domenica 27 aprile 2008

Un’analisi sulla crisi della sinistra e di Rifondazione

Ho letto diversi commenti sul fallimento elettorale della Sinistra Arcobaleno e sul conseguente dibattito interno a Rifondazione Comunista. Un affollarsi di contributi contrastanti, uniti da quella che sembra essere una regola dell’analisi politica: parlare nell’immediatezza dei fatti. Personalmente ho preferito attendere qualche giorno; un po’ per una sorta di “elaborazione del lutto”, un po’ per evitare che impulsività o sconforto prendessero il sopravvento.
Sul fallimento elettorale in sé resta poco da dire. Il rifiuto del progetto Sinistra Arcobaleno è emerso inconfutabile; per le sue dimensioni e per i tempi rapidissimi in cui si è consumato (non ricordo un’emorragia di consensi tanto vasta consumarsi in così pochi mesi). Sono però rimasto colpito negativamente più dal dopo elezioni che dal risultato nudo e crudo. Ho trovato le dichiarazioni della maggior parte dei responsabili di Rifondazione segnate da grande confusione, come se il KO elettorale li avesse storditi fino a togliergli lucidità e capacità di analisi. “Grande è la confusione sotto il cielo”, direbbe qualcuno, ma a smentire l’aforisma la situazione è tutt’altro che eccellente.
I primi commenti successivi al disastro del 14 aprile imputavano la disfatta al PD e alla fretta con cui si era avviato il processo unitario. Il primo punto lo trovo paradossale. Se Veltroni ha cercato (e ottenuto) voti a sinistra è perché il suo progetto è stato ritenuto più efficace e convincente di quello della Sinistra. Chiedersi se questa efficacia sia vera o solo percepita è inutile, serve solo a ribaltare il vero nodo del problema, perchè stava a noi dimostrare la nostra efficacia. E lamentarsi del ruolo dei media è ancora più sterile: il mondo dell’informazione non ci ha certo voltato le spalle da ieri, ma nella stagione di Genova eravamo perdenti politicamente ma convincenti (se non vincenti) culturalmente, seppur non godendo di grandi attenzioni da parte di tv e giornali. Sulla perdita dei “nostri” voti (il virgolettato è intenzionale) a vantaggio di PD, astensionismo e persino Lega, credo inoltre che per un buon inizio di analisi si potrebbe smettere di parlare di “nostro” elettorato. Non esiste più: a sinistra la gente non se la sente di consegnare un mandato in bianco ai propri referenti politici, perché da tempo si sono rotti i meccanismi di rappresentanza e appartenenza, fra la base e i vertici della sinistra.
Il secondo punto (la fretta con cui si era avviato il processo unitario) è evaporato talmente in fretta che non vale la pena ribattere. Ormai la Sinistra Arbobaleno sembra il cugino scemo di cui tutti si vergognano, ma che fino a ieri ci accompagnava mentre noi sorridevamo di fronte alle sue stramberie. Vale la pena sottolineare che il “nuovo soggetto politico unitario” non ha entusiasmato nessuno non perché sia stato fatto in fretta, ma per come è stato proposto: imposto dall’alto, senza alcun processo partecipativo, e per di più venduto come un’esigenza dettata dalla storia o – peggio – “ciò che ci chiede la nostra gente”.

