lunedì 4 giugno 2007

Un fumetto per Ilaria e Miran

Dal sito http://www.ilariaalpi.it/, copio e incollo una notizia che mi riguarda direttamente:

“Uscirà a Settembre in tutte le librerie e fumetterie d'Italia "Ilaria Alpi", il racconto a fumetti dell'omicidio avvenuto a Mogadiscio nel 1994 della giornalista del Tg3 e dell'operatore Miran Hrovatin. La drammatica vicenda e l'intrigante inchiesta vengono ricostruite e portate su carta dal giornalista e sceneggiatore Marco Rizzo e dalla matita di Francesco Ripoli, grazie all'editore trevigiano BeccoGiallo. "È un racconto essenzialmente basato su un'attenta ricostruzione dei fatti - ha dichiarato lo sceneggiatore - con minime concessioni alla fiction". … che aggiunge: "Dal punto di vista narrativo, la storia è raccontata 'al contrario'. Partendo dalla scena del brutale assassinio, si torna indietro nel tempo approfondendo l'indagine di Ilaria e quelle che potevano essere le motivazioni dei killer, o meglio, dei mandanti dell'omicidio". Per arricchire il libro, che oltre al fumetto conterrà un apparato di approfondimento testuale a cura di Francesco Barilli secondo lo stile BeccoGiallo, sono stati invitati a contribuire persone che più o meno da vicino hanno conosciuto Ilaria Alpi. Tra queste Mariangela Gritta-Granier, che ha seguito il caso nella recente commissione parlamentare, e Giovanna Mezzogiorno, che ha interpretato la giornalista nel film "Ilaria Alpi - il più crudele dei giorni". L'introduzione è a firma di Giovanna Botteri, giornalista del Tg3.”

E’ inutile che vi elenchi la serie di motivi per cui sono particolarmente contento di partecipare a questo progetto, che mi dà modo contemporaneamente di:
- approfondire un caso che mi ha sempre appassionato;
- collaborare con Marco Rizzo, una delle conoscenze forumistiche più vecchie e solide che ho instaurato nel mondo degli appassionati di fumetti (anche se, ad onor del vero, il termine “appassionato” per Marco è molto, molto riduttivo);
- partecipare ad un’opera che è contemporaneamente approfondimento e narrativa;
- e altro ancora….

Vi segnalo alcuni link interessanti:

Mia intervista a Giorgio e Luciana Alpi
Mia intervista a Ferdinando Vicentini Orgnani, regista del film "Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni"
Osservatorio sull’informazione Ilaria Alpi
Il sito della BeccoGiallo Editore
Il blog di Marco Rizzo

