In uscita: "Scuola Diaz: vergogna di stato".
Il processo alla polizia per l'assalto alla Diaz al G8 di Genova
Edizioni Alegre
a cura di Checchino Antonini, Francesco Barilli, Dario Rossi. Prefazione di Massimo Carlotto
Genova,
notte del 21 luglio 2001. Mentre i treni portavano via gran parte dei
manifestanti, vittime poche ore prima di cariche indiscriminate, decine
di agenti operavano una violentissima irruzione nella sede del Genoa
social forum ferendo gravemente 63 persone e arrestandone 93 per
associazione a delinquere. Accuse infondate che servivano a trovare dei
capri espiatori per le violenze di piazza, utili a criminalizzare i
movimenti contro il G8. In questo libro la ricostruzione dei fatti
attraverso la requisitoria dei Pm pronunciata nel processo di primo
grado che si concluderà con l'assoluzione della catena di comando e con
lievi condanne per i responsabili di tale "macelleria messicana".
"La
lettura di ogni singola pagina sgomenta e alla fine rimane il senso di
impotenza delle vittime rimaste senza giustizia. Colpisce ogni singola
vicenda, dramma personale in una tragedia collettiva. C'è da augurarsi
che ognuna, grazie alla solidarietà e alla "nostra" concezione di
intendere il mondo, abbia trovato la forza di superare i gravissimi
traumi fisici e psicologici subiti quella notte". [Dalla prefazione di Massimo Carlotto]
Checchino Antonini,
giornalista di Liberazione inviato a Genova nel 2001. Sul movimento No
Global ha pubblicato Zona Gialla, Fratelli Frilli Editore, Genova 2002.
Francesco Barilli,
mediattivista, coordina il sito www.reti-invisibili.net, collabora con
Haidi Giuliani ed è autore di diversi lavori sulle giornate genovesi.
Dario Rossi, è avvocato di parte civile del Genoa Social Forum.
Massimo Carlotto, è uno dei più famosi scrittori europei di libri noir in gran parte pubblicati in Italia dalla casa editrice e/o.
venerdì 8 maggio 2009
giovedì 7 maggio 2009
Per la prima volta il Quirinale accoglie Licia Pinelli
Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico morto nella notte fra il
15 e il 16 dicembre 69 (in seguito a una caduta dal quarto piano della
questura di Milano, durante le prime indagini sulla strage di Piazza
Fontana) ha raccolto l’invito del Presidente Napolitano di partecipare
alla cerimonia in ricordo di tutte le vittime del terrorismo e delle
stragi, il prossimo 9 maggio. Lo ha fatto con la dignità di sempre: “è
il riconoscimento che anche mio marito è stata una vittima”, ha
confidato a La Stampa.
Molte voci accolgono favorevolmente il gesto di Napolitano. Fra queste, quella di Manlio Milani, Presidente dell’Associazione delle Vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia, che già due anni fa, in occasione della commemorazione della strage in cui perse la moglie, aveva chiesto un gesto da parte dello Stato in direzione di Giuseppe “Pino” Pinelli, l’assunzione di una responsabilità morale e civile nella morte dell’anarchico.
Fra queste voci favorevoli se ne levano altre di dissenso. Le agenzie riportano lo sconcerto di Mariella Magi (vedova dell'agente Dionisi, ucciso da Prima Linea) e le parole ancor più dure di Giovanni Berardi (figlio del maresciallo della Digos Rosario Berardi, assassinato nel 78), ma sono poche eccezioni. E nessuno ha finora raccolto il parere delle vittime della strage di Piazza Fontana, forse le persone maggiormente titolate ad esprimere un parere nel merito. Franca Dendena e Carlo Arnoldi (figli rispettivamente di Pietro Dendena e Giovanni Arnoldi, morti nell’attentato del 12 dicembre 69) non esprimono però perplessità sull’iniziativa di Napolitano. “Non ci sentiamo offesi dal gesto del Presidente. Anzi, lo accogliamo come un segno positivo nella direzione di costruire davvero quella memoria condivisa di cui il Paese ha bisogno. Un gesto significativo anche nel dire conclusa la stagione della violenza politica”.
Già poche settimane fa, prima che trapelasse la notizia dell’invito del Quirinale a Licia Pinelli, avevo avuto occasione di parlare con alcuni familiari delle vittime di Piazza Fontana. Era emerso il tema della pesantezza di una memoria ormai gravata da quarant’anni passati senza l’individuazione dei colpevoli. Ad una mia riflessione circa la necessità di non mettere una pietra sopra la vicenda mi era stato risposto che il punto non era quello: la pietra, piaccia o meno, c’è già e l’ha messa il tempo. “Il punto è riconoscere che tutte le Istituzioni sono state assenti – e in molti casi ben peggio che assenti – e questo riconoscimento deve avvenire dalla più alta carica dello Stato. Forse, se così fosse, potremmo dire davvero che qualcosa è cambiato”. La notizia dell’invito rivolto dal Presidente Napolitano alla vedova Pinelli, nella significativa occasione della cerimonia in ricordo delle vittime di terrorismo e stragi, è sicuramente un segnale positivo in quella direzione.
Francesco “baro” Barilli
Molte voci accolgono favorevolmente il gesto di Napolitano. Fra queste, quella di Manlio Milani, Presidente dell’Associazione delle Vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia, che già due anni fa, in occasione della commemorazione della strage in cui perse la moglie, aveva chiesto un gesto da parte dello Stato in direzione di Giuseppe “Pino” Pinelli, l’assunzione di una responsabilità morale e civile nella morte dell’anarchico.
Fra queste voci favorevoli se ne levano altre di dissenso. Le agenzie riportano lo sconcerto di Mariella Magi (vedova dell'agente Dionisi, ucciso da Prima Linea) e le parole ancor più dure di Giovanni Berardi (figlio del maresciallo della Digos Rosario Berardi, assassinato nel 78), ma sono poche eccezioni. E nessuno ha finora raccolto il parere delle vittime della strage di Piazza Fontana, forse le persone maggiormente titolate ad esprimere un parere nel merito. Franca Dendena e Carlo Arnoldi (figli rispettivamente di Pietro Dendena e Giovanni Arnoldi, morti nell’attentato del 12 dicembre 69) non esprimono però perplessità sull’iniziativa di Napolitano. “Non ci sentiamo offesi dal gesto del Presidente. Anzi, lo accogliamo come un segno positivo nella direzione di costruire davvero quella memoria condivisa di cui il Paese ha bisogno. Un gesto significativo anche nel dire conclusa la stagione della violenza politica”.
