seppellito sommariamente in un boscaglia nei pressi di Roma, gli assassini gettarono sul cadavere la lima arrugginita a cui fa riferimento Petacco: un pezzo di ferro che, malgrado le perizie, per anni sarà ritenuto – sbagliando – l’arma del delitto, mentre in realtà servì, assieme ad altri attrezzi, a scavare quella fossa improvvisata.

DOMANDA BLOG GRILLO:
- Nel libro “La storia ci ha mentito” lei fa riferimento a testimonianze di Edda Ciano, figlia di Mussolini, che farebbero pensare alla volontà del Duce di un riavvicinamento al Partito socialista di allora per un governo di pacificazione nazionale, è una tesi plausibile?
RISPOSTA PETACCO:
- Non c’è dubbio, ma anche lo stesso De Felice lo riconosce, solo che c’è stata tutta questa retorica antifascista che ha confuso le idee a tutti, Mussolini in quel periodo lì voleva agganciare la parte morbida del socialismo, in molti erano già d’accordo con lui a entrare nel governo, solo che la lotta era tra gli estremisti fascisti e gli estremisti socialisti.
E sono i due estremisti che cercavano di staccare Mussolini dalla sinistra, a destra avevano paura che Mussolini aprisse ai socialisti e gli estremisti fascisti avevano la stessa paura, quindi ci fu praticamente una specie di accordo virtuale tra gli estremisti di destra e di sinistra per impedire l’incontro tra socialisti e fascisti moderati. … questo cadavere servì moltissimo a alla destra reazionaria, quella per intenderci di Farinacci e altri che voleva impedire i Mussolini di avvicinarsi a socialisti, tanto è vero che dopo poco nacque la dittatura.


La questione è molto più complessa. E’ sicuramente vero che Matteotti, quale segretario del PSU, a quell’epoca doveva tenere a bada spinte collaborazioniste fra i suoi deputati e il fascismo. La cosa oggi può apparire paradossale, ma molte fonti accennano a queste tensioni interne e alla fermezza usata da Matteotti verso i “collaborazionisti”. Anche il noto film “Il delitto Matteotti” del 1973 (realizzato in periodi non certo revisionisti, assai duro col fascismo e peraltro coerente con la convinzione di allora che il delitto fosse dovuto esclusivamente alla reazione dopo l’intervento alla camera del 30 maggio) accenna al fatto, seppure in una sola battuta: quando Turati si sta complimentando dopo il suo discorso, Matteotti risponde: “Voi guardavate i fascisti, io guardavo qualche nostro compagno: credete che abbia convinto anche loro a non calarsi le braghe davanti a Mussolini?”.
E’ dunque pacifico che Matteotti il 30 maggio 1924, oltre che opporsi al governo, volesse lanciare un monito verso “l’ala morbida” del suo partito. E non occorre essere revisionisti per riconoscere che Mussolini a sua volta doveva tenere a freno l’ala più estremista del suo partito (Farinacci in testa, ma non solo). Sempre nel già citato film viene rappresentato con efficacia il serrato confronto avvenuto a fine dicembre 1924 fra il duce e alcuni “consoli”, che addirittura contestano la sua autorità e gli chiedono una “prova di forza”. Qui si crea, perlomeno sul piano della “retorica del linguaggio” un curioso parallelismo fra i due celebri interventi parlamentari dei protagonisti: pure il discorso del 3 gennaio di Mussolini, più che rivolto alle opposizioni, è una “concessione di credito” di Mussolini alla frazione più violenta del fascismo.
In ogni caso, il 3 gennaio 1925 fu uno spartiacque nella storia del ventennio. Dopo la marcia su Roma e dopo aver presieduto un governo di coalizione, Mussolini aveva pianificato con scrupolo la piena presa del potere con le elezioni del 1924. Come già accennato, al netto della sacrosanta denuncia di Matteotti sul clima in cui si svolse la tornata elettorale, il consenso di cui godeva il fascismo era ampio, ma forme di resistenza e manifestazioni di dissenso organizzato erano ancora possibili.
I sei mesi successivi all’omicidio del segretario socialista furono, per il regime, i peggiori durante tutta la tragica esperienza che il ventennio ha rappresentato per l’Italia. Il ceto medio, a suo tempo schieratosi a favore del fascismo favorendone l’ascesa, durante quei mesi oscillò tra sincera indignazione morale e più ipocriti dubbi di opportunità. Anche giornali non schierati a sinistra, come il Corriere della Sera, furono molto critici verso il governo.
Il matrimonio tra il fascismo e le altre strutture di potere (più o meno palesi: mondo imprenditoriale, gerarchie ecclesiastiche, monarchia) merita altre e diverse considerazioni. Come ogni matrimonio d’interesse non vacillò certo per tensioni etiche e si rinsaldò presto. Proprio quando Mussolini ebbe la certezza di aver ricucito questi rapporti, tenne il celebre discorso del 3 gennaio, a cui fecero seguito quelle “norme eccezionali” (le cosiddette legge fascistissime) che trasformarono un regime già illiberale in una feroce dittatura. A tale proposito non si può non menzionare l’atteggiamento di casa Savoia: spesso accusata di semplice ignavia, il ruolo della monarchia fu qualcosa di diverso, non solo sul piano della semplice responsabilità morale.

