Il 10 ottobre il tribunale di Ferrara ha ascoltato gli esperti nominati
dal collegio difensivo dei quattro poliziotti imputati di omicidio
colposo per la morte di Federico Aldrovandi. I consulenti della difesa
sono arrivati a conclusioni opposte rispetto a quelle pronunciate dai
periti di parte civile. La “fame d’aria” che ha portato alla morte il
giovane Aldro sarebbe da addebitare al mix di ketamina e morfina, mentre
la colluttazione coi poliziotti e la posizione cui è stata costretta la
vittima (prona e schiacciata a terra) sarebbero irrilevanti come cause o
concause del decesso. La mattina del 25 settembre 2005 il ragazzo
sarebbe morto in ogni caso, in via Ippodromo o dopo essere giunto a
casa, indipendentemente dall’incontro con i quattro agenti sotto
processo. In sostanza le perizie non confutano la violenza del controllo
di polizia cui è stato sottoposto Federico (un vero pestaggio, stando
alla testimonianza della testimone Anne Marie Tsegueu, già a suo tempo
resa davanti al GIP), ma ne valutano l’ininfluenza ai fini del decesso.
Gli imputati hanno il diritto di mentire. Se anche così non
stabilissero i principi del diritto (nemo tenetur se detegere, ossia a
nessuno può essere chiesto di autoincriminarsi o comunque di confermare
una propria responsabilità penale) basterebbe il buon senso a capirlo.
Un imputato può decidere se deporre o meno, e in caso positivo la sua
deposizione non è preceduta dal giuramento. Una simile possibilità
ovviamente non è concessa, né dal buon senso né dalla legge, ai
testimoni o a chi è chiamato ad altro titolo a collaborare al processo.
Questo forse rende particolarmente crudele la ricostruzione fatta al
tribunale di Ferrara lo scorso 10 ottobre. Chi scrive non ha competenze
tecniche o scientifiche per confutare specialisti sicuramente
qualificati come quelli nominati dal collegio difensivo. Le loro teorie
saranno sicuramente suffragate da elementi “di scienza”, da riscontri
presenti in letteratura. E per smontarle non basta sottolineare quanto
quelle teorie siano distanti, diametralmente opposte, a quelle di altri
consulenti ascoltati sul caso.
Sicuramente il proliferare di
informazioni sui fatti di sangue che colpiscono l’opinione pubblica ha
reso più importante il ruolo che rivestono i periti, nella soluzione dei
casi giudiziari. Sembra quasi che oggigiorno la scrittura della
Giustizia sia ormai affidata alla fredda scienza. Ma laddove non arriva
la competenza può però arrivare il ragionamento. A tale scopo si ricorda
che le deposizioni a suo tempo rese in aula dagli imputati hanno
descritto Federico come una forza scatenata della natura, capace di
spezzare i manganelli con un calcio, un ciclone che ha travolto i
quattro agenti minacciandone l’incolumità, fino ad essere “contenuto”.
Una ricostruzione che, abbinata a quella dei consulenti della difesa,
porterebbe ad un’ipotesi quasi fumettistica: un ragazzo di 18 anni, dopo
aver assunto una specie di siero della forza, si sarebbe trasformato in
una sorta di “incredibile Hulk”, per poi morire per le conseguenze
negative della stessa pozione. Difficile a questo punto immaginare lo
sdegno e la rabbia che devono aver provato i genitori di Federico
Aldrovandi nell’ascoltare la ricostruzione fatta da chi ha sostenuto
l’ineluttabilità della morte del loro figlio, quella mattina.
La
prossima udienza è fissata per l’11 novembre. In calendario, gli ultimi
consulenti nominati dal collegio difensivo. Poi, il 24 novembre, saranno
i periti del tribunale a dirimere i contrasti fra le perizie di parte.
Francesco “baro” Barilli
mercoledì 15 ottobre 2008
venerdì 10 ottobre 2008
Su “La piuma e la montagna” e “Cuori Rossi”
In questi giorni ho letto “Cuori Rossi” di Cristiano Armati (editore Newton Compton). Il libro è per molti versi simile a quello, in uscita quasi contemporanea, curato da me e Sergio Sinigaglia, “La Piuma e la Montagna”.
La contemporaneità di uscita dei due volumi è totalmente casuale: io e Sergio non conosciamo Cristiano, non sapevamo che anche lui stava lavorando sullo stesso argomento (la storia e i sogni di chi ha pagato con la vita il suo impegno pubblico, in decenni di lotte, conflitti e grandi fermenti sociali). Tutto questo potrebbe far pensare a una “rivalità” fra i due lavori. Ebbene, almeno da parte mia, sottolineo subito di ritenere ottimo il lavoro di Armati, e di credere che i due libri si completino, trattando tematiche uguali secondo approcci diversi e quasi complementari.
“Cuori Rossi” è, come si intuisce già dal titolo, una risposta al “Cuori Neri” di Luca Telese, uscito se non erro tre anni fa. Un libro storico-documentale, una replica (doverosa, legittima, comprensibile e condivisibile) all’operazione editoriale del suddetto Telese.
“La Piuma e la Montagna”, come io e Sinigaglia spieghiamo nella nostra introduzione, prescinde invece da “Cuori Neri”. Intenzionalmente io e Sergio abbiamo scelto di trattare i casi specificati nel nostro libro facendo parlare chi aveva conosciuto direttamente le persone uccise di cui parliamo nel libro (da Pinelli a Fausto e Iaio). Abbiamo tentato di far raccontare chi fossero Pinelli, Serantini eccetera da chi li ha conosciuti e amati, valorizzando non solo il loro impegno politico e sociale, ma anche il profilo umano, la storia personale, i sentimenti. Per chi ha accettato di parlare si è trattato di un viaggio nel tempo su fatti estremamente dolorosi, che hanno irrimediabilmente cambiato la vita di chi racconta. Ma la scelta di rievocare momenti così drammatici è stata fatta volentieri, perché è stata colta la possibilità di valorizzare la memoria dei propri cari, dei compagni di allora.
Se Cuori Rossi è più cupo e “incazzato” (termini, sia chiaro, che utilizzo in senso tutt’altro che spregiativo), “La Piuma e la Montagna” si sforza di essere ”vitale”, seppure questo aggettivo possa apparire paradossale, visto che parliamo di giovani, giovanissimi in alcuni casi, uccisi. Dalla introduzione: “abbiamo cercato di proporre una visione diversa di quegli anni. Lo abbiamo fatto attraverso la testimonianza di chi ha vissuto una tragedia. Ma i racconti di questo libro descrivono un’Italia che, al di là degli eccessi ideologici, fu attraversata da una grande stagione di impegno civile, ancora prima che politico e sociale”.
Se qualcuno dunque, trovandosi interessato all’argomento, si chiedesse quale libro debba scegliere fra i due, personalmente non ho problemi a dire che, pur essendo co-autore di uno di questi, li consiglio entrambi. Se volete fare un piccolo sforzo economico, comprateli, non ve ne pentirete e sono sicuro che non li troverete dei doppioni l’uno dell’altro.
Francesco “baro” Barilli
La contemporaneità di uscita dei due volumi è totalmente casuale: io e Sergio non conosciamo Cristiano, non sapevamo che anche lui stava lavorando sullo stesso argomento (la storia e i sogni di chi ha pagato con la vita il suo impegno pubblico, in decenni di lotte, conflitti e grandi fermenti sociali). Tutto questo potrebbe far pensare a una “rivalità” fra i due lavori. Ebbene, almeno da parte mia, sottolineo subito di ritenere ottimo il lavoro di Armati, e di credere che i due libri si completino, trattando tematiche uguali secondo approcci diversi e quasi complementari.
“Cuori Rossi” è, come si intuisce già dal titolo, una risposta al “Cuori Neri” di Luca Telese, uscito se non erro tre anni fa. Un libro storico-documentale, una replica (doverosa, legittima, comprensibile e condivisibile) all’operazione editoriale del suddetto Telese.