Già poche settimane fa, prima che trapelasse la notizia dell’invito del Quirinale a Licia Pinelli, avevo avuto occasione di parlare con alcuni familiari delle vittime di Piazza Fontana. Era emerso il tema della pesantezza di una memoria ormai gravata da quarant’anni passati senza l’individuazione dei colpevoli. Ad una mia riflessione circa la necessità di non mettere una pietra sopra la vicenda mi era stato risposto che il punto non era quello: la pietra, piaccia o meno, c’è già e l’ha messa il tempo. “Il punto è riconoscere che tutte le Istituzioni sono state assenti – e in molti casi ben peggio che assenti – e questo riconoscimento deve avvenire dalla più alta carica dello Stato. Forse, se così fosse, potremmo dire davvero che qualcosa è cambiato”. La notizia dell’invito rivolto dal Presidente Napolitano alla vedova Pinelli, nella significativa occasione della cerimonia in ricordo delle vittime di terrorismo e stragi, è sicuramente un segnale positivo in quella direzione.
Francesco “baro” Barilli
giovedì 23 aprile 2009
Peppino Impastato, un giullare contro la mafia
E’ con vero piacere che segnalo la prossima uscita di “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia”, libro a fumetti sceneggiato dall’amico Marco Rizzo (con cui avevo già collaborato per "Ilaria Alpi, il prezzo della verità"), e disegnato dal bravo Lelio Bonaccorso.
Il libro è pubblicato dagli amici del BeccoGiallo. Come in altre occasioni (vedi profilo) per questo volume ho collaborato all’apparato redazionale. In particolare, relativamente al mio contributo, in “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia” potete trovare un lungo articolo e un’intervista a Salvo Vitale (uno degli amici storici di Peppino, nonché suo compagno nelle esperienze comunicative di lotta, dalla diffusione dei volantini ai comizi, dalla costituzione del "Circolo musica e cultura" al giornale "L'idea").
Il libro è arricchito anche dall’introduzione di Lirio Abbate e da un’intervista a Giovanni Impastato, fratello di Peppino, realizzata da Stefania Brusca.
Il libro è pubblicato dagli amici del BeccoGiallo. Come in altre occasioni (vedi profilo) per questo volume ho collaborato all’apparato redazionale. In particolare, relativamente al mio contributo, in “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia” potete trovare un lungo articolo e un’intervista a Salvo Vitale (uno degli amici storici di Peppino, nonché suo compagno nelle esperienze comunicative di lotta, dalla diffusione dei volantini ai comizi, dalla costituzione del "Circolo musica e cultura" al giornale "L'idea").
Il libro è arricchito anche dall’introduzione di Lirio Abbate e da un’intervista a Giovanni Impastato, fratello di Peppino, realizzata da Stefania Brusca.
lunedì 16 febbraio 2009
Su Sofri, vittime, memoria e collaboratori di giustizia
Ho seguito la polemica nata fra Adriano Sofri e alcuni parenti di
vittime del terrorismo, apparsa su Repubblica fra il 5 e il 12 febbraio.
Mi sento coinvolto e provo ad entrare, sommessamente e con rispetto,
nella discussione.
Una premessa: conosco direttamente due dei quattro firmatari della lettera del 12 febbraio (Milani e Dendena). Ho raccolto in altre occasioni i loro racconti sulle stragi che ne hanno segnato le vite, ci uniscono amicizia e stima sincere e reciproche. Sofri lo conosco indirettamente: con lui ho in comune la passione civile per il caso Pinelli, che recentemente è stato centrale in nostri diversi e distinti lavori. Con questa premessa non voglio accreditarmi come paciere nella discussione (cadrei nel ridicolo) né vantare chissà quale autorevolezza in una materia complessa e delicata. Più semplicemente, intendo presentarmi come un osservatore esterno, che forse proprio per questo può avere il necessario distacco, ma pure come persona che nutre profondo rispetto per tutte le persone coinvolte nella discussione, al di là delle diverse posizioni.
La mia analisi comincia da un fatto apparentemente marginale, ma su cui tutti gli interessati sono intervenuti, ossia l’interpretazione del finale del Pescatore di De Andrè. La lettura corretta della canzone è proprio quella proposta da Sofri, ossia una condanna – su cui, beninteso, si può non concordare – della delazione. Se questa può apparire vaga e sfumata nel Pescatore, assume maggiore nettezza in un’altra canzone del cantautore genovese. Nel Testamento di Tito De Andrè riscrive criticamente i dieci comandamenti biblici, ivi compreso quello che invita a non fornire falsa testimonianza. Tito, sulla croce, ricorda le proprie menzogne (“Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore”) opponendole con orgoglio al precetto (“Non dire falsa testimonianza e aiutali a uccidere un uomo”).
Chiaramente si tratta della suggestione di un artista, da sola insufficiente a chiudere la questione (si farebbe un torto allo stesso De Andrè), e andrebbe fatta ben altra disamina sulla differenza fra delazione e assunzione piena delle proprie responsabilità, con conseguenti chiamate di correità. Bene hanno fatto Milani, Dendena e gli altri a ricordare che senza il contributo dei collaboratori di giustizia non si sarebbe arrivati a certi risultati su Piazza Fontana (per quanto incompleti, ma questa è un’altra faccenda) né, aggiungo io, ad istruire il processo attualmente in corso per Piazza della Loggia. E’ però altrettanto opportuno ricordare che non è casuale se certe collaborazioni sono emerse a tanti anni dai fatti, iscrivendosi in un panorama complessivo di indagini su cui gravano omissioni, reticenze e depistaggi non occasionali ma fortemente voluti da apparati dello Stato. Per Piazza Fontana i “pentiti” hanno confermato che la pista che già i magistrati Stiz e Calogero stavano seguendo, senza poterla percorrere fino in fondo, era quella giusta. Ma è pure vero che i collaboratori di giustizia non sempre si sono dimostrati limpidi nelle proprie dichiarazioni, come proprio il caso Sofri può dolorosamente dimostrare, quasi specularmente rispetto agli altri casi citati.
