Il Principe aveva lavorato a lungo per preparare la grande festa di quei
giorni. A palazzo erano attesi nobili, condottieri, dame di grande
fascino, e tutto doveva essere perfetto. Li aveva accolti col suo
eloquio colto e tranquillo, un sorriso rassicurante sulle labbra, ma chi
lo conosceva bene poteva vedere nei suoi gesti qualche cenno di
stanchezza. Alcuni sostengono che il Principe fosse sotto pressione
anche per altri motivi. L’Imperatore, così pare, lo aveva prescelto per
compiti più alti, forse addirittura per farne il suo successore. Altri
sostengono fosse stato lo stesso Principe a creare le condizioni
affinchè quella nomina apparisse poco più di un passaggio obbligato. Noi
storici, a tanti anni di distanza, non sappiamo sciogliere questo
dubbio, e possiamo solo registrare le diverse ipotesi.
Anche sulla
piccola tragedia di quel giorno non ci è possibile esprimere certezze.
Poco distante dal palazzo e dalla festa, dove gli invitati si
intrattenevano fra canti, balli e rappresentazioni teatrali, un bambino
di due mesi era morto di freddo. Secondo la sua biografia consolidata,
che ne ha costruito un profilo di alte doti morali e intellettuali, Lui
era sempre attento ai bisogni dei suoi sudditi, e se l’avesse saputo non
sarebbe rimasto insensibile di fronte alla notizia. Avrebbe certamente
fermato la festa e pronunciato qualche parola di sincera commozione, per
poi fare visita alla madre di quel bambino recandole conforto e aiuto.
Alcuni dicono che il Principe fosse stato informato, ma in ritardo.
Altri, che fu il Gran Ciambellano a disporre che quella notizia non lo
turbasse. Per quanto strano possa sembrare a chi si interessa della sua
storia, di sicuro c’è solo che il Principe non disse o fece nulla, e il
fatto passò sotto silenzio per alcuni giorni. Molti storici hanno
letteralmente rimosso questa macchia dalla sua biografia, non si sa se
per sudditanza psicologica o per sciatteria. Fermo restando che quel
silenzio, secondo il profilo del Personaggio, appare difficilmente
spiegabile, noi preferiamo consegnare alla valutazione del lettore anche
questo aneddoto. Lo facciamo perché la Storia è fatta pure di
attenzione a tutto quello che, a una prima analisi, può sembrare
marginale; così è nostro dovere dire di altre fonti, secondo cui le cose
si sarebbero svolte in modo ancor meno edificante. Secondo queste
fonti, nei giorni successivi a quella piccola tragedia, un giullare
improvvisò uno spettacolo in una piazza del Paese.
< Gentili
donne, distinti signori > disse, < oggi il mio cuore è triste.
Perché non sono qui per regalarvi un sorriso, come mi è consueto, e per
un buffone non c’è cosa peggiore della consapevolezza di non poter fare
ciò per cui si sente nato. Ma il mio cuore piange e sanguina persino più
copiosamente per quel che vi devo raccontare. Questo Paese non è quello
che credete, l’isola felice dove a tutti è data felicità e sicurezza
grazie all’instancabile opera del nostro Principe. Un bambino di soli
due mesi è morto di freddo, poche sere fa. Due mesi non sono una vita,
sono un lampo di esistenza troppo breve. Si è addormentato nel suo
giaciglio, e non ha visto il sole sorgere. E non l’ha visto non per
qualche subdola malattia, scherzo crudele della natura che pure dobbiamo
accettare, ma perché la sua giovane famiglia non l’ha potuto difendere
dal freddo, accampata com’era lungo la riva del fiume. Alcuni si
chiederanno cos’abbia detto o fatto il Principe, fra qualche giorno
magari vi racconteranno il suo dolore. Ma la verità è un’altra >.
Un brusio inquieto e incredulo accompagnò quelle parole. Il giullare lo zittì con un cenno della mano.
< Sì, miei concittadini. Avete capito bene. Ma forse la tragedia più
grande è proprio il vostro stupore. Mentre voi non l’immaginate
neppure, esiste una realtà fatta di decine, forse centinaia di famiglie
che vivono lungo il fiume, lontano dai nostri occhi e dai nostri tardivi
rimorsi di coscienza. Occupano tende che noi non useremmo neppure per
una villeggiatura. E questo avviene NON “nonostante” il volere del
Principe, ma “grazie” al suo – e in fondo al nostro – volere. La verità è
che quella famiglia, insieme a molte altre, era stata costretta ad
abbandonare il proprio accampamento, di fortuna ma pur sempre
relativamente sicuro e confortevole, cercandosi un’altra sistemazione
per rispettare un ordine di Palazzo. Il Principe temeva che la festa
(che tanta fatica gli era costata e che poteva costituire benemerenza
presso l’Imperatore) potesse essere turbata alla vista di quei
poveracci. Le cui condizioni d’indigenza, peraltro, in passato li hanno
portati a distinguersi in attività non proprio nobili, che minano –
citando il Gran Ciambellano – “la nostra percezione di sicurezza” >.
Gli scarni documenti a nostra disposizione su quei giorni ci
impediscono, da qui in poi, di proseguire il racconto del giullare, e ci
proiettano ancora nel campo delle possibilità. Secondo alcuni
commentatori, evidentemente sfavorevoli al Principe e che non non
accreditiamo né smentiamo, ma riportiamo col rigore proprio del nostro
compito, quelle parole arrivarono alle orecchie del Gran Ciambellano.
Per un attimo un’ombra velò i suoi occhi azzurri; non per la sorte del
neonato, ma perché sapeva che quelle parole – più ancora della
consapevolezza della tragedia – avrebbero rattristato il Principe.
Alcuni detrattori più radicali sostengono che l’alto ministro temesse
ripercussioni presso l’Imperatore, forse addirittura che si mettesse in
dubbio la successione. Non si sa se per un’iniziativa diretta del Gran
Ciambellano, o se dopo consultazione col Principe, il buffone fu
arrestato e da qui se ne perdono le tracce.