“La Piuma e la Montagna”, come io e Sinigaglia spieghiamo nella nostra introduzione, prescinde invece da “Cuori Neri”. Intenzionalmente io e Sergio abbiamo scelto di trattare i casi specificati nel nostro libro facendo parlare chi aveva conosciuto direttamente le persone uccise di cui parliamo nel libro (da Pinelli a Fausto e Iaio). Abbiamo tentato di far raccontare chi fossero Pinelli, Serantini eccetera da chi li ha conosciuti e amati, valorizzando non solo il loro impegno politico e sociale, ma anche il profilo umano, la storia personale, i sentimenti. Per chi ha accettato di parlare si è trattato di un viaggio nel tempo su fatti estremamente dolorosi, che hanno irrimediabilmente cambiato la vita di chi racconta. Ma la scelta di rievocare momenti così drammatici è stata fatta volentieri, perché è stata colta la possibilità di valorizzare la memoria dei propri cari, dei compagni di allora.
Se Cuori Rossi è più cupo e “incazzato” (termini, sia chiaro, che utilizzo in senso tutt’altro che spregiativo), “La Piuma e la Montagna” si sforza di essere ”vitale”, seppure questo aggettivo possa apparire paradossale, visto che parliamo di giovani, giovanissimi in alcuni casi, uccisi. Dalla introduzione: “abbiamo cercato di proporre una visione diversa di quegli anni. Lo abbiamo fatto attraverso la testimonianza di chi ha vissuto una tragedia. Ma i racconti di questo libro descrivono un’Italia che, al di là degli eccessi ideologici, fu attraversata da una grande stagione di impegno civile, ancora prima che politico e sociale”.
Se qualcuno dunque, trovandosi interessato all’argomento, si chiedesse quale libro debba scegliere fra i due, personalmente non ho problemi a dire che, pur essendo co-autore di uno di questi, li consiglio entrambi. Se volete fare un piccolo sforzo economico, comprateli, non ve ne pentirete e sono sicuro che non li troverete dei doppioni l’uno dell’altro.
Francesco “baro” Barilli
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mercoledì 1 ottobre 2008
“Il vento contro” e gli altri romanzi di Stefano Tassinari
Ho appena finito di leggere l’ultimo romanzo di Stefano Tassinari, “Il vento contro”.
Un titolo che mi fa venire in mente un verso di una canzone di De
Andrè, “per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”. Credo che
quelle parole tratte da “Smisurata Preghiera” racchiudano il senso di
questo libro e, in generale, del lavoro di Stefano.
Prima di parlare del suo ultimo romanzo, una carrellata sui precedenti, partendo da una breve riflessione: Tassinari non solo scrive libri molto belli, ma sa trovare titoli ancora più belli ed evocativi.
Ne “L’ora del ritorno” viene raccontato un fatto inventato ma solido nel suo impianto storico. Il protagonista, Eugenio Accorsi, è un vecchio partigiano di sinistra, eretico e sospettato nel suo ambiente per l’essere sopravvissuto a un’azione in cui morirono tutti i suoi compagni. Solo al capodanno del 2000 scoprirà la verità, rivelatagli dalla figlia Luisa.
“I segni sulla pelle” è un lavoro che ripercorre e tenta di mettere ordine nella ridda di notizie che movimentò il tardo pomeriggio del 20 luglio 2001, quando (poco dopo l’uccisione di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda) filtrò la notizia, presto finita nel nulla, di una possibile seconda vittima degli scontri genovesi. Stefano, nel suo romanzo, cercò di dare una spiegazione logica a quelle ipotesi (potete leggere una lunga chiacchierata fra me e l’autore, la trovate qui).
Ne “L’amore degli insorti” protagonista è ancora un personaggio di fantasia. Emilio Calvesi, affermato professionista, è un uomo con alle spalle un passato nella lotta armata degli anni ’70. Ha saputo, per usare una formula retorica, “rifarsi una vita”, ma vedrà il proprio passato tornare a tormentarlo inaspettatamente, sotto le forme di una persona che, a più di vent’anni dai fatti, lo metterà di fronte alle sue scelte passate.
Se i precedenti romanzi erano tutti basati su fatti o contesti storici reali e tratteggiati rigorosamente, ma con l’ausilio di personaggi di fantasia, ne “Il vento contro” pure il protagonista è realmente esistito. Si tratta di Pietro Tresso, detto Blasco, figura storica del Partito Comunista d’Italia. Questo romanzo in parte richiama tematiche presenti ne “L’ora del ritorno”, ossia il destino degli “eretici” comunisti, di quei compagni che spesso furono trattati dai propri vertici di riferimento alla stregua di nemici, più pericolosi degli stessi fascisti.
Devo confessarlo: proprio questo evidente amore per gli eretici, per chi “naviga in direzione ostinata e contraria” (per citare nuovamente De Andrè) è un fattore che mi fa amare particolarmente i lavori di Stefano, facendoli sentire vicini alla mia sensibilità. Pure io, in scala più modesta, ho cercato di occuparmene. Penso a Emilio Canzi, di cui ho già parlato qui.
“Il vento contro” ricostruisce gli ultimi giorni di vita di Tresso e dei suoi compagni, in tutto quattro militanti trotskisti trattati come nemici dai propri carnefici (partigiani anch’essi, ma di rigorosa fede stalinista). Una vicenda atroce non solo nel suo svolgimento, ma pure nella sua successiva rimozione dalla memoria storica della Resistenza.
Avrei altre cose da dire, ma vi farei solo perdere tempo. Preferisco chiudere con un consiglio: andate in libreria e recuperate i libri di cui ho parlato. Leggerete dei racconti interessanti e, contemporaneamente, riscoprirete pagine di storia rimosse e dimenticate. In fondo è questo che la letteratura, quando “impegnata” dovrebbe proporsi come obbiettivo.
Francesco “baro” Barilli
Prima di parlare del suo ultimo romanzo, una carrellata sui precedenti, partendo da una breve riflessione: Tassinari non solo scrive libri molto belli, ma sa trovare titoli ancora più belli ed evocativi.
Ne “L’ora del ritorno” viene raccontato un fatto inventato ma solido nel suo impianto storico. Il protagonista, Eugenio Accorsi, è un vecchio partigiano di sinistra, eretico e sospettato nel suo ambiente per l’essere sopravvissuto a un’azione in cui morirono tutti i suoi compagni. Solo al capodanno del 2000 scoprirà la verità, rivelatagli dalla figlia Luisa.
“I segni sulla pelle” è un lavoro che ripercorre e tenta di mettere ordine nella ridda di notizie che movimentò il tardo pomeriggio del 20 luglio 2001, quando (poco dopo l’uccisione di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda) filtrò la notizia, presto finita nel nulla, di una possibile seconda vittima degli scontri genovesi. Stefano, nel suo romanzo, cercò di dare una spiegazione logica a quelle ipotesi (potete leggere una lunga chiacchierata fra me e l’autore, la trovate qui).
Ne “L’amore degli insorti” protagonista è ancora un personaggio di fantasia. Emilio Calvesi, affermato professionista, è un uomo con alle spalle un passato nella lotta armata degli anni ’70. Ha saputo, per usare una formula retorica, “rifarsi una vita”, ma vedrà il proprio passato tornare a tormentarlo inaspettatamente, sotto le forme di una persona che, a più di vent’anni dai fatti, lo metterà di fronte alle sue scelte passate.
Se i precedenti romanzi erano tutti basati su fatti o contesti storici reali e tratteggiati rigorosamente, ma con l’ausilio di personaggi di fantasia, ne “Il vento contro” pure il protagonista è realmente esistito. Si tratta di Pietro Tresso, detto Blasco, figura storica del Partito Comunista d’Italia. Questo romanzo in parte richiama tematiche presenti ne “L’ora del ritorno”, ossia il destino degli “eretici” comunisti, di quei compagni che spesso furono trattati dai propri vertici di riferimento alla stregua di nemici, più pericolosi degli stessi fascisti.