giovedì 10 maggio 2007

Lettera a Giorgiana, trent'anni dopo

Cara Giorgiana,
tra pochi giorni saranno passati trent'anni da quando sei stata uccisa. Era il 12 maggio '77, e sfidando il divieto di manifestazioni pubbliche, radicali e gruppi di sinistra avevano promosso un sit-in in piazza Navona, nell'anniversario del referendum sul divorzio. Quella sera venisti colpita da un proiettile alla schiena, morendo durante il tragitto all'ospedale.
Cossiga recentemente ha parlato ancora di te, ma l'ha fatto senza alcun riguardo. Non ha ricordato che, nell'immediatezza dei fatti, tante frottole furono raccontate al Parlamento e al Paese; non ha ricordato le testimonianze circa agenti in borghese che sparavano ad altezza d'uomo. Ha ricordato d'aver avvertito Pannella dei pericoli, scongiurandolo di evitare la manifestazione di Piazza Navona, e ha detto di sapere, assieme ad altre 4 persone, la verità su chi sparò, aggiungendo che il capo della squadra mobile gli confidò "di aver messo in frigo lo champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità".
Cara Giorgiana, a te non è stato concesso invecchiare. Sappi dunque che l'età porta ben pochi vantaggi. Uno di questi è che, per pietà o per rispetto, ci si può esprimere con una certa impunità. Verso "i potenti", poi, la vecchiaia è più magnanima: circonda le loro dichiarazioni di un'aura di sacralità e rispetto. A questo Paese non interessa la verità, Giorgiana. Questo è quanto ho imparato, e te lo dico con dolore.
Poche settimane fa ero a Milano a parlare di casi come il tuo, ragazzi morti "per ordine pubblico" (non eri la prima, non saresti stata l'ultima), e ho ricevuto in dono "Cronaca di una strage", il libro bianco del partito radicale sulla tua uccisione e sui fatti del 12 maggio 1977, così mi sono ritrovato a pensare a te. In parte sono le piccole casualità in cui ogni tanto inciampa la vita. Mi sento stupidamente ironico nel dirtelo, perché a te non si può parlare della vita: ti è stata strappata prima ancora potessi conoscerla. Ho cercato allora tue immagini in internet. Quella che appare più nitida e frequente è quella del tuo documento d'identità. Sei imbronciata in quella foto, quasi oppressa da qualcosa di oscuro che non riesci a decifrare. E sei bella, dannatamente bella, e provo vergogna nel dirtelo. Negli articoli che ho trovato, si ricorda soprattutto che la tua morte restò senza giustizia "poiché rimasti ignoti i responsabili del reato". Non era una novità nemmeno per te, lo sai: tanti ti avevano preceduto, altri ti avrebbero seguito sulla stessa strada della giustizia mancata.
Quest'anno, il 12 maggio, a Roma ci saranno due manifestazioni contrapposte. Nello stesso giorno in cui settori del mondo cattolico hanno convocato il family day, radicali e altre realtà hanno promosso la giornata del coraggio laico. Credo che pure tu augureresti il massimo successo alla seconda iniziativa, ma fino ad oggi nessuno ha avuto il coraggio di dire che quel giorno andrebbe speso anche per ricordare te. Perché, cara Giorgiana, non mi piace pensare che siamo polvere e torniamo ad essere polvere. Preferisco pensare che siamo aria, che coagula in sangue, simboli, sentimenti, e alla fine svanisce e torna ad essere aria. O se preferisci un lampo nello sguardo infinito di una storia che in molti (nel tuo caso) vorrebbero dimenticare. Ecco perché sono qui e parlo di te: perché la tua morte non finisca nella spazzatura degli irrisolti misteri italiani. E magari perché chi conserva lo champagne nel ghiaccio si vergogni un po', anche se non ci conto molto.
Con affetto
Francesco "baro" Barilli

Note:
articolo apparso anche su Liberazione del 4 maggio 2007

mercoledì 11 aprile 2007

La rossa primavera

E’ con un po’ di emozione che vi segnalo che a partire dal 25 aprile sarà disponibile “La rossa primavera”, in allegato con Liberazione e L’Unità, in vendita a 6,90 € più il prezzo del quotidiano.
Si tratta di una raccolta di racconti che si inserisce nel progetto lanciato con “In ordine pubblico” e “Piazza bella piazza” (raccolte anch’esse curate, come questa, da Paola Staccioli). E’ un lavoro a più mani di ricostruzione di storie e memoria collettiva attraverso la narrativa.
"La rossa primavera" è imperniata su figure note e meno note dell’antifascismo “a 360 gradi”. Si parla quindi della resistenza partigiana, ma pure del ventennio, delle barricate a Parma, della guerra di Spagna…
C’è anche un mio racconto: “Prenderemo un caffè a Huesca”, imperniato sulla figura di Emilio Canzi (di cui mi ero già occupato).

Eccovi in anteprima un breve brano tratto da "Era l’estate del ‘43", di Erri De Luca. Racconto che mi sembra particolarmente indicativo dell'intera raccolta.