Spariti, o almeno affievoliti, quei primi abbozzi di analisi, è partito il confronto interno al partito. Ho seguito il dibattito emerso nell’ultimo comitato politico di Rifondazione, che ha portato a una contrapposizione fra Ferrero e Giordano, alle dimissioni della segreteria e al varo di un congresso cui si arriverà con posizioni allo stato indefinite, stante la fluidità della situazione del partito, sicuramente non riassumibile con la sola contrapposizione bipolare cui accennavo, che sembra anzi assai provvisoria. La sensazione più dolorosa, per me, è stata quella di una distanza incolmabile, come se la falce elettorale avesse tagliato orizzontalmente il partito. Mentre la testa si dibatte, la coda soffre di un dolore incompreso o comunque “diverso” da quello percepito dal vertice. Due sofferenze distanti, nello stesso corpo.
Una riflessione che propongo, a tutti quelli che in questi anni hanno condiviso le speranze (magari non il percorso) del partito, è il chiedersi se davvero la base riesca a cogliere reali e fondamentali differenze tra Giordano e Ferrero. A questa domanda andrebbe collegata un’altra: se il linguaggio stesso che viene usato non venga ormai percepito come testimonianza di una distanza tra pensiero e azione, tra speranze e realizzazioni pratiche. Tra cuore e ragione.
Nel periodo elettorale ho sentito ripetere come un mantra “nuovo soggetto politico unitario e plurale”. Oggi, forse, i più hanno capito che non funzionava, che al nord gli operai magari restano iscritti alla Fiom, ma votano Lega. Ma anche chi l’ha capito sembra alla ricerca di un altro mantra, senza riuscire a trovarlo. La semantica sa essere spietata: quando è bulimica, assieme alle idee divora le parole stesse.
Una precisazione: non m’interessa minimamente partecipare a un dibattito da “notte dei lunghi coltelli”, e so benissimo che i mass media marceranno su questo binario fino a luglio, ben oltre la pur dura realtà interna del partito. Alimentare le maliziose pruderie dell’informazione non mi attira. Capisco dunque chi chiede di non personalizzare il dibattito con critiche a Bertinotti o ad altri dirigenti, che suonerebbero ingenerose. Il rischio, effettivamente, esiste; ma credo non ci sia nulla di personale nel ricordare la solidarietà espressa a Ferrara, il “processo irreversibile” del percorso unitario, il comunismo come “tendenza culturale” interna alla Sinistra. Si tratta di affermazioni di contenuto (e nel criticarle non c’è nulla di personale) che, assieme alla sciagurata linea politica (oscillante negli ultimi anni tra opposizione e governismo, transitando per movimentismo, e arrivando alla sintesi “di lotta e di governo” che ha saputo svuotare entrambi i termini) hanno portato alla crisi attuale. E preferisco non riesumare, sfogliando gli archivi di Liberazione, le imbarazzanti dichiarazioni di piccoli dirigenti che, allevati e cresciuti nel culto della fedeltà alla linea bertinottiana, hanno costruito carriere veloci e brillanti come bolle di sapone, e della stessa consistenza.

Condivido in gran parte la severa analisi di Franco Berardi Bifo su Liberazione del 18 aprile. La trovo però, più che troppo apocalittica, troppo astratta. Non credo, cioè, sia inutile ricostruire la sinistra; ritengo invece doveroso che la sinistra riparta da zero, assumendosi la responsabilità di proporre un’alternativa di società che sia basata non su slogans (evocativi quanto privi di sostanza), ma su un agire concreto. Per questo è necessario riallacciarsi ai movimenti, ma non (come giustamente rilevato da Bifo) in modo parassitario, per carpirne emotivi e temporanei consensi elettorali, ma per interrogarsi assieme ad essi su concrete pratiche che incidano sul sociale.
Abbiamo chiari i concetti di crescita, decrescita e “a-crescita”? Sappiamo trasmetterli in modo efficace?
Sappiamo rispondere a pulsioni securitarie o addirittura razziste senza demonizzare il concetto di sicurezza, ma al contrario formulando una proposta “nostra” di sicurezza, necessariamente saldata a principi di giustizia sociale?
Abbiamo chiaro il ruolo di poteri e istituzioni? Sappiamo interagire con essi senza rinunciare alla nostra identità e senza per questo chiuderci in astrazioni? Sappiamo, in altre parole, utilizzare poteri e istituzioni come un mezzo?
Abbiamo una politica energetica che non sia succube degli interessi economici ma che sappia essere concreta?
Ci lamentiamo (a ragione, s’intende) della cancellazione di “Bella Ciao” dal 25 aprile, ma capiamo che quella cancellazione è figlia dell’assenza di una nostra proposta culturale che sia percepita valida e attuale? Capiamo che se la nostra presenza è ritenuta residuale diventa residuale o inattuale il concetto stesso di antifascismo? E, con questa deriva, diventano inattuali “Bella Ciao” e la Resistenza stessa, mentre il cancro del fascismo viene circoscritto pressochè alle sole leggi razziali? Capiamo, per usare un paradosso, che i libri di Pansa hanno successo perché noi non abbiamo saputo difendere i nostri o scriverne nuovi?
Capiamo il valore simbolico di indire il prossimo congresso in giorni coincidenti con l’anniversario del G8 genovese, o vogliamo usare la circostanza come un esorcismo scaramantico?
Abbiamo scritto belle analisi sul precariato, recensito libri e film che ne parlano. Ma sappiamo parlare ai precari?
Capiamo, in buona sostanza, che non si tratta di far tornare “gli ultimi” dalla nostra parte, ma di tornare noi verso di loro?