Devo confessarlo: proprio questo evidente amore per gli eretici, per chi “naviga in direzione ostinata e contraria” (per citare nuovamente De Andrè) è un fattore che mi fa amare particolarmente i lavori di Stefano, facendoli sentire vicini alla mia sensibilità. Pure io, in scala più modesta, ho cercato di occuparmene. Penso a Emilio Canzi, di cui ho già parlato qui.
“Il vento contro” ricostruisce gli ultimi giorni di vita di Tresso e dei suoi compagni, in tutto quattro militanti trotskisti trattati come nemici dai propri carnefici (partigiani anch’essi, ma di rigorosa fede stalinista). Una vicenda atroce non solo nel suo svolgimento, ma pure nella sua successiva rimozione dalla memoria storica della Resistenza.
Avrei altre cose da dire, ma vi farei solo perdere tempo. Preferisco chiudere con un consiglio: andate in libreria e recuperate i libri di cui ho parlato. Leggerete dei racconti interessanti e, contemporaneamente, riscoprirete pagine di storia rimosse e dimenticate. In fondo è questo che la letteratura, quando “impegnata” dovrebbe proporsi come obbiettivo.
Francesco “baro” Barilli
mercoledì 24 settembre 2008
Su Pinelli, “la lobby” inesistente e le semplificazioni manichee
Pubblico di seguito due articoli scritti assieme al mio amico Sergio Sinigaglia.
Entrambi si riferiscono a "La piuma e la montagna", libro che abbiamo curato e di prossima pubblicazione per Manifestolibri (se guardate qui a fianco, nel mio profilo, trovate alcune indicazioni. Potete saperne di più cliccando qui).
Il primo articolo è quello che dà il titolo a questo post, e riscontra alcuni pezzi usciti in questi giorni sulla vicenda Pinelli-Calabresi-Sofri.
Il secondo è una precisazione che è stata pubblicata oggi su Il Manifesto, dove ieri è apparsa l'anticipazione dell'intervista a Licia Pinelli che troverete ne "La piuma e la montagna".
*****
In questi giorni si è acceso il dibattito sulla vicenda della morte di Giuseppe Pinelli a partire da un articolo di Adriano Sofri sul Foglio, dove, tra l'altro, si fa riferimento all’intervista rilasciata da Licia Pinelli nel libro “La piuma e la montagna”, da noi curato e di prossima uscita con manifestolibri. Quell’intervista, prima ancora della sua pubblicazione, corre il rischio di trasformarsi nella miccia che, nel riaccendere il dibattito su quegli anni, porti di nuovo all'affermazione della logica del “muro contro muro”, riproponendo dinamiche appartenenti ad una fase politica ormai ben lontana. Capiamo che la delicatezza del tema (più corretto sarebbe parlare di temi, fra loro connessi, da Piazza Fontana alla condanna di Sofri, passando per le morti di Pinelli e Calabresi) possa portare le persone coinvolte a reagire, ogni volta che l’argomento viene ripreso, in modo passionale e viscerale, ma crediamo che tutto questo vada contro la necessaria riflessione su quei tempi, stando ben attenti a non ricreare gli schieramenti di allora.
Ma andiamo con ordine, partendo proprio dall'intervista a D’Ambrosio di sabato scorso [nota: su "Il Riformista"]. A molte affermazioni ha già risposto lucidamente Adriano Sofri il 22 settembre 2008, sempre su questo giornale, e ci limitiamo a qualche sottolineatura. E’ inesatto affermare che la signora Pinelli sarebbe tornata a sostenere certe tesi “dopo che Sofri ha riaperto il caso”. L’intervista a Licia è del gennaio 2008, per cui la consecuzione logica e temporale con cui si sono riaccesi i riflettori sulla vicenda è ben diversa.
Sull’indignazione di D’Ambrosio di fronte alla formula del “malore attivo”, che lui sostiene di non avere mai utilizzato, diremo che se Sofri, nel titolo del suo libro del 96 che raccoglieva e commentava la sentenza del 75, ha parlato di “malore attivo” non ha detto una falsità. Ha solo semplificato e sintetizzato quella che nel dispositivo fu definita l’ipotesi più verosimile per la caduta di Pinelli, una semplificazione aderente ai concetti che in quella sede venivano espressi (dove si parla di “precipitazione per improvvisa alterazione del centro di equilibrio”).
Irrita maggiormente, nell’intervista a D’Ambrosio, l’adombrata esistenza di una “lobby per Pinelli”.
Non solo, naturalmente non esiste nessuna lobby, ma Francesco Barilli, che ha curato l'intervista alla Pinelli, ha 42 anni, e non ha vissuto direttamente quei tragici fatti; conosce da tempo Licia e ha seguito il caso del marito per passione civile.
Da quasi quarant’anni la signora Pinelli sostiene che su tutti quelli che collaborarono a quel fermo di polizia terminato tragicamente grava una responsabilità, morale se non penale, nella morte del marito. Tutto questo senza aver mai voluto ricondurre il fatto ad una sorta di guerra “Pinelli contro Calabresi”. Proprio quella semplificazione ha già causato abbastanza lutti e dolori.
La morte di Giuseppe Pinelli, riprendendo ancora concetti che Francesco espose al figlio del commissario in una lettera aperta dello scorso luglio, non la si può cristallizzare nell’istante della precipitazione. La vicenda comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia col suddetto fermo di polizia (svoltosi in termini e modi contrari alla legge e questo lo conferma pure la sentenza, come già ricordato da Sofri). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell’immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l’acquiescenza di tutti quelli che parteciparono a diverso titolo agli interrogatori di Pinelli, nessuno escluso.
Non è nostra volontà tentare una sgradevole graduatoria d’importanza o di gravità fra la campagna denigratoria subita da Pinelli e quella che immediatamente dopo subì Luigi Calabresi (dal tragico esito e giustamente condannata), ma va sottolineato che a quella contro il commissario parteciparono movimenti, intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipò lo Stato. Forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva.
Concludiamo rilevando che scopo del nostro libro, come argomentiamo nella presentazione, è quello di fare uscire dall'oblio vicende ormai rimosse, dimenticate, evitando di contrapporre morti a morti, ma valorizzando la scelta di chi allora, come tanti altri, optò per l'impegno pubblico, pagando con la vita. Con la “La piuma e la montagna” abbiamo voluto evidenziare come quel decennio non possa essere riduttivamente definito “anni di piombo” perché l'Italia di allora era anche un Paese attraversato da grandi movimenti di massa che lottavano per diritti sociali oggi sempre più messi in discussione. Il nostro libro, attraverso le testimonianze dei familiari e degli amici di undici uccisi per mano delle forze dell'ordine e dei neofascisti, parla di quell'Italia.
Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia
*****
Perché “La piuma e la montagna”
Nel ringraziare il Manifesto per l’attenzione e lo spazio concessi all’intervista a Licia Pinelli, vorremmo fornire alcune precisazioni, sulle quali concorda la signora Pinelli, che ci ha telefonato.
Ci sembra che l’occhiello e il sottotitolo scelti per l’articolo taglino con l'accetta concetti in realtà diversi o comunque ben articolati. Infatti Licia non ha detto “Pino, vittima di Calabresi”, né “Mario Calabresi ha scritto un libro che, per difendere la memoria del padre, offende la nostra”.
Capiamo che un sottotitolo o un occhiello debbano attirare l’attenzione del lettore e quindi a volte la sintesi possa contrastare con la complessità dell'argomentazione.
Ma al di là di queste osservazioni, quello che ci preme è far sì che il dibattito e la riflessione attorno al nostro libro evitino di imboccare il vicolo cieco della contrapposizione frontale, riproponendo gli stessi schieramenti di allora, cosa grottesca e inutile. “La piuma e la montagna” nasce dall'esigenza, lo spieghiamo diffusamente nella nostra presentazione, da un lato di valorizzare chi allora, come tanti, scelse l'impegno politico pubblico, con passione e altruismo, e pagò con la vita questa scelta. Dall'altro evidenziare come continuare ad etichettare quel decennio come “anni di piombo” sia riduttivo e sbagliato, perché in quel periodo il nostro Paese fu attraversato da grandi fermenti sociali, dei quali parlano diffusamente i familiari e gli amici da noi intervistati. Ne emerge un'Italia, inevitabilmente molto lontana, dove migliaia e migliaia di giovani lottavano per ideali, oggi sempre più calpestati.