«O fascismo pe’ mme è stato ‘a guerra, tenevo quindici anni,
‘a meglio età, quanno chillo s’affacciaie a ‘o balcone:
vincere, e vinceremo. E ‘a gente sotto che sbatteva ‘e mmane,
comm’a teatro. Se credeva di fa’ ‘na guapparia,
quattro mosse dietro ai tedeschi e subito vinceva.
In capo a qualche giorno a Napule sentettemo ‘a sirena,
‘a primma sirena d’allarme. Ancora me la sogno la sirena,
dentro i sogni nun m’arricordo ‘e bbombe, ma ‘a sirena.
Tenevo quindici anni all’inizio d’ ‘a guerra, ‘a meglio età,
‘o fascismo me l’ha scippata fino a diciotto anni.»
….
«Sarà stato mezzogiorno, o primo pomeriggio,
nun saccio di’, ce steva ‘o sole, nuie eravamo ‘a doie ore
int’ ‘o ricovero. Poi sunaie ‘a sirena di cessato allarme
e uscimmo all’aperto, tossivo, per la polvere alzata dalle bbombe,
mi bruciavano gli occhi per la luce potente dopo il buio,
mezzo stordita m’arrivaie ‘nu strillo: “Roma!
Hanno bumbardato Roma! Hanno menato ‘e bbombe ‘ncopp’ ‘o papa.”
E doppo ‘o strillo ne venette ‘n ato: “È ‘o mumento, è ‘o mumen-to,
fernesce ‘a guerra, mo’ fernesce ‘a guerra!”.
‘A ggente usciva dai ricoveri con gli occhi mezzi chiusi
imbambolata e tutt’insieme dietro a quello strillo
s’abbracciava, saltava, strepitava.
“Fernesce ‘a guerra” e “Roma bumbardata” erano ‘o stesso strillo.
....
«E di tutto il fascismo mi rimane il peggio di quell’ora di allegria
per Roma bombardata, anche se in quella polvere di luglio
non mi sono abbracciata con nessuno.
È per la gente mia che mi dispiace.
Allora fu normale, perciò chist’ è ‘o fascismo pe’ mme,
la fetenzia che ci ha ridotto a quello, di applaudire.
Ti parlo di ‘sti ccose addolorate pecché tu saie senti’,
ma non permetto a nessuno di voi venuti dopo
di giudicare Napoli in quell’ora,
pecché ‘o fascismo vuie nun ‘o ssapite.»

ed eccovi la copertina del libro:

copertina

giovedì 22 marzo 2007

Anni di piombo: né la condanna al silenzio né l’amnistia sono la soluzione

Se un regista avesse voluto tessere una trama per tornare a parlare dei cosiddetti anni di piombo, cercando al tempo stesso di far credere ancora attuali emergenze ormai chiuse, non avrebbe potuto inventare una successione di eventi così favorevole. Il caso Ronconi, Curcio, le proteste delle vittime degli ex BR, l’anniversario del rapimento Moro e dell’uccisione di Marco Biagi, infine l’arresto di Cesare Battisti.
Le vittime del terrorismo chiedono più discrezione e silenzio ai protagonisti della lotta armata. Li capisco, e non considero le loro richieste semplice “vendettismo”. Ritengo però si debba avere prudenza verso quei politici che ne appoggiano le istanze: se i parenti delle vittime sono umanamente comprensibili, e se il loro ragionamento andrebbe valorizzato e approfondito, l’atteggiamento di chi ne sostiene gli appelli sembra prescindere dal valore morale di quelle richieste, assumendo le sembianze di sterile demagogia. A questo proposito, mi permetto di far suonare un campanello d’allarme proprio alle vittime del terrorismo: temo che chi li appoggia sia interessato più a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere alle vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma discutibile (e non so quanto efficace) di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Ho inoltre la sensazione che quella condanna, qualora realizzata, rischierebbe d’essere estesa tanto ai carnefici quanto alle vittime, perché la violenza politica degli anni ’70 e ’80 è una memoria scomoda per quanto emerso ma pure (soprattutto?) per lo strato tuttora sommerso.
Non so se i parenti delle vittime si rendano conto che il silenzio invocato per i loro carnefici rischia di trasformarsi in un boomerang per la loro stessa, legittima e sacrosanta, sete di verità e giustizia: spero non si accontentino del ruolo di immaginette da tirare fuori negli anniversari per essere poi riposte nei cassetti impolverati della memoria scomoda. Sintomatico, da questo punto di vista, è che il dibattito su quegli anni ormai si limita a circoscrivere il fenomeno della violenza politica alle sole formazioni di estrema sinistra, mentre le “stragi nere” sono impunite e dimenticate. Sintomatico è pure che l’ultima sentenza su Piazza Fontana la si ricordi per le assoluzioni personali, piuttosto che per l’avvenuta individuazione delle responsabilità a carico di Ordine Nuovo, che appaiono inequivocabilmente dalla sentenza stessa.
In questo panorama, per i reati di quel periodo si inserisce la proposta di un’amnistia, con cui confesso di non concordare. Questo non per il merito, ma per il modo con cui viene ciclicamente tirata fuori dal cassetto: mi sembra si voglia rispondere a degli slogan semplicistici con la stessa arma, e questo può portare solo a ingessare il dibattito su posizioni contrapposte, facendo morire la discussione sul nascere. Da un lato c’è la tendenza forcaiola di chi sostiene che “i terroristi devono scontare fino all’ultimo giorno di galera”, negando pure, più o meno velatamente, qualsiasi ipotesi di riabilitazione per chi la pena l’ha scontata. Dall’altro lato c’è una sinistra che appare timorosa nel denunciare l’interessato strabismo di chi ancora oggi parla della violenza politica come fosse stata figlia di una sola matrice. Una parte propone il carcere, unito all’ergastolo bianco del silenzio per gli ex terroristi, come rabbioso rimedio; l’altra parte, in presenza di un’ormai avvenuta cancellazione dell’eversione neofascista dalla memoria collettiva, sembra accontentarsi di pareggiare il conto con una cancellazione di segno contrario. Nell’uno e nell’altro caso, il risultato è solo una finta chiusura di quegli anni, sotto la forma di un silenzio privo di verità storica e di giustizia.
Io credo che oggi, rispetto alla violenza politica degli anni che vanno da Piazza Fontana in poi, ci troviamo di fronte a una verità parziale e azzoppata, e in questo contesto nessuna amnistia è possibile, perché finirebbe col diventare (al di là della volontà dei proponenti) una rimozione. E le rimozioni mi inquietano: quasi mai sono innocenti, certamente mai risultano utili, se non per fini che di storico hanno ben poco.
Ben più utile di un’amnistia sarebbe una discussione, senza ambiguità e reticenze, su quegli anni. Una discussione che potrebbe davvero costruire, ma solo successivamente alla sua maturazione, le basi di un provvedimento di clemenza mirato che potrebbe trovare anche nelle vittime del terrorismo maggiore disponibilità all’ascolto. Solo a quel punto si potrebbe parlare di chiusure, anche dal punto di vista penale, degli anni di piombo e pure i parenti delle vittime potrebbero dire di aver ottenuto quella giustizia che è dovuta a loro e all’intero Paese. Non certo con l’imposizione del silenzio, non con ansie forcaiole, e neppure con amnistie che prescindano dall’individuazione di una verità storica che, col passare degli anni, appare sempre più un miraggio, soprattutto per le stragi che hanno insanguinato il Paese.

mercoledì 24 gennaio 2007

APPUNTI DI UN BOIA – quarta e ultima parte

    Ancora oggi benpensanti e moralisti continuano a squadrarmi in modo sinistro, quando non mi minacciano con lo spettro di maledizioni divine che francamente non mi danno alcuna emozione. Stupidi! Non si rendono conto che nessuna punizione può essere superiore a quella che già subisco in questa vita. La fratellanza con la morte è un legame che pesa, lega, segna... Nessun ripensamento può reciderlo, ed induce a confrontarsi costantemente col vuoto delle conoscenze umane sulla vita, disilludendo alla fine chi pensa che proprio quel legame consenta di risolverne il mistero.
    - E’ un problema di coscienza -, dicono.
    - L’uomo non si può sostituire a Dio -.
    Buffa cosa, la coscienza, buffa travestita da seria; basta poco per farla tacere. E buffa cosa è Dio, ciclicamente tirato fuori dai cassetti impolverati della memoria. Oggi si torna a parlarne ed io sono contento di questo: nonostante sia oggetto di anatemi fatti in suo nome le mie uniche, timide speranze per questa società le ripongo nel ritorno di una dimensione spirituale, non certo nel fumoso e spocchioso filosofeggiare degli uomini.
    I moralisti ed i progressisti in realtà sono solo presuntuosi e molto miopi. Si chiedono se sia legittimo che un uomo possa decidere della vita di un altro, ma sbattere lo stesso individuo in galera per vent’anni lo trovano normale, più che normale!, l’esercizio di un diritto pienamente naturale. L’autorità di stabilire per quanto tempo sottrarre ad un uomo affetti familiari, libertà e felicità sembra non aver bisogno di alcun benestare divino.
    Evidentemente per loro la sacralità della vita si limita a ciò che non sappiamo spiegare, che pure è prerogativa comune anche agli altri animali: il cuore che pulsa, il sangue che circola, i polmoni che pompano aria. Il resto no, il resto non è sacro. Quello che non possiamo rappresentare, far sentire o definire sinteticamente,... il nostro “essere uomini” insomma, non è sacro. Possiamo imporre solitudine e comminare infelicità, ma dare la morte compete a Dio.
    E’ mio parere che di questi pensatori si possa fare a meno, ma vedo che loro credono davvero in quel che predicano, e si ritengono uomini saggi, filosofi, innovatori del comune pensiero. Lo dico con tutta franchezza, senza il benchè minimo spirito polemico: un buon idraulico è più utile alla collettività di tutti questi pensatori. Le loro occhiatacce mi lasciano del tutto indifferente, non ho certo paura: sono arrivato ormai così vicino al Mistero da toccarlo, e non mi preoccupano certo dei buffi anatemi.

