Non ho mai parlato di Annamaria Franzoni e del caso Cogne. Il circo
mediatico che si solleva su taluni fatti di cronaca nera m’ha sempre
infastidito, un incrocio di morbosità e sciacallaggio. Preciso quindi
che nemmeno oggi entrerò nel dibattito circa la colpevolezza o meno
della signora Franzoni nell’omicidio del figlio. Non sono insensibile
alla morte di un bambino, ma non ho elementi per pronunciare tesi pro o
contro la sentenza resa definitiva dalla Cassazione, non avendo seguito
la vicenda.
Sul tema processuale mi limito dunque a un’osservazione.
C’è sicuramente grande distanza fra credenti e atei (o agnostici, come
me) a proposito della giustizia divina, ma su quella umana penso siamo
tutti d’accordo nel dire che si tratta di cosa ben diversa. Se esiste,
la giustizia divina è perfetta e infallibile per definizione; quella
umana è l’esatto contrario. Ai giudici si deve chiedere di operare con
serenità, rigore intellettuale (da non confondersi con la durezza) e
imparzialità; il resto (a meno che non si trovi un omicida in flagranza
di reato e con una pistola ancora fumante in pugno…) è da inserire nel
contesto di imperfezione e fallibilità proprio degli esseri umani.
Con questa premessa, non so se Franzoni sia o meno colpevole, né
m’interessa disquisire sull’equità della condanna secondo una distorta
mentalità che vorrebbe, quale misuratore della reale correttezza di una
sentenza, il pallottoliere degli anni. E’ un altro l’aspetto della
vicenda che mi ha colpito in questo epilogo: l’enfatizzazione del dramma
umano della condannata (al di là delle sue colpe, reali o meno che
siano) e dei suoi parenti, a cominciare dai figli che si vedranno divisi
dalla madre per i prossimi 16 anni, fatti salvi i benefici premiali
In un periodo in cui la stretta securitaria, la richiesta di fermezza e
di “tolleranza zero”, hanno preso il sopravvento, è buona cosa che un
sentimento come la pietà si riaffacci alle coscienze. Temo però si
tratti di un riflesso incondizionato dovuto al clamore (che
innegabilmente – e legittimamente – la signora Franzoni ha cercato di
utilizzare) creato attorno alla vicenda. Una vicenda che, fuori dalle
aule giudiziarie, ha assunto contorni da romanzo dove si sono mescolati
generi diversi: il thriller, il noir, lo splatter, la saga familiare.
Esistono in Italia più di 50.000 carcerati. Tra essi ladri di polli e
colletti bianchi; scippatori e stupratori; recidivi e occasionali;
criminali per scelta o per necessità. Al dramma della loro detenzione si
aggiunge sempre quello di familiari, conoscenti, amici. Anche il
criminale più incallito (e magari spregevole) può essere padre
amorevole, madre premurosa, figlio affettuoso, amico affidabile. E la
pena detentiva in tutti i casi si sovrappone ad una riflessa condanna al
dolore per i congiunti.
Penso ci sarebbe da interrogarsi, quando si
parla di certezza della pena quale unico fondamento del diritto, su
come si stia parlando con leggerezza di comminare una punizione NON SOLO
a chi ha sbagliato, ma a tutti coloro il cui mondo in qualche modo
gravita attorno a quello della persona detenuta.
Alcuni anni fa, il
14 marzo 2004, ho intervistato il professor Franco Della Casa, docente
di diritto penitenziario all’Università di Genova. A chiusura di
quell’incontro, a mia domanda circa un suo "messaggio" generale sul
“pianeta carcere”, sconosciuto alla maggioranza delle persone, Della
Casa rispose: “Io penso che il carcere non dovrebbe essere qualcosa
di cui si parla solo quando succede un evento commovente; si dovrebbe
parlare maggiormente delle problematiche carcerarie, nella società
civile. Il carcere non dovrebbe essere qualcosa che allontaniamo e
confiniamo nell’angolo più oscuro della nostra coscienza, ma qualcosa
che fa parte della nostra società, un’istituzione per il momento
necessaria che dovremmo sforzarci tutti di migliorare. Perché il carcere
non riguarda solo i detenuti e le loro famiglie, ma tutti noi; solo che
troppo spesso ce ne dimentichiamo, e ce ne ricordiamo solo se un
detenuto evade o si suicida. Il carcere, oggi come oggi, è un luogo
utile solo per le facili commozioni: al posto della commozione sarebbe
meglio un impegno civile, costante e continuo”.
Penso siano
parole su cui riflettere. Nel frattempo, saluto con piacere il ritorno
del sentimento di pietà sulle vicende carcerarie, temendo però finisca
presto riposto in un cassetto, al prossimo fatto di cronaca.
sabato 24 maggio 2008
sabato 10 maggio 2008
Dossier Genova G8
E' uscito, per l'editore BeccoGiallo (con cui avevo già collaborato per il Volume "Ilaria Alpi, il prezzo della verità") "Dossier Genova G8", per cui ho curato i redazionali.
dal sito degli amici di BeccoGiallo riporto la scheda
dal sito degli amici di BeccoGiallo riporto la scheda
DOSSIER GENOVA G8
IL RAPPORTO ILLUSTRATO DELLA PROCURA DI GENOVA SUI FATTI DELLA SCUOLA DIAZ
Gloria Bardi - Gabriele Gamberini
Collezione Cronaca Storica
17x20, 144 pagine
brossura, b/n
Euro 15.00
La sera del 21 luglio 2001, durante i giorni più caldi del G8 di Genova, la Polizia irrompe nel complesso scolastico Diaz-Pertini-Pascoli, dove sono riuniti manifestanti, giornalisti, avvocati, medici e infermieri per trascorrere la notte.
La perquisizione si conclude con l'arresto di 93 persone, accusate di resistenza aggravata e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio.
Sul campo si contano numerosi feriti, alcuni sono gravi, uno è in fin di vita.
Seguendo puntualmente la Memoria Illustrativa redatta dalla Procura della Repubblica di Genova, Dossier Genova G8 ripercorre minuto per minuto il succedersi degli eventi, illustrando le testimonianze, gli interrogatori, i filmati originali e le registrazioni sonore che hanno smentito in sede processuale la versione dei fatti contenuta nei verbali di Polizia e compromesso la credibilità dei 29 agenti accusati di lesioni personali, abuso d'ufficio, falsa testimonianza, calunnia e falso ideologico.