Si dice che pochi giorni
dopo il Principe in persona si sia recato dalla madre della piccola
vittima, portando con sé un sacchetto di monete d’oro e, cosa più
importante, la sua regale solidarietà. Secondo queste voci l’incontro fu
(riportiamo testualmente la fonte) “intenso e commovente. Il Principe è
apparso segnato dall’emozione e, sciogliendo l’abbraccio con la
sventurata madre, aveva gli occhi velati di lacrime”. Si aggiunge, per
dovere di cronaca, che secondo lo stesso documento all’incontro era
presente il Gran Ciambellano, il quale non palesò uguale turbamento; ma
l’autore della testimonianza si distingue per una buona dose di
acrimonia verso il Gran Ciambellano, ricordandolo in altra parte dello
scritto come “un uomo distante dai sentimenti umani, noto ai più per il
suo sguardo gelido da rettile”.
Le cronache non raccontano nulla
circa eventuali reazioni popolari al racconto del giullare e alla sua
incarcerazione, e neppure sappiamo se il Principe ritenne di emanare un
editto per assicurare condizioni di vita più dignitose alle altre
famiglie costrette a vivere all’addiaccio. Formulare supposizioni
esulerebbe dal compito dello storico, che deve solo raccontare i fatti, e
a tale compito ci siamo attenuti. Sappia però il lettore che la nostra
conoscenza di quel periodo ci fa supporre che il solo frutto concreto
della vicenda fu ciò che poté avere quella giovane madre: un sacchetto
di monete, un abbraccio, una lacrima negli occhi del Principe. E lo
sguardo gelido da rettile del Gran Ciambellano, che vedeva in lei solo
un problema risolto.
***********
Sabato 20 ottobre
2007 un piccolo rom di due mesi è morto di freddo a Roma. Le prime
avvisaglie di un inverno in anticipo l’hanno raggiunto nella tenda dove
era accampato con la sua famiglia, in seguito allo sgombero disposto
poche settimane prima dal sindaco di Roma.
Come lo storico del
racconto, anch’io non so se lo sgombero fosse dovuto alla volontà di
“pulire” Roma in vista della festa del cinema, confinando alla periferia
le presenze “esteticamente incompatibili”, o se gli sgomberi fossero
frutto dell’ormai perenne “campagna sicurezza”; e, come lui, anch’io
consegno al lettore queste ipotesi assieme ad ogni altra possibile, e
neppure m’interessa sapere se il freddo sia stata causa o concausa della
morte del piccolo.
In questo contesto, l’identificazione del
personaggio del Principe, del bimbo morto e della festa di Palazzo,
lascia poco spazio alla fantasia del lettore. Maggiore discrezionalità
esiste nell’identificare il Gran Ciambellano o l’Imperatore, ma poco
importa.
Il coraggioso giullare, purtroppo, non trova riscontro in
alcun personaggio reale: la morte del piccolo cittadino rumeno (perché è
così che lo voglio chiamare, ritenendo superflua ogni parola in più)
non ha provocato analoghi slanci di coscienza. E forse la figura
dell’irriverente buffone è quella di cui maggiormente si sente la
mancanza nella realtà.
mercoledì 7 novembre 2007
mercoledì 24 ottobre 2007
Lettera aperta ai pm Andrea Canciani e Anna Canepa
Egregio Dr. Canciani, Egregia Dr.sa Canepa,
non sono d’accordo con la vostra lettura dei fatti di Genova. Questa frase voglio specificarla: non ho detto semplicemente che non concordo con le pene chieste per i manifestanti imputati per il G8 genovese, ma che dissento dall’impianto complessivo della vostra ricostruzione.
Ho letto che auspicate uguale severità per le forze dell’ordine coinvolte nella “macelleria messicana” della Diaz o nelle sevizie di Bolzaneto. Alcuni, probabilmente, vi accuseranno di cerchiobottismo; personalmente ritengo sincero il vostro auspicio, ma lo inquadro in modo persino più negativo. Tendo a riconoscere a chiunque, in prima valutazione, la buonafede; a voi la riconosco non solo per principio, ma per sincera convinzione. Siete uomini di legge, quella è la vostra bussola, e vorreste vederla applicata con rigore e inflessibilità, nei fatti di piazza come alla Diaz. Ma è una bussola strabica, e comunque insufficiente.
Io, vi confesso, non credo alla giustizia divina, ma soprattutto non credo che quella umana ne sia un surrogato. Questa giustizia terrena che rincorre codici e cavilli la vedo più come una meccanica razionale che vuole ingabbiare i comportamenti umani secondo schemi che prescindono la complessità delle situazioni. Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, voi state cercando di misurare Genova con un metro inadatto allo scopo, di contare le colpe col pallottoliere. La vostra colpa non sta tanto nell’aver usato quei mezzi (sono i soli che avete a disposizione) quanto nel non saperne o volerne vedere l’inadeguatezza.
Accantoniamo per un momento le prescrizioni incombenti per i rappresentanti delle forze dell’ordine negli altri processi, nonché la sproporzione fra le pene richieste per i manifestanti e quelle ipotizzabili per agenti e funzionari. Si tratta di questioni fondamentali e da non dimenticare, ma rischiano di farmi usare lo stesso metro e lo stesso pallottoliere. Questi aspetti dovrebbero far riflettere più voi che me, ma non è il punto su cui voglio soffermarmi.
Da qualche parte ho letto che bisogna andarci cauti nell’attaccare la procura genovese, perché sulla Diaz o su Bolzaneto avrebbe lavorato bene, fra mille difficoltà. Ebbene, a me di difendere o attaccare la procura di Genova non interessa nulla: io voglio spostare la prospettiva con cui si dovrebbe guardare ai fatti del luglio 2001. E lanciare un allarme: non deleghiamo la ricostruzione della verità alla sola dimensione processuale. Si rischia la deriva pericolosissima di banalizzare il dibattito in termini calcistici: col processo ai 25 manifestanti si segna l’uno a zero “per gli agenti”, con quello sulla Diaz potrebbero pareggiare “gli imputati”, poi sarà Bolzaneto a far pendere le sorti dell’incontro da una parte o dall’altra.