Infine, sul caso Pinelli ritengo che il dissertare se vada o meno inserito fra le vittime del terrorismo sia utile solo se non ci si ferma ad elementi che potremmo definire “semantica del diritto”. E’ pacifico che, seguendo rigidi schematismi, la morte del ferroviere anarchico non può essere annoverata nell’elenco. Più utile sarebbe però discutere del caso Pinelli iscrivendolo nel disegno (da tempo ormai accertato e che procedette per lungo tempo dopo la sua morte) che voleva indirizzare le indagini su Piazza Fontana verso la pista anarchica. Molte cose a quel punto potrebbero essere più chiare. E il nome di Pinelli, se non nell’elenco delle vittime del terrorismo, potrebbe essere annoverato in quello delle molte vittime collaterali di quella stagione. Un elenco che esiste, ed è non solo lungo e doloroso, ma rappresenta pure un altro ostacolo che impedisce una vera chiusura di quegli anni e la costruzione di una memoria condivisa, vanificando ancora oggi quella che potremmo chiamare una “soluzione sudafricana”.
Francesco “baro” Barilli
Una premessa: conosco direttamente due dei quattro firmatari della lettera del 12 febbraio (Milani e Dendena). Ho raccolto in altre occasioni i loro racconti sulle stragi che ne hanno segnato le vite, ci uniscono amicizia e stima sincere e reciproche. Sofri lo conosco indirettamente: con lui ho in comune la passione civile per il caso Pinelli, che recentemente è stato centrale in nostri diversi e distinti lavori. Con questa premessa non voglio accreditarmi come paciere nella discussione (cadrei nel ridicolo) né vantare chissà quale autorevolezza in una materia complessa e delicata. Più semplicemente, intendo presentarmi come un osservatore esterno, che forse proprio per questo può avere il necessario distacco, ma pure come persona che nutre profondo rispetto per tutte le persone coinvolte nella discussione, al di là delle diverse posizioni.
La mia analisi comincia da un fatto apparentemente marginale, ma su cui tutti gli interessati sono intervenuti, ossia l’interpretazione del finale del Pescatore di De Andrè. La lettura corretta della canzone è proprio quella proposta da Sofri, ossia una condanna – su cui, beninteso, si può non concordare – della delazione. Se questa può apparire vaga e sfumata nel Pescatore, assume maggiore nettezza in un’altra canzone del cantautore genovese. Nel Testamento di Tito De Andrè riscrive criticamente i dieci comandamenti biblici, ivi compreso quello che invita a non fornire falsa testimonianza. Tito, sulla croce, ricorda le proprie menzogne (“Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore”) opponendole con orgoglio al precetto (“Non dire falsa testimonianza e aiutali a uccidere un uomo”).
Chiaramente si tratta della suggestione di un artista, da sola insufficiente a chiudere la questione (si farebbe un torto allo stesso De Andrè), e andrebbe fatta ben altra disamina sulla differenza fra delazione e assunzione piena delle proprie responsabilità, con conseguenti chiamate di correità. Bene hanno fatto Milani, Dendena e gli altri a ricordare che senza il contributo dei collaboratori di giustizia non si sarebbe arrivati a certi risultati su Piazza Fontana (per quanto incompleti, ma questa è un’altra faccenda) né, aggiungo io, ad istruire il processo attualmente in corso per Piazza della Loggia. E’ però altrettanto opportuno ricordare che non è casuale se certe collaborazioni sono emerse a tanti anni dai fatti, iscrivendosi in un panorama complessivo di indagini su cui gravano omissioni, reticenze e depistaggi non occasionali ma fortemente voluti da apparati dello Stato. Per Piazza Fontana i “pentiti” hanno confermato che la pista che già i magistrati Stiz e Calogero stavano seguendo, senza poterla percorrere fino in fondo, era quella giusta. Ma è pure vero che i collaboratori di giustizia non sempre si sono dimostrati limpidi nelle proprie dichiarazioni, come proprio il caso Sofri può dolorosamente dimostrare, quasi specularmente rispetto agli altri casi citati.
Infine, sul caso Pinelli ritengo che il dissertare se vada o meno inserito fra le vittime del terrorismo sia utile solo se non ci si ferma ad elementi che potremmo definire “semantica del diritto”. E’ pacifico che, seguendo rigidi schematismi, la morte del ferroviere anarchico non può essere annoverata nell’elenco. Più utile sarebbe però discutere del caso Pinelli iscrivendolo nel disegno (da tempo ormai accertato e che procedette per lungo tempo dopo la sua morte) che voleva indirizzare le indagini su Piazza Fontana verso la pista anarchica. Molte cose a quel punto potrebbero essere più chiare. E il nome di Pinelli, se non nell’elenco delle vittime del terrorismo, potrebbe essere annoverato in quello delle molte vittime collaterali di quella stagione. Un elenco che esiste, ed è non solo lungo e doloroso, ma rappresenta pure un altro ostacolo che impedisce una vera chiusura di quegli anni e la costruzione di una memoria condivisa, vanificando ancora oggi quella che potremmo chiamare una “soluzione sudafricana”.
Francesco “baro” Barilli
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mercoledì 21 gennaio 2009
Recensione: “La notte che Pinelli”, di Adriano Sofri
E’ da poco uscito “La notte che Pinelli”, di Adriano Sofri, editore
Sellerio. Una basilare regola (di buon senso, se non di giornalismo)
consiglierebbe di evitare a questo punto una chiosa, del tipo “si tratta
di un lavoro in cui viene ricostruita la morte dell’anarchico Pinelli,
precipitato nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 69 da una finestra
della questura milanese…”: basta il titolo del libro a renderla
ridondante. Quella banale annotazione diventa necessaria, viste le
anticipazioni apparse su molti organi di stampa, dove il libro viene
descritto come un lavoro sul caso Sofri/Calabresi, quando non
addirittura un mea culpa dell’ex leader di Lotta Continua nei confronti
del commissario ucciso il 17 maggio 1972 (omicidio per cui Sofri è stato
condannato come mandante, dopo una controversa vicenda processuale
oggetto di dubbi e polemiche). Diciamolo chiaramente: questo è un libro
sul “caso Pinelli”, non sul “caso Calabresi”.
