sabato 28 novembre 2009
giovedì 12 novembre 2009
“I nostri ragazzi”: Stefano Cucchi
Della morte di Stefano Cucchi si è già detto molto. Sinceramente non
saprei cos’altro aggiungere, se non che spero che stavolta gli esiti
dell’inchiesta siano diversi da quelli consueti.
C’è però un particolare che mi ha colpito, nelle foto pubblicate. Non sto parlando di quelle del corpo martoriato e senza vita di Stefano, ma di quelle segnaletiche scattate all'ufficio matricole del Regina Coeli. Ce n’è una in particolare che ha qualcosa di struggente, quella che ne ritrae il profilo sinistro. Se non ci fossero quei lividi, se non sapessimo trattarsi di una foto segnaletica, se non conoscessimo già il tragico epilogo, Stefano non sembrerebbe in carcere, ma in libertà, affacciato a una finestra da dove guarda il mondo con uno sguardo triste e spaesato.
E’ un’immagine che mi ha dato da pensare. Per qualche meccanismo inconscio che non riesco ad indagare appieno, mi ha fatto venire in mente una definizione che di solito si usa quando si commenta la morte di militari italiani nelle cosiddette “missioni di pace”: “i nostri ragazzi”, si dice in quei casi.
Ho pensato che quella definizione la si potrebbe utilizzare tranquillamente anche per Stefano come per Aldo Bianzino, Federico Aldrovandi, Marcello Lonzi. Anche questi sono “i nostri ragazzi”. Fragili, impauriti. Forse imperfetti, come è normale siano, forse gravati da un fardello di errori. Come tutti, senza che su quei difetti debba speculare un Giovanardi di turno (già in passato distintosi sul caso Aldrovandi) e senza che i loro eventuali errori possano giustificare – in nessuna misura – le atrocità che gli sono state riservate.
Se ascoltiamo le storie di Stefano, Aldo, Federico, Marcello, scopriamo storie normali (solo, troppo brevi…) con la normale dose di tristezze e sorrisi. Come le loro foto passate (recuperate dopo che li abbiamo già visti stesi sull’asfalto o sul lettino di un tavolo autoptico) ci ricordano. Non sono eroi, ma davvero sono “i nostri ragazzi”. A cui un paese stupido e feroce, ormai dimentico di valori quali comprensione o solidarietà e ormai vinto da ossessioni ed “emergenze”, ha mostrato il proprio volto peggiore.
Francesco “baro” Barilli
C’è però un particolare che mi ha colpito, nelle foto pubblicate. Non sto parlando di quelle del corpo martoriato e senza vita di Stefano, ma di quelle segnaletiche scattate all'ufficio matricole del Regina Coeli. Ce n’è una in particolare che ha qualcosa di struggente, quella che ne ritrae il profilo sinistro. Se non ci fossero quei lividi, se non sapessimo trattarsi di una foto segnaletica, se non conoscessimo già il tragico epilogo, Stefano non sembrerebbe in carcere, ma in libertà, affacciato a una finestra da dove guarda il mondo con uno sguardo triste e spaesato.
E’ un’immagine che mi ha dato da pensare. Per qualche meccanismo inconscio che non riesco ad indagare appieno, mi ha fatto venire in mente una definizione che di solito si usa quando si commenta la morte di militari italiani nelle cosiddette “missioni di pace”: “i nostri ragazzi”, si dice in quei casi.
Ho pensato che quella definizione la si potrebbe utilizzare tranquillamente anche per Stefano come per Aldo Bianzino, Federico Aldrovandi, Marcello Lonzi. Anche questi sono “i nostri ragazzi”. Fragili, impauriti. Forse imperfetti, come è normale siano, forse gravati da un fardello di errori. Come tutti, senza che su quei difetti debba speculare un Giovanardi di turno (già in passato distintosi sul caso Aldrovandi) e senza che i loro eventuali errori possano giustificare – in nessuna misura – le atrocità che gli sono state riservate.