Una postilla personale…

Nell’ultimo articolo sul mio blog (“Parlando di Lucca, di fumetti, del nostro passato e di ciò che ci aspetta…”) raccontavo di avere incontrato Guido Ostanel di BeccoGiallo, con cui ho lavorato e lavorerò. Spiegavo di aver parlato con lui di “un progetto futuro che non voglio anticipare, per scaramanzia e per correttezza nei confronti dell’editore”. Raccontavo anche dei dubbi sull’interesse che i lettori più giovani dimostrano verso tematiche cronologicamente datate, e che comunque “quel progetto” avrebbe visto la luce nel 2015. Non occorre particolare acume per capire, ora, di cosa si trattasse: i casi della vita, e soprattutto la stupefacente (per me) intervista di Petacco sul blog di Grillo, mi hanno costretto ad uscire allo scoperto…

Francesco “baro” Barilli

lunedì 10 novembre 2014

Parlando di Lucca, di fumetti, del nostro passato e di ciò che ci aspetta…

Sono stato a Lucca Comics, quest’anno. Per la prima volta ero con mia figlia, e questo ha reso l’appuntamento speciale, per me.
Ma non sono qui per parlare di sensazioni personali, né di Lucca o di fumetti, se non lateralmente.

A Lucca ho incontrato Guido Ostanel: un amico, oltre che anima del BeccoGiallo con cui ho lavorato e lavorerò. Abbiamo parlato di un progetto futuro che non voglio anticipare, per scaramanzia e per correttezza nei confronti dell’editore. Guido con franchezza mi ha confidato alcuni dubbi: soprattutto sull’interesse che i lettori più giovani dimostrano verso tematiche cronologicamente datate (ripeto: datate SOLO cronologicamente, perché a ben guardare l’attualità ci sarebbe…).

Facciamo un passo indietro. Sono stato diverse volte a Lucca, da semplice visitatore. La mia “prima volta da autore” è del 2009 (per Piazza Fontana). Da quel giorno partecipo o assisto all’evento con occhi diversi, mi sembra naturale. Che Lucca sia cambiata è persino banale dirlo; ed è altrettanto banale interrogarsi se ciò sia un bene o un male: è cambiata, punto, e la mutazione, prima che positiva o negativa, va definita come inevitabile segno dei tempi. Ma non m’interessa parlare di segmenti del mercato in ascesa o in calo: ciò che ho notato, e m’importa, sono un paio di cambiamenti che altri potrebbero valutare – legittimamente – marginali. In pochi anni, ho visto innesti “generazionali” massicci e repentini di nuovi autori. E quel calo d’interesse rispetto ad alcune tematiche, storiche e datate, è stato verticale.

Sia chiaro: io scrivo con lo stesso impegno se vendo 1000 o 4000 copie. E sarebbe uguale se scrivessi per 20mila lettori, tanto per dire. Scrivo quello in cui credo, affronto temi che m’appassionano e che ritengo possano interessare un dato pubblico: se vasto o di nicchia è secondario, almeno per il mio approccio creativo. E, preciso subito, il progetto che ho proposto a Guido con ogni probabilità vedrà la luce il prossimo anno. Non scrivo, dunque, per una lamentela personale: oltre a non averne l’intenzione non ne avrei motivi.

Quello su cui mi interessa riflettere è altro.