So bene che tutti questi argomenti meriterebbero una trattazione ben più approfondita, e che le ragioni della nostra sconfitta si intrecciano con altre: dalla devastante esperienza di governo a considerazioni, di natura ormai quasi antropologica, sull’involuzione della società e dell’elettorato italiani. Ma partire da quelle domande mi sembrerebbe un buon inizio. Così come sarebbe utile parlare non di azzeramento dei dirigenti, ma di azzeramento del dirigismo. Che è operazione più complessa, ma ormai imprescindibile.

venerdì 29 febbraio 2008

Aborto, sessualità e rapporto con il proprio e l'altrui corpo: scambio di idee con Lea Melandri

NOTA: L’articolo che segue è stato pubblicato su Liberazione del 29 febbraio 2008. Si tratta di una lettera a Lea Melandri, ed è un commento ad un precedente intervento della stessa Melandri datato 20 febbraio.
La mia lettera riprende, in piccola parte, un articolo che avevo pubblicato sul blog di splinder il giorno 11 febbraio (“Una piccola storia personale sull’aborto”), ma in generale è totalmente nuovo.
In coda al mio intervento trovate la risposta di Lea, sempre pubblicata su Liberazione del 29 febbraio 2008.

Cara Melandri,
prima di scrivere sulla “questione aborto” sono stato a lungo incerto. Un po’ perché sull’argomento noi uomini dovremmo intervenire in punta di piedi, e non con grazia da elefanti come molti fanno. E’ innegabile che in questo entrino in gioco le dinamiche di una società in cui il rapporto di potere fra i sessi è, se non la più importante, certamente la più radicata delle ingiustizie, universalmente diffusa e per questo difficile da riconoscere. Un po’ mi intimorivano i toni manichei che ha assunto il dibattito: di fronte a quanto non conosco tendo a ritrarmi; non mi spaventano le battaglie, se non quando i contendenti non sembrano avere chiara la posta.
Pur condividendo il suo intervento del 20 febbraio, credo che al dibattito generale sfugga una cosa. Il punto non è che si parli o meno dell’aborto, o “chi” o “come” ne parli. Il punto è riconoscere che non se ne è mai “davvero” parlato; così come si sono sempre evitate le questioni del rapporto tra i sessi, le gravidanze indesiderate, gli stupri, quasi fossero parte integrante delle disgrazie della vita. Guardando all’attualità, alla campagna elettorale che dovrebbe affrontare le tematiche prioritarie, vediamo che i temi sono gli stessi: divergono le angolazioni ideologiche, ma si tratta sempre di economia, sicurezza, tasse, lavoro. L’aborto è entrato in agenda come un argomento sfuggente e autonomo; sessualità e autodeterminazione, nemmeno di striscio. Causa di questa rimozione è la matrice maschile del potere dominante, certo, ma riconoscere la causa non significa essere vicini alla soluzione.
Siamo nati tutti da un ventre materno, ma preferiamo non ricordarlo o affidare “il fatto” all’ineluttabilità naturale. Una rimozione cui seguono a ruota le altre. Persino confinare l’aborto alla sola dimensione etica personale appare funzionale a questa rimozione, perché nega all’argomento ogni valenza nel dibattito collettivo.
Con difficoltà racconto una mia esperienza personale, dolorosa anche se con epilogo felice. E’ la storia di “una” scelta”, non è “la” scelta, non ha pretese di essere paradigmatica o di insegnare alcunché.
Nel 2000, dopo il primo figlio, Maria restò incinta per la seconda volta. Una gravidanza voluta, ci apprestavamo a vivere con gioia quell’esperienza. Mia moglie aveva contratto una malattia innocua, ma potenzialmente grave per il piccolo. Avemmo conferma dei nostri timori a Pavia; il medico ci illuminò sui nostri dubbi: il bimbo rischiava cecità o malformazioni neppure rilevabili con le ecografie. La scelta era nostra, lui non poteva farci nulla.
Richiedemmo un altro consulto. Una ginecologa (donna: lo sottolineo non per sessismo, ma perché mi sarei aspettato una sensibilità diversa) confermò freddamente l’impossibilità del poterci dare certezze. Ci congedò in modo scostante e con poche parole: “non vedo che problemi vi fate: signora, lei non potrà sapere che destino ha il feto; nel dubbio, abortisca intanto che è in tempo, poi farà un altro figlio”.
Quella risposta non era solo crudele, era una spia linguistica. Non si trattava solo del cinismo professionale dei medici, ma di una visione arida della vita, reazione uguale e contraria a secoli di predominio maschile.
Mia figlia Stefania nacque il 2 gennaio 2001, sana e bellissima. Ma quella storia mi ha portato a pensare che il primo pericolo, quando si parla di aborto, non è tanto lo schierarsi pro o contro, ma è la banalità, figlia di quella rimozione cui accennavo che non si potrà risolvere se non affrontando il tema della sessualità, e in generale del rapporto dell’essere umano col proprio e con l’altrui corpo, senza che alla misoginia culturale dell’uomo si contrappongano reazioni irriflesse inadeguate a sconfiggerla.
Con stima,
Francesco “baro” Barilli