Non ci sto, questa logica mi è aliena (oltre a ricordarmi tristemente l’esultanza di quella poliziotta che inneggiava in modo analogo alla notizia della morte di Carlo). A Genova abbiamo visto “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Questo fu il giudizio di Amnesty International, ed è un dato di partenza (e non di arrivo) per chiunque voglia affrontare i fatti del G8 2001.
Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, ho visto troppi imputati giocare alle tre scimmiette nel processo su Bolzaneto. Non hanno visto, non hanno sentito, sicuramente non parlano. E quel che hanno visto o sentito l’hanno ritenuto “normale”. Sulla Diaz molti imputati, dall’alto delle loro poltrone (inattaccate o addirittura rese più elevate e confortevoli in questi anni) hanno addirittura snobbato il processo. I fatti di Genova sono stati banalizzati, riconducendoli a logiche di violenze contrapposte: da un lato i manifestanti che “devastano e saccheggiano”, dall’altro gli “eccessi” delle forze dell’ordine. A questa logica vi siete conformati, ma la verità su Genova non verrà data dal pallottoliere che conterà i cattivi dividendoli in due squadre e facendo la conta. Così si potrà dare soddisfazione a quella giustizia meccanica che chiuderà le sue pratiche con un’equità ipocrita, totalmente avulsa dalla ricostruzione della verità. Forse a voi basta, a me sicuramente no.
non sono d’accordo con la vostra lettura dei fatti di Genova. Questa frase voglio specificarla: non ho detto semplicemente che non concordo con le pene chieste per i manifestanti imputati per il G8 genovese, ma che dissento dall’impianto complessivo della vostra ricostruzione.
Ho letto che auspicate uguale severità per le forze dell’ordine coinvolte nella “macelleria messicana” della Diaz o nelle sevizie di Bolzaneto. Alcuni, probabilmente, vi accuseranno di cerchiobottismo; personalmente ritengo sincero il vostro auspicio, ma lo inquadro in modo persino più negativo. Tendo a riconoscere a chiunque, in prima valutazione, la buonafede; a voi la riconosco non solo per principio, ma per sincera convinzione. Siete uomini di legge, quella è la vostra bussola, e vorreste vederla applicata con rigore e inflessibilità, nei fatti di piazza come alla Diaz. Ma è una bussola strabica, e comunque insufficiente.
Io, vi confesso, non credo alla giustizia divina, ma soprattutto non credo che quella umana ne sia un surrogato. Questa giustizia terrena che rincorre codici e cavilli la vedo più come una meccanica razionale che vuole ingabbiare i comportamenti umani secondo schemi che prescindono la complessità delle situazioni. Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, voi state cercando di misurare Genova con un metro inadatto allo scopo, di contare le colpe col pallottoliere. La vostra colpa non sta tanto nell’aver usato quei mezzi (sono i soli che avete a disposizione) quanto nel non saperne o volerne vedere l’inadeguatezza.
Accantoniamo per un momento le prescrizioni incombenti per i rappresentanti delle forze dell’ordine negli altri processi, nonché la sproporzione fra le pene richieste per i manifestanti e quelle ipotizzabili per agenti e funzionari. Si tratta di questioni fondamentali e da non dimenticare, ma rischiano di farmi usare lo stesso metro e lo stesso pallottoliere. Questi aspetti dovrebbero far riflettere più voi che me, ma non è il punto su cui voglio soffermarmi.
Da qualche parte ho letto che bisogna andarci cauti nell’attaccare la procura genovese, perché sulla Diaz o su Bolzaneto avrebbe lavorato bene, fra mille difficoltà. Ebbene, a me di difendere o attaccare la procura di Genova non interessa nulla: io voglio spostare la prospettiva con cui si dovrebbe guardare ai fatti del luglio 2001. E lanciare un allarme: non deleghiamo la ricostruzione della verità alla sola dimensione processuale. Si rischia la deriva pericolosissima di banalizzare il dibattito in termini calcistici: col processo ai 25 manifestanti si segna l’uno a zero “per gli agenti”, con quello sulla Diaz potrebbero pareggiare “gli imputati”, poi sarà Bolzaneto a far pendere le sorti dell’incontro da una parte o dall’altra.
Non ci sto, questa logica mi è aliena (oltre a ricordarmi tristemente l’esultanza di quella poliziotta che inneggiava in modo analogo alla notizia della morte di Carlo). A Genova abbiamo visto “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Questo fu il giudizio di Amnesty International, ed è un dato di partenza (e non di arrivo) per chiunque voglia affrontare i fatti del G8 2001.
Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, ho visto troppi imputati giocare alle tre scimmiette nel processo su Bolzaneto. Non hanno visto, non hanno sentito, sicuramente non parlano. E quel che hanno visto o sentito l’hanno ritenuto “normale”. Sulla Diaz molti imputati, dall’alto delle loro poltrone (inattaccate o addirittura rese più elevate e confortevoli in questi anni) hanno addirittura snobbato il processo. I fatti di Genova sono stati banalizzati, riconducendoli a logiche di violenze contrapposte: da un lato i manifestanti che “devastano e saccheggiano”, dall’altro gli “eccessi” delle forze dell’ordine. A questa logica vi siete conformati, ma la verità su Genova non verrà data dal pallottoliere che conterà i cattivi dividendoli in due squadre e facendo la conta. Così si potrà dare soddisfazione a quella giustizia meccanica che chiuderà le sue pratiche con un’equità ipocrita, totalmente avulsa dalla ricostruzione della verità. Forse a voi basta, a me sicuramente no.
lunedì 15 ottobre 2007
Da Predappio a Dachau e ritorno. Passando da Porta a Porta…
Ha destato scalpore un servizio di Paolo Tessadri, apparso sull’Espresso
on line: alcuni neonazisti altoatesini si sono fatti un’allegra
scampagnata nel campo di concentramento di Dachau. “Una gita che
incenerisce i confini della decenza”, scrive il giornalista; e ancora:
“sono l'avanguardia dell'orrore, quella capace di superare ogni limite”.