Per anni una certa vulgata “di destra” ha sostenuto l’esistenza, nel passato, della famosa “egemonia culturale della sinistra”. L’ha fatto strumentalmente e in malafede, ma non senza ragioni. Nel senso che obbiettivamente va riconosciuto che la sinistra aveva una sua massiccia presenza non solo nella vita politica, ma pure nella cultura italiana. E questo, accanto a buoni frutti in ogni campo, ha sicuramente avuto riflessi negativi, non lo nego.
Ma, oggi, un ventennio in cui il comunismo (tanto per semplificare) è stato presentato come il male assoluto ci ha portato a un panorama specularmente opposto e tragico: il “pensiero di sinistra” è qualcosa di cui vergognarsi, anacronistico, dannoso…

(Anche la “sorpresa” con cui vengono accolte certe prese di posizioni dell’attuale Papa è significativo. Si tratta spesso di posizioni figlie di un semplice e moderato – certamente rispettabile – “cristianesimo sociale”, “rivoluzionarie” solo nella misura in cui le si mette a confronto con il clericalismo retrogrado e ferocemente conservatore a cui siamo abituati dall’ultimo ventennio. Ma tanto basta a creare clamore e imbarazzo nel “pensiero unico” imperante: quello della destra iper liberista – sul piano economico – e iper conservatrice – sul piano sociale e dei diritti. Non è questo il momento o il luogo per affrontare la complessa figura dell’attuale pontefice, ma la riflessione mi sembrava pertinente).

Tornando a noi, il “pensiero di sinistra” oggi è commentato, nella migliore delle ipotesi, come un insieme di utopie belle quanto irrealizzabili e prive di concretezza, perché “il mondo è cambiato”. Diverse spie linguistiche del renzismo lo dimostrano, in campo politico e sociale, ma ciò che mi ferisce (e, soprattutto, mi preoccupa) è il riflesso di un tale clima nel campo culturale. Per fare un esempio (sicuramente secondario, ma ha il pregio d’essere recente e quindi fresco nella mente di tutti), molti si scandalizzano per la volgarità sessista di un gelato succhiato da Madia, ma sono gli stessi che pensano si debba abolire il finanziamento pubblico all'editoria perché “è il mercato a stabilire quali testate sopravvivono”. Giustamente Carlo Gubitosa ha commentato: “scandalizzatevi pure di fronte alla cattiva stampa, ma ricordatevi che la subcultura trash non e' soltanto una causa di degrado, ma e' anche l'effetto di un pubblico degradato, e' uno specchio di cio' che siamo collettivamente in grado di esprimere come popolo”.
Il calo di interesse su tematiche “datate” (che fino a ieri facevano parte della nostra storia, facendoci vibrare d’indignazione al ricordo) è figlio anche di questo clima? Certamente sì.

Preciso: non ho soluzioni, né immediate né a lungo termine. Quel che posso fare, nel mio piccolo “orticello culturale”, è continuare a coltivare un seme di resistenza, nella consapevolezza che non ne vedrò i frutti e nella speranza che generazioni future possano invece beneficiarne. Tanto mi basta. E a voi?

Francesco “baro” Barilli

giovedì 2 ottobre 2014

Un commento alla prima stagione di Orfani (scritto da Roberto Recchioni – ed. Bonelli)

Un anno fa mi trovai a parlare con un mio amico del primo numero di Orfani (serie Bonelli scritta da Roberto Recchioni). Lui mi disse - cito a braccio: “non m’è piaciuto. E ho trovato pericolosamente fascista il suo messaggio”. Io sospesi il giudizio; e, pensai, avrei scritto un commento dopo la fine del primo ciclo narrativo (recentemente arrivata col n. 12). Per casini di tempo avevo poi rinunciato all’idea, successivamente la bella recensione di Matteo Stefanelli mi ha stimolato altre riflessioni facendomi tornare sui miei passi. Ed eccomi qui…

(una precisazione: quando dico “la bella recensione di Stefanelli” intendo dire che leggendola emergono competenza, professionalità e onestà intellettuale di chi l’ha scritta; non significa che io sia completamente d’accordo)

Dunque: m’è piaciuto Orfani? Ho trovato il suo messaggio “pericolosamente fascista”?