    Più delle maledizioni divine temo il rimorso. Quello salta fuori quando meno te l’aspetti e senza apparenti motivi, ma fino ad oggi quando guardo le mie mani vedo mani colpevoli, ma che non hanno mai tremato.

Fine

lunedì 15 gennaio 2007

APPUNTI DI UN BOIA – terza parte

    Alla centesima esecuzione si pensò addirittura di dovermi premiare. Ricordo che la cerimonia era fissata per il primo maggio, festa del lavoro, proprio in piazza, sul palco delle esecuzioni. Una settimana prima scrissi al Podestà che rifiutavo qualsiasi riconoscimento per quello che consideravo solo il mio dovere. Era l’unico metodo per evitare quella buffonata senza dargli pubblicamente del pagliaccio. Per fortuna la consuetudine delle esecuzioni almeno qualcosa di buono l’ha raggiunto: altre ricorrenze di questo tipo, vuoi cronologiche vuoi numeriche, sono passate inosservate. Probabilmente mi avrebbero dato qualche bella targa d’argento, forse d’oro, ma quei riconoscimenti avrebbero avuto il solo effetto di aprire ancora maggiormente la ferita dentro di me.
    Credo sia capitato a tutti di avere delle frasi che, a volte, vagano nei pensieri inquiete, in apparenza immotivate, come a voler cercare una precisa collocazione e con essa una ragione di esistere. Spesso si tratta solo di qualche strano meccanismo della memoria, privo di senso; a volte è il modo che la nostra coscienza usa per farsi sentire. In quei giorni nella mia mente vagava una frase dantesca: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”... Forse solo oggi capisco che era qualcosa di più di una reminiscenza scolastica, nostalgia di un tempo in cui ero ancora innocente: se io, oltre che il dispensatore di morte, ero il Caronte di quelle anime dannate, cui indicavo dal patibolo la strada verso il Destino, c’era chi si era macchiato di un crimine peggiore: chi aveva usurpato il potere di fare in assoluto tutto ciò che si vuole fare.
    Capii che disporre della vita altrui e decidere chi non ne era più degno era solo l’impronta del reato più antico di questo mondo: l’esercizio abusivo di un’Autorità da nessuno conferita. Anche chi disponeva della libertà, del denaro o, in qualche modo subdolo, della felicità altrui, era ugualmente colpevole, e fu in quei giorni che in me maturarono definitivamente l’odio verso le istituzioni ed il disprezzo per la mia codardia, per il mio colpevole silenzio, per l’accettazione supina del ruolo assegnatomi.