Frasi che, ovviamente, condivido appieno, e in generale all’articolo si
deve riconoscere il merito di inquadrare l’episodio in un contesto
preciso: il giornalista non lo minimizza né lo tratta come evento
sporadico, ma lo inserisce nel crescente ritorno di ideologie razziste e
xenofobe che ormai non si può liquidare come semplice “rigurgito”. Se
però l’articolo è preciso e giustamente indignato nel parlare di
avanguardie, forse c’è da aggiungere qualcosa su ciò che sta alle spalle
dell’allegra scampagnata neonazista, con tanto di foto ricordo.
Date un’occhiata a questo sito: www.mussolini.net/, che si presenta come “Predappio tricolore souvenir”. Il catalogo è ricco; correte, perché ci sono anche gli aggiornamenti: nuove maglie (novità, bimbo e donna), berretti, busti, tagliacarte e orologi. Non so se ci siano offertissime 3 x 2, o se possiate avere gratis una daga assieme a tre accendini o viceversa (potete scegliere tra i modelli con croce celtica, con svastica, con Hitler: vasta gamma a disposizione).
Ma, per dirla tutta, a me preoccupa meno Predappio o l’allegra scampagnata dei naziskin che non chi, da quel pulpito culturale che è Porta a Porta, rivisitò la storia politica e familiare di Mussolini con intenti di riabilitazione. Certo, la televisione può essere un frullatore che riduce tutto a una poltiglia disgustosa, ma a noi tocca inghiottirla…
Chiarisco subito: non sto paragonando secondo criteri di priorità o di indignazione quella riabilitazione un po’ cialtrona con il merchandaising di Predappio, o con la gita a Dachau (che restano più gravi), ma sto evidenziando i nessi causali, cercando di spiegare dove sta la causa e dove sta l’effetto. Perchè viviamo in tempi in cui certi commentatori amano rivisitare la storia del ventennio, sostenendo che il fascismo non fu solo una dittatura spietata, o che le sue colpe sono tutte da circoscrivere alla sua ultima fase (sommariamente dalle leggi razziali in poi).
Non ci sorprendano dunque i giovani in gita a Dachau, con saluto Hitleriano o con un accendino sotto la lapide che ricorda una sinagoga bruciata nella “notte dei cristalli”: sono solo i frutti malati di una semina amara. E non ci dovrà sorprendere se, fra qualche tempo, tornerà il ritornello secondo cui “con Mussolini almeno i treni arrivavano in orario”. Quel che manca in questo Paese è la memoria: forse i treni arrivavano in orario, ma certi partivano per Birkernau…
Date un’occhiata a questo sito: www.mussolini.net/, che si presenta come “Predappio tricolore souvenir”. Il catalogo è ricco; correte, perché ci sono anche gli aggiornamenti: nuove maglie (novità, bimbo e donna), berretti, busti, tagliacarte e orologi. Non so se ci siano offertissime 3 x 2, o se possiate avere gratis una daga assieme a tre accendini o viceversa (potete scegliere tra i modelli con croce celtica, con svastica, con Hitler: vasta gamma a disposizione).
Ma, per dirla tutta, a me preoccupa meno Predappio o l’allegra scampagnata dei naziskin che non chi, da quel pulpito culturale che è Porta a Porta, rivisitò la storia politica e familiare di Mussolini con intenti di riabilitazione. Certo, la televisione può essere un frullatore che riduce tutto a una poltiglia disgustosa, ma a noi tocca inghiottirla…
Chiarisco subito: non sto paragonando secondo criteri di priorità o di indignazione quella riabilitazione un po’ cialtrona con il merchandaising di Predappio, o con la gita a Dachau (che restano più gravi), ma sto evidenziando i nessi causali, cercando di spiegare dove sta la causa e dove sta l’effetto. Perchè viviamo in tempi in cui certi commentatori amano rivisitare la storia del ventennio, sostenendo che il fascismo non fu solo una dittatura spietata, o che le sue colpe sono tutte da circoscrivere alla sua ultima fase (sommariamente dalle leggi razziali in poi).
Non ci sorprendano dunque i giovani in gita a Dachau, con saluto Hitleriano o con un accendino sotto la lapide che ricorda una sinagoga bruciata nella “notte dei cristalli”: sono solo i frutti malati di una semina amara. E non ci dovrà sorprendere se, fra qualche tempo, tornerà il ritornello secondo cui “con Mussolini almeno i treni arrivavano in orario”. Quel che manca in questo Paese è la memoria: forse i treni arrivavano in orario, ma certi partivano per Birkernau…
mercoledì 3 ottobre 2007
Ti ricordi di Emmett Till?
Caro direttore,
ti ricordi di Emmett Till? Era un bambino, era ancora un bambino. Aveva 14 anni e la pelle del colore sbagliato, quando nel 1955 due uomini dalla carnagione diversa lo rapirono. Emmett si trovava in una cittadina del Mississippi, dove era arrivato con la sua famiglia da Chicago, in visita ad alcuni parenti. Sembra che quel pomeriggio avesse azzardato un complimento verso una donna bianca, forse uno di quegli apprezzamenti un po’ grevi che, a quell’età, fanno sentire più grandi.
“Lo torturarono e gli fecero delle cose troppo malvage per essere menzionate”, cantò Bob Dylan. Io le voglio invece ricordare: lo picchiarono fino a ridurlo in fin di vita, poi gli cavarono gli occhi, gli spararono un colpo alla nuca e lo gettarono in un fiume.
I suoi assassini non furono puniti. Nel 2005 le autorità americane, in seguito a nuove testimonianze, annunciarono nuove indagini e la possibile riapertura del caso; non conosco gli sviluppi successivi.
Perché ti racconto tutto questo? Perché Federico Aldrovandi aveva pochi anni più di Emmett Till, 18 compiuti da poco, quando ha trovato la morte il 25 settembre 2005, nel corso di un controllo di polizia. Il 19 ottobre inizierà il processo contro 4 agenti coinvolti in quel “controllo”.