A più di sei anni dal G8 di Genova e con un delicato processo ancora in corso, Dossier Genova G8 fornisce una ricostruzione meticolosa, per immagini, delle 261 pagine del testo ufficiale della Procura, per scoprire tutto ciò che è accaduto a Genova prima, durante e dopo l'irruzione degli agenti nella scuola Diaz la sera del 21 luglio 2001.
a questo link, invece, potete leggere la recensione di Concita De Gregorio, da Repubblica di oggi
IL RAPPORTO ILLUSTRATO DELLA PROCURA DI GENOVA SUI FATTI DELLA SCUOLA DIAZ
Gloria Bardi - Gabriele Gamberini
Collezione Cronaca Storica
17x20, 144 pagine
brossura, b/n
Euro 15.00
La sera del 21 luglio 2001, durante i giorni più caldi del G8 di Genova, la Polizia irrompe nel complesso scolastico Diaz-Pertini-Pascoli, dove sono riuniti manifestanti, giornalisti, avvocati, medici e infermieri per trascorrere la notte.
La perquisizione si conclude con l'arresto di 93 persone, accusate di resistenza aggravata e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio.
Sul campo si contano numerosi feriti, alcuni sono gravi, uno è in fin di vita.
Seguendo puntualmente la Memoria Illustrativa redatta dalla Procura della Repubblica di Genova, Dossier Genova G8 ripercorre minuto per minuto il succedersi degli eventi, illustrando le testimonianze, gli interrogatori, i filmati originali e le registrazioni sonore che hanno smentito in sede processuale la versione dei fatti contenuta nei verbali di Polizia e compromesso la credibilità dei 29 agenti accusati di lesioni personali, abuso d'ufficio, falsa testimonianza, calunnia e falso ideologico.
A più di sei anni dal G8 di Genova e con un delicato processo ancora in corso, Dossier Genova G8 fornisce una ricostruzione meticolosa, per immagini, delle 261 pagine del testo ufficiale della Procura, per scoprire tutto ciò che è accaduto a Genova prima, durante e dopo l'irruzione degli agenti nella scuola Diaz la sera del 21 luglio 2001.
a questo link, invece, potete leggere la recensione di Concita De Gregorio, da Repubblica di oggi
domenica 27 aprile 2008
Un’analisi sulla crisi della sinistra e di Rifondazione
Ho letto diversi commenti sul fallimento elettorale della Sinistra
Arcobaleno e sul conseguente dibattito interno a Rifondazione Comunista.
Un affollarsi di contributi contrastanti, uniti da quella che sembra
essere una regola dell’analisi politica: parlare nell’immediatezza dei
fatti. Personalmente ho preferito attendere qualche giorno; un po’ per
una sorta di “elaborazione del lutto”, un po’ per evitare che
impulsività o sconforto prendessero il sopravvento.
Sul fallimento elettorale in sé resta poco da dire. Il rifiuto del progetto Sinistra Arcobaleno è emerso inconfutabile; per le sue dimensioni e per i tempi rapidissimi in cui si è consumato (non ricordo un’emorragia di consensi tanto vasta consumarsi in così pochi mesi). Sono però rimasto colpito negativamente più dal dopo elezioni che dal risultato nudo e crudo. Ho trovato le dichiarazioni della maggior parte dei responsabili di Rifondazione segnate da grande confusione, come se il KO elettorale li avesse storditi fino a togliergli lucidità e capacità di analisi. “Grande è la confusione sotto il cielo”, direbbe qualcuno, ma a smentire l’aforisma la situazione è tutt’altro che eccellente.
I primi commenti successivi al disastro del 14 aprile imputavano la disfatta al PD e alla fretta con cui si era avviato il processo unitario. Il primo punto lo trovo paradossale. Se Veltroni ha cercato (e ottenuto) voti a sinistra è perché il suo progetto è stato ritenuto più efficace e convincente di quello della Sinistra. Chiedersi se questa efficacia sia vera o solo percepita è inutile, serve solo a ribaltare il vero nodo del problema, perchè stava a noi dimostrare la nostra efficacia. E lamentarsi del ruolo dei media è ancora più sterile: il mondo dell’informazione non ci ha certo voltato le spalle da ieri, ma nella stagione di Genova eravamo perdenti politicamente ma convincenti (se non vincenti) culturalmente, seppur non godendo di grandi attenzioni da parte di tv e giornali. Sulla perdita dei “nostri” voti (il virgolettato è intenzionale) a vantaggio di PD, astensionismo e persino Lega, credo inoltre che per un buon inizio di analisi si potrebbe smettere di parlare di “nostro” elettorato. Non esiste più: a sinistra la gente non se la sente di consegnare un mandato in bianco ai propri referenti politici, perché da tempo si sono rotti i meccanismi di rappresentanza e appartenenza, fra la base e i vertici della sinistra.
Il secondo punto (la fretta con cui si era avviato il processo unitario) è evaporato talmente in fretta che non vale la pena ribattere. Ormai la Sinistra Arbobaleno sembra il cugino scemo di cui tutti si vergognano, ma che fino a ieri ci accompagnava mentre noi sorridevamo di fronte alle sue stramberie. Vale la pena sottolineare che il “nuovo soggetto politico unitario” non ha entusiasmato nessuno non perché sia stato fatto in fretta, ma per come è stato proposto: imposto dall’alto, senza alcun processo partecipativo, e per di più venduto come un’esigenza dettata dalla storia o – peggio – “ciò che ci chiede la nostra gente”.
Spariti, o almeno affievoliti, quei primi abbozzi di analisi, è partito il confronto interno al partito. Ho seguito il dibattito emerso nell’ultimo comitato politico di Rifondazione, che ha portato a una contrapposizione fra Ferrero e Giordano, alle dimissioni della segreteria e al varo di un congresso cui si arriverà con posizioni allo stato indefinite, stante la fluidità della situazione del partito, sicuramente non riassumibile con la sola contrapposizione bipolare cui accennavo, che sembra anzi assai provvisoria. La sensazione più dolorosa, per me, è stata quella di una distanza incolmabile, come se la falce elettorale avesse tagliato orizzontalmente il partito. Mentre la testa si dibatte, la coda soffre di un dolore incompreso o comunque “diverso” da quello percepito dal vertice. Due sofferenze distanti, nello stesso corpo.