    Ma si raccontano tante frottole su come e perchè cessai la mia attività di boia. Forse non interesserà a nessuno cosa accadde quel giorno, ma io vorrei provare la soddisfazione di sapere che almeno qualcuno sa come sono andate davvero le cose. Non temo la morte, ma sicuramente temo che il modo in cui maturò la mia estrema ribellione finisca nell’oblio.
    Sfatiamo innanzitutto la leggenda secondo cui quel giorno strani cenni premonitori avrebbero spiegato ai più quel che stava per accadere. Tutte sciocchezze: non c’era niente di diverso. Dubitate, quindi, di chi vi racconterà che “quel giorno c’era qualcosa di strano nell’aria”, o dice d’aver colto qualche lampo strano nel mio sguardo; anche se, è vero, gravava sul palco e sulla folla la cappa di piombo di un cielo minaccioso. Temendo la pioggia, avevo cosparso i miei guanti ed il manico dell’accetta di un’abbondante razione della consueta pasta, affinchè l’ascia non potesse scivolarmi. Mi ero presentato sul palco un quarto d’ora prima dell’orario stabilito, come al solito.
    Poi arrivò il condannato. Un ragazzo di neanche vent’anni, come la mia prima vittima. La mia vita andava a fondersi in un ciclo ossessivo di orrore e di morte, dove io ormai non ero più il protagonista, ma solo uno spettatore privilegiato. Mentre la banda del paese suonava, colsi lo sguardo intelligente e vivace del condannato poco prima che le guardie provvedessero a bendarlo, mentre salutava la folla come se niente fosse, per niente spaventato, una folla che si accendeva e si agitava, attraversata da mille scariche di un’energia sconosciuta.
    Particolari soliti e per certi versi insignificanti cominciarono ad infastidirmi, mentre generalmente a questo punto afferravo saldamente l’accetta, cercando di non pensare a nulla, di concentrarmi. Ma quella volta non mi riusciva. Il rumore della banda mi infastidiva. Il vociare della folla mi sembrava intollerabile.
    Poi, in lontananza, ecco i primi tafferugli tra le forze dell’ordine ed i manifestanti contro la pena di morte. Guardai la folla: chi derideva il condannato, chi lo incoraggiava, chi lo malediceva... E a me parevano tutti uguali, una gigantesca marmellata di persone che ribolliva delle proprie contraddizioni.
    Decisi che quello era il momento giusto. A dire il vero non so se decidere sia il verbo più indicato, presupponendo un processo intellettivo cosciente: avevo meditato il mio “tradimento” da tempo, ma non avevo mai valutato nè come nè quando.
    Appoggiata l’ascia di traverso a lato del ceppo, la spezzai sicuro con un calcio; quindi sfilai i guanti, gettandoli con noncuranza sul palco; poi scesi le scale fra due ali di folla che si ritraeva stupita al mio passaggio, nemmeno fossi Mosè davanti al Mar Rosso.
    Dovettero rinviare solo di pochi giorni quell’esecuzione: l’Assemblea Generale non faticò molto a trovare un volontario che mi sostituisse, alle stesse condizioni economiche. Il Podestà telefonò inviperito per dirmi che me l’avrebbe fatta pagare cara.
    - Considerati già condannato -, berciò. - Brucerai all’inferno assieme alle tue vittime -.
    Gli risi in faccia: tutte cose che conoscevo già. Così come sapevo che la mia condanna o la mia ultima destinazione non erano certo dovute a determinazioni umane: Qualcuno doveva aver già disposto in tale senso. Ma trovai piuttosto sterile dare inizio ad una schermaglia filosofica.
    La mia decisione di smettere, vista da un esterno, probabilmente deve sembrare l’affare peggiore di tutta la mia vita: presso quelli che mi detestavano non acquistai alcun credito, mentre quelli che vedevano in me un eroe mi bollarono presto come codardo e traditore. Ma continuo a ritenere che quel giorno presi la decisione migliore: è vero che non acquistai altra stima che la mia, ma non m’aspettavo nemmeno quella.

Fine terza parte

martedì 9 gennaio 2007

Compagni, così non va…

Questa riflessione non pensavo neppure di pubblicarla. Specie per come è nata: una serie di tasselli che vanno a comporre un mosaico, il cui disegno va via via definendosi… Oppure (meglio…) come un domino, dove la caduta del primo tassello porta ad una cascata di conseguenze inarrestabili.
Grazie a proficue chiacchierate con amici e alla partecipazione al blog di Emo, quel mosaico è andato arricchendosi (o, se preferite, il disegno delle tessere del domino si sta facendo più chiaro): forse è il caso di dare a quella riflessione una veste un po’ più completa.