Fino alla sentenza non possiamo parlare di colpevolezza, ma sappiamo che Federico morì chiedendo “basta”. Come fece, probabilmente, quel bambino di Chicago che non ebbe la giustizia che – voglio sperare – avrà Federico. Aspettando la sentenza possiamo però ricordare quanto Bob Dylan scrisse proprio per Emmett Till: “Se non siete in grado di protestare contro una cosa simile, un delitto così odioso, i vostri occhi sono pieni di terra sepolcrale, la vostra mente è coperta di polvere. Le vostre braccia e le vostre gambe devono essere in ceppi e catene ed il vostro sangue si rifiuta di scorrere. Perchè avete lasciato che questa razza umana degenerasse in maniera così orribile”.
Francesco “baro” Barilli
pubblicato su Liberazione del 3 ottobre 2007. Pubblicato anche su http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/
ti ricordi di Emmett Till? Era un bambino, era ancora un bambino. Aveva 14 anni e la pelle del colore sbagliato, quando nel 1955 due uomini dalla carnagione diversa lo rapirono. Emmett si trovava in una cittadina del Mississippi, dove era arrivato con la sua famiglia da Chicago, in visita ad alcuni parenti. Sembra che quel pomeriggio avesse azzardato un complimento verso una donna bianca, forse uno di quegli apprezzamenti un po’ grevi che, a quell’età, fanno sentire più grandi.
“Lo torturarono e gli fecero delle cose troppo malvage per essere menzionate”, cantò Bob Dylan. Io le voglio invece ricordare: lo picchiarono fino a ridurlo in fin di vita, poi gli cavarono gli occhi, gli spararono un colpo alla nuca e lo gettarono in un fiume.
I suoi assassini non furono puniti. Nel 2005 le autorità americane, in seguito a nuove testimonianze, annunciarono nuove indagini e la possibile riapertura del caso; non conosco gli sviluppi successivi.
Perché ti racconto tutto questo? Perché Federico Aldrovandi aveva pochi anni più di Emmett Till, 18 compiuti da poco, quando ha trovato la morte il 25 settembre 2005, nel corso di un controllo di polizia. Il 19 ottobre inizierà il processo contro 4 agenti coinvolti in quel “controllo”.
Fino alla sentenza non possiamo parlare di colpevolezza, ma sappiamo che Federico morì chiedendo “basta”. Come fece, probabilmente, quel bambino di Chicago che non ebbe la giustizia che – voglio sperare – avrà Federico. Aspettando la sentenza possiamo però ricordare quanto Bob Dylan scrisse proprio per Emmett Till: “Se non siete in grado di protestare contro una cosa simile, un delitto così odioso, i vostri occhi sono pieni di terra sepolcrale, la vostra mente è coperta di polvere. Le vostre braccia e le vostre gambe devono essere in ceppi e catene ed il vostro sangue si rifiuta di scorrere. Perchè avete lasciato che questa razza umana degenerasse in maniera così orribile”.
Francesco “baro” Barilli
pubblicato su Liberazione del 3 ottobre 2007. Pubblicato anche su http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/
lunedì 10 settembre 2007
Il V day di Grillo parte da un fumetto. Male interpretato…
Chi ha commentato il “V day” di Beppe Grillo si è soffermato sugli
stessi aspetti: i contenuti lanciati dal comico genovese e le modalità
espressive di questa forma del fare politica, oscillante fra denuncia e
qualunquismo. In particolare, tutti hanno sottolineato cosa
sottintendeva la lettera V, quel “vaffa” che l’italiano medio, stanco
del teatrino della politica, urlerebbe a destra e manca. Ma c’è un altro
aspetto, ingiustamente sottovalutato, di quella lettera: Beppe Grillo
ha scelto come simbolo della propria iniziativa una V particolare fin
dal segno grafico, che richiama (come ha riconosciuto lui stesso) un
recente film dei fratelli Wachowski e, soprattutto, il protagonista del
ben più riuscito romanzo a fumetti che lo ispirò.
Il libro di cui parlo è “V for Vendetta” di Alan Moore. Scritto nei primi anni ’80, è ambientato in un’Inghilterra del futuro, dove una dittatura pone i cittadini sotto il controllo costante delle telecamere, perseguitando oppositori politici, gay, “razze inferiori”. “V” è un personaggio poliedrico: poeta, intellettuale, anarchico, maestro di vita… Persino terrorista: la sua prima azione è radere al suolo con una carica di esplosivo il parlamento inglese, come tentò di fare nel 1605 Guy Fawkes, personaggio cui non a caso “V” si richiama, indossando una maschera che ne raffigura il volto.
Nel fumetto l’eroe arriva dal nulla; solo nel prosieguo del racconto scopriremo – peraltro solo parzialmente – la sua origine, non la sua identità né il suo volto, mantenuto nascosto dietro la maschera di Fawkes. “V” incontrerà la morte, ma in modo consapevole e non senza aver lasciato la propria eredità ideale a Evey, la sua protetta, e soprattutto dopo aver pesantemente colpito la dittatura inglese ed aver risvegliato l’autocoscienza popolare. L’autore non ci mostra gli sviluppi nella società inglese, ma ci lascia intendere che a quel punto la missione dell’eroe è compiuta: sta alla gente far sbocciare e mantenere in salute il seme della libertà che l’eroe ha conficcato nel terreno.
Proprio qui stanno le differenze tra il personaggio di “V for Vendetta” e il “V day”. Grillo dà un volto – il suo – all’eroe che dovrebbe risvegliare la coscienza civile. “V” nega l’importanza al proprio volto e al proprio nome, rifuggendo dal personalismo; cerca di risvegliare le coscienze del popolo inglese, narcotizzato da una dittatura in cui Alan Moore distorce e amplifica gli effetti delle politiche Thatcheriane, contemporanee alla genesi del suo fumetto; rilancia la disobbedienza civile e aiuta gli inglesi a riscoprire la complessità e l’utilità del pensiero indipendente.