Ecco perché pensiamo che la discussione che inevitabilmente sta nascendo sul nostro lavoro debba evitare di riproporre logiche e semplificazioni dannose quanto inutili, anche nel rispetto di chi, faticosamente, ha deciso di raccontare di nuovo fatti così dolorosi che hanno cambiato completamente la loro vita.
Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia
Entrambi si riferiscono a "La piuma e la montagna", libro che abbiamo curato e di prossima pubblicazione per Manifestolibri (se guardate qui a fianco, nel mio profilo, trovate alcune indicazioni. Potete saperne di più cliccando qui).
Il primo articolo è quello che dà il titolo a questo post, e riscontra alcuni pezzi usciti in questi giorni sulla vicenda Pinelli-Calabresi-Sofri.
Il secondo è una precisazione che è stata pubblicata oggi su Il Manifesto, dove ieri è apparsa l'anticipazione dell'intervista a Licia Pinelli che troverete ne "La piuma e la montagna".
*****
In questi giorni si è acceso il dibattito sulla vicenda della morte di Giuseppe Pinelli a partire da un articolo di Adriano Sofri sul Foglio, dove, tra l'altro, si fa riferimento all’intervista rilasciata da Licia Pinelli nel libro “La piuma e la montagna”, da noi curato e di prossima uscita con manifestolibri. Quell’intervista, prima ancora della sua pubblicazione, corre il rischio di trasformarsi nella miccia che, nel riaccendere il dibattito su quegli anni, porti di nuovo all'affermazione della logica del “muro contro muro”, riproponendo dinamiche appartenenti ad una fase politica ormai ben lontana. Capiamo che la delicatezza del tema (più corretto sarebbe parlare di temi, fra loro connessi, da Piazza Fontana alla condanna di Sofri, passando per le morti di Pinelli e Calabresi) possa portare le persone coinvolte a reagire, ogni volta che l’argomento viene ripreso, in modo passionale e viscerale, ma crediamo che tutto questo vada contro la necessaria riflessione su quei tempi, stando ben attenti a non ricreare gli schieramenti di allora.
Ma andiamo con ordine, partendo proprio dall'intervista a D’Ambrosio di sabato scorso [nota: su "Il Riformista"]. A molte affermazioni ha già risposto lucidamente Adriano Sofri il 22 settembre 2008, sempre su questo giornale, e ci limitiamo a qualche sottolineatura. E’ inesatto affermare che la signora Pinelli sarebbe tornata a sostenere certe tesi “dopo che Sofri ha riaperto il caso”. L’intervista a Licia è del gennaio 2008, per cui la consecuzione logica e temporale con cui si sono riaccesi i riflettori sulla vicenda è ben diversa.
Sull’indignazione di D’Ambrosio di fronte alla formula del “malore attivo”, che lui sostiene di non avere mai utilizzato, diremo che se Sofri, nel titolo del suo libro del 96 che raccoglieva e commentava la sentenza del 75, ha parlato di “malore attivo” non ha detto una falsità. Ha solo semplificato e sintetizzato quella che nel dispositivo fu definita l’ipotesi più verosimile per la caduta di Pinelli, una semplificazione aderente ai concetti che in quella sede venivano espressi (dove si parla di “precipitazione per improvvisa alterazione del centro di equilibrio”).
Irrita maggiormente, nell’intervista a D’Ambrosio, l’adombrata esistenza di una “lobby per Pinelli”.
Non solo, naturalmente non esiste nessuna lobby, ma Francesco Barilli, che ha curato l'intervista alla Pinelli, ha 42 anni, e non ha vissuto direttamente quei tragici fatti; conosce da tempo Licia e ha seguito il caso del marito per passione civile.
Da quasi quarant’anni la signora Pinelli sostiene che su tutti quelli che collaborarono a quel fermo di polizia terminato tragicamente grava una responsabilità, morale se non penale, nella morte del marito. Tutto questo senza aver mai voluto ricondurre il fatto ad una sorta di guerra “Pinelli contro Calabresi”. Proprio quella semplificazione ha già causato abbastanza lutti e dolori.
La morte di Giuseppe Pinelli, riprendendo ancora concetti che Francesco espose al figlio del commissario in una lettera aperta dello scorso luglio, non la si può cristallizzare nell’istante della precipitazione. La vicenda comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia col suddetto fermo di polizia (svoltosi in termini e modi contrari alla legge e questo lo conferma pure la sentenza, come già ricordato da Sofri). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell’immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l’acquiescenza di tutti quelli che parteciparono a diverso titolo agli interrogatori di Pinelli, nessuno escluso.
Non è nostra volontà tentare una sgradevole graduatoria d’importanza o di gravità fra la campagna denigratoria subita da Pinelli e quella che immediatamente dopo subì Luigi Calabresi (dal tragico esito e giustamente condannata), ma va sottolineato che a quella contro il commissario parteciparono movimenti, intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipò lo Stato. Forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva.
Concludiamo rilevando che scopo del nostro libro, come argomentiamo nella presentazione, è quello di fare uscire dall'oblio vicende ormai rimosse, dimenticate, evitando di contrapporre morti a morti, ma valorizzando la scelta di chi allora, come tanti altri, optò per l'impegno pubblico, pagando con la vita. Con la “La piuma e la montagna” abbiamo voluto evidenziare come quel decennio non possa essere riduttivamente definito “anni di piombo” perché l'Italia di allora era anche un Paese attraversato da grandi movimenti di massa che lottavano per diritti sociali oggi sempre più messi in discussione. Il nostro libro, attraverso le testimonianze dei familiari e degli amici di undici uccisi per mano delle forze dell'ordine e dei neofascisti, parla di quell'Italia.
Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia
*****
Perché “La piuma e la montagna”
Nel ringraziare il Manifesto per l’attenzione e lo spazio concessi all’intervista a Licia Pinelli, vorremmo fornire alcune precisazioni, sulle quali concorda la signora Pinelli, che ci ha telefonato.
Ci sembra che l’occhiello e il sottotitolo scelti per l’articolo taglino con l'accetta concetti in realtà diversi o comunque ben articolati. Infatti Licia non ha detto “Pino, vittima di Calabresi”, né “Mario Calabresi ha scritto un libro che, per difendere la memoria del padre, offende la nostra”.
Capiamo che un sottotitolo o un occhiello debbano attirare l’attenzione del lettore e quindi a volte la sintesi possa contrastare con la complessità dell'argomentazione.
Ma al di là di queste osservazioni, quello che ci preme è far sì che il dibattito e la riflessione attorno al nostro libro evitino di imboccare il vicolo cieco della contrapposizione frontale, riproponendo gli stessi schieramenti di allora, cosa grottesca e inutile. “La piuma e la montagna” nasce dall'esigenza, lo spieghiamo diffusamente nella nostra presentazione, da un lato di valorizzare chi allora, come tanti, scelse l'impegno politico pubblico, con passione e altruismo, e pagò con la vita questa scelta. Dall'altro evidenziare come continuare ad etichettare quel decennio come “anni di piombo” sia riduttivo e sbagliato, perché in quel periodo il nostro Paese fu attraversato da grandi fermenti sociali, dei quali parlano diffusamente i familiari e gli amici da noi intervistati. Ne emerge un'Italia, inevitabilmente molto lontana, dove migliaia e migliaia di giovani lottavano per ideali, oggi sempre più calpestati.