Alla prima domanda: sì, m’è piaciuto. In un modo “visceralmente strano”. In quest’anno è stato forse l’unico fumetto di cui attendevo con ansia l’uscita e che leggevo non appena in mio possesso (gli altri generalmente si accumulano su scrivania e comodino, arrivando alla lettura solo quando una delle due pile minaccia il crollo…). Considerando il poco tempo che ho a disposizione, questo è un gran complimento verso il lavoro di Recchioni (e pure verso i disegnatori, s’intende).
In Orfani ho trovato un fumetto avvincente, dalla lettura scorrevole, graficamente riuscitissimo, innovativo rispetto ai canoni bonelliani. Il tempo di lettura veloce, su cui si sofferma ampiamente Stefanelli, non m’è sembrato un difetto: è una scelta stilistica che Recchioni ha volutamente adottato e coerentemente perseguito.
Peraltro, mi sembra si possa dire che il fumetto seriale da tempo sia segnato dalla ricerca di un ritmo sempre più veloce e incalzante. E pure l’osservazione di Stefanelli circa la periodicità mensile (se ho correttamente interpretato il suo pensiero, questa sarebbe inadatta a una fruizione veloce da parte del lettore, che dovrebbe essere stimolato da uscite più ravvicinate) non mi trova concorde: si veda lo standard di molte pubblicazioni Marvel, analogamente mensili e analogamente segnate da tempi di lettura assai veloci rispetto a quanto la “casa delle idee” ci aveva abituati anni fa.

(sarebbe interessante approfondire la questione sul tempo di lettura. O, meglio, sarebbe interessante riflettere su quanto sia il nostro linguaggio – e di conseguenza il “linguaggio narrativo” in ogni mezzo espressivo – ad essersi fatto sempre più veloce e incalzante. Probabilmente è la vita stessa ad essersi fatta più frenetica, e anche il nostro “raccontare storie” si adegua di conseguenza, in un cambiamento che è antropologico prima che stilistico… Sarebbe interessante, ripeto, ma dispersivo in questo che vuole essere solo un commento ai primi 12 numeri di Orfani. Lasciamo quindi la riflessione nel cassetto e procediamo oltre)

Veniamo al secondo quesito, sul “messaggio” di Orfani.
La maggior parte di chi sta leggendo questa recensione credo conosca già la prima stagione della serie, per cui mi limito a una sintesi, brutale e certamente lacunosa, per gli altri.
Nel primo numero un attacco terroristico di origine aliena provoca migliaia di vittime in tutto il mondo. Alcuni ragazzini sopravvissuti vengono quindi addestrati come “forza speciale”. Devono diventare soldati spietati, un corpo d’élite fisicamente e strategicamente ineccepibile (e, soprattutto, ciecamente obbediente).
Una volta diventati adulti,  il loro compito sarà rispondere all’apocalisse scatenata anni prima, annientando il nemico.
Ogni numero di Orfani si basa su due linee temporali, che si sviluppano progressivamente: nel passato assistiamo alla formazione degli “orfani” e alla mutazione dei rapporti interpersonali, fra loro e rispetto ai superiori; nel presente/futuro vediamo le loro azioni come soldati in guerra contro gli alieni. Una scansione della narrazione che Recchioni gestisce con bravura, facendo “crescere la storia” su entrambi i piani temporali e mantenendo alto l’interesse del lettore.
A circa metà serie il lettore scopre la verità dietro la tragedia del primo episodio: gli alieni non sono mai esistiti; la strage è stata solo una cinica macchinazione di chi gestisce il potere, interessato a un’operazione di manipolazione sociale di massa attraverso la creazione di un nemico comune; gli orfani sono utili al potere non tanto per la loro efficienza quanto per la loro totale (e in fondo ottusa) obbedienza; le loro stesse battaglie condotte contro gli alieni non sono mai avvenute, non esiste “il nemico”, ma solo il prodotto di allucinazioni scientificamente indotte.
Da qui si apre un dilemma nel gruppo di soldati, che si scopre manipolato da anni. Reagire e svelare a tutti la dura realtà? Oppure tacere per non compromettere quella stabilità sociale che, seppure basata su menzogne, è sorta dalle macerie post attentati? Tutto questo a sua volta porterà a una drammatica spaccatura negli Orfani: non ne rivelo gli sviluppi per non rovinare la lettura a chi volesse recuperare l’epilogo della saga.