Caro Francesco, grazie della sua lettera, che ho letto con piacere, non solo perché ne condivido il contenuto, ma perché rappresenta un modo inedito, da parte maschile, di affrontare la "questione aborto". Neanche a me piace la semplificazione manichea, ma spesso vi si è spinti proprio dal fatto che, come lei dice, di aborto, di sessualità, di autodeterminazione, non si è mai "davvero" parlato, per cui alla rimozione o alla persistente misoginia degli uomini fa riscontro la reazione "banalizzante" delle donne che hanno a che fare quotidianamente e professionalmente con l'aborto. Non sono bastati purtroppo quarant'anni di femminismo per far entrare tra i temi prioritari della politica il rapporto tra i sessi, la sessualità, le problematiche del corpo. E ancora oggi, nel momento in cui sono la Chiesa e la destra integralista a immetterveli con una violenza senza pari, la sinistra esita e tiene l'aborto - lei giustamente osserva - come "argomento sfuggente e autonomo". Deve essere davvero difficile per un uomo dire di essere nato da un corpo femminile, soprattutto se da quel corpo, fermato nella sua funzione biologica temporanea, si finisce per dipendere tutta la vita.
Lea Melandri

lunedì 18 febbraio 2008

Fausto e Iaio Trent'anni dopo

Introduzione
2008: il passato e il presente, per non dimenticare Fausto e Iaio

18 marzo 1978: Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci vengono uccisi a Milano, in via Mancinelli, in un agguato fascista.
18 marzo 2008: ricorre il trentennale dell'uccisione di Fausto e Iaio. Trent'anni passati senza giustizia. Tra le molte iniziative previste per l'anniversario, abbiamo pensato subito a qualcosa di tangibile, di duraturo: un libro e un dvd che ripercorressero questi trent'anni; abbiamo chiesto un ricordo, una testimonianza, un'emozione a tutti quelli che hanno a cuore questa vicenda tragica che ha segnato Milano e l'Italia alla fine degli anni Settanta, lasciando familiari e amici senza giustizia; si è formata una commissione che da subito ha deciso di chiamarsi "Che idea morire di marzo 2008", per gettare un ponte ideale fra ieri e oggi. Una commissione composta da familiari e amici dei due ragazzi, insegnanti, giornalisti, scrittori, che ha raccolto il materiale, pervenuto soprattutto via e-mail. Troverete in questo volume alcune testimonianze di allora, tratte dal libro Che idea morire di marzo: le poesie, le lettere, i ricordi per Fausto e Iaio pubblicato nel 1978, alternate a quelle di oggi, in alcuni casi lasciate dagli stessi soggetti, con quel fardello di anni in più che per ognuno significa molte cose, diverse a seconda delle sensibilità individuali. Saggezza? Amarezza?... Certo non distacco, perché la partecipazione è ancora quella di trent'anni fa. Troverete gli interventi di chi, prima e dopo l'uccisione di Fausto e Iaio, si è trovato ad affrontare tragedie per molti versi simili: casi di mancata giustizia e verità negata. E altro ancora: la ricostruzione dei fatti, l'iter processuale, uno sguardo ai "luoghi della memoria"... Perché, dopo trent'anni, siamo ancora qui a ricordare? Siamo convinti che chi non ha memoria non ha futuro, e mantenendo viva la memoria storica pensiamo fermamente che si possano recuperare quei valori in cui credevamo e in cui crediamo ancora. Vorremmo che le parole di questo libro arrivassero al cuore soprattutto dei giovani, quelli che non hanno ancora trent'anni... un mondo diverso è possibile.
Dedichiamo questo libro a tutti quelli che, come Fausto e Iaio, nel loro ultimo saluto al mondo, hanno reso possibile creare un grande cerchio vivente di amore, uguaglianza, fratellanza, pace.
Maria Iannucci e Francesco Barilli
per la commissione "Che idea morire di marzo 2008"