Ecco perché pensiamo che la discussione che inevitabilmente sta nascendo sul nostro lavoro debba evitare di riproporre logiche e semplificazioni dannose quanto inutili, anche nel rispetto di chi, faticosamente, ha deciso di raccontare di nuovo fatti così dolorosi che hanno cambiato completamente la loro vita.
Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia
martedì 9 settembre 2008
Il delitto Pasolini
Segnalo che nei prossimi giorni arriverà nelle librerie e nelle fumetterie la nuova edizione de “Il delitto Pasolini”, di Gianluca Maconi, per l’editore BeccoGiallo.
Anche per questo volume, come in passato per “Ilaria Alpi, il prezzo della verità” e per “Dossier Genova G8”, sempre degli amici di BeccoGiallo, ho curato gli approfondimenti.
Questa edizione sarà accompagnata anche da una nuova prefazione di Furio Colombo.
martedì 12 agosto 2008
Una riflessione sui fatti di Genova, sette anni dopo
Dal 15 al 26 luglio scorso si sono svolte a Genova numerose iniziative
per ricordare i fatti del G8 2001. Un appuntamento consueto, che si è
intrecciato con i recenti sviluppi processuali, prima la sentenza su
Bolzaneto e poi le richieste di condanne per i fatti della scuola Diaz.
Quest’anno le manifestazioni si sono sviluppate secondo due distinti
calendari: a quelle tradizionali organizzate dai comitati genovesi
(Piazza Carlo Giuliani e Verità e Giustizia) si è aggiunta la rassegna
“Genova città dei diritti”, indetta dal Comune. Se non erro, è la prima
volta che l’amministrazione pubblica si adopera direttamente in azioni
di memoria rispetto ai fatti del luglio 2001. Un impegno, quello del
Comune, che giunge con qualche ritardo, ma resta positivo. Il giudizio
sull’operato dell’amministrazione va però abbinato a una considerazione:
se era teso a chiudere una pagina della storia della città la
positività va decisamente ridimensionata. Se invece si tratta del primo
passo di un percorso in cui le istituzioni intendono finalmente
affrontare il luglio genovese di sette anni fa, ben venga l’iniziativa
comunale, sperando non resti isolata. Fra le due opzioni sospendo il
giudizio, cito però una frase pronunciata durante uno degli incontri da
Gherardo Colombo, ex magistrato di Mani Pulite, che così ha commentato
gli sviluppi di questi sette anni: “forse si è perduto un certo grado di
indignazione”. E’ su questa base, sul recupero della capacità di
indignarsi per i fatti di Genova, che credo si debba tracciare, a
qualche giorno dalla conclusione degli appuntamenti di quest’anno, il
punto della situazione.
Circa la sentenza su Bolzaneto ho sentito pareri discordanti, da persone tutte degnissime e che in questi anni si sono battute per ottenere giustizia per Genova. Qualcuno ha parlato con amarezza di una sentenza deludente. Altri, pur con disappunto per il ridimensionamento delle attese, ne hanno sottolineato l’importanza, simbolica quanto concreta. Credo abbiano ragione entrambe le parti, e questo non per tentare una mediazione, ma perché quelle due teorie, se lette attentamente, appaiono tutto fuorché antitetiche.
E’ vero, sicuramente ci si aspettava qualcosa di più e, vista la mole e la convergenza delle testimonianze, una sentenza ancora più mite sarebbe stata impresentabile. Però si è trattato del primo caso in cui viene condannato non UN agente per UN singolo episodio, ma un numeroso gruppo di funzionari delle forze dell’ordine per un complesso di fatti gravissimi avvenuti nello stesso contesto.
Leggere la condanna ad Antonio Biagio Gugliotta (l’ispettore di polizia penitenziaria al vertice della caserma, in quei giorni trasformata in luogo deputato alla consegna dei manifestanti fermati, per la successiva traduzione verso le strutture carcerarie) è agghiacciante: “… con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso … sottoponeva o comunque tollerava, consentiva, non impediva che le persone ristrette presso la caserma di Bolzaneto fossero sottoposte a misure vessatorie e a trattamenti inumani e degradanti, e arrecava così un danno ingiusto … a tutte le parti offese in stato di arresto presso la caserma … con la conseguenza di una sostanziale compromissione dei diritti umani fondamentali per le persone offese durante il periodo di permanenza …” (breve estratto dalla sentenza, cui segue l’individuazione delle specifiche condotte che Gugliotta avrebbe consentito o tollerato).
Che la condanna sia destinata a non avere conseguenze penali è cosa che amareggia, ma nota già da tempo: anche con un giudizio più severo nel gennaio 2009 sarebbe scattata la prescrizione per la maggior parte dei reati. Invito tutti a non cadere, nel caso Bolzaneto e in generale su Genova, nello stesso errore che sovente si commette in Italia: allineare il giudizio storico a quello penale, uniformare la nostra azione civile alla dimensione processuale, come se l’unica “giustizia” possibile fosse quella dei tribunali. Sarebbe miope e per certi versi autolesionista, finirebbe col depotenziare quello che dovrebbe essere il nostro impegno sul piano politico e culturale.
Su Bolzaneto è inutile strapparsi i capelli perché non si è visto riconosciuto il reato di tortura, fattispecie giuridica assente dal nostro ordinamento per ignavia, trasversale e tutt’altro che recente, del mondo politico. Invece di lamentarsi delle pene comminate, si potrebbe aprire un ragionamento sul perché reati come quelli commessi a Bolzaneto, anche applicando le pene massime consentite dai nostri codici, siano considerati poca cosa. Conseguentemente si potrebbe ripartire con tre richieste: l’inserimento del reato di tortura (che non appare nell’agenda della maggioranza, ma non sembra essere priorità neppure per l’opposizione parlamentare), riprofilare le sanzioni per gli abusi commessi dalle forze dell’ordine (sul piano penale e su quello amministrativo, e qui mi riferisco ad allontanamenti e sospensioni), l'istituzione di un organismo "terzo" che vigili sull'operato dei corpi di polizia (compresa quella penitenziaria).
In altre parole, la delusione per la sentenza-Bolzaneto è legittima, ma non deve essere figlia di quell’atteggiamento che ha voluto delegare la “questione Genova” alla sola Magistratura. Ci si può e ci si deve lamentare della blanda applicazione delle regole attualmente in vigore, ma senza dimenticare che compito della politica sarebbe discutere delle regole stesse, rendendosi conto della loro inadeguatezza.
Sul processo per la Diaz sono da poco giunte le richieste di condanna avanzate dai pm, Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini. Un’arringa che ha avuto momenti toccanti, come quando è stato affermato che la polizia, nel momento in cui non rispetta i principi del diritto, costituisce per la democrazia un pericolo maggiore delle molotov lanciate in piazza. O quando sono stati ricordati gli ostacoli alle indagini causati dal clima omertoso e di difesa corporativa contro cui ha cozzato il lavoro dei magistrati. O ancora quando è stata ricostruita la logica perversa che porta la polizia a sbarazzarsi delle regole quando queste sono ritenute un intralcio. Quella requisitoria mi è sembrata un’orazione civile sullo stato dei diritti in Italia, con accenti di grande dignità, quasi uno sfogo di chi crede nel “sistema delle regole” e si scandalizza quando esse sono infrante da chi dovrebbe essere posto alla loro tutela.
Nonostante questo, non lo nascondo, sono pessimista sulla sentenza, attesa a novembre. Se una cosa ci ha insegnato il giudizio su Bolzaneto è che su Genova la magistratura sembra volersi attenere con particolare scrupolo al principio della responsabilità penale (personale), e sulla non sovrapponibilità di questa con la responsabilità civile o politica. Inoltre, mi è difficile pensare che nel processo Diaz i giudici possano usare un metro più rigido di quello usato su Bolzaneto, dove erano coinvolti personaggi di profilo decisamente inferiore rispetto agli imputati per la Diaz (ossia i massimi livelli delle forze dell’ordine).