Se ascoltiamo le storie di Stefano, Aldo, Federico, Marcello, scopriamo storie normali (solo, troppo brevi…) con la normale dose di tristezze e sorrisi. Come le loro foto passate (recuperate dopo che li abbiamo già visti stesi sull’asfalto o sul lettino di un tavolo autoptico) ci ricordano. Non sono eroi, ma davvero sono “i nostri ragazzi”. A cui un paese stupido e feroce, ormai dimentico di valori quali comprensione o solidarietà e ormai vinto da ossessioni ed “emergenze”, ha mostrato il proprio volto peggiore.
Francesco “baro” Barilli
lunedì 9 novembre 2009
“Piazza Fontana” su “Il Giorno”
Eccovi l'articolo a firma di Raffaella Foletti su "Il Giorno" del 7 novembre 2009.
E' una lunga (e molto bella) intervista a Fortunato Zinni.
Causa la mia paurosa abilità informatica, riesco a pubblicare l'intervista solo allegando i pdf delle due pagine. Vabbè, vi tocca solo fare un paio di clic in più...
Raffaella Foletti intervista Fortunato Zinni per "Il Giorno" di sabato 7 novembre 2009 - prima parte
Raffaella Foletti intervista Fortunato Zinni per "Il Giorno" di sabato 7 novembre 2009 - seconda parte
E' una lunga (e molto bella) intervista a Fortunato Zinni.
Causa la mia paurosa abilità informatica, riesco a pubblicare l'intervista solo allegando i pdf delle due pagine. Vabbè, vi tocca solo fare un paio di clic in più...
Raffaella Foletti intervista Fortunato Zinni per "Il Giorno" di sabato 7 novembre 2009 - prima parte
Raffaella Foletti intervista Fortunato Zinni per "Il Giorno" di sabato 7 novembre 2009 - seconda parte
giovedì 5 novembre 2009
"Piazza Fontana" su "Io Donna" del Corriere
Allora: dopo le belle giornate passate a Lucca Comics, sono entrato in
un periodo di crisi personale. Un po' di "male di vivere", unito a
qualche casino di lavoro e ad altre riflessioni nere con cui non voglio
annoiare i lettori (nè, per essere del tutto onesto, interrogarmi fino
in fondo).
Tutto questo per dire che di aggiornare il blog non ho molta voglia (nè tempo). Per fortuna mi viene in aiuto l'amico Matteo Fenoglio, che ha aggiornato il suo blog con le 4 pagine che lo scorso 31 ottobre Io Donna ha dedicato al nostro lavoro su Piazza Fontana.
Potete leggere le pagine qui
Che dire: una piccola soddisfazione personale, che spero - unita ad altro - mi aiuti ad allontanare i corvi neri dei cattivi pensieri.
Tutto questo per dire che di aggiornare il blog non ho molta voglia (nè tempo). Per fortuna mi viene in aiuto l'amico Matteo Fenoglio, che ha aggiornato il suo blog con le 4 pagine che lo scorso 31 ottobre Io Donna ha dedicato al nostro lavoro su Piazza Fontana.
Potete leggere le pagine qui
Che dire: una piccola soddisfazione personale, che spero - unita ad altro - mi aiuti ad allontanare i corvi neri dei cattivi pensieri.
martedì 20 ottobre 2009
Sulla presunta incostituzionalità della legge contro l’omofobia
Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in una trasmissione radiofonica sulla
bocciatura della legge contro l’omofobia. Intervenivano persone comuni,
e per questo l’ho seguita incuriosito, cercando di cogliere in quei
pareri il “comune sentire”, ritenendolo più interessante delle
dichiarazioni dei parlamentari che avevo ascoltato precedentemente.
Stranamente, tutti o quasi i pareri erano non solo concordi con la
bocciatura della legge, ma condividevano pure lo stesso tono e le stesse
motivazioni di fondo. Non parevano, cioè, viziati da pregiudizi verso
la comunità lgbt (almeno, non a livello conscio) ma concordavano nel
ritenere sbagliato tutelare una minoranza (nella fattispecie, quella
lesbica/omosessuale/transgender) più di altre. Tutti quei pareri li si
potrebbe sintetizzare in uno, che suona più o meno così: “certo, è
giusto e sacrosanto punire con fermezza gli episodi di violenza
recentemente verificatisi ai danni degli omosessuali, ma senza per
questo individuare per questi fatti aggravanti specifiche. Quei crimini
vanno trattati come fossero ‘normali’ aggressioni, perché altrimenti si
creerebbero disparità verso altre categorie di persone”.