Nutrivo grande curiosità per questo lavoro. Anche (non solo) per l’essere stato fra i pochi a cui Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico, ha concesso un’intervista (ne “La piuma e la montagna”, Manifestolibri 2008). Una curiosità che non è rimasta delusa. Il testo è molto valido come ricostruzione storico-documentale, ma pure accattivante nella forma narrativa: un monologo in cui Sofri si rivolge ad una ragazza, ignara dei fatti che si dipanano da Piazza Fontana in poi.
Da questo spunto si sviluppa il racconto. Per la bomba alla banca dell’agricoltura viene seguita la pista anarchica, privilegiata anche quando gli elementi che emergono ne dimostrano l’inconsistenza. Poi la morte di Pinelli, uno fra i tanti anarchici fermati nell’immediatezza. Entrato in Questura la sera del 12 dicembre ne uscirà morto pochi giorni dopo, dopo un volo dal quarto piano di quegli uffici, durante una pausa dell’ennesimo interrogatorio; resterà indicato come uno degli autori della strage, fino a quando sarà riconosciuto estraneo ai fatti. Il libro di Sofri affronta pure la sentenza di Gerardo D’Ambrosio, che nel 75 escluderà le contrastanti ipotesi di suicidio e omicidio, per scegliere una terza versione: un malore avrebbe sorpreso il ferroviere anarchico, stremato dopo ore di interrogatorio, mentre prendeva una boccata d’aria alla finestra. Sofri smonta l’esito della sentenza: riconosce che al momento di quel volo Calabresi era assente dalla stanza, ma esclude suicidio o malore, pur riconoscendosi impossibilitato a formulare un’ipotesi definitiva. In seguito, affronta la famosa campagna di stampa contro Calabresi, indicato da molti come colpevole della morte di Pinelli, la drammatica fine del Commissario e – come già accennato – le proprie responsabilità morali.
Riguardo l’atteggiamento dei funzionari della Questura durante il fermo di Pinelli e dopo la sua morte, Sofri supporta ogni affermazione con documenti dell’epoca, sottolineando incongruenze e contraddizioni nelle versioni date sull’accaduto. Sofri si mantiene critico verso Calabresi, ma inquadrandolo come componente di un contesto in cui le accuse maggiori vanno indirizzate verso livelli superiori: il Questore di Milano, Marcello Guida, e ancor più il Commissario capo, Antonino Allegra. Quest’ultimo, va ricordato, fu l’unico per cui venne accertata una responsabilità penale, seppure senza conseguenze: D’Ambrosio lo riconobbe colpevole per il fermo illegale dell’anarchico, ma il reato si era estinto per intervenuta amnistia.
Vorrei tornare ora alle anticipazioni apparse sui media prima dell’uscita del libro. Lo confesso, in base a quelle nutrivo più d’un dubbio su “La notte che Pinelli”. Mi è sembrato corretto attendere la lettura per commentare a mia volta: atteggiamento a quanto pare giudicato balzano per chi ha pensato di poterlo recensire o commentare “a prescindere”. Ho già detto che la lettura mi ha confortato, nel merito del volume; si sarà già capito che mi ha sconfortato riguardo la professionalità – se non l’onestà morale – di chi ne ha parlato prima dell’uscita.
Sono quindi necessarie alcune precisazioni per chi, interessato al libro, dopo averne seguito le premature recensioni si è probabilmente formato impressioni distorte. Ad esempio, va chiarito che il riconoscimento di una responsabilità morale che Sofri assume su se stesso per l’uccisione di Calabresi non è la parte caratterizzante del lavoro, ma soprattutto non è la grande novità venduta da molti giornalisti, essendo solo la conferma di precedenti e analoghe dichiarazioni dell’autore (seppure, forse, mai espresse con l’intensità usata in questa occasione).
Ma il tema della responsabilità morale sollevato da Sofri rende possibile una riflessione proprio sul caso Pinelli. Se pare condivisibile, nel ricostruire la dinamica del fatto, escludere l’ipotesi del suicidio e non credibile la teoria del malore avallata nella sentenza D’Ambrosio, e se pare dimostrata l’assenza del commissario dalla stanza dell’interrogatorio al momento della caduta, resta mai affrontato il comportamento tenuto dalla Questura milanese.
Anni fa Montanelli, ed altri lo seguirono sulla stessa linea, invitò Sofri a fare ammenda di ciò che a suo tempo scrisse di Calabresi, indipendentemente da sue responsabilità materiali nell’omicidio del Commissario, perlomeno come atto di correttezza nei confronti della vedova. In quel frangente pensai che esisteva un’altra donna in Italia, alla quale non sono state fatte scuse e per la quale nessuno s’è mai scomodato affinchè le arrivasse un’autocritica da parte di chicchessia. La responsabilità morale è un fardello che in molti hanno chiesto a Sofri di assumere su di sé. Poco conta, per quei commentatori, che Sofri l’abbia già fatto, non solo a partire da questo libro; quel che sembra importante è che quel fardello venga ricordato, andando a cancellarne altri di cui nessuno ha mai chiesto conto.
La questione morale appare dunque, a ormai tanti anni dai fatti, rilevante quanto se non più di quella materiale o penale. Tentare oggi un’inchiesta alternativa sulla morte di Pinelli è molto difficile; il tempo passato si aggiunge ad elementi già dubbi o vaghi, rendendo tutto ancora più scivoloso. Ma il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della precipitazione. Comincia con un fermo di polizia illegale e termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana (suicidio e coinvolgimento entrambi esclusi ad ogni livello, anche processuale).
Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna a suo tempo condotta contro Luigi Calabresi fu assolutamente sbagliata, nei toni e nei contenuti. Finì col cementare l’opinione pubblica in una contrapposizione dove sola cosa su cui interrogarsi era accertare se il commissario fosse o meno l’unico responsabile della morte di Pinelli, o se fosse stato o meno presente nell’istante della precipitazione. Si personalizzò una campagna di stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.
Oggi assistiamo ad un risvolto negativo opposto: si è uniformata la memoria di quegli anni, secondo una logica che preferisce infierire su chi è già stato sconfitto dalla storia. Vittime delle forze dell'ordine, dei neofascisti e della strategia della tensione sono state rimosse, mentre lo Stato, per esorcizzare le proprie responsabilità, si è semplicemente autoassolto.