Una riflessione che propongo, a tutti quelli che in questi anni hanno condiviso le speranze (magari non il percorso) del partito, è il chiedersi se davvero la base riesca a cogliere reali e fondamentali differenze tra Giordano e Ferrero. A questa domanda andrebbe collegata un’altra: se il linguaggio stesso che viene usato non venga ormai percepito come testimonianza di una distanza tra pensiero e azione, tra speranze e realizzazioni pratiche. Tra cuore e ragione.
Nel periodo elettorale ho sentito ripetere come un mantra “nuovo soggetto politico unitario e plurale”. Oggi, forse, i più hanno capito che non funzionava, che al nord gli operai magari restano iscritti alla Fiom, ma votano Lega. Ma anche chi l’ha capito sembra alla ricerca di un altro mantra, senza riuscire a trovarlo. La semantica sa essere spietata: quando è bulimica, assieme alle idee divora le parole stesse.
Una precisazione: non m’interessa minimamente partecipare a un dibattito da “notte dei lunghi coltelli”, e so benissimo che i mass media marceranno su questo binario fino a luglio, ben oltre la pur dura realtà interna del partito. Alimentare le maliziose pruderie dell’informazione non mi attira. Capisco dunque chi chiede di non personalizzare il dibattito con critiche a Bertinotti o ad altri dirigenti, che suonerebbero ingenerose. Il rischio, effettivamente, esiste; ma credo non ci sia nulla di personale nel ricordare la solidarietà espressa a Ferrara, il “processo irreversibile” del percorso unitario, il comunismo come “tendenza culturale” interna alla Sinistra. Si tratta di affermazioni di contenuto (e nel criticarle non c’è nulla di personale) che, assieme alla sciagurata linea politica (oscillante negli ultimi anni tra opposizione e governismo, transitando per movimentismo, e arrivando alla sintesi “di lotta e di governo” che ha saputo svuotare entrambi i termini) hanno portato alla crisi attuale. E preferisco non riesumare, sfogliando gli archivi di Liberazione, le imbarazzanti dichiarazioni di piccoli dirigenti che, allevati e cresciuti nel culto della fedeltà alla linea bertinottiana, hanno costruito carriere veloci e brillanti come bolle di sapone, e della stessa consistenza.
Condivido in gran parte la severa analisi di Franco Berardi Bifo su Liberazione del 18 aprile. La trovo però, più che troppo apocalittica, troppo astratta. Non credo, cioè, sia inutile ricostruire la sinistra; ritengo invece doveroso che la sinistra riparta da zero, assumendosi la responsabilità di proporre un’alternativa di società che sia basata non su slogans (evocativi quanto privi di sostanza), ma su un agire concreto. Per questo è necessario riallacciarsi ai movimenti, ma non (come giustamente rilevato da Bifo) in modo parassitario, per carpirne emotivi e temporanei consensi elettorali, ma per interrogarsi assieme ad essi su concrete pratiche che incidano sul sociale.
Abbiamo chiari i concetti di crescita, decrescita e “a-crescita”? Sappiamo trasmetterli in modo efficace?
Sappiamo rispondere a pulsioni securitarie o addirittura razziste senza demonizzare il concetto di sicurezza, ma al contrario formulando una proposta “nostra” di sicurezza, necessariamente saldata a principi di giustizia sociale?
Abbiamo chiaro il ruolo di poteri e istituzioni? Sappiamo interagire con essi senza rinunciare alla nostra identità e senza per questo chiuderci in astrazioni? Sappiamo, in altre parole, utilizzare poteri e istituzioni come un mezzo?
Abbiamo una politica energetica che non sia succube degli interessi economici ma che sappia essere concreta?
Ci lamentiamo (a ragione, s’intende) della cancellazione di “Bella Ciao” dal 25 aprile, ma capiamo che quella cancellazione è figlia dell’assenza di una nostra proposta culturale che sia percepita valida e attuale? Capiamo che se la nostra presenza è ritenuta residuale diventa residuale o inattuale il concetto stesso di antifascismo? E, con questa deriva, diventano inattuali “Bella Ciao” e la Resistenza stessa, mentre il cancro del fascismo viene circoscritto pressochè alle sole leggi razziali? Capiamo, per usare un paradosso, che i libri di Pansa hanno successo perché noi non abbiamo saputo difendere i nostri o scriverne nuovi?
Capiamo il valore simbolico di indire il prossimo congresso in giorni coincidenti con l’anniversario del G8 genovese, o vogliamo usare la circostanza come un esorcismo scaramantico?
Abbiamo scritto belle analisi sul precariato, recensito libri e film che ne parlano. Ma sappiamo parlare ai precari?
Capiamo, in buona sostanza, che non si tratta di far tornare “gli ultimi” dalla nostra parte, ma di tornare noi verso di loro?
So bene che tutti questi argomenti meriterebbero una trattazione ben più approfondita, e che le ragioni della nostra sconfitta si intrecciano con altre: dalla devastante esperienza di governo a considerazioni, di natura ormai quasi antropologica, sull’involuzione della società e dell’elettorato italiani. Ma partire da quelle domande mi sembrerebbe un buon inizio. Così come sarebbe utile parlare non di azzeramento dei dirigenti, ma di azzeramento del dirigismo. Che è operazione più complessa, ma ormai imprescindibile.
Sul fallimento elettorale in sé resta poco da dire. Il rifiuto del progetto Sinistra Arcobaleno è emerso inconfutabile; per le sue dimensioni e per i tempi rapidissimi in cui si è consumato (non ricordo un’emorragia di consensi tanto vasta consumarsi in così pochi mesi). Sono però rimasto colpito negativamente più dal dopo elezioni che dal risultato nudo e crudo. Ho trovato le dichiarazioni della maggior parte dei responsabili di Rifondazione segnate da grande confusione, come se il KO elettorale li avesse storditi fino a togliergli lucidità e capacità di analisi. “Grande è la confusione sotto il cielo”, direbbe qualcuno, ma a smentire l’aforisma la situazione è tutt’altro che eccellente.