Mi sembra uno di quei casi in cui l’opinione pubblica è stata sapientemente indirizzata verso un atteggiamento di rozzo buon senso che, anche quando in buona fede, nella migliore delle ipotesi è miope e incapace di vedere la complessità del problema.
Qualche esempio, banale ma utile proprio per l’elementare semplicità. Se una sinagoga viene incendiata da un gruppo di nazisti, è difficile vedere nel gesto un “semplice” – per quanto grave – danneggiamento senza parlare anche di antisemitismo. Se un gruppo di criminali aggredisce un individuo di origine africana per il colore della pelle, sarebbe demenziale parlare di “semplici” lesioni senza parlare di razzismo.
Altro esempio, persino più banale. Se il signor Mario Rossi, individuo di natura rissosa e manesca, viene coinvolto in un incidente stradale col signor Renato Bianchi (omosessuale) e, non sapendosi controllare, appena sceso dall’auto colpisce con un pugno l’altro conducente, l’aggressione va sanzionata in via “normale”. Magari ricorrendo alla sola aggravante dei “futili motivi”, supponendo che il gesto abbia la sua origine nella brutalità e inciviltà dell’altro automobilista, dovendo immaginare che l’inclinazione sessuale del Bianchi nulla c’entri con l’incapacità di Rossi nel controllare la propria rabbia. Ma se l’aggressione fosse maturata in un altro contesto, e appurassimo che il sig. Rossi si è avventato contro “l’avversario” solo perché ritiene insopportabile la sua omosessualità, mi sembrerebbe assurdo non parlare di omofobia.
Credo che a chi sostiene l’incostituzionalità delle norme contro l’omofobia sfugga una cosa molto importante. La Legge – in generale, intendo – non ha il solo scopo di individuare casistiche da perseguire penalmente, bilanciando colpe e punizioni secondo criteri di gravità e conseguente progressività delle pene. Ha pure un altro compito, socialmente persino più importante: dare segnali, dimostrarsi in grado di capire la mutevolezza dei contesti e l’oscillante gravità dei comportamenti secondo la loro diffusione.
Personalmente, aspiro a un mondo in cui non sarà più necessario parlare di aggravanti per razzismo o antisemitismo, perché mi auguro una società in cui tali atteggiamenti siano totalmente sradicati. Ma fino a quel giorno sarà necessario appurare se un’eventuale aggressione a un africano sia dovuta anche (o, peggio, solo) al colore della pelle della vittima, e fino a quel giorno sarebbe folle eliminare dal nostro ordinamento le aggravanti per motivi razziali. Analogamente, mi auguro che un giorno una legge sull’omofobia sia totalmente inutile, perché tutte le inclinazioni sessuali avranno libera cittadinanza, e vedere due uomini o due donne camminare mano nella mano sarà “normale” proprio come vedere una coppia formata da individui di sesso diverso. Ma fino a quel giorno è dovere di ogni cittadino (indipendentemente da quale che sia il suo personale giudizio morale sulle sessualità diverse da quella etero) riconoscere che in Italia l’omofobia esiste, eccome se esiste… Ed esiste non solo alla luce delle aggressioni recentemente denunciate, ma nello stesso momento in cui capiamo che camminare mano nella mano, per Mario e Luca, è molto più pericoloso di quanto non lo sia per Fabrizio e Sabrina. E questo, in un periodo in cui si (stra)parla di sicurezza dovrebbe far riflettere anche quelli che (per pregiudizi, chiusura mentale, dogmi morali e religiosi, o qualsiasi altro motivo) faticano ad accettare l’omosessualità come una normale e possibile inclinazione della specie umana.