Su tutti quelli che collaborarono al fermo di Pinelli grava una responsabilità, morale se non penale. Laddove non si può parlare di colpe dirette si può parlare di acquiescenza di tutti quelli che parteciparono a diverso titolo al fermo e alle menzogne successive, nessuno escluso. Tutto questo perlomeno nella costruzione della falsa versione dell’anarchico “suicida in quanto gravemente indiziato”, e senza voler ricondurre il fatto ad una sorta di guerra “Pinelli contro Calabresi”, semplificazione che ha già causato abbastanza lutti e dolori. Per questo sarebbe necessario che le responsabilità morali venissero esplorate (oggi, quando in teoria lo si potrebbe fare con più serenità) a tutto campo, senza accontentarsi della superficiale soddisfazione di chi del libro di Sofri ha voluto leggere solo poche righe. Per questo sarebbe necessario che altri pensassero a sgravare la propria coscienza. Magari cominciando da chi era presente, o almeno sa cosa sia successo, al quarto piano della Questura di Milano, la notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969. E, più in generale, per l’orrore di Piazza Fontana dovrebbero chiedere scusa – come scrisse Norberto Bobbio a Sofri in una lettera del 98, riportata nel libro – “non coloro che lo denunciarono e non furono ascoltati, ma i promotori, gli autori materiali rimasti sinora impuniti, e tutti coloro che hanno impedito sino ad oggi di conoscere la verità”.
Francesco “baro” Barilli
Nutrivo grande curiosità per questo lavoro. Anche (non solo) per l’essere stato fra i pochi a cui Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico, ha concesso un’intervista (ne “La piuma e la montagna”, Manifestolibri 2008). Una curiosità che non è rimasta delusa. Il testo è molto valido come ricostruzione storico-documentale, ma pure accattivante nella forma narrativa: un monologo in cui Sofri si rivolge ad una ragazza, ignara dei fatti che si dipanano da Piazza Fontana in poi.
Da questo spunto si sviluppa il racconto. Per la bomba alla banca dell’agricoltura viene seguita la pista anarchica, privilegiata anche quando gli elementi che emergono ne dimostrano l’inconsistenza. Poi la morte di Pinelli, uno fra i tanti anarchici fermati nell’immediatezza. Entrato in Questura la sera del 12 dicembre ne uscirà morto pochi giorni dopo, dopo un volo dal quarto piano di quegli uffici, durante una pausa dell’ennesimo interrogatorio; resterà indicato come uno degli autori della strage, fino a quando sarà riconosciuto estraneo ai fatti. Il libro di Sofri affronta pure la sentenza di Gerardo D’Ambrosio, che nel 75 escluderà le contrastanti ipotesi di suicidio e omicidio, per scegliere una terza versione: un malore avrebbe sorpreso il ferroviere anarchico, stremato dopo ore di interrogatorio, mentre prendeva una boccata d’aria alla finestra. Sofri smonta l’esito della sentenza: riconosce che al momento di quel volo Calabresi era assente dalla stanza, ma esclude suicidio o malore, pur riconoscendosi impossibilitato a formulare un’ipotesi definitiva. In seguito, affronta la famosa campagna di stampa contro Calabresi, indicato da molti come colpevole della morte di Pinelli, la drammatica fine del Commissario e – come già accennato – le proprie responsabilità morali.
Riguardo l’atteggiamento dei funzionari della Questura durante il fermo di Pinelli e dopo la sua morte, Sofri supporta ogni affermazione con documenti dell’epoca, sottolineando incongruenze e contraddizioni nelle versioni date sull’accaduto. Sofri si mantiene critico verso Calabresi, ma inquadrandolo come componente di un contesto in cui le accuse maggiori vanno indirizzate verso livelli superiori: il Questore di Milano, Marcello Guida, e ancor più il Commissario capo, Antonino Allegra. Quest’ultimo, va ricordato, fu l’unico per cui venne accertata una responsabilità penale, seppure senza conseguenze: D’Ambrosio lo riconobbe colpevole per il fermo illegale dell’anarchico, ma il reato si era estinto per intervenuta amnistia.
Vorrei tornare ora alle anticipazioni apparse sui media prima dell’uscita del libro. Lo confesso, in base a quelle nutrivo più d’un dubbio su “La notte che Pinelli”. Mi è sembrato corretto attendere la lettura per commentare a mia volta: atteggiamento a quanto pare giudicato balzano per chi ha pensato di poterlo recensire o commentare “a prescindere”. Ho già detto che la lettura mi ha confortato, nel merito del volume; si sarà già capito che mi ha sconfortato riguardo la professionalità – se non l’onestà morale – di chi ne ha parlato prima dell’uscita.
Sono quindi necessarie alcune precisazioni per chi, interessato al libro, dopo averne seguito le premature recensioni si è probabilmente formato impressioni distorte. Ad esempio, va chiarito che il riconoscimento di una responsabilità morale che Sofri assume su se stesso per l’uccisione di Calabresi non è la parte caratterizzante del lavoro, ma soprattutto non è la grande novità venduta da molti giornalisti, essendo solo la conferma di precedenti e analoghe dichiarazioni dell’autore (seppure, forse, mai espresse con l’intensità usata in questa occasione).
Ma il tema della responsabilità morale sollevato da Sofri rende possibile una riflessione proprio sul caso Pinelli. Se pare condivisibile, nel ricostruire la dinamica del fatto, escludere l’ipotesi del suicidio e non credibile la teoria del malore avallata nella sentenza D’Ambrosio, e se pare dimostrata l’assenza del commissario dalla stanza dell’interrogatorio al momento della caduta, resta mai affrontato il comportamento tenuto dalla Questura milanese.
Anni fa Montanelli, ed altri lo seguirono sulla stessa linea, invitò Sofri a fare ammenda di ciò che a suo tempo scrisse di Calabresi, indipendentemente da sue responsabilità materiali nell’omicidio del Commissario, perlomeno come atto di correttezza nei confronti della vedova. In quel frangente pensai che esisteva un’altra donna in Italia, alla quale non sono state fatte scuse e per la quale nessuno s’è mai scomodato affinchè le arrivasse un’autocritica da parte di chicchessia. La responsabilità morale è un fardello che in molti hanno chiesto a Sofri di assumere su di sé. Poco conta, per quei commentatori, che Sofri l’abbia già fatto, non solo a partire da questo libro; quel che sembra importante è che quel fardello venga ricordato, andando a cancellarne altri di cui nessuno ha mai chiesto conto.