Un commento su "La Sinistra L'Arcobaleno"

Appartengo alla generazione del riflusso, quella che in gioventù ha combinato poco o nulla. Di quel tempo ricordo la scarsa fiducia nelle forme di politica organizzata, lo stridente contrasto con le generazioni precedenti, che avevo conosciuto in mio padre, partigiano e comunista, in mia sorella anarchica, che da piccolo mi cantava la ballata del Pinelli o le canzoni di Lolli e Guccini. Nel mio giro di amici ci passavamo gli scritti del Che, le cassette dei cantautori, altri libri militanti... Però l'impegno era confinato ad una dimensione individualista o amicale; le azioni, quasi goliardiche.
Di mentalità anarchica (intendendo l'anarchia, citando De Andrè, come una categoria dello spirito che prescinde da rigidi dogmatismi o da meccanismi di appartenenza), non sono mai andato a votare fino al 2001. Poi arrivò Genova, e tutto quello che ne è seguito, sul piano personale: l'impegno di mediattivista, “persino” l'iscrizione a Rifondazione. In me si era smosso qualcosa, era nata l'esigenza – ingenua e per certi versi presuntuosa – di "fare qualcosa", sull'onda un po' guevarista di recuperare la capacità di provare indignazione di fronte alle ingiustizie.
Oggi non sono certo contento di quanto ho visto fare o dire da Rifondazione e dalla sinistra. Più ancora, mi sento tradito, quasi più nel metodo che nel merito. Questo perché, lasciando stare il disastroso bilancio del “non realizzato”, ho trovato imbarazzanti certe dichiarazioni, sugli avvicendamenti De Gennaro-Manganelli, sul decreto espulsioni, tanto per citare due esempi.
La preoccupazione del partito sembra però essere il nuovo soggetto politico e la sua salute elettorale: con questo approccio abbiamo già perso; e si tratta di una sconfitta sul piano culturale, che non muterà anche con un responso elettorale lusinghiero. Per qualcuno il mal di pancia sarà forte, ma la maggior parte credo metterà la croce sul simbolo, non è questo il punto: quel che rimprovero al partito non è solo il non aver ottenuto quanto atteso dalla nostra gente, quanto il non volersi assumere la coresponsabilità nel fatto che durante il governo dell'Unione abbiamo assistito addirittura ad un arretramento su quegli obbiettivi. Siamo partiti sperando nei Pacs, abbiamo visto affossare i DiCo e oggi addirittura ci troviamo a difendere la 194.
Quel che non posso perdonare al gruppo dirigente è non tanto (o non solo) l'aver contribuito ad affossare le speranze di una generazione, quanto il non volerlo riconoscere. Se dico questo non è per cercare una frase ad effetto. Fortunatamente, le speranze non sono come le vite: le vite, una volta spezzate, non ritornano; le speranze sì. Ne vedremo  crescere di nuove, o vedremo ricrescere le vecchie sotto altre forme, ma non lo faranno "con" la Sinistra Arcobaleno o "grazie" ad essa.
Una volta ho parlato con un vecchio, saggio e semplice compagno, che aveva fatto il partigiano. Mi disse semplicemente "nella mia vita ho mangiato molta minestra grama: capisco se mi chiedono di mangiarne ancora. Ma m'incazzo quando cercano di convincermi che quel che mi propongono oggi non è minestra ma caviale e champagne".
Penso che quel vecchio compagno avesse ragione, e se darò il mio voto alla Sinistra Arcobaleno sarà solo perché non voglio consegnare alla residualità un patrimonio di valori in cui credo, ma nella convinzione che il parlamento sia un aspetto della vita pubblica, e neppure il più importante. E' nella società che chiedo al partito di riprendere le nostre battaglie; ed è nella società che chiedo al partito di riconoscersi, allo stato, sconfitto, senza vendere la nuova operazione politicista come fosse qualcosa di "alto", e non l'ultimo tentativo di non sprofondare nell'abisso.

lunedì 28 gennaio 2008

Nuova edizione de "La rossa primavera"