Francesco “baro” Barilli
Mi sembra uno di quei casi in cui l’opinione pubblica è stata sapientemente indirizzata verso un atteggiamento di rozzo buon senso che, anche quando in buona fede, nella migliore delle ipotesi è miope e incapace di vedere la complessità del problema.
Qualche esempio, banale ma utile proprio per l’elementare semplicità. Se una sinagoga viene incendiata da un gruppo di nazisti, è difficile vedere nel gesto un “semplice” – per quanto grave – danneggiamento senza parlare anche di antisemitismo. Se un gruppo di criminali aggredisce un individuo di origine africana per il colore della pelle, sarebbe demenziale parlare di “semplici” lesioni senza parlare di razzismo.
Altro esempio, persino più banale. Se il signor Mario Rossi, individuo di natura rissosa e manesca, viene coinvolto in un incidente stradale col signor Renato Bianchi (omosessuale) e, non sapendosi controllare, appena sceso dall’auto colpisce con un pugno l’altro conducente, l’aggressione va sanzionata in via “normale”. Magari ricorrendo alla sola aggravante dei “futili motivi”, supponendo che il gesto abbia la sua origine nella brutalità e inciviltà dell’altro automobilista, dovendo immaginare che l’inclinazione sessuale del Bianchi nulla c’entri con l’incapacità di Rossi nel controllare la propria rabbia. Ma se l’aggressione fosse maturata in un altro contesto, e appurassimo che il sig. Rossi si è avventato contro “l’avversario” solo perché ritiene insopportabile la sua omosessualità, mi sembrerebbe assurdo non parlare di omofobia.
Credo che a chi sostiene l’incostituzionalità delle norme contro l’omofobia sfugga una cosa molto importante. La Legge – in generale, intendo – non ha il solo scopo di individuare casistiche da perseguire penalmente, bilanciando colpe e punizioni secondo criteri di gravità e conseguente progressività delle pene. Ha pure un altro compito, socialmente persino più importante: dare segnali, dimostrarsi in grado di capire la mutevolezza dei contesti e l’oscillante gravità dei comportamenti secondo la loro diffusione.
Personalmente, aspiro a un mondo in cui non sarà più necessario parlare di aggravanti per razzismo o antisemitismo, perché mi auguro una società in cui tali atteggiamenti siano totalmente sradicati. Ma fino a quel giorno sarà necessario appurare se un’eventuale aggressione a un africano sia dovuta anche (o, peggio, solo) al colore della pelle della vittima, e fino a quel giorno sarebbe folle eliminare dal nostro ordinamento le aggravanti per motivi razziali. Analogamente, mi auguro che un giorno una legge sull’omofobia sia totalmente inutile, perché tutte le inclinazioni sessuali avranno libera cittadinanza, e vedere due uomini o due donne camminare mano nella mano sarà “normale” proprio come vedere una coppia formata da individui di sesso diverso. Ma fino a quel giorno è dovere di ogni cittadino (indipendentemente da quale che sia il suo personale giudizio morale sulle sessualità diverse da quella etero) riconoscere che in Italia l’omofobia esiste, eccome se esiste… Ed esiste non solo alla luce delle aggressioni recentemente denunciate, ma nello stesso momento in cui capiamo che camminare mano nella mano, per Mario e Luca, è molto più pericoloso di quanto non lo sia per Fabrizio e Sabrina. E questo, in un periodo in cui si (stra)parla di sicurezza dovrebbe far riflettere anche quelli che (per pregiudizi, chiusura mentale, dogmi morali e religiosi, o qualsiasi altro motivo) faticano ad accettare l’omosessualità come una normale e possibile inclinazione della specie umana.
Francesco “baro” Barilli
sabato 17 ottobre 2009
Una precisazione doverosa
Un visitatore di questo blog mi fa presente (nei commenti a due articoli: "Piazza Fontana: la copertina" e "E ora?..." - ndr commenti che non potete più vedere, perchè erano postati nella vecchia "incarnazione" di questo blog, su splinder, e non ho potuto recuperarli nel trasferimento su blogspot) che io non ho pubblicato il libro "Fausto e Iaio trent'anni dopo" (Ed. Costa e Nolan).