Credo sia un campanello d’allarme che dovrebbe risuonare nelle orecchie di chi ha pensato di delegare ai tribunali la sola e definitiva chiave di lettura del G8 di Genova. Mi auguro di poter essere smentito, ma il mio monito – per quel che vale – lo lancio ora che siamo in tempo. Cominciamo a sottolineare che la sentenza non riscriverà in ogni caso la verità storica sulla Diaz. Ricordiamo che questo processo non è (come crede parte dell’opinione pubblica) a carico degli agenti che hanno spezzato mascelle, costole e denti, perché questi (tutti travisati e irriconoscibili) nel processo non sono neppure entrati. Denunciamo che esiste un procedimento per il tentato omicidio di Mark Cowell (il mediattivista inglese massacrato da un gruppo di agenti, rimasti ignoti, all’esterno della scuola) e che è scandaloso che nessuno abbia individuato gli autori di quel pestaggio. Diciamo a chi non lo sa che ci sono volute perizie e indagini per accertare le firme sui verbali di arresto delle 93 persone catturate (e in seguito tutte scagionate) nell’irruzione, per la reticenza e la scarsa collaborazione dei firmatari, tanto che una firma risulta ancora oggi non identificata.
Analoghi discorsi li si potrebbe fare per la sentenza già emessa a carico dei 25 manifestanti imputati per i disordini di piazza. Anche in questo caso, fermo restando lo sconcerto per la condanna per devastazione e saccheggio emessa a carico di 10 soggetti (che riconosce una fattispecie giuridica inapplicata da decenni e ha comportato pene durissime, sproporzionate rispetto a quelle comminate o richieste per Bolzaneto o la Diaz), esiste un fatto accertato dal tribunale su cui è bene porre l’accento. A proposito dei disordini avvenuti nel corso del corteo di Via Tolemaide, i giudici hanno riconosciuto che la reazione dei manifestanti avvenne a seguito di una carica dei carabinieri definita arbitraria e illegittima, tanto che la sentenza ha comportato la richiesta di trasmissione degli atti per falsa testimonianza a carico di alcuni funzionari delle forze dell'ordine.
Ce n’è abbastanza, mi sembra, per mobilitare la società senza attendere la sentenza sulla Diaz che, comunque vada, non potrà rispondere a molti misfatti semplicemente perché quello non è il suo compito. Dobbiamo essere grati a Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini (e a quanti in questi anni, avvocati, mediattivisti, giornalisti che siano, si sono battuti accanto a loro) ma il loro compito finisce qui, dove comincia quello della politica e della società, i veri assenti dalla battaglia di civiltà su Genova e sui diritti.
Ma voglio spendere le righe finali di questo articolo per il caso più grave accaduto a Genova, che pure appare sparito dalle cronache: la morte di Carlo Giuliani.
Alcuni anni fa scrissi un articolo sulla tragedia di Piazza Alimonda, lo chiamai “La rimozione di un omicidio”. Ovviamente non sono la persona adatta per dire se e quanto quell’articolo fosse riuscito. Una cosa però mi sento di affermarla: il titolo l’avevo azzeccato. Anzi, direi che se un errore ho commesso è stato quello di non capire subito che la rimozione di quell’omicidio era un tassello di un disegno più grande: rimuovere tutto "il marcio" accaduto nel corso del G8 del luglio 2001, durante quella che secondo Amnesty International è stata “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Per il mondo della politica, per i media, per la magistratura stessa (ovviamente con lodevoli eccezioni in tutti questi settori) si è ritenuto opportuno chiudere la “pagina Genova” senza mai averla aperta, dicendo che in fondo “non è successo nulla”. In questo senso, rimuovere dalle cronache genovesi l’omicidio di Carlo – unico fatto davvero irrisarcibile e irrimediabile – appare più che paradossale significativo e paradigmatico.
Tutto è stato funzionale all’obbiettivo della “grande rimozione”. Persino la divisione manichea (anche quando fatta in buona fede) tra manifestanti violenti e vittime della Diaz o di Bolzaneto. Non è mia intenzione negare i vandalismi accaduti durante il luglio genovese, e neppure riconoscerli come esclusiva opera del blocco nero, o ricordare la colpevole indifferenza delle forze dell’ordine di fronte alle scorribande del black block. Considerazioni tutte valide, ma collaterali nel momento in cui si riconosce l’opera del tritacarne che ha voluto sminuzzare Genova rendendola una poltiglia irriconoscibile.
Per questo voglio chiudere questo articolo, in cui ho parlato di due processi conclusi e di uno in via di definizione, ricordando un processo che non si è voluto fare, stante l’archiviazione disposta dal gip il 5 maggio 2003 (e fermo restando il ricorso alla Corte europea di Strasburgo presentato dalla famiglia di Carlo). Perchè Genova, se la si legge complessivamente, da Piazza Manin a Via Tolemaide e Piazza Alimonda fino alla “macelleria messicana” della Diaz, passando per Bolzaneto e per il corteo del sabato, ci parla di molte cose, che riassuntivamente potremmo racchiudere con una parola che in questo paese dovrebbe significare ancora qualcosa: “resistenza”. Un concetto che nessuno potrà archiviare o rimuovere.
Circa la sentenza su Bolzaneto ho sentito pareri discordanti, da persone tutte degnissime e che in questi anni si sono battute per ottenere giustizia per Genova. Qualcuno ha parlato con amarezza di una sentenza deludente. Altri, pur con disappunto per il ridimensionamento delle attese, ne hanno sottolineato l’importanza, simbolica quanto concreta. Credo abbiano ragione entrambe le parti, e questo non per tentare una mediazione, ma perché quelle due teorie, se lette attentamente, appaiono tutto fuorché antitetiche.
E’ vero, sicuramente ci si aspettava qualcosa di più e, vista la mole e la convergenza delle testimonianze, una sentenza ancora più mite sarebbe stata impresentabile. Però si è trattato del primo caso in cui viene condannato non UN agente per UN singolo episodio, ma un numeroso gruppo di funzionari delle forze dell’ordine per un complesso di fatti gravissimi avvenuti nello stesso contesto.
Leggere la condanna ad Antonio Biagio Gugliotta (l’ispettore di polizia penitenziaria al vertice della caserma, in quei giorni trasformata in luogo deputato alla consegna dei manifestanti fermati, per la successiva traduzione verso le strutture carcerarie) è agghiacciante: “… con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso … sottoponeva o comunque tollerava, consentiva, non impediva che le persone ristrette presso la caserma di Bolzaneto fossero sottoposte a misure vessatorie e a trattamenti inumani e degradanti, e arrecava così un danno ingiusto … a tutte le parti offese in stato di arresto presso la caserma … con la conseguenza di una sostanziale compromissione dei diritti umani fondamentali per le persone offese durante il periodo di permanenza …” (breve estratto dalla sentenza, cui segue l’individuazione delle specifiche condotte che Gugliotta avrebbe consentito o tollerato).
Che la condanna sia destinata a non avere conseguenze penali è cosa che amareggia, ma nota già da tempo: anche con un giudizio più severo nel gennaio 2009 sarebbe scattata la prescrizione per la maggior parte dei reati. Invito tutti a non cadere, nel caso Bolzaneto e in generale su Genova, nello stesso errore che sovente si commette in Italia: allineare il giudizio storico a quello penale, uniformare la nostra azione civile alla dimensione processuale, come se l’unica “giustizia” possibile fosse quella dei tribunali. Sarebbe miope e per certi versi autolesionista, finirebbe col depotenziare quello che dovrebbe essere il nostro impegno sul piano politico e culturale.
Su Bolzaneto è inutile strapparsi i capelli perché non si è visto riconosciuto il reato di tortura, fattispecie giuridica assente dal nostro ordinamento per ignavia, trasversale e tutt’altro che recente, del mondo politico. Invece di lamentarsi delle pene comminate, si potrebbe aprire un ragionamento sul perché reati come quelli commessi a Bolzaneto, anche applicando le pene massime consentite dai nostri codici, siano considerati poca cosa. Conseguentemente si potrebbe ripartire con tre richieste: l’inserimento del reato di tortura (che non appare nell’agenda della maggioranza, ma non sembra essere priorità neppure per l’opposizione parlamentare), riprofilare le sanzioni per gli abusi commessi dalle forze dell’ordine (sul piano penale e su quello amministrativo, e qui mi riferisco ad allontanamenti e sospensioni), l'istituzione di un organismo "terzo" che vigili sull'operato dei corpi di polizia (compresa quella penitenziaria).