Grillo riprende la rabbia dell’eroe di Alan Moore, non la sofferta complessità. Se per “V” gli intellettuali (intendendo con questo termine chiunque sappia usare il proprio pensiero con metodo e senza condizionamenti) sono da risvegliare, Beppe Grillo sembra testimoniare che in Italia essi non hanno alcun valore o utilità, apparendo al massimo come una presenza ingombrante. L’emulo di Guy Fawkes incita alla ribellione, ma come primo passo verso una società più giusta, mentre l’iniziativa del comico genovese mantiene solo la furia iconoclasta del “V” di Alan Moore, lasciando indefiniti i passi successivi. Nella migliore delle ipotesi questi sembrano affidati allo spontaneismo, nella peggiore prospettano un tunnel di cui lo sbocco non si vede, ma se ne può temere il populismo.
Grillo, insomma, semplifica la V di Alan Moore; ma da “Vendetta” a “Vaffanculo” il passo non è breve. E le derive del “V day” incutono persino più timore di quelle bombarole degli inizi di “V”.
Il libro di cui parlo è “V for Vendetta” di Alan Moore. Scritto nei primi anni ’80, è ambientato in un’Inghilterra del futuro, dove una dittatura pone i cittadini sotto il controllo costante delle telecamere, perseguitando oppositori politici, gay, “razze inferiori”. “V” è un personaggio poliedrico: poeta, intellettuale, anarchico, maestro di vita… Persino terrorista: la sua prima azione è radere al suolo con una carica di esplosivo il parlamento inglese, come tentò di fare nel 1605 Guy Fawkes, personaggio cui non a caso “V” si richiama, indossando una maschera che ne raffigura il volto.
Nel fumetto l’eroe arriva dal nulla; solo nel prosieguo del racconto scopriremo – peraltro solo parzialmente – la sua origine, non la sua identità né il suo volto, mantenuto nascosto dietro la maschera di Fawkes. “V” incontrerà la morte, ma in modo consapevole e non senza aver lasciato la propria eredità ideale a Evey, la sua protetta, e soprattutto dopo aver pesantemente colpito la dittatura inglese ed aver risvegliato l’autocoscienza popolare. L’autore non ci mostra gli sviluppi nella società inglese, ma ci lascia intendere che a quel punto la missione dell’eroe è compiuta: sta alla gente far sbocciare e mantenere in salute il seme della libertà che l’eroe ha conficcato nel terreno.
Proprio qui stanno le differenze tra il personaggio di “V for Vendetta” e il “V day”. Grillo dà un volto – il suo – all’eroe che dovrebbe risvegliare la coscienza civile. “V” nega l’importanza al proprio volto e al proprio nome, rifuggendo dal personalismo; cerca di risvegliare le coscienze del popolo inglese, narcotizzato da una dittatura in cui Alan Moore distorce e amplifica gli effetti delle politiche Thatcheriane, contemporanee alla genesi del suo fumetto; rilancia la disobbedienza civile e aiuta gli inglesi a riscoprire la complessità e l’utilità del pensiero indipendente.
Grillo riprende la rabbia dell’eroe di Alan Moore, non la sofferta complessità. Se per “V” gli intellettuali (intendendo con questo termine chiunque sappia usare il proprio pensiero con metodo e senza condizionamenti) sono da risvegliare, Beppe Grillo sembra testimoniare che in Italia essi non hanno alcun valore o utilità, apparendo al massimo come una presenza ingombrante. L’emulo di Guy Fawkes incita alla ribellione, ma come primo passo verso una società più giusta, mentre l’iniziativa del comico genovese mantiene solo la furia iconoclasta del “V” di Alan Moore, lasciando indefiniti i passi successivi. Nella migliore delle ipotesi questi sembrano affidati allo spontaneismo, nella peggiore prospettano un tunnel di cui lo sbocco non si vede, ma se ne può temere il populismo.
Grillo, insomma, semplifica la V di Alan Moore; ma da “Vendetta” a “Vaffanculo” il passo non è breve. E le derive del “V day” incutono persino più timore di quelle bombarole degli inizi di “V”.
domenica 2 settembre 2007
ricordando Renato e i suoi sogni
Lo confesso: fino a ieri Focene non sapevo nemmeno dove si trovasse di
preciso. Però sapevo già che era un posto come via Mancinelli o via
Brioschi a Milano, via Ippodromo a Ferrara, piazza Alimonda a Genova;
stazioni di una via crucis particolare e laica. Quando le raggiungo per
la prima volta è sempre lo stesso: "E' qui che è successo, sai?". E' qui
che ci sono stati portati via Fausto, Iaio, Federico, Dax, Carlo,
Renato. Ogni volta sforzo un sorriso un po' imbarazzato mentre
m'avvicino a Patrizia, Haidi, ora a Stefania. "Ciao, sono qui... Tu come
stai?", le dico; difficile immaginare una domanda più cretina.
Focene, sembrerà strano, a me appare "bella", bella nel suo non essere turistica. Difficile immaginarla ordinata nelle cartoline "Saluti da..." di una tabaccheria; più facile pensarla meta di accaldati romani che trovano refrigerio nei fine settimana; meglio ancora invasa da coppiette che si scambiano tenerezze o da ragazzi in una festa dal tramonto a tarda notte. Quasi impossibile immaginarla teatro di un mortale agguato fascista. Eppure è così. "E' qui che è successo, sai?". Come in piazza Alimonda o in via Ippodromo.
E' come visitare i luoghi di una guerra, che in molti nemmeno sanno essere in corso. Se visiti quei luoghi sembra che stai cercando di piegare quella guerra fino a farle avere un senso. Ma non c'è un senso, se non quello di riconoscere che quella guerra esiste: subdola e a bassa intensità, le sue vittime le reclama ogni volta. E ogni volta, proprio come in un conflitto "tradizionale", alle vittime fisiche si aggiunge quella impalpabile ma importantissima della verità; abbattuta in diversi modi, magari derubricando un'aggressione politica a semplice rissa. E' già successo, e succederà ancora se non sapremo alzare il livello di attenzione e fare un salto di qualità nella nostra militanza antifascista. E' anche questo che ci dice - con parole più toccanti e di grande impatto - un reading a due voci in questa sera di fine estate. Mentre il tramonto si spegne, sulla spiaggia di Focene ma non sui sogni di Renato.