I primi commenti successivi al disastro del 14 aprile imputavano la disfatta al PD e alla fretta con cui si era avviato il processo unitario. Il primo punto lo trovo paradossale. Se Veltroni ha cercato (e ottenuto) voti a sinistra è perché il suo progetto è stato ritenuto più efficace e convincente di quello della Sinistra. Chiedersi se questa efficacia sia vera o solo percepita è inutile, serve solo a ribaltare il vero nodo del problema, perchè stava a noi dimostrare la nostra efficacia. E lamentarsi del ruolo dei media è ancora più sterile: il mondo dell’informazione non ci ha certo voltato le spalle da ieri, ma nella stagione di Genova eravamo perdenti politicamente ma convincenti (se non vincenti) culturalmente, seppur non godendo di grandi attenzioni da parte di tv e giornali. Sulla perdita dei “nostri” voti (il virgolettato è intenzionale) a vantaggio di PD, astensionismo e persino Lega, credo inoltre che per un buon inizio di analisi si potrebbe smettere di parlare di “nostro” elettorato. Non esiste più: a sinistra la gente non se la sente di consegnare un mandato in bianco ai propri referenti politici, perché da tempo si sono rotti i meccanismi di rappresentanza e appartenenza, fra la base e i vertici della sinistra.
Il secondo punto (la fretta con cui si era avviato il processo unitario) è evaporato talmente in fretta che non vale la pena ribattere. Ormai la Sinistra Arbobaleno sembra il cugino scemo di cui tutti si vergognano, ma che fino a ieri ci accompagnava mentre noi sorridevamo di fronte alle sue stramberie. Vale la pena sottolineare che il “nuovo soggetto politico unitario” non ha entusiasmato nessuno non perché sia stato fatto in fretta, ma per come è stato proposto: imposto dall’alto, senza alcun processo partecipativo, e per di più venduto come un’esigenza dettata dalla storia o – peggio – “ciò che ci chiede la nostra gente”.
Spariti, o almeno affievoliti, quei primi abbozzi di analisi, è partito il confronto interno al partito. Ho seguito il dibattito emerso nell’ultimo comitato politico di Rifondazione, che ha portato a una contrapposizione fra Ferrero e Giordano, alle dimissioni della segreteria e al varo di un congresso cui si arriverà con posizioni allo stato indefinite, stante la fluidità della situazione del partito, sicuramente non riassumibile con la sola contrapposizione bipolare cui accennavo, che sembra anzi assai provvisoria. La sensazione più dolorosa, per me, è stata quella di una distanza incolmabile, come se la falce elettorale avesse tagliato orizzontalmente il partito. Mentre la testa si dibatte, la coda soffre di un dolore incompreso o comunque “diverso” da quello percepito dal vertice. Due sofferenze distanti, nello stesso corpo.
Una riflessione che propongo, a tutti quelli che in questi anni hanno condiviso le speranze (magari non il percorso) del partito, è il chiedersi se davvero la base riesca a cogliere reali e fondamentali differenze tra Giordano e Ferrero. A questa domanda andrebbe collegata un’altra: se il linguaggio stesso che viene usato non venga ormai percepito come testimonianza di una distanza tra pensiero e azione, tra speranze e realizzazioni pratiche. Tra cuore e ragione.
Nel periodo elettorale ho sentito ripetere come un mantra “nuovo soggetto politico unitario e plurale”. Oggi, forse, i più hanno capito che non funzionava, che al nord gli operai magari restano iscritti alla Fiom, ma votano Lega. Ma anche chi l’ha capito sembra alla ricerca di un altro mantra, senza riuscire a trovarlo. La semantica sa essere spietata: quando è bulimica, assieme alle idee divora le parole stesse.
Una precisazione: non m’interessa minimamente partecipare a un dibattito da “notte dei lunghi coltelli”, e so benissimo che i mass media marceranno su questo binario fino a luglio, ben oltre la pur dura realtà interna del partito. Alimentare le maliziose pruderie dell’informazione non mi attira. Capisco dunque chi chiede di non personalizzare il dibattito con critiche a Bertinotti o ad altri dirigenti, che suonerebbero ingenerose. Il rischio, effettivamente, esiste; ma credo non ci sia nulla di personale nel ricordare la solidarietà espressa a Ferrara, il “processo irreversibile” del percorso unitario, il comunismo come “tendenza culturale” interna alla Sinistra. Si tratta di affermazioni di contenuto (e nel criticarle non c’è nulla di personale) che, assieme alla sciagurata linea politica (oscillante negli ultimi anni tra opposizione e governismo, transitando per movimentismo, e arrivando alla sintesi “di lotta e di governo” che ha saputo svuotare entrambi i termini) hanno portato alla crisi attuale. E preferisco non riesumare, sfogliando gli archivi di Liberazione, le imbarazzanti dichiarazioni di piccoli dirigenti che, allevati e cresciuti nel culto della fedeltà alla linea bertinottiana, hanno costruito carriere veloci e brillanti come bolle di sapone, e della stessa consistenza.
Condivido in gran parte la severa analisi di Franco Berardi Bifo su Liberazione del 18 aprile. La trovo però, più che troppo apocalittica, troppo astratta. Non credo, cioè, sia inutile ricostruire la sinistra; ritengo invece doveroso che la sinistra riparta da zero, assumendosi la responsabilità di proporre un’alternativa di società che sia basata non su slogans (evocativi quanto privi di sostanza), ma su un agire concreto. Per questo è necessario riallacciarsi ai movimenti, ma non (come giustamente rilevato da Bifo) in modo parassitario, per carpirne emotivi e temporanei consensi elettorali, ma per interrogarsi assieme ad essi su concrete pratiche che incidano sul sociale.
Abbiamo chiari i concetti di crescita, decrescita e “a-crescita”? Sappiamo trasmetterli in modo efficace?
Sappiamo rispondere a pulsioni securitarie o addirittura razziste senza demonizzare il concetto di sicurezza, ma al contrario formulando una proposta “nostra” di sicurezza, necessariamente saldata a principi di giustizia sociale?
Abbiamo chiaro il ruolo di poteri e istituzioni? Sappiamo interagire con essi senza rinunciare alla nostra identità e senza per questo chiuderci in astrazioni? Sappiamo, in altre parole, utilizzare poteri e istituzioni come un mezzo?
Abbiamo una politica energetica che non sia succube degli interessi economici ma che sappia essere concreta?
Ci lamentiamo (a ragione, s’intende) della cancellazione di “Bella Ciao” dal 25 aprile, ma capiamo che quella cancellazione è figlia dell’assenza di una nostra proposta culturale che sia percepita valida e attuale? Capiamo che se la nostra presenza è ritenuta residuale diventa residuale o inattuale il concetto stesso di antifascismo? E, con questa deriva, diventano inattuali “Bella Ciao” e la Resistenza stessa, mentre il cancro del fascismo viene circoscritto pressochè alle sole leggi razziali? Capiamo, per usare un paradosso, che i libri di Pansa hanno successo perché noi non abbiamo saputo difendere i nostri o scriverne nuovi?