Innanzitutto, un po’ di ordine, con i fatti degli ultimi giorni:
- un mediattivista mi scrive parlandomi della chiusura o agonia di due siti di informazione alternativa;
- uno scrittore (a me molto caro - umanamente, intendo) al telefono mi dice che tra gli iscritti a Rifondazione dalle sue parti la disillusione è sempre più palpabile (e si riflette in un calo di iscritti... ma non è quello il problema...);
- mi comunicano problemi interni ad un'associazione che gravita attorno a reti-invisibili;
- un giornalista mi dice che i giornali di sinistra navigano in cattive acque (non è una novità) e che pure sul piano dell’informazione alternativa non ce la si passa molto meglio;
- mi comunicano quest’altra bella notizia.

Sono stato generico, lo so, ma spero comprenderete la mia volontà di rispettare la discrezione di coloro che mi hanno reso partecipe delle loro confidenze. E, soprattutto, spero capiate che il problema NON sta in “chi” mi ha detto “cosa”, né nella somma degli episodi che vagamente ho riportato qui sopra.
Il discorso è che c’è da essere pessimisti sullo stato di salute in generale del mondo che "gravita a sinistra" (sia per quanto concerne - per così dire - le istituzioni o i partiti, sia per quel che concerne l'informazione - classica o alternativa che sia, sia per quel che attiene le realtà “di movimento”). Questo per mille motivi, probabilmente più rilevanti di quello che vado a descrivervi io, che in sintesi consiste in una disaggregazione di quella “unità di intenti pur nella diversità”, un’unità che aveva caratterizzato il movimento tempo addietro, e che si era visto soprattutto nelle pur drammatiche giornate genovesi del luglio 2001.
Ripeto: molti analisti probabilmente non concorderebbero con me in questa valutazione. Altri rovescerebbero il rapporto causa-effetto. Ma a mio avviso, invece, questo problema sociale sta a monte (e non a valle) degli altri mille problemi.

Paul Eluard ha scritto:
Ci sono parole che fan vivere
E sono parole innocenti
La parola calore la parola fiducia
Giustizia amore e la parola libertà
La parola figlio e la parola gentilezza
Certi nomi di fiori certi nomi di frutti
La parola coraggio la parola scoprire
E la parola fratello e la parola compagno


I poeti hanno questa capacità di sintetizzare un concetto in poche parole che ti arrivano al cuore. Ma quelle parole non dovrebbero restare solo un’immagine affascinante da riscoprire quando ci sentiamo smarriti, ma indirizzare (se ci crediamo) il nostro vivere quotidiano.
Altri avevano sintetizzato quei versi in “Ci sono delle parole per cui vale la pena vivere: una di queste è compagno”. Anche in questa versione sintetica possiamo leggere innanzitutto un invito all’unità, al superare le differenze, al ricordarsi che la difesa di un certo patrimonio culturale e di valori in cui crediamo dovrebbe essere più importante della ricerca di “distinguo”, spesso dettati da personalismi, da ambizioni, da capziose ricerche identitarie.

Leggete “Una vita in prima linea” di Sergio Segio: scoprirete che anche nel 68 o nel 77, i movimenti nati in quegli anni vissero lo stesso problema essenziale: non saper resistere a spinte centrifughe. Non voglio con questo disegnare scenari foschi (tutti sappiamo che piega presero gli eventi dopo il fallimento del 68 e del 77, al di là della complicata matassa delle diverse esperienze individuali dipanatesi da quegli anni). Inoltre, la "caduta" dei movimenti del 68 e del 77 non dipese certo SOLO da quei fenomeni di disaggregazione (migliori approfondimenti potete trovarli sempre nel libro di Segio).
Non mi sono accorto ora che l'onda lunga di Genova si era fermata da un po', per carità. Ma non credevo stessimo già vivendo addirittura il riflusso. Anche perchè le fasi successive (se è vero che la storia si ripete) temo consistano nel solito strascico perverso che porta con sé ogni fallimento. La ricerca delle colpe, il rinnegare o dimenticare anche le cose positive fatte…

Credetemi: mai come in questo caso ho sperato di aver sbagliato totalmente la valutazione.