Da gennaio è in distribuzione la nuova edizione de "La rossa primavera", per le Edizioni Clandestine.

cliccando qui potrete leggere la "vecchia" scheda del libro (scritta per la prima edizione, quella allegata a Liberazione e L'Unità), nonchè vedere sia la nuova che la vecchia copertina.

venerdì 14 dicembre 2007

Piazza Fontana: “avere giustizia è che tutti sappiano la verità”

Mercoledì sera ero a Milano, allo Spazio Teatro 89, per una serata in memoria della strage di Piazza Fontana. Devo fare un elenco di alcune persone che erano con me; non per soddisfare la voglia di protagonismo di qualcuno ma, al contrario, per evidenziare qualche assenza. C’erano Daniele Biacchessi (giornalista e scrittore: a lui si deve il progetto “suoni della memoria”, in cui si inseriva l’iniziativa), gli avvocati Sinicato e Mariani (legali storici dei processi su Piazza Fontana), Walter Bielli (membro della commissione stragi), Francesca Dendena (figlia di Pietro, morto nella strage), e altri ancora: Saverio Ferrari, Lydia Franceschi, il giudice Salvini, mi scuso con quelli che dimentico. Presenze qualificate e interessanti, per una serata che grazie a loro non è stata semplice commemorazione ma “memoria”. Però dov’era il Comune di Milano? Dov’erano le Istituzioni?
Ho una brutta sensazione, che fatico a scacciare, come si dovrebbe fare coi cattivi pensieri: che per le autorità le stragi si liquidano con un minuto di silenzio, o con una corona di fiori posta alle 16,33 di ogni 12 dicembre. Del resto, proprio al teatro alla Scala di Milano, se la sono cavata così anche recentemente, per gli operai assassinati all’acciaieria di Torino. Vestiti di gala, gioielli tirati fuori per l’occasione, abiti da sera scosciati, qualche décolleté un po’ azzardato o ottimista… Uomini e donne con la divisa del grande appuntamento: un minuto di raccoglimento, e poi via, 5 ore di Wagner. Poco m’importa di loro; mi preoccupa di più lo stato della memoria di questo paese, che mi sembra maggiormente garantita da chi era con noi l'altra sera, i vestiti decisamente meno appariscenti, il silenzio raccolto di chi ricorda uno dei tanti, troppi giorni in cui l’Italia si è sentita ferita e perduta.
Il giudice Salvini ci ha portato una notizia positiva, ufficialmente comunicata proprio mercoledì a Cremona. Da anni, assieme alla richiesta di verità e giustizia, i familiari delle vittime di molte stragi italiane si sono fatti carico di una pressante esigenza circa la sorte degli atti dei processi. Migliaia di pagine che rischiano di deteriorarsi e di finire al macero, o comunque di diventare inservibili. Questo appello, sostenuto anche da qualche bravo giornalista e dal ministero della Giustizia, è arrivato all’attenzione di Pierpaolo Beluzzi, magistrato di Cremona interessato alla questione e competente in materia informatica. La digitalizzazione degli atti è partita con lo spezzone che fu di competenza del dottor Salvini, ed è stata realizzata in pochi mesi da una cooperativa interna al carcere, da 4 detenuti, e questo mi sembra un valore aggiunto per un’iniziativa già di per sé lodevole. Da gennaio il progetto si farà più ambizioso, e col supporto di altre realtà si digitalizzeranno gli atti di Catanzaro, sempre su Piazza Fontana, ma l’obbiettivo è creare una banca dati complessiva sui processi delle stragi italiane, in futuro disponibile via internet secondo modalità e tempi ancora da definire.
Scrivo queste righe mentre il treno mi scuote, sto tornando a casa. Penso a Licia Pinelli, che diceva “avere giustizia è che tutti sappiano la verità”. E penso a mio figlio, che ieri mi chiedeva “di cosa parlerai stasera? Di Piazza Fontana? Cos’è, un giorno la studierò?”.
Forse sì, figlio mio. O forse sul tuo libro di storia troverai un buco, come quello che una borsa in pelle lasciò sotto il tavolo in mogano del salone, nella banca nazionale dell’agricoltura. Ma ci sarò io a spiegarti, e se l’iniziativa cui accennavo andrà in porto potrai conoscere, sapere… Forse, se almeno tu sarai consapevole, non si potrà dire che hanno vinto “i cattivi”, che hanno vinto loro.