Capiamo il valore simbolico di indire il prossimo congresso in giorni coincidenti con l’anniversario del G8 genovese, o vogliamo usare la circostanza come un esorcismo scaramantico?
Abbiamo scritto belle analisi sul precariato, recensito libri e film che ne parlano. Ma sappiamo parlare ai precari?
Capiamo, in buona sostanza, che non si tratta di far tornare “gli ultimi” dalla nostra parte, ma di tornare noi verso di loro?
So bene che tutti questi argomenti meriterebbero una trattazione ben più approfondita, e che le ragioni della nostra sconfitta si intrecciano con altre: dalla devastante esperienza di governo a considerazioni, di natura ormai quasi antropologica, sull’involuzione della società e dell’elettorato italiani. Ma partire da quelle domande mi sembrerebbe un buon inizio. Così come sarebbe utile parlare non di azzeramento dei dirigenti, ma di azzeramento del dirigismo. Che è operazione più complessa, ma ormai imprescindibile.
venerdì 29 febbraio 2008
Aborto, sessualità e rapporto con il proprio e l'altrui corpo: scambio di idee con Lea Melandri
NOTA: L’articolo che segue è stato pubblicato su
Liberazione del 29 febbraio 2008. Si tratta di una lettera a Lea
Melandri, ed è un commento ad un precedente intervento della stessa
Melandri datato 20 febbraio.
La mia lettera riprende, in piccola parte, un articolo che avevo pubblicato sul blog di splinder il giorno 11 febbraio (“Una piccola storia personale sull’aborto”), ma in generale è totalmente nuovo.
In coda al mio intervento trovate la risposta di Lea, sempre pubblicata su Liberazione del 29 febbraio 2008.
Cara Melandri,
prima di scrivere sulla “questione aborto” sono stato a lungo incerto. Un po’ perché sull’argomento noi uomini dovremmo intervenire in punta di piedi, e non con grazia da elefanti come molti fanno. E’ innegabile che in questo entrino in gioco le dinamiche di una società in cui il rapporto di potere fra i sessi è, se non la più importante, certamente la più radicata delle ingiustizie, universalmente diffusa e per questo difficile da riconoscere. Un po’ mi intimorivano i toni manichei che ha assunto il dibattito: di fronte a quanto non conosco tendo a ritrarmi; non mi spaventano le battaglie, se non quando i contendenti non sembrano avere chiara la posta.
Pur condividendo il suo intervento del 20 febbraio, credo che al dibattito generale sfugga una cosa. Il punto non è che si parli o meno dell’aborto, o “chi” o “come” ne parli. Il punto è riconoscere che non se ne è mai “davvero” parlato; così come si sono sempre evitate le questioni del rapporto tra i sessi, le gravidanze indesiderate, gli stupri, quasi fossero parte integrante delle disgrazie della vita. Guardando all’attualità, alla campagna elettorale che dovrebbe affrontare le tematiche prioritarie, vediamo che i temi sono gli stessi: divergono le angolazioni ideologiche, ma si tratta sempre di economia, sicurezza, tasse, lavoro. L’aborto è entrato in agenda come un argomento sfuggente e autonomo; sessualità e autodeterminazione, nemmeno di striscio. Causa di questa rimozione è la matrice maschile del potere dominante, certo, ma riconoscere la causa non significa essere vicini alla soluzione.
Siamo nati tutti da un ventre materno, ma preferiamo non ricordarlo o affidare “il fatto” all’ineluttabilità naturale. Una rimozione cui seguono a ruota le altre. Persino confinare l’aborto alla sola dimensione etica personale appare funzionale a questa rimozione, perché nega all’argomento ogni valenza nel dibattito collettivo.
Con difficoltà racconto una mia esperienza personale, dolorosa anche se con epilogo felice. E’ la storia di “una” scelta”, non è “la” scelta, non ha pretese di essere paradigmatica o di insegnare alcunché.
Nel 2000, dopo il primo figlio, Maria restò incinta per la seconda volta. Una gravidanza voluta, ci apprestavamo a vivere con gioia quell’esperienza. Mia moglie aveva contratto una malattia innocua, ma potenzialmente grave per il piccolo. Avemmo conferma dei nostri timori a Pavia; il medico ci illuminò sui nostri dubbi: il bimbo rischiava cecità o malformazioni neppure rilevabili con le ecografie. La scelta era nostra, lui non poteva farci nulla.
Richiedemmo un altro consulto. Una ginecologa (donna: lo sottolineo non per sessismo, ma perché mi sarei aspettato una sensibilità diversa) confermò freddamente l’impossibilità del poterci dare certezze. Ci congedò in modo scostante e con poche parole: “non vedo che problemi vi fate: signora, lei non potrà sapere che destino ha il feto; nel dubbio, abortisca intanto che è in tempo, poi farà un altro figlio”.
Quella risposta non era solo crudele, era una spia linguistica. Non si trattava solo del cinismo professionale dei medici, ma di una visione arida della vita, reazione uguale e contraria a secoli di predominio maschile.
Mia figlia Stefania nacque il 2 gennaio 2001, sana e bellissima. Ma quella storia mi ha portato a pensare che il primo pericolo, quando si parla di aborto, non è tanto lo schierarsi pro o contro, ma è la banalità, figlia di quella rimozione cui accennavo che non si potrà risolvere se non affrontando il tema della sessualità, e in generale del rapporto dell’essere umano col proprio e con l’altrui corpo, senza che alla misoginia culturale dell’uomo si contrappongano reazioni irriflesse inadeguate a sconfiggerla.