La questione morale appare dunque, a ormai tanti anni dai fatti, rilevante quanto se non più di quella materiale o penale. Tentare oggi un’inchiesta alternativa sulla morte di Pinelli è molto difficile; il tempo passato si aggiunge ad elementi già dubbi o vaghi, rendendo tutto ancora più scivoloso. Ma il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della precipitazione. Comincia con un fermo di polizia illegale e termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana (suicidio e coinvolgimento entrambi esclusi ad ogni livello, anche processuale).
Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna a suo tempo condotta contro Luigi Calabresi fu assolutamente sbagliata, nei toni e nei contenuti. Finì col cementare l’opinione pubblica in una contrapposizione dove sola cosa su cui interrogarsi era accertare se il commissario fosse o meno l’unico responsabile della morte di Pinelli, o se fosse stato o meno presente nell’istante della precipitazione. Si personalizzò una campagna di stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.
Oggi assistiamo ad un risvolto negativo opposto: si è uniformata la memoria di quegli anni, secondo una logica che preferisce infierire su chi è già stato sconfitto dalla storia. Vittime delle forze dell'ordine, dei neofascisti e della strategia della tensione sono state rimosse, mentre lo Stato, per esorcizzare le proprie responsabilità, si è semplicemente autoassolto.
Su tutti quelli che collaborarono al fermo di Pinelli grava una responsabilità, morale se non penale. Laddove non si può parlare di colpe dirette si può parlare di acquiescenza di tutti quelli che parteciparono a diverso titolo al fermo e alle menzogne successive, nessuno escluso. Tutto questo perlomeno nella costruzione della falsa versione dell’anarchico “suicida in quanto gravemente indiziato”, e senza voler ricondurre il fatto ad una sorta di guerra “Pinelli contro Calabresi”, semplificazione che ha già causato abbastanza lutti e dolori. Per questo sarebbe necessario che le responsabilità morali venissero esplorate (oggi, quando in teoria lo si potrebbe fare con più serenità) a tutto campo, senza accontentarsi della superficiale soddisfazione di chi del libro di Sofri ha voluto leggere solo poche righe. Per questo sarebbe necessario che altri pensassero a sgravare la propria coscienza. Magari cominciando da chi era presente, o almeno sa cosa sia successo, al quarto piano della Questura di Milano, la notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969. E, più in generale, per l’orrore di Piazza Fontana dovrebbero chiedere scusa – come scrisse Norberto Bobbio a Sofri in una lettera del 98, riportata nel libro – “non coloro che lo denunciarono e non furono ascoltati, ma i promotori, gli autori materiali rimasti sinora impuniti, e tutti coloro che hanno impedito sino ad oggi di conoscere la verità”.
Francesco “baro” Barilli
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martedì 6 gennaio 2009
Ricordando Faber
Sono già passati 10 anni… Un male terribile lo aveva colpito verso la
fine dell’estate del 1998, facendogli sospendere gli ultimi concerti
programmati, e l’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De Andrè.
Non è retorica affermare che le sue canzoni si distinguono ancora per il loro essere vive e attuali, inquiete metafore che hanno attraversato generazioni dagli anni 60 ad oggi, anche grazie ad un mirabile esempio di ricerca linguistica e musicale che rende la sua produzione variegata e al tempo stesso sempre di altissimo livello. Nuova e coraggiosa per i tempi fu la scelta di cimentarsi in “concept album” (dischi in cui i brani ruotano attorno ad una tematica univoca, sviluppandola coerentemente). Un’opzione all’epoca molto in voga per i generi progressive e psichedelico, ma non certo tipica nel panorama dei cantautori italiani: De Andrè lo fece almeno due volte, con La Buona Novella e con Non al denaro, non all'amore nè al cielo, ma pure Storia di un impiegato può essere considerato un concept. Altra caratteristica fu la capacità di elaborare testi altrui, arrivando ad opere ugualmente originali e distinte dalle proprie matrici. Lo fece con L’antologia di Spoon River e con i Vangeli apocrifi, per i due album citati precedentemente, e pure con alcune ballate di Bob Dylan o di Brassens, fino a Smisurata Preghiera, ispirata alle liriche di Alvaro Mutis. Da citare anche la sua riscoperta del dialetto genovese, unito a sonorità complesse e ricercate, che da Creuza de mà in poi caratterizzò i suoi ultimi lavori.
Sicuramente aveva una gran bella voce, calda e profonda, ma l’attualità delle sue opere non è da cercarsi solo nel fascino dell’interpretazione. Le sue canzoni parlavano di prostitute (da Bocca di Rosa – per quanto il termine risulti improprio per l’esuberante protagonista che non sa resistere alle tentazioni dell’amore – a Princesa), di amori tormentati (Giugno 73, Verranno a chiederti del nostro amore), di eroi piccoli, quotidiani, spesso sfortunati (La guerra di Piero, Il testamento di Tito) ed erano sempre ricche di frecciate verso la borghesia ipocrita, in una perenne denuncia delle ingiustizie del mondo che gli apparivano insostenibili, e verso "la maggioranza", che detestò sempre. E’ significativo che l’ultima canzone del suo ultimo album in studio (la già citata Smisurata Preghiera, tratta dallo splendido Anime Salve) recitasse: "Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità … Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".
Suicidi, carcerati, sconfitti: questi erano i suoi eroi. Uomini e donne sempre e comunque veri, non privi di difetti. Ma non si pensi che in De Andrè questo essere vicino al "diverso" fosse frutto della snobistica inclinazione dell’intellettuale. Era nato ricco, ma fin da ragazzo aveva fatto la sua scelta: la sua era la Genova dei bordelli, degli artisti, dei perdenti. E dei poeti-cantautori. La frattura che volle creare con le sue "alte" origini familiari era più di un vezzo adolescenziale: era una presa di distanza esistenziale, prima che politica. Con la sua vicinanza agli sconfitti riusciva a non esprimere semplicemente l’affinità dell’intellettuale eccentrico, che alla fine non gratifica che se stesso, ma soprattutto la restituzione della dignità a quei soggetti. E alla fine quell’umanità perdente (che a molti provoca rabbia, paura, o nella migliore delle ipotesi pietà) riusciva a muoverci verso un sentimento più nobile e difficile: l’affinità umana.