giovedì 15 novembre 2007

Caso Sandri: la morte di Gabriele e il silenzio dei poliziotti democratici

Sui fatti di domenica si potrebbero scrivere molte riflessioni: sull’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e sulla trasparenza di queste; sulla deriva che ha fatto assumere al calcio un’importanza spropositata, con conseguenti implicazioni sociali e di ordine pubblico. Ma qualche riflessione interessante può nascere anche solo ripercorrendo la sequenza temporale delle notizie.
I primi lanci di agenzia avvengono a mezzogiorno. Sono passate più di due ore dalla morte di Gabriele Sandri, ma queste notizie parlano di “scontri tra tifosi con un morto”, non c’è menzione del poliziotto che ha sparato. Nei lanci successivi la rissa tra tifosi si sgonfia e di pari passo si fa strada la notizia, sempre ipotetica, che a sparare potrebbe essere stato un poliziotto: sono circa le 12,30.
Fra le 12,40 e le 13,00 cominciano le prime ammissioni: prima il questore poi il dirigente della squadra mobile di Arezzo parlano di “situazione delicata”, e rimandano dichiarazioni più esplicite. La prima affermazione perentoria circa l’identità dello sparatore arriva alle 13,31, solo che a farla non sono fonti delle forze dell’ordine ma tifosi laziali. Da questo momento in avanti, di fronte all’evidenza, arrivano anche le ammissioni ufficiali, sempre timide e reticenti.
Alle 18,00 il questore, in conferenza stampa, parla di due colpi in aria, pur riconoscendo il nesso fra questi e la morte di Sandri. Alla conferenza stampa è presente il portavoce della Polizia, Roberto Sgalla, protagonista di un’altrettanto surreale conferenza stampa sei anni fa. Fu lui, dopo la notte della Diaz, ad illustrare ai giornalisti le “prove” raccolte alla scuola e a parlare di ferite pregresse per i ragazzi pestati. Domenica scorsa Sgalla ha proposto un repertorio leggermente diverso: si limita a troncare l’incontro con la stampa, e nega ai giornalisti di fare domande, costringendoli ad accontentarsi della laconica (ed errata) ricostruzione del questore. La “notte cilena” di sei anni fa ha forse insegnato a Sgalla l’arte di limitare le dichiarazioni, non certo la dote della trasparenza.
Perché il punto in fondo è tutto qui. Coloro che in queste ore tuonano contro i “detrattori delle forze dell’ordine” fingono di non capire che, per recuperare il rapporto di fiducia fra cittadini ed operatori di polizia, si deve prioritariamente invertire una tendenza: i fatti di sangue che vedono come protagonisti degli agenti non devono essere coperti da una cortina fumogena. La trasparenza non deve solo essere promessa, la si deve assicurare concretamente e nell’immediato: prometterla vagamente, come ha fatto il capo della polizia Antonio Manganelli a 12 ore di distanza dalla morte di Sandri, non è solo insufficiente, ma pure una rinnovata reticenza.
Molti hanno accostato la morte del giovane tifoso laziale a quella di Carlo Giuliani o di Federico Aldrovandi, io voglio andare più lontano, a più di trent’anni fa. Quando Roberto Franceschi viene raggiunto da un proiettile sparato da un agente la sera del 23 gennaio 1973, dopo alcuni disordini a seguito di un’assemblea del movimento studentesco a Milano. Ricoverato in condizioni disperate, si spegne pochi giorni dopo. Le sentenze non appureranno l’identità del colpevole, ma indicheranno con certezza la responsabilità della polizia.
Lydia, madre di Roberto, ricorda ancora d’aver apprezzato l’atteggiamento di alcuni agenti che qualche tempo dopo le dimostrarono sincera indignazione per quanto successo, atteggiamento ben distante dall’acritica difesa corporativa cui assistiamo oggi. Alcuni di questi, il 23 gennaio 1983 deposero sul monumento una corona con la scritta: "A Roberto Franceschi i poliziotti democratici”.
La presa di coscienza di quei poliziotti è quello che davvero manca oggi, tanti anni dopo, la loro voce è l’assenza più pesante di queste ore. Un silenzio che ci parla di un passo indietro di decenni compiuto dalle nostre forze dell’ordine in materia di rispetto dei diritti individuali e di consapevolezza del proprio ruolo. Un passo indietro su un percorso sempre più scivoloso, che nessuno sembra saper arrestare.