Con stima,
Francesco “baro” Barilli
Caro Francesco, grazie della sua lettera, che ho letto con piacere, non solo perché ne condivido il contenuto, ma perché rappresenta un modo inedito, da parte maschile, di affrontare la "questione aborto". Neanche a me piace la semplificazione manichea, ma spesso vi si è spinti proprio dal fatto che, come lei dice, di aborto, di sessualità, di autodeterminazione, non si è mai "davvero" parlato, per cui alla rimozione o alla persistente misoginia degli uomini fa riscontro la reazione "banalizzante" delle donne che hanno a che fare quotidianamente e professionalmente con l'aborto. Non sono bastati purtroppo quarant'anni di femminismo per far entrare tra i temi prioritari della politica il rapporto tra i sessi, la sessualità, le problematiche del corpo. E ancora oggi, nel momento in cui sono la Chiesa e la destra integralista a immetterveli con una violenza senza pari, la sinistra esita e tiene l'aborto - lei giustamente osserva - come "argomento sfuggente e autonomo". Deve essere davvero difficile per un uomo dire di essere nato da un corpo femminile, soprattutto se da quel corpo, fermato nella sua funzione biologica temporanea, si finisce per dipendere tutta la vita.
Lea Melandri
La mia lettera riprende, in piccola parte, un articolo che avevo pubblicato sul blog di splinder il giorno 11 febbraio (“Una piccola storia personale sull’aborto”), ma in generale è totalmente nuovo.
In coda al mio intervento trovate la risposta di Lea, sempre pubblicata su Liberazione del 29 febbraio 2008.
Cara Melandri,
prima di scrivere sulla “questione aborto” sono stato a lungo incerto. Un po’ perché sull’argomento noi uomini dovremmo intervenire in punta di piedi, e non con grazia da elefanti come molti fanno. E’ innegabile che in questo entrino in gioco le dinamiche di una società in cui il rapporto di potere fra i sessi è, se non la più importante, certamente la più radicata delle ingiustizie, universalmente diffusa e per questo difficile da riconoscere. Un po’ mi intimorivano i toni manichei che ha assunto il dibattito: di fronte a quanto non conosco tendo a ritrarmi; non mi spaventano le battaglie, se non quando i contendenti non sembrano avere chiara la posta.
Pur condividendo il suo intervento del 20 febbraio, credo che al dibattito generale sfugga una cosa. Il punto non è che si parli o meno dell’aborto, o “chi” o “come” ne parli. Il punto è riconoscere che non se ne è mai “davvero” parlato; così come si sono sempre evitate le questioni del rapporto tra i sessi, le gravidanze indesiderate, gli stupri, quasi fossero parte integrante delle disgrazie della vita. Guardando all’attualità, alla campagna elettorale che dovrebbe affrontare le tematiche prioritarie, vediamo che i temi sono gli stessi: divergono le angolazioni ideologiche, ma si tratta sempre di economia, sicurezza, tasse, lavoro. L’aborto è entrato in agenda come un argomento sfuggente e autonomo; sessualità e autodeterminazione, nemmeno di striscio. Causa di questa rimozione è la matrice maschile del potere dominante, certo, ma riconoscere la causa non significa essere vicini alla soluzione.
Siamo nati tutti da un ventre materno, ma preferiamo non ricordarlo o affidare “il fatto” all’ineluttabilità naturale. Una rimozione cui seguono a ruota le altre. Persino confinare l’aborto alla sola dimensione etica personale appare funzionale a questa rimozione, perché nega all’argomento ogni valenza nel dibattito collettivo.
Con difficoltà racconto una mia esperienza personale, dolorosa anche se con epilogo felice. E’ la storia di “una” scelta”, non è “la” scelta, non ha pretese di essere paradigmatica o di insegnare alcunché.
Nel 2000, dopo il primo figlio, Maria restò incinta per la seconda volta. Una gravidanza voluta, ci apprestavamo a vivere con gioia quell’esperienza. Mia moglie aveva contratto una malattia innocua, ma potenzialmente grave per il piccolo. Avemmo conferma dei nostri timori a Pavia; il medico ci illuminò sui nostri dubbi: il bimbo rischiava cecità o malformazioni neppure rilevabili con le ecografie. La scelta era nostra, lui non poteva farci nulla.
Richiedemmo un altro consulto. Una ginecologa (donna: lo sottolineo non per sessismo, ma perché mi sarei aspettato una sensibilità diversa) confermò freddamente l’impossibilità del poterci dare certezze. Ci congedò in modo scostante e con poche parole: “non vedo che problemi vi fate: signora, lei non potrà sapere che destino ha il feto; nel dubbio, abortisca intanto che è in tempo, poi farà un altro figlio”.
Quella risposta non era solo crudele, era una spia linguistica. Non si trattava solo del cinismo professionale dei medici, ma di una visione arida della vita, reazione uguale e contraria a secoli di predominio maschile.
Mia figlia Stefania nacque il 2 gennaio 2001, sana e bellissima. Ma quella storia mi ha portato a pensare che il primo pericolo, quando si parla di aborto, non è tanto lo schierarsi pro o contro, ma è la banalità, figlia di quella rimozione cui accennavo che non si potrà risolvere se non affrontando il tema della sessualità, e in generale del rapporto dell’essere umano col proprio e con l’altrui corpo, senza che alla misoginia culturale dell’uomo si contrappongano reazioni irriflesse inadeguate a sconfiggerla.
Con stima,
Francesco “baro” Barilli
Caro Francesco, grazie della sua lettera, che ho letto con piacere, non solo perché ne condivido il contenuto, ma perché rappresenta un modo inedito, da parte maschile, di affrontare la "questione aborto". Neanche a me piace la semplificazione manichea, ma spesso vi si è spinti proprio dal fatto che, come lei dice, di aborto, di sessualità, di autodeterminazione, non si è mai "davvero" parlato, per cui alla rimozione o alla persistente misoginia degli uomini fa riscontro la reazione "banalizzante" delle donne che hanno a che fare quotidianamente e professionalmente con l'aborto. Non sono bastati purtroppo quarant'anni di femminismo per far entrare tra i temi prioritari della politica il rapporto tra i sessi, la sessualità, le problematiche del corpo. E ancora oggi, nel momento in cui sono la Chiesa e la destra integralista a immetterveli con una violenza senza pari, la sinistra esita e tiene l'aborto - lei giustamente osserva - come "argomento sfuggente e autonomo". Deve essere davvero difficile per un uomo dire di essere nato da un corpo femminile, soprattutto se da quel corpo, fermato nella sua funzione biologica temporanea, si finisce per dipendere tutta la vita.
Lea Melandri
lunedì 18 febbraio 2008
Fausto e Iaio Trent'anni dopo
Introduzione
2008: il passato e il presente, per non dimenticare Fausto e Iaio
18 marzo 1978: Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci vengono uccisi a Milano, in via Mancinelli, in un agguato fascista.