"Ci vuole troppo tempo per trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l’ha imposta: l’anarchia non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma; è uno stato d’animo, una categoria dello spirito". Ci sono poche frasi che possono definire più compiutamente chi era Fabrizio De Andrè. Perché per lui la rivolta degli ultimi anni 60 e dei primi 70 prescindeva da ideologie precostituite: era la rivolta più definitiva, anche se meno palese, dell’arte, della poesia e dell’indipendenza intellettuale, che lui viveva con la convinzione che potessero demolire la montagna di ipocrisia e ingiustizie che seppellisce il mondo.
La sua distanza da rigidi schematismi ideologici non fu mai figlia della volontà di non inquadrarsi. Al contrario, in un’intervista televisiva recentemente ripresa nel dvd “Sulla mia cattiva strada”, diretto da Teresa Marchesi, rivendicava con forza il suo essersi sempre schierato e le sue radici libertarie. Anche gli anarchici, con il rigore e la correttezza intellettuale che li caratterizza, hanno sempre evitato di apporre un’etichetta su Faber, ricordandone la reciproca simpatia e vicinanza ideale, l’afflato libertario. Perchè la sua adesione all’anarchia, per quanto non propriamente organica al movimento, era al tempo stesso tutt’altro che superficiale o esterna: era un modo di vivere e di pensare, radicato nel suo essere. Recentemente i compagni anarchici lo hanno ricordato con un bel cd, Ed avevamo gli occhi troppo belli, contenente alcuni “parlati” durante i concerti e un prezioso libretto a cura della redazione della rivista “A”.
Molti e variegati sono gli omaggi che gli sono stati o gli saranno dedicati in questo periodo. Oltre a quelli già menzionati, ricordiamo la mostra al Palazzo Ducale di Genova (organizzata da Comune di Genova, Fondazione per la Cultura e Fondazione Fabrizio De André) e il volume a fumetti di Sergio Algozzino (Ballata per Fabrizio De Andrè, editore Beccogiallo). Ma forse l’omaggio più appropriato è continuare ad ascoltare, semplicemente e fino in fondo, le sue canzoni, cercando di trasformare il mondo in un posto migliore.
Francesco “Baro” Barilli
Non è retorica affermare che le sue canzoni si distinguono ancora per il loro essere vive e attuali, inquiete metafore che hanno attraversato generazioni dagli anni 60 ad oggi, anche grazie ad un mirabile esempio di ricerca linguistica e musicale che rende la sua produzione variegata e al tempo stesso sempre di altissimo livello. Nuova e coraggiosa per i tempi fu la scelta di cimentarsi in “concept album” (dischi in cui i brani ruotano attorno ad una tematica univoca, sviluppandola coerentemente). Un’opzione all’epoca molto in voga per i generi progressive e psichedelico, ma non certo tipica nel panorama dei cantautori italiani: De Andrè lo fece almeno due volte, con La Buona Novella e con Non al denaro, non all'amore nè al cielo, ma pure Storia di un impiegato può essere considerato un concept. Altra caratteristica fu la capacità di elaborare testi altrui, arrivando ad opere ugualmente originali e distinte dalle proprie matrici. Lo fece con L’antologia di Spoon River e con i Vangeli apocrifi, per i due album citati precedentemente, e pure con alcune ballate di Bob Dylan o di Brassens, fino a Smisurata Preghiera, ispirata alle liriche di Alvaro Mutis. Da citare anche la sua riscoperta del dialetto genovese, unito a sonorità complesse e ricercate, che da Creuza de mà in poi caratterizzò i suoi ultimi lavori.
Sicuramente aveva una gran bella voce, calda e profonda, ma l’attualità delle sue opere non è da cercarsi solo nel fascino dell’interpretazione. Le sue canzoni parlavano di prostitute (da Bocca di Rosa – per quanto il termine risulti improprio per l’esuberante protagonista che non sa resistere alle tentazioni dell’amore – a Princesa), di amori tormentati (Giugno 73, Verranno a chiederti del nostro amore), di eroi piccoli, quotidiani, spesso sfortunati (La guerra di Piero, Il testamento di Tito) ed erano sempre ricche di frecciate verso la borghesia ipocrita, in una perenne denuncia delle ingiustizie del mondo che gli apparivano insostenibili, e verso "la maggioranza", che detestò sempre. E’ significativo che l’ultima canzone del suo ultimo album in studio (la già citata Smisurata Preghiera, tratta dallo splendido Anime Salve) recitasse: "Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità … Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".
Suicidi, carcerati, sconfitti: questi erano i suoi eroi. Uomini e donne sempre e comunque veri, non privi di difetti. Ma non si pensi che in De Andrè questo essere vicino al "diverso" fosse frutto della snobistica inclinazione dell’intellettuale. Era nato ricco, ma fin da ragazzo aveva fatto la sua scelta: la sua era la Genova dei bordelli, degli artisti, dei perdenti. E dei poeti-cantautori. La frattura che volle creare con le sue "alte" origini familiari era più di un vezzo adolescenziale: era una presa di distanza esistenziale, prima che politica. Con la sua vicinanza agli sconfitti riusciva a non esprimere semplicemente l’affinità dell’intellettuale eccentrico, che alla fine non gratifica che se stesso, ma soprattutto la restituzione della dignità a quei soggetti. E alla fine quell’umanità perdente (che a molti provoca rabbia, paura, o nella migliore delle ipotesi pietà) riusciva a muoverci verso un sentimento più nobile e difficile: l’affinità umana.
"Ci vuole troppo tempo per trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l’ha imposta: l’anarchia non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma; è uno stato d’animo, una categoria dello spirito". Ci sono poche frasi che possono definire più compiutamente chi era Fabrizio De Andrè. Perché per lui la rivolta degli ultimi anni 60 e dei primi 70 prescindeva da ideologie precostituite: era la rivolta più definitiva, anche se meno palese, dell’arte, della poesia e dell’indipendenza intellettuale, che lui viveva con la convinzione che potessero demolire la montagna di ipocrisia e ingiustizie che seppellisce il mondo.