Il visitatore fa questa precisazione (correttissima, lo dico da subito) perché su alcuni siti (qui, ad esempio, ma anche altrove), compaiono queste parole: ...giornalista. Ha pubblicato "La piuma e la montagna" (Manifesto libri), "Fausto e Iaio. Trent'anni dopo" (Costa e Nolan).
Ora: quella scritta E' ESTREMAMENTE IMPRECISA. Lo è, credo, per semplice eccesso di sintesi e in buona fede, ma ciò non toglie che sento il dovere di correggerla, anche se, preciso, nulla c’entro con la diffusione di tali imprecisioni.
Andiamo con ordine.
- Che non sono un giornalista mi sono quasi stufato di dirlo, tanto che ormai l'ho scritto nel profilo (vedere qui a lato). Lo ripeto: si tratta di una definizione che mi onora, e probabilmente chi mi attribuisce l'etichetta "giornalista" è portato a definirmi così in base a quanto ha letto di mio. In ogni caso, correttezza impone di ricordare che giornalista NON LO SONO.
- Sempre sul mio profilo sono scritte le informazioni giuste sia per quanto concerne "Fausto e Iaio trent'anni dopo" sia per quanto concerne "La piuma e la montagna":
Nel primo caso (Fausto e Iaio), ho solo collaborato al volume. Ho scritto due pezzi e ho cercato contatti con altri familiari che gravitano attorno a reti-invisibili, chiedendo loro di scrivere un loro ricordo. Mi sono mantenuto in contatto costante con Maria (la sorella di Iaio) curando questa sezione del libro (ossia quella, come accennavo prima, che contiene le testimonianze di Manlio Milani, Haidi Giuliani Patrizia Moretti, e molti altri). Il libro è di Autori Vari e sono fiero di avervi contribuito, ma il merito della "regia" del libro è del mio amico Daniele Biachessi.
Nel secondo caso (La piuma e la montagna) è corretto dire “ha pubblicato ecc…”, ma va sottolineato che il libro è stato scritto a quattro mani con Sergio Sinigaglia (personalmente l’ho SEMPRE ricordato).
A dimostrazione della mia buona fede (ossia: del fatto che con la diffusione delle notizie errate non c’entro nulla) riporto di seguito il profilo dell’autore che apparirà sulle pagine di Piazza Fontana, in libreria nei prossimi giorni:
Nato a Selvazzano Dentro (PD) nel 1965, è un mediattivista. Coordina il sito reti-invisibili.net. Per BeccoGiallo ha curato gli apparati redazionali di Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007), Dossier Genova G8 (2008), Il delitto Pasolini (2008), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009). Un suo racconto è presente in La Rossa Primavera (2007, allegato a Liberazione e l’Unità, ristampato nel 2008 per le Edizioni Clandestine). Ha contribuito al libro Fausto e Iaio. Trent’anni dopo (Costa & Nolan, 2008). Ha curato con Sergio Sinigaglia La piuma e la montagna (Manifestolibri, 2008). Con Checchino Antonini e Dario Rossi è autore di Scuola Diaz: vergogna di Stato (Edizioni Alegre, 2009).
Come vedete, in questo caso la nota biografica (che qui nel libro ho compilato io personalmente) è corretta.
Per chiudere la “polemica” (oddio, forse non è neppure il caso di parlare di polemica… semplicemente ora non mi viene un termine più adatto…):
1- Il visitatore di questo blog ha perfettamente ragione nella segnalazione: gliene do atto e pubblico questo mio intervento proprio come rettifica.
2- Non c’entro nulla con la diffusione dell’imprecisione che lui ha segnalato.
3- Ripeto di ritenere che la notizia errata sia frutto di eccessiva sintesi ed imprecisione, non certo di malafede. Anche le mie passate collaborazioni con Beccogiallo sono menzionate incomplete, per esempio. Credo si tratti proprio di una sintesi frettolosa su cui non vanno cercate strane dietrologie: a correggere penso basti questa mia lunga precisazione
Francesco “baro” Barilli
Il visitatore fa questa precisazione (correttissima, lo dico da subito) perché su alcuni siti (qui, ad esempio, ma anche altrove), compaiono queste parole: ...giornalista. Ha pubblicato "La piuma e la montagna" (Manifesto libri), "Fausto e Iaio. Trent'anni dopo" (Costa e Nolan).