In altre parole, la delusione per la sentenza-Bolzaneto è legittima, ma non deve essere figlia di quell’atteggiamento che ha voluto delegare la “questione Genova” alla sola Magistratura. Ci si può e ci si deve lamentare della blanda applicazione delle regole attualmente in vigore, ma senza dimenticare che compito della politica sarebbe discutere delle regole stesse, rendendosi conto della loro inadeguatezza.
Sul processo per la Diaz sono da poco giunte le richieste di condanna avanzate dai pm, Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini. Un’arringa che ha avuto momenti toccanti, come quando è stato affermato che la polizia, nel momento in cui non rispetta i principi del diritto, costituisce per la democrazia un pericolo maggiore delle molotov lanciate in piazza. O quando sono stati ricordati gli ostacoli alle indagini causati dal clima omertoso e di difesa corporativa contro cui ha cozzato il lavoro dei magistrati. O ancora quando è stata ricostruita la logica perversa che porta la polizia a sbarazzarsi delle regole quando queste sono ritenute un intralcio. Quella requisitoria mi è sembrata un’orazione civile sullo stato dei diritti in Italia, con accenti di grande dignità, quasi uno sfogo di chi crede nel “sistema delle regole” e si scandalizza quando esse sono infrante da chi dovrebbe essere posto alla loro tutela.
Nonostante questo, non lo nascondo, sono pessimista sulla sentenza, attesa a novembre. Se una cosa ci ha insegnato il giudizio su Bolzaneto è che su Genova la magistratura sembra volersi attenere con particolare scrupolo al principio della responsabilità penale (personale), e sulla non sovrapponibilità di questa con la responsabilità civile o politica. Inoltre, mi è difficile pensare che nel processo Diaz i giudici possano usare un metro più rigido di quello usato su Bolzaneto, dove erano coinvolti personaggi di profilo decisamente inferiore rispetto agli imputati per la Diaz (ossia i massimi livelli delle forze dell’ordine).
Credo sia un campanello d’allarme che dovrebbe risuonare nelle orecchie di chi ha pensato di delegare ai tribunali la sola e definitiva chiave di lettura del G8 di Genova. Mi auguro di poter essere smentito, ma il mio monito – per quel che vale – lo lancio ora che siamo in tempo. Cominciamo a sottolineare che la sentenza non riscriverà in ogni caso la verità storica sulla Diaz. Ricordiamo che questo processo non è (come crede parte dell’opinione pubblica) a carico degli agenti che hanno spezzato mascelle, costole e denti, perché questi (tutti travisati e irriconoscibili) nel processo non sono neppure entrati. Denunciamo che esiste un procedimento per il tentato omicidio di Mark Cowell (il mediattivista inglese massacrato da un gruppo di agenti, rimasti ignoti, all’esterno della scuola) e che è scandaloso che nessuno abbia individuato gli autori di quel pestaggio. Diciamo a chi non lo sa che ci sono volute perizie e indagini per accertare le firme sui verbali di arresto delle 93 persone catturate (e in seguito tutte scagionate) nell’irruzione, per la reticenza e la scarsa collaborazione dei firmatari, tanto che una firma risulta ancora oggi non identificata.
Analoghi discorsi li si potrebbe fare per la sentenza già emessa a carico dei 25 manifestanti imputati per i disordini di piazza. Anche in questo caso, fermo restando lo sconcerto per la condanna per devastazione e saccheggio emessa a carico di 10 soggetti (che riconosce una fattispecie giuridica inapplicata da decenni e ha comportato pene durissime, sproporzionate rispetto a quelle comminate o richieste per Bolzaneto o la Diaz), esiste un fatto accertato dal tribunale su cui è bene porre l’accento. A proposito dei disordini avvenuti nel corso del corteo di Via Tolemaide, i giudici hanno riconosciuto che la reazione dei manifestanti avvenne a seguito di una carica dei carabinieri definita arbitraria e illegittima, tanto che la sentenza ha comportato la richiesta di trasmissione degli atti per falsa testimonianza a carico di alcuni funzionari delle forze dell'ordine.
Ce n’è abbastanza, mi sembra, per mobilitare la società senza attendere la sentenza sulla Diaz che, comunque vada, non potrà rispondere a molti misfatti semplicemente perché quello non è il suo compito. Dobbiamo essere grati a Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini (e a quanti in questi anni, avvocati, mediattivisti, giornalisti che siano, si sono battuti accanto a loro) ma il loro compito finisce qui, dove comincia quello della politica e della società, i veri assenti dalla battaglia di civiltà su Genova e sui diritti.
Ma voglio spendere le righe finali di questo articolo per il caso più grave accaduto a Genova, che pure appare sparito dalle cronache: la morte di Carlo Giuliani.
Alcuni anni fa scrissi un articolo sulla tragedia di Piazza Alimonda, lo chiamai “La rimozione di un omicidio”. Ovviamente non sono la persona adatta per dire se e quanto quell’articolo fosse riuscito. Una cosa però mi sento di affermarla: il titolo l’avevo azzeccato. Anzi, direi che se un errore ho commesso è stato quello di non capire subito che la rimozione di quell’omicidio era un tassello di un disegno più grande: rimuovere tutto "il marcio" accaduto nel corso del G8 del luglio 2001, durante quella che secondo Amnesty International è stata “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Per il mondo della politica, per i media, per la magistratura stessa (ovviamente con lodevoli eccezioni in tutti questi settori) si è ritenuto opportuno chiudere la “pagina Genova” senza mai averla aperta, dicendo che in fondo “non è successo nulla”. In questo senso, rimuovere dalle cronache genovesi l’omicidio di Carlo – unico fatto davvero irrisarcibile e irrimediabile – appare più che paradossale significativo e paradigmatico.
Tutto è stato funzionale all’obbiettivo della “grande rimozione”. Persino la divisione manichea (anche quando fatta in buona fede) tra manifestanti violenti e vittime della Diaz o di Bolzaneto. Non è mia intenzione negare i vandalismi accaduti durante il luglio genovese, e neppure riconoscerli come esclusiva opera del blocco nero, o ricordare la colpevole indifferenza delle forze dell’ordine di fronte alle scorribande del black block. Considerazioni tutte valide, ma collaterali nel momento in cui si riconosce l’opera del tritacarne che ha voluto sminuzzare Genova rendendola una poltiglia irriconoscibile.
Per questo voglio chiudere questo articolo, in cui ho parlato di due processi conclusi e di uno in via di definizione, ricordando un processo che non si è voluto fare, stante l’archiviazione disposta dal gip il 5 maggio 2003 (e fermo restando il ricorso alla Corte europea di Strasburgo presentato dalla famiglia di Carlo). Perchè Genova, se la si legge complessivamente, da Piazza Manin a Via Tolemaide e Piazza Alimonda fino alla “macelleria messicana” della Diaz, passando per Bolzaneto e per il corteo del sabato, ci parla di molte cose, che riassuntivamente potremmo racchiudere con una parola che in questo paese dovrebbe significare ancora qualcosa: “resistenza”. Un concetto che nessuno potrà archiviare o rimuovere.
sabato 5 luglio 2008
Spingendo la verità storica un po' più in là. Lettera a Mario Calabresi
Caro Calabresi,
ho letto da qualche settimana il suo libro, “Spingendo la notte più in là”,
e volevo comunicarle alcune riflessioni. Innanzitutto una precisazione,
che è corretto esporle subito affinché non si disperda fra le righe e
perché non resti fra noi il velo dell’incomprensione. Ho 42 anni, non ho
vissuto direttamente i fatti di cui le parlerò; conosco Licia Pinelli e ho seguito il caso del marito per passione civile, cercando di tenermi lontano da tentazioni manichee.