E’ persino banale sottolineare che la sottotrama politica di Orfani ha tristi agganci con la realtà. La creazione di un nemico globale o l’amplificazione della “percezione del nemico”; la paura come strumento di controllo sociale, che produce l’accettazione della compressione dei diritti civili in nome di una maggiore sensazione di sicurezza; il fallimento della democrazia, che diventa un imbroglio semantico dietro cui si celano giochi di potere fatti all’oscuro dei cittadini che subiscono quei processi decisionali ai quali si illudono di partecipare… Questioni ampiamente presenti nella società attuale. Non so se Recchioni le abbia volutamente esplorate o se per lui siano semplicemente un pretesto narrativo: opzioni entrambe legittime e, soprattutto, l’una non esclude l’altra.
Sta di fatto che il “messaggio” di Orfani non è per nulla “fascista”. Probabilmente il lavoro di Recchioni non ha né intende avere “un messaggio”, e semmai risulta permeato da una sorta di disilluso nichilismo. Anche qui non voglio rovinare la sorpresa a chi volesse leggere la serie. Basti dire che l’epilogo sembra dire: “il potere mente ai cittadini, trattati come un gregge di cui manipolare il consenso; l’alternativa è una ribellione violenta che distrugga l’ordine costituito, anche in assenza di una prospettiva certa”.
Persino i rapporti umani più profondi non sfuggono a questa logica priva di speranze: anche due amanti come Ringo e Sam si scontrano più volte e alla fine l’uomo spezza il collo della ragazza proprio dopo un ultimo bacio. Una scena che Stefanelli ricorda nel suo pezzo come una fra le più emblematiche della serie: l’amore è importante, ma nemmeno il sentimento più profondo e sincero è una speranza sufficiente, in un mondo privo di speranze come quello degli Orfani. Il bacio di Ringo non è falso e neppure “un tradimento” (visto il successivo omicidio dell’amata): è solo l’estremo sigillo a una situazione priva di vie d’uscita.

Tutto bene e nessun difetto, dunque? In realtà anch’io, come Stefanelli, qualche perplessità ce l’ho. Una scarsa attenzione alle emozioni dei personaggi, dialoghi troppo caricati che a lungo andare diventano stereotipati. Condivido pure l’osservazione sulla scarsa empatia che si crea fra protagonisti e lettore, ma questa mi sembra un’altra scelta stilistica tipica di altri personaggi creati da Recchioni. Uno su tutti John Doe, la cui serie ho apprezzato specie nella prima stagione, che alternava slanci d’umanità ad atteggiamenti a dir poco scostanti, solo per fare un esempio.

Una nota a parte la merita l’attenzione che i media – specialmente su internet – hanno dedicato a Orfani, come spesso accade alle serie scritte da Roberto: alcuni detrattori sostengono che il dibattito che si solleva attorno ai suoi lavori sia dovuto, più che allo spessore degli stessi, all’abilità con cui lo sceneggiatore romano utilizza i social.
Che Recchioni utilizzi con abilità internet e i social network - come vetrina e “megafono” dei propri fumetti e progetti - è innegabile. E’ una normale strategia a livello commerciale e di comunicazione: se è bravo in questo mi sembra un pregio, più che un difetto.
Ma, credo, al di là che si possa provare simpatia o antipatia verso Roberto, gli si farebbe un torto pensando che “il rumore” sollevato dai suoi lavori sia solo l’eco del “personaggio” che lo sceneggiatore è diventato (o ha saputo diventare). Recchioni è, semplicemente, uno scrittore capace di progetti nuovi e in grado di gestire queste novità anche all’interno del cosiddetto “fumetto popolare”. Sa condurre la propria “autorialità” all’interno di standard narrativi consolidati come quelli della Bonelli o in generale del “fumetto classico d'avventura”. E’, insomma, uno scrittore che ha “qualcosa da dire”: che questo generi dibattito mi sembra normale e, soprattutto, un suo merito.

Francesco “baro” Barilli

lunedì 25 agosto 2014

Il veleno su Baldoni scorre ancora

Tanti anni fa ho scritto un articolo. Ho spulciato tra le mie cose per cercare la data corretta: era il 6 settembre 2004.
Ho l’abitudine di ripubblicare vecchi pezzi miei solo raramente. Lo faccio poche volte, quando mi sembra utile.
Non so se questa sia una di quelle volte. Non so quanto sia utile/necessario/attuale ripubblicare oggi “Il veleno di Libero su Enzo Baldoni”, a dieci anni dalla sua pubblicazione e dall’uccisione di Baldoni.
Però all’epoca non avevo il piacere di conoscere Guido, uno dei figli di Enzo.
E vedere che quel veleno scorre ancora m’ha dato da pensare.
E poi è il mio personale “regalo” a Guido. A dieci anni di distanza. Per fargli sentire la mia solidarietà: non è un gran modo, forse, ma è quanto so e posso fare.