Focene, sembrerà strano, a me appare "bella", bella nel suo non essere turistica. Difficile immaginarla ordinata nelle cartoline "Saluti da..." di una tabaccheria; più facile pensarla meta di accaldati romani che trovano refrigerio nei fine settimana; meglio ancora invasa da coppiette che si scambiano tenerezze o da ragazzi in una festa dal tramonto a tarda notte. Quasi impossibile immaginarla teatro di un mortale agguato fascista. Eppure è così. "E' qui che è successo, sai?". Come in piazza Alimonda o in via Ippodromo.
E' come visitare i luoghi di una guerra, che in molti nemmeno sanno essere in corso. Se visiti quei luoghi sembra che stai cercando di piegare quella guerra fino a farle avere un senso. Ma non c'è un senso, se non quello di riconoscere che quella guerra esiste: subdola e a bassa intensità, le sue vittime le reclama ogni volta. E ogni volta, proprio come in un conflitto "tradizionale", alle vittime fisiche si aggiunge quella impalpabile ma importantissima della verità; abbattuta in diversi modi, magari derubricando un'aggressione politica a semplice rissa. E' già successo, e succederà ancora se non sapremo alzare il livello di attenzione e fare un salto di qualità nella nostra militanza antifascista. E' anche questo che ci dice - con parole più toccanti e di grande impatto - un reading a due voci in questa sera di fine estate. Mentre il tramonto si spegne, sulla spiaggia di Focene ma non sui sogni di Renato.
martedì 7 agosto 2007
Bologna, 2 agosto - Lettera aperta a Paolo Bolognesi: perché non condivido il tuo discorso sugli ex terroristi
Caro Paolo,
ho letto il discorso che hai tenuto nell'anniversario della strage di Bologna. Lo condivido in gran parte, e lo rispetto anche laddove non lo condivido. Quel rispetto ti è dovuto per l'associazione che rappresenti, per l'impegno che metti nelle tue azioni, per l'assenza nelle tue parole di calcoli "in politichese": a te non interessa essere gradito o sgradito a questa o quella parte politica; segui con coerenza le tue convinzioni, non sembra importarti l'arte della diplomazia, se può in qualche modo indebolire le tue battaglie. Proprio per questo, spero tu possa apprezzare pure la mia di franchezza: credo che il tuo discorso "sugli amici dei terroristi che siedono in parlamento" sia stato semplicistico. Prima di entrare nel merito, vorrei fare alcune precisazioni. In primo luogo, non sono fra quelli che assegnano un diverso gradiente morale alle azioni terroristiche in base alla matrice di appartenenza; non sono fra chi guarda agli anni di piombo dividendo i colpevoli fra "terroristi" e "compagni che sbagliano". Certo, da uomo di sinistra credo che i percorsi - individuali e collettivi - che condussero molti compagni ad abbracciare la lotta armata vadano indagati e non liquidati come si trattasse di follia collettiva, ma capisco che questi approfondimenti possono sembrare sterile intellettualismo, per chi è rimasto vittima della violenza politica. In secondo luogo, non ho mai attribuito a semplice "vendettismo" l'atteggiamento di chi, colpito dal terrorismo, si sente oggi ferito dalle attenzioni che i media riservano verso i protagonisti di quegli anni, constatando che alle vittime si lascia il solo ruolo di "immaginette" buone per gli anniversari. Fatta salva questa premessa, non condivido il tuo discorso sugli ex terroristi per due questioni. La prima: penso sia un errore gettare nello stesso calderone chi ha scontato la propria pena e chi ne è sfuggito. Volutamente eviterò nomi: vorrei che questa mia analisi - condivisibile o meno che sia - non servisse a rialimentare polemiche su Tizio o Caio, ma fosse il più possibile generale. Il principio di civiltà, non solo giuridica, secondo cui chi ha scontato la propria pena si presenta riabilitato nella società non credo ti sfugga. Se posso capire il vostro fastidio nel vedere un ex brigatista (per fare un esempio) promuovere il proprio libro sugli anni '70, non posso ritenere illegittima l'operazione. Diverso è il discorso sulla non eleggibilità degli ex terroristi, ma pure in questo caso la questione dei "paletti etici" va affrontata in termini generali. Sotto questo profilo, pur non interessando aspetti penali, ritengo che l'esser stato affiliato alla P2 presenti considerazioni anche maggiori di inopportunità. E, siccome poco m'importa di essere bipartisan (anzi…), ti dirò che in questa Repubblica nata dalla Resistenza mi indigna ancora di più la presenza in parlamento di chi vanta legami ideologici col fascismo. La seconda questione: mi sembra, dal tuo discorso, che tu ritenga inopportuna la presenza di ex terroristi in ruoli istituzionali quanto in un centro sociale, a parlare magari di problematiche diverse da quelle relative agli anni ‘70. Esistono ex componenti di bande armate che, scontata la propria pena e dopo aver nei fatti preso le distanze dalle azioni di quegli anni, oggi si occupano di problematiche carcerarie, occupazionali, relative alle tossicodipendenze: il loro apporto su questi argomenti dovrei ritenerlo inficiato dal loro passato? Ma la domanda fondamentale è questa: un'eventuale imposizione del silenzio verso gli ex terroristi sarebbe forse diversa da quella che in molti, in modo più subdolo, hanno cercato di assegnare proprio alle vittime di quei fatti? L'ho già detto in passato e lo ripeto a te: in materia di terrorismo credo che il silenzio invocato per i carnefici possa trasformarsi in un boomerang per la legittima e sacrosanta sete di verità e giustizia delle vittime. Nei giorni scorsi ho dato un'occhiata ad alcuni quotidiani. Le tue dure parole verso "terroristi in parlamento e loro amici" hanno ottenuto molta attenzione. Lo so, non era certo la ricerca di visibilità a muovere il tuo discorso, ma ho trovato di che riflettere sulla circostanza: quando in passato denunciasti le influenze piduiste dell'allora maggioranza di centrodestra le tue parole trovarono una cassa di risonanza molto inferiore; idem dicasi delle tue reiterate affermazioni sulla matrice fascista della strage di Bologna, che in molti - spiace dirlo: non solo a destra - mettono in dubbio ancora oggi. Caro Paolo, credo purtroppo che quei politici che oggi appoggiano le istanze di rigidità verso gli ex protagonisti degli anni di piombo siano interessati più a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere a voi vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Quei politici sono più interessati a dimenticare. Ma dimenticare è la cosa più stupida si possa fare: spesso non è azione durevole e sincera, quasi mai è innocente, mai risulta utile, se non a fini che nulla hanno a vedere con la verità e la giustizia che ti stanno a cuore. Con affettuoso rispetto