18 marzo 2008: ricorre il trentennale dell'uccisione di Fausto e Iaio. Trent'anni passati senza giustizia. Tra le molte iniziative previste per l'anniversario, abbiamo pensato subito a qualcosa di tangibile, di duraturo: un libro e un dvd che ripercorressero questi trent'anni; abbiamo chiesto un ricordo, una testimonianza, un'emozione a tutti quelli che hanno a cuore questa vicenda tragica che ha segnato Milano e l'Italia alla fine degli anni Settanta, lasciando familiari e amici senza giustizia; si è formata una commissione che da subito ha deciso di chiamarsi "Che idea morire di marzo 2008", per gettare un ponte ideale fra ieri e oggi. Una commissione composta da familiari e amici dei due ragazzi, insegnanti, giornalisti, scrittori, che ha raccolto il materiale, pervenuto soprattutto via e-mail. Troverete in questo volume alcune testimonianze di allora, tratte dal libro Che idea morire di marzo: le poesie, le lettere, i ricordi per Fausto e Iaio pubblicato nel 1978, alternate a quelle di oggi, in alcuni casi lasciate dagli stessi soggetti, con quel fardello di anni in più che per ognuno significa molte cose, diverse a seconda delle sensibilità individuali. Saggezza? Amarezza?... Certo non distacco, perché la partecipazione è ancora quella di trent'anni fa. Troverete gli interventi di chi, prima e dopo l'uccisione di Fausto e Iaio, si è trovato ad affrontare tragedie per molti versi simili: casi di mancata giustizia e verità negata. E altro ancora: la ricostruzione dei fatti, l'iter processuale, uno sguardo ai "luoghi della memoria"... Perché, dopo trent'anni, siamo ancora qui a ricordare? Siamo convinti che chi non ha memoria non ha futuro, e mantenendo viva la memoria storica pensiamo fermamente che si possano recuperare quei valori in cui credevamo e in cui crediamo ancora. Vorremmo che le parole di questo libro arrivassero al cuore soprattutto dei giovani, quelli che non hanno ancora trent'anni... un mondo diverso è possibile.
Dedichiamo questo libro a tutti quelli che, come Fausto e Iaio, nel loro ultimo saluto al mondo, hanno reso possibile creare un grande cerchio vivente di amore, uguaglianza, fratellanza, pace.
Maria Iannucci e Francesco Barilli
per la commissione "Che idea morire di marzo 2008"
2008: il passato e il presente, per non dimenticare Fausto e Iaio
18 marzo 1978: Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci vengono uccisi a Milano, in via Mancinelli, in un agguato fascista.
18 marzo 2008: ricorre il trentennale dell'uccisione di Fausto e Iaio. Trent'anni passati senza giustizia. Tra le molte iniziative previste per l'anniversario, abbiamo pensato subito a qualcosa di tangibile, di duraturo: un libro e un dvd che ripercorressero questi trent'anni; abbiamo chiesto un ricordo, una testimonianza, un'emozione a tutti quelli che hanno a cuore questa vicenda tragica che ha segnato Milano e l'Italia alla fine degli anni Settanta, lasciando familiari e amici senza giustizia; si è formata una commissione che da subito ha deciso di chiamarsi "Che idea morire di marzo 2008", per gettare un ponte ideale fra ieri e oggi. Una commissione composta da familiari e amici dei due ragazzi, insegnanti, giornalisti, scrittori, che ha raccolto il materiale, pervenuto soprattutto via e-mail. Troverete in questo volume alcune testimonianze di allora, tratte dal libro Che idea morire di marzo: le poesie, le lettere, i ricordi per Fausto e Iaio pubblicato nel 1978, alternate a quelle di oggi, in alcuni casi lasciate dagli stessi soggetti, con quel fardello di anni in più che per ognuno significa molte cose, diverse a seconda delle sensibilità individuali. Saggezza? Amarezza?... Certo non distacco, perché la partecipazione è ancora quella di trent'anni fa. Troverete gli interventi di chi, prima e dopo l'uccisione di Fausto e Iaio, si è trovato ad affrontare tragedie per molti versi simili: casi di mancata giustizia e verità negata. E altro ancora: la ricostruzione dei fatti, l'iter processuale, uno sguardo ai "luoghi della memoria"... Perché, dopo trent'anni, siamo ancora qui a ricordare? Siamo convinti che chi non ha memoria non ha futuro, e mantenendo viva la memoria storica pensiamo fermamente che si possano recuperare quei valori in cui credevamo e in cui crediamo ancora. Vorremmo che le parole di questo libro arrivassero al cuore soprattutto dei giovani, quelli che non hanno ancora trent'anni... un mondo diverso è possibile.
Dedichiamo questo libro a tutti quelli che, come Fausto e Iaio, nel loro ultimo saluto al mondo, hanno reso possibile creare un grande cerchio vivente di amore, uguaglianza, fratellanza, pace.
Maria Iannucci e Francesco Barilli
per la commissione "Che idea morire di marzo 2008"
Un commento su "La Sinistra L'Arcobaleno"
Appartengo alla generazione del riflusso, quella che in gioventù ha
combinato poco o nulla. Di quel tempo ricordo la scarsa fiducia nelle
forme di politica organizzata, lo stridente contrasto con le generazioni
precedenti, che avevo conosciuto in mio padre, partigiano e comunista,
in mia sorella anarchica, che da piccolo mi cantava la ballata del
Pinelli o le canzoni di Lolli e Guccini. Nel mio giro di amici ci
passavamo gli scritti del Che, le cassette dei cantautori, altri libri
militanti... Però l'impegno era confinato ad una dimensione
individualista o amicale; le azioni, quasi goliardiche.
Di mentalità anarchica (intendendo l'anarchia, citando De Andrè, come una categoria dello spirito che prescinde da rigidi dogmatismi o da meccanismi di appartenenza), non sono mai andato a votare fino al 2001. Poi arrivò Genova, e tutto quello che ne è seguito, sul piano personale: l'impegno di mediattivista, “persino” l'iscrizione a Rifondazione. In me si era smosso qualcosa, era nata l'esigenza – ingenua e per certi versi presuntuosa – di "fare qualcosa", sull'onda un po' guevarista di recuperare la capacità di provare indignazione di fronte alle ingiustizie.