Francesco “baro” Barilli

giovedì 14 agosto 2014

Il partigiano "Gion"



Tempo fa ho scritto questo racconto. Parlavo di mio padre, della sua esperienza di giovane partigiano e di altre cose… Chi l’ha letto, o lo leggerà ora, può facilmente immaginare quanto e perché sia importante, per me…

La vità spesso inciampa in imprevisti, che a volte possono essere positivi. Questo è uno di quei casi: senza annoiarvi coi dettagli, sono arrivato a questo link: fatelo scorrere fino a “Gion”: non avete idea dell’emozione che mi ha dato trovare la sua “fototessera” di partigiano...



Sapevo del suo pseudonimo: avevo sempre pensato a “John”: ho scoperto che invece era “italianizzato”: m’ha intenerito e fatto sorridere…

sabato 12 luglio 2014

Bertinotti, la sinistra non è finita

Il caso ha voluto che proprio dopo una serata passata con due amici, in cui abbiamo parlato anche dello stato della sinistra in Italia, abbia letto l’intervista a Fausto Bertinotti realizzata da Antonello Caporale per Il Fatto.
L’ex segretario di Rifondazione afferma varie cose. Ne cito solo alcune:

- fra gli errori commessi ne menziona solo uno (“uno più di tutti mi brucia: non essermi reso conto che alcuni miei comportamenti potessero essere scambiati per commistione con un ceto somigliante a una casta”).

- La sinistra è morta; il comunismo (sempre secondo Bertinotti) lo è da un pezzo.

- Spende poche parole per il M5S, ma sembrano un apprezzamento, o almeno un riconoscimento del Movimento come “meno peggio” nel panorama attuale (“E meno male. [che molti voti vanno a Grillo n.d.r.] In Francia votano Le Pen”).

Insomma: l’Italia è forse l’unico Paese europeo in cui la sinistra – elettoralmente – è priva di peso, ma l’ex segretario di Rifondazione non ne indica i motivi (sinceramente quel passaggio sulle “feste” a cui ha partecipato mi sembra risibile: fra i tanti errori commessi, Bertinotti indica il più veniale, il dito anziché la luna…), con dichiarazioni che sembrano essere sostanzialmente autoassolutorie e autoconsolatorie. Sul “che fare”, tace o quasi. E, ad onor del vero, forse in questo non sbaglia…

Faccio ora un lungo inciso, credo e spero utile, sui numeri delle ultime elezioni.
Preciso da subito: so bene che è difficile comparare politiche ed europeee (“mischio pere con pomi”), e pure che se parliamo di numeri elettorali non sempre (anzi, quasi mai) il risultato di una data coalizione è la somma matematica delle potenzialità dei singoli partiti che la compongono; in altre parole: se X vale 10 voti e Y ne vale 20, non è detto che alla consultazione successiva X eY presentandosi assieme prendano 30 voti. So anche che le numerosi divisioni-scissioni-frammentazioni rendono ancora più difficile un’analisi completa. Però in questo momento non m’interessa un’indagine raffinata dei flussi elettorali negli ultimi 10 anni: voglio solo ragionare a livello di “grandi numeri”.

elezioni politiche del 2006 (solo Camera dei Deputati)
Rifondazione: 2.229.604 voti, pari al 5,8%
Comunisti Italiani: 884.912 voti, pari al 2,3%
Verdi: 783.944 voti, pari al 2,1%
(ho intenzionalmente escluso l’IdV, che per la cronaca prese 877.159 voti)

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politiche del 2008 (anche qui: Camera dei Deputati):
Sinistra Arcobaleno: 1.124.298 voti, pari al 3,08%
PCdL: 208.296 voti, pari al 0,57%
Sinistra Critica: 168.916 voti, pari al 0,46%

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politiche del 2013 (sempre: Camera dei Deputati):
Sel: 1.089.442 voti, pari al 3,2%
Rivoluzione Civile (lista Ingroia): 765.172 voti, pari al 2,25%
PCdL: 89.995voti, pari al 0,26%
Alternativa Comunista: 89.995 voti, pari al 0,26%