Francesco "baro" Barilli
ho letto il discorso che hai tenuto nell'anniversario della strage di Bologna. Lo condivido in gran parte, e lo rispetto anche laddove non lo condivido. Quel rispetto ti è dovuto per l'associazione che rappresenti, per l'impegno che metti nelle tue azioni, per l'assenza nelle tue parole di calcoli "in politichese": a te non interessa essere gradito o sgradito a questa o quella parte politica; segui con coerenza le tue convinzioni, non sembra importarti l'arte della diplomazia, se può in qualche modo indebolire le tue battaglie. Proprio per questo, spero tu possa apprezzare pure la mia di franchezza: credo che il tuo discorso "sugli amici dei terroristi che siedono in parlamento" sia stato semplicistico. Prima di entrare nel merito, vorrei fare alcune precisazioni. In primo luogo, non sono fra quelli che assegnano un diverso gradiente morale alle azioni terroristiche in base alla matrice di appartenenza; non sono fra chi guarda agli anni di piombo dividendo i colpevoli fra "terroristi" e "compagni che sbagliano". Certo, da uomo di sinistra credo che i percorsi - individuali e collettivi - che condussero molti compagni ad abbracciare la lotta armata vadano indagati e non liquidati come si trattasse di follia collettiva, ma capisco che questi approfondimenti possono sembrare sterile intellettualismo, per chi è rimasto vittima della violenza politica. In secondo luogo, non ho mai attribuito a semplice "vendettismo" l'atteggiamento di chi, colpito dal terrorismo, si sente oggi ferito dalle attenzioni che i media riservano verso i protagonisti di quegli anni, constatando che alle vittime si lascia il solo ruolo di "immaginette" buone per gli anniversari. Fatta salva questa premessa, non condivido il tuo discorso sugli ex terroristi per due questioni. La prima: penso sia un errore gettare nello stesso calderone chi ha scontato la propria pena e chi ne è sfuggito. Volutamente eviterò nomi: vorrei che questa mia analisi - condivisibile o meno che sia - non servisse a rialimentare polemiche su Tizio o Caio, ma fosse il più possibile generale. Il principio di civiltà, non solo giuridica, secondo cui chi ha scontato la propria pena si presenta riabilitato nella società non credo ti sfugga. Se posso capire il vostro fastidio nel vedere un ex brigatista (per fare un esempio) promuovere il proprio libro sugli anni '70, non posso ritenere illegittima l'operazione. Diverso è il discorso sulla non eleggibilità degli ex terroristi, ma pure in questo caso la questione dei "paletti etici" va affrontata in termini generali. Sotto questo profilo, pur non interessando aspetti penali, ritengo che l'esser stato affiliato alla P2 presenti considerazioni anche maggiori di inopportunità. E, siccome poco m'importa di essere bipartisan (anzi…), ti dirò che in questa Repubblica nata dalla Resistenza mi indigna ancora di più la presenza in parlamento di chi vanta legami ideologici col fascismo. La seconda questione: mi sembra, dal tuo discorso, che tu ritenga inopportuna la presenza di ex terroristi in ruoli istituzionali quanto in un centro sociale, a parlare magari di problematiche diverse da quelle relative agli anni ‘70. Esistono ex componenti di bande armate che, scontata la propria pena e dopo aver nei fatti preso le distanze dalle azioni di quegli anni, oggi si occupano di problematiche carcerarie, occupazionali, relative alle tossicodipendenze: il loro apporto su questi argomenti dovrei ritenerlo inficiato dal loro passato? Ma la domanda fondamentale è questa: un'eventuale imposizione del silenzio verso gli ex terroristi sarebbe forse diversa da quella che in molti, in modo più subdolo, hanno cercato di assegnare proprio alle vittime di quei fatti? L'ho già detto in passato e lo ripeto a te: in materia di terrorismo credo che il silenzio invocato per i carnefici possa trasformarsi in un boomerang per la legittima e sacrosanta sete di verità e giustizia delle vittime. Nei giorni scorsi ho dato un'occhiata ad alcuni quotidiani. Le tue dure parole verso "terroristi in parlamento e loro amici" hanno ottenuto molta attenzione. Lo so, non era certo la ricerca di visibilità a muovere il tuo discorso, ma ho trovato di che riflettere sulla circostanza: quando in passato denunciasti le influenze piduiste dell'allora maggioranza di centrodestra le tue parole trovarono una cassa di risonanza molto inferiore; idem dicasi delle tue reiterate affermazioni sulla matrice fascista della strage di Bologna, che in molti - spiace dirlo: non solo a destra - mettono in dubbio ancora oggi. Caro Paolo, credo purtroppo che quei politici che oggi appoggiano le istanze di rigidità verso gli ex protagonisti degli anni di piombo siano interessati più a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere a voi vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Quei politici sono più interessati a dimenticare. Ma dimenticare è la cosa più stupida si possa fare: spesso non è azione durevole e sincera, quasi mai è innocente, mai risulta utile, se non a fini che nulla hanno a vedere con la verità e la giustizia che ti stanno a cuore. Con affettuoso rispetto
Francesco "baro" Barilli
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