Oggi non sono certo contento di quanto ho visto fare o dire da Rifondazione e dalla sinistra. Più ancora, mi sento tradito, quasi più nel metodo che nel merito. Questo perché, lasciando stare il disastroso bilancio del “non realizzato”, ho trovato imbarazzanti certe dichiarazioni, sugli avvicendamenti De Gennaro-Manganelli, sul decreto espulsioni, tanto per citare due esempi.
La preoccupazione del partito sembra però essere il nuovo soggetto politico e la sua salute elettorale: con questo approccio abbiamo già perso; e si tratta di una sconfitta sul piano culturale, che non muterà anche con un responso elettorale lusinghiero. Per qualcuno il mal di pancia sarà forte, ma la maggior parte credo metterà la croce sul simbolo, non è questo il punto: quel che rimprovero al partito non è solo il non aver ottenuto quanto atteso dalla nostra gente, quanto il non volersi assumere la coresponsabilità nel fatto che durante il governo dell'Unione abbiamo assistito addirittura ad un arretramento su quegli obbiettivi. Siamo partiti sperando nei Pacs, abbiamo visto affossare i DiCo e oggi addirittura ci troviamo a difendere la 194.
Quel che non posso perdonare al gruppo dirigente è non tanto (o non solo) l'aver contribuito ad affossare le speranze di una generazione, quanto il non volerlo riconoscere. Se dico questo non è per cercare una frase ad effetto. Fortunatamente, le speranze non sono come le vite: le vite, una volta spezzate, non ritornano; le speranze sì. Ne vedremo crescere di nuove, o vedremo ricrescere le vecchie sotto altre forme, ma non lo faranno "con" la Sinistra Arcobaleno o "grazie" ad essa.
Una volta ho parlato con un vecchio, saggio e semplice compagno, che aveva fatto il partigiano. Mi disse semplicemente "nella mia vita ho mangiato molta minestra grama: capisco se mi chiedono di mangiarne ancora. Ma m'incazzo quando cercano di convincermi che quel che mi propongono oggi non è minestra ma caviale e champagne".
Penso che quel vecchio compagno avesse ragione, e se darò il mio voto alla Sinistra Arcobaleno sarà solo perché non voglio consegnare alla residualità un patrimonio di valori in cui credo, ma nella convinzione che il parlamento sia un aspetto della vita pubblica, e neppure il più importante. E' nella società che chiedo al partito di riprendere le nostre battaglie; ed è nella società che chiedo al partito di riconoscersi, allo stato, sconfitto, senza vendere la nuova operazione politicista come fosse qualcosa di "alto", e non l'ultimo tentativo di non sprofondare nell'abisso.
Di mentalità anarchica (intendendo l'anarchia, citando De Andrè, come una categoria dello spirito che prescinde da rigidi dogmatismi o da meccanismi di appartenenza), non sono mai andato a votare fino al 2001. Poi arrivò Genova, e tutto quello che ne è seguito, sul piano personale: l'impegno di mediattivista, “persino” l'iscrizione a Rifondazione. In me si era smosso qualcosa, era nata l'esigenza – ingenua e per certi versi presuntuosa – di "fare qualcosa", sull'onda un po' guevarista di recuperare la capacità di provare indignazione di fronte alle ingiustizie.
Oggi non sono certo contento di quanto ho visto fare o dire da Rifondazione e dalla sinistra. Più ancora, mi sento tradito, quasi più nel metodo che nel merito. Questo perché, lasciando stare il disastroso bilancio del “non realizzato”, ho trovato imbarazzanti certe dichiarazioni, sugli avvicendamenti De Gennaro-Manganelli, sul decreto espulsioni, tanto per citare due esempi.
La preoccupazione del partito sembra però essere il nuovo soggetto politico e la sua salute elettorale: con questo approccio abbiamo già perso; e si tratta di una sconfitta sul piano culturale, che non muterà anche con un responso elettorale lusinghiero. Per qualcuno il mal di pancia sarà forte, ma la maggior parte credo metterà la croce sul simbolo, non è questo il punto: quel che rimprovero al partito non è solo il non aver ottenuto quanto atteso dalla nostra gente, quanto il non volersi assumere la coresponsabilità nel fatto che durante il governo dell'Unione abbiamo assistito addirittura ad un arretramento su quegli obbiettivi. Siamo partiti sperando nei Pacs, abbiamo visto affossare i DiCo e oggi addirittura ci troviamo a difendere la 194.
Quel che non posso perdonare al gruppo dirigente è non tanto (o non solo) l'aver contribuito ad affossare le speranze di una generazione, quanto il non volerlo riconoscere. Se dico questo non è per cercare una frase ad effetto. Fortunatamente, le speranze non sono come le vite: le vite, una volta spezzate, non ritornano; le speranze sì. Ne vedremo crescere di nuove, o vedremo ricrescere le vecchie sotto altre forme, ma non lo faranno "con" la Sinistra Arcobaleno o "grazie" ad essa.
Una volta ho parlato con un vecchio, saggio e semplice compagno, che aveva fatto il partigiano. Mi disse semplicemente "nella mia vita ho mangiato molta minestra grama: capisco se mi chiedono di mangiarne ancora. Ma m'incazzo quando cercano di convincermi che quel che mi propongono oggi non è minestra ma caviale e champagne".
Penso che quel vecchio compagno avesse ragione, e se darò il mio voto alla Sinistra Arcobaleno sarà solo perché non voglio consegnare alla residualità un patrimonio di valori in cui credo, ma nella convinzione che il parlamento sia un aspetto della vita pubblica, e neppure il più importante. E' nella società che chiedo al partito di riprendere le nostre battaglie; ed è nella società che chiedo al partito di riconoscersi, allo stato, sconfitto, senza vendere la nuova operazione politicista come fosse qualcosa di "alto", e non l'ultimo tentativo di non sprofondare nell'abisso.
lunedì 28 gennaio 2008
Nuova edizione de "La rossa primavera"
Da gennaio è in distribuzione la nuova edizione de "La rossa primavera", per le Edizioni Clandestine.
cliccando qui potrete leggere la "vecchia" scheda del libro (scritta per la prima edizione, quella allegata a Liberazione e L'Unità), nonchè vedere sia la nuova che la vecchia copertina.
cliccando qui potrete leggere la "vecchia" scheda del libro (scritta per la prima edizione, quella allegata a Liberazione e L'Unità), nonchè vedere sia la nuova che la vecchia copertina.
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