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europee del 2014:
L'altra Europa con Tsipras: 1.103.203 voti, pari al 4,03%
Verdi: 245.443 voti, pari al 0,89%

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In altre parole: nel 2006 la cosiddetta sinistra radicale contava su un bacino di quasi 4 milioni di voti (10,2 % complessivo, peraltro con un numero di votanti assai superiore a quello mediamente attuale).
In otto anni (ripeto: otto anni…) il bacino della sinistra radicale si è ridotto fino a 1 milione o poco più.
Nello stesso periodo, i gruppi dirigenti di altre parti politiche si sono rinnovati parecchio (alcuni radicalmente, altri meno). La sinistra ha attraversato fortissimi processi di frammentazione, in molti casi sfidando il ridicolo, e tentativi di riaggregazione (malriusciti e sempre dettati da pressanti scadenze elettorali). I gruppi dirigenti si sono atomizzati, ma mantenendo pressochè le stesse figure di riferimento.

Bene: so che “noi” dovremmo essere “diversi”. Per noi dovrebbero essere importanti le idee, non i leader. E so pure che abbiamo un grosso problema di comunicazione; in parte dovuto alla riduzione degli spazi sui grandi media, in parte per l’incapacità a rinnovare le modalità comunicative rispetto a un mondo profondamente cambiato (se leggo ancora “una nuova fase si è aperta” mi viene l’orticaria…).
So tutto questo. Però resta il dato, macroscopico, di un’area politica che ha avuto una paurosa emorragia di consensi elettorali e in cui praticamente nessuno dei dirigenti ha saputo o voluto fare un vero passo indietro.

Mi si potrebbe obbiettare che la Lista Tsipras alle ultime europee ha cercato dinamiche diverse nella scelta dei candidati. E’ vero, ma anche tralasciando la pessima gestione del “vado o non vado” di Barbara Spinelli, il problema non è quello. Un progetto di sinistra che sia davvero alternativo solido e credibile non lo si improvvisa, e farlo frettolosamente per una campagna elettorale è impossibile. Certo, la sinistra ormai si trova stretta in una tenaglia (tra “voto utile” e la sirena del 5 stelle) ma il vero problema e che da tempo non sa rappresentare il cambiamento, un’idea alternativa “di mondo”. Già tempo fa (dopo il fallimento di Rivoluzione Civile) scrissi che se la crisi ha prodotto Syriza in Grecia e da noi il Movimento 5 Stelle qualcosa vorrà dire… E questo porta pesanti accuse all’intero gruppo dirigente delle formazioni di sinistra. Che non hanno rinnovato i propri quadri o il proprio linguaggio, e che quando (costretti…) hanno dovuto affrontare l’amaro calice di un’autocritica si sono rifugiati nel consueto, e molto “politichese”, dare la colpa ad altri del proprio fallimento. Se in 8 anni si sono persi per strada 3 milioni di voti vuol dire che 3 milioni di cittadini non si sentono più rappresentati da chi, a sinistra, si presenta alle elezioni. E se contemporaneamente i gruppi dirigenti mettono la testa nella sabbia abbiamo un grosso problema. Che non sono le “feste” a cui ha partecipato Bertinotti.

Francesco “baro” Barilli

giovedì 3 luglio 2014

Appuntamenti e novità

Si parla ancora di Piazza della Loggia vol. 2: qui e qui.

Poi, per chi volesse venire a sentirci, l'appuntamento è a Torre Pellice, per "Una Torre di libri", il 18 luglio. Con me e Matteo Fenoglio ci saranno anche Benedetta Tobagi e Alessio Lega. Per i dettagli leggete qui (ma consiglio di dare un'occhiata in generale a tutto il programma).

Dopo Torre Pellice sarò come sempre a Genova: mi sa che chi mi conosce l'immaginava... Però spero vi interessi il convegno a cui parteciperò: La Fortezza Europa, repressione e criminalizzazione delle lotte sociali: che fare?

(e se anche non interessasse, ricordo che di motivi per esserci a Genova, ogni anno a luglio, ce n'è sempre... Se proprio non ce la fate il 19, fate di tutto per esserci almeno domenica 20, dalle ore 14.30, in Piazza Alimonda. Per non dimentiCARLO).