Vengo
ora al suo libro. Se è un racconto sul dolore personale,
sull’elaborazione del lutto resa ancora più faticosa dalla giovanissima
età che lei aveva quando suo padre fu ucciso, il suo è un bel libro. Se è
la ricostruzione di una parte della storia d’Italia (ripeto: di una
parte, per di più filtrata dalla sua soggettività) è un lavoro
dignitoso, che si confronta con i limiti di una rappresentazione
parziale, valida nella misura in cui quei limiti li ammette con
franchezza. Se pretende di essere “la” ricostruzione dei nostri anni ’70
il valore è ancora inferiore.
Non credo che
quest’ultima opzione fosse il suo intento, ma di fatto è quel che si è
concretizzato sui media. Un’operazione negativa, e lei – anche
riconoscendole di non avervi partecipato volontariamente – non può
sentirsi escluso dalle responsabilità, essendo persona consapevole delle
dinamiche dei media. Non può sottrarsi al ruolo assegnatole di
depositario di una verità costretto a rimuoverne un’altra.
Prima
di leggere il suo libro mi era capitato di vederla un paio di volte in
televisione. In entrambe le occasioni ha speso parole belle ma
“scivolose” su Pino Pinelli, come se la storia
dell’anarchico precipitato dalla questura milanese la notte del 15
dicembre ’69 fosse rimasta impigliata alla vicenda di suo padre per un
caso o per le bizze della storia. Leggendo il suo racconto speravo di
trovare qualcosa di diverso, ma sono rimasto deluso. I toni sono rimasti
partecipi, ma così pure l’atteggiamento sbrigativo, quasi da “è tutto
chiaro, passiamo ad altro”, verso una questione che resta irrisolta, al
di là della famosa sentenza D’Ambrosio che attribuì
quella morte ad un malore con slancio attivo. Glielo dico perché,
indipendentemente da quel che si può pensare delle conclusioni del
magistrato, il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante
della precipitazione da quella finestra. Esistono un prima e un dopo, e
forse l’errore di questi 39 anni è stato concentrarsi su quel singolo
istante senza saperlo o volerlo contestualizzare.
Non
vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna
contro suo padre fu quanto di più sbagliato si possa immaginare, nei
toni e nei contenuti. Sbagliata eticamente, intellettualmente e
politicamente, perché finì col cementare l’opinione pubblica in una
contrapposizione in cui interrogarsi se suo padre fosse o meno l’unico
responsabile della morte di Pinelli, o se fosse o meno presente
nell’istante della precipitazione. Si personalizzò una campagna di
stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.
Lei
potrà obbiettare che la verità la si raggiunse con la sentenza del
1975, in cui D’Ambrosio salomonicamente escluse l’omicidio come il
suicidio. Strano paese, l’Italia: dove speso la magistratura viene
accusata di ingerenze nella vita pubblica, per poi delegarle
acriticamente la ricerca della verità, dimenticando che solo scopo
dell’azione giudiziaria è l’accertamento dei fatti nei loro aspetti
penalmente rilevanti. I giudici non sono i sacerdoti della verità, ne
sono i meccanici: assegnargli un ruolo salvifico significa caricare la
loro coscienza di un peso insopportabile, col solo effetto di sgravare
la nostra.
Quel che è in discussione non è tanto
la sentenza (su cui ho i miei dubbi, ma parlarne risulterebbe
dispersivo) quanto la sua effettiva portata, perché la vicenda Pinelli
comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia
con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge
(e questo lo conferma pure la sentenza, pur se disponendo il
proscioglimento del dottor Allegra perché il reato si era nel frattempo
estinto per intervenuta amnistia). Termina con una campagna diffamatoria
verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il
coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste
due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti
nell’immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col
consenso almeno con l’acquiescenza di suo padre.
So
che quest’ultima affermazione può averla ferita: mi creda, non era mia
intenzione. Così pure non è mia volontà tentare una sgradevole
graduatoria d’importanza o di gravità fra quelle due campagne
denigratorie (subite da suo padre e da Pinelli), ma va sottolineato che a
quella contro Luigi Calabresi parteciparono
intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico
partecipò lo Stato, e forse per questo è stata rimossa dalla memoria
collettiva. Riconoscere e ricordare il fiume di fango versato su Pinelli
e sugli anarchici sarebbe stato da parte sua un gesto non solo nobile,
ma pure utile e particolarmente significativo.
Caro
Calabresi, in precedenza le dicevo di averla vista in televisione in un
paio di occasioni. Una di queste fu lo speciale di Ballarò sugli anni
’70, lo scorso 23 gennaio. Oltre alle testimonianze in studio, nel corso
della trasmissione fu mostrato un filmato che ripercorreva le tragedie
di quel periodo. Qui, l’amara sorpresa: nessuna menzione per Varalli, Zibecchi, Brasili… Neppure per Roberto Franceschi,
che proprio 35 anni prima, il 23 gennaio 1973, fu colpito mortalmente
dalle forze dell’ordine al termine di una contestata assemblea del
movimento studentesco. Una sentenza civile del 1999, superando un muro
di omertà e falsità, affermò con chiarezza le responsabilità della
polizia, escludendo l’uso legitimo delle armi. In quella puntata di
Ballarò, se non altro per la coincidenza temporale, mi sarei aspettato
una citazione almeno del caso Franceschi. Così non è stato.
Sia
chiaro: non si tratta di considerare i morti come pesi da buttare sui
piatti della bilancia per raggiungere l’equilibrio, e neppure di
contrapporre lutti ad altri lutti. In altre parole, non vorrei un
Ballarò “compensativo”: la storia non la si fa con un macabro
pallottoliere, e cercare oggi il punto d’equilibrio su quella bilancia è
operazione antistorica e pericolosa. Credo però sia altrettanto
pericoloso rimuovere dalla storia d’Italia il fatto che le lotte sociali
– da Portella delle Ginestre alla fine degli anni ’70 – hanno prodotto un enorme tributo di tragedie.
Per
vicissitudini personali ho avuto modo di ascoltare le storie di molti
parenti di quelle vittime. Ho letto i loro racconti, ho raccolto memorie
di dolori ed esperienze. Sono molte le cose che ho trovato in comune;
alcune riguardano la dimensione collettiva, altre quella personale. Fra
queste, il timore che quelle vicende finiscano nella pattumiera della
storia, dimenticate o riscritte in modo sciatto o strumentale.
Nel
suo libro lei lamenta la mancanza di un luogo dove la memoria delle
tragedie degli anni ’70 sia conservata, arrivando ad essere condivisa e –
di conseguenza – sintomo di vera pacificazione nazionale. In quella sua
ipotesi di luogo della memoria resterebbero però esclusi i Franceschi,
Varalli, Zibecchi, i morti di Avola, quelli di Reggio Emilia
e molti altri, di cui non fa menzione. Si tratterebbe di una sorta di
operazione che ricalca quella intrapresa in Sudafrica senza saperne
ripercorrere il percorso (tortuoso e faticoso, ma anche il solo che
sappia portare a un risultato, tenendosi lontano dalle tentazioni di
scorciatoie), di una memoria strabica e incompleta. E una memoria
parziale è destinata a rimuoverne altre. Ricordo cosa scrisse Ferdinando Camon:
“quando le tragedie della storia si confondono e il ragazzo interrogato
a scuola nel datare un avvenimento sbaglia di tre secoli, vuol dire che
non fanno più male: che ci siano state o non ci siano state non fa
nessuna differenza”.
Caro Calabresi, credo che
la notte, prima di spingerla più in là e dirsi pronti a un nuovo giorno,
la si debba capire, senza ricordarne solo quella parte di oscurità che
ha sconvolto la nostra vita. Questa è la riflessione che le chiedo di
fare e la saluto cordialmente, nella speranza di una sua risposta.
Francesco “baro” Barilli
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