Ora: quella scritta E' ESTREMAMENTE IMPRECISA. Lo è, credo, per semplice eccesso di sintesi e in buona fede, ma ciò non toglie che sento il dovere di correggerla, anche se, preciso, nulla c’entro con la diffusione di tali imprecisioni.
Andiamo con ordine.
- Che non sono un giornalista mi sono quasi stufato di dirlo, tanto che ormai l'ho scritto nel profilo (vedere qui a lato). Lo ripeto: si tratta di una definizione che mi onora, e probabilmente chi mi attribuisce l'etichetta "giornalista" è portato a definirmi così in base a quanto ha letto di mio. In ogni caso, correttezza impone di ricordare che giornalista NON LO SONO.
- Sempre sul mio profilo sono scritte le informazioni giuste sia per quanto concerne "Fausto e Iaio trent'anni dopo" sia per quanto concerne "La piuma e la montagna":
Nel primo caso (Fausto e Iaio), ho solo collaborato al volume. Ho scritto due pezzi e ho cercato contatti con altri familiari che gravitano attorno a reti-invisibili, chiedendo loro di scrivere un loro ricordo. Mi sono mantenuto in contatto costante con Maria (la sorella di Iaio) curando questa sezione del libro (ossia quella, come accennavo prima, che contiene le testimonianze di Manlio Milani, Haidi Giuliani Patrizia Moretti, e molti altri). Il libro è di Autori Vari e sono fiero di avervi contribuito, ma il merito della "regia" del libro è del mio amico Daniele Biachessi.
Nel secondo caso (La piuma e la montagna) è corretto dire “ha pubblicato ecc…”, ma va sottolineato che il libro è stato scritto a quattro mani con Sergio Sinigaglia (personalmente l’ho SEMPRE ricordato).
A dimostrazione della mia buona fede (ossia: del fatto che con la diffusione delle notizie errate non c’entro nulla) riporto di seguito il profilo dell’autore che apparirà sulle pagine di Piazza Fontana, in libreria nei prossimi giorni:
Nato a Selvazzano Dentro (PD) nel 1965, è un mediattivista. Coordina il sito reti-invisibili.net. Per BeccoGiallo ha curato gli apparati redazionali di Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007), Dossier Genova G8 (2008), Il delitto Pasolini (2008), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009). Un suo racconto è presente in La Rossa Primavera (2007, allegato a Liberazione e l’Unità, ristampato nel 2008 per le Edizioni Clandestine). Ha contribuito al libro Fausto e Iaio. Trent’anni dopo (Costa & Nolan, 2008). Ha curato con Sergio Sinigaglia La piuma e la montagna (Manifestolibri, 2008). Con Checchino Antonini e Dario Rossi è autore di Scuola Diaz: vergogna di Stato (Edizioni Alegre, 2009).
Come vedete, in questo caso la nota biografica (che qui nel libro ho compilato io personalmente) è corretta.
Per chiudere la “polemica” (oddio, forse non è neppure il caso di parlare di polemica… semplicemente ora non mi viene un termine più adatto…):
1- Il visitatore di questo blog ha perfettamente ragione nella segnalazione: gliene do atto e pubblico questo mio intervento proprio come rettifica.
2- Non c’entro nulla con la diffusione dell’imprecisione che lui ha segnalato.
3- Ripeto di ritenere che la notizia errata sia frutto di eccessiva sintesi ed imprecisione, non certo di malafede. Anche le mie passate collaborazioni con Beccogiallo sono menzionate incomplete, per esempio. Credo si tratti proprio di una sintesi frettolosa su cui non vanno cercate strane dietrologie: a correggere penso basti questa mia lunga precisazione
Francesco “baro” Barilli
venerdì 9 ottobre 2009
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