La sua distanza da rigidi schematismi ideologici non fu mai figlia della volontà di non inquadrarsi. Al contrario, in un’intervista televisiva recentemente ripresa nel dvd “Sulla mia cattiva strada”, diretto da Teresa Marchesi, rivendicava con forza il suo essersi sempre schierato e le sue radici libertarie. Anche gli anarchici, con il rigore e la correttezza intellettuale che li caratterizza, hanno sempre evitato di apporre un’etichetta su Faber, ricordandone la reciproca simpatia e vicinanza ideale, l’afflato libertario. Perchè la sua adesione all’anarchia, per quanto non propriamente organica al movimento, era al tempo stesso tutt’altro che superficiale o esterna: era un modo di vivere e di pensare, radicato nel suo essere. Recentemente i compagni anarchici lo hanno ricordato con un bel cd, Ed avevamo gli occhi troppo belli, contenente alcuni “parlati” durante i concerti e un prezioso libretto a cura della redazione della rivista “A”.
Molti e variegati sono gli omaggi che gli sono stati o gli saranno dedicati in questo periodo. Oltre a quelli già menzionati, ricordiamo la mostra al Palazzo Ducale di Genova (organizzata da Comune di Genova, Fondazione per la Cultura e Fondazione Fabrizio De André) e il volume a fumetti di Sergio Algozzino (Ballata per Fabrizio De Andrè, editore Beccogiallo). Ma forse l’omaggio più appropriato è continuare ad ascoltare, semplicemente e fino in fondo, le sue canzoni, cercando di trasformare il mondo in un posto migliore.
Francesco “Baro” Barilli
martedì 16 dicembre 2008
Filippo Facci, Piero Sansonetti e la riforma della giustizia
Alcuni giorni fa m’è capitato di assistere ad un dibattito televisivo su
La7. Non l’ho guardato a lungo, giusto dieci minuti e a trasmissione
già in corso. Nel momento in cui ho acceso la televisione stava parlando
Piero Sansonetti. Il direttore di Liberazione, in sintesi, diceva che
reputava poco interessante la discussione circa la riforma della
giustizia. Inoltre, replicando probabilmente a una tesi proposta
precedentemente, sosteneva che gli apparivano più gravi gli attacchi
portati al sindacato, in particolar modo alla CGIL, da chi ne sostiene
l’inutilità o la dannosità.
A questo punto interveniva Filippo Facci, giornalista de Il Giornale e, da quanto ho capito, collaboratore di Mediaset. Per riportare la discussione sul tema della giustizia, apriva il suo intervento dicendo che la presenza anche solo di un cittadino innocente in galera a causa di storture del sistema giudiziario gli pareva insopportabile e, soprattutto, motivo sufficiente per ritenere che la riforma fosse priorità assoluta.
Raramente mi sono trovato così combattuto di fronte ad una frase. In linea di principio, quella di Facci è un’affermazione ineccepibile, da sottoscrivere pienamente. Al limite se ne potrebbe discutere in termini filosofici: la giustizia umana è ben diversa da quella divina (per chi crede in quest’ultima) e non può prescindere da un tasso fisiologico di fallibilità. Questo però non toglie che la presenza in carcere di innocenti (cui aggiungerei le persone in attesa di giudizio) è cosa intollerabile. In fondo, l’unica e vera e fondamentale barriera fra garantismo e giustizialismo sta nel valutare i due pericoli fondamentali dell’amministrazione della legge (mandare in galera un innocente o lasciar libero un colpevole) ritenendo più grave il primo, in quanto comporta un danno irrisarcibile per chi vi è coinvolto. Inoltre, la consapevolezza di quanto sia inevitabile quel tasso di fallibilità non rende vana la ricerca di ogni mezzo affinché la “macchina giustizia” proceda nel modo più imparziale possibile, confinando la possibilità di errori ai soli limiti della natura umana, e non a vizi insiti nel sistema o a sperequazioni del giudizio.
Ferme restando queste riflessioni, non posso nascondere che se a parlarmi di una necessità della riforma della giustizia è il centrodestra mi viene più di un dubbio, e non si tratta di pregiudizi.
Mesi fa ho intervistato il padre di Giuseppe Bianzino. Chi propone oggi la riforma della giustizia pensa, come me, che suo figlio in carcere non solo non doveva morirci, ma neppure finirci? Pensa sia necessario provvedere alla depenalizzazione di certi reati o crede si debbano perseguire, ad esempio, i writers? Che opinioni ha del reato di devastazione e saccheggio o del principio della compartecipazione psichica (reato e principio utilizzati dalla magistratura per i fatti di Genova 2001 o quelli di Milano dell’11 marzo 2006)? Un elenco tutt’altro che esaustivo, potrei proseguire a lungo: si tratta di domande a mio avviso fondamentali, ma allo stato totalmente rimosse dal confronto “riforma sì – riforma no” che si è acceso in merito all’azione della magistratura.
Tutto questo, ripeto, non inficia l’enunciazione di principio avanzata da Facci in quella trasmissione televisiva. Resta però l’impressione che dietro il dibattito sulla necessità di una riforma della magistratura stiano semplicemente esigenze di controllo di uno dei poteri dello Stato, nell’intento di sottoporre la giustizia ad una supervisione (nel migliore dei casi) o ad un controllo subordinato (nel peggiore) che non la renderanno più equa, ma solo meno indipendente. In quest’ottica è interessante chiedersi se la presenza di un innocente in galera sia davvero inaccettabile, o se lo diventi in base a specificità dell’arrestato o a contingenze politiche del momento.
Francesco “baro” Barilli
A questo punto interveniva Filippo Facci, giornalista de Il Giornale e, da quanto ho capito, collaboratore di Mediaset. Per riportare la discussione sul tema della giustizia, apriva il suo intervento dicendo che la presenza anche solo di un cittadino innocente in galera a causa di storture del sistema giudiziario gli pareva insopportabile e, soprattutto, motivo sufficiente per ritenere che la riforma fosse priorità assoluta.
Raramente mi sono trovato così combattuto di fronte ad una frase. In linea di principio, quella di Facci è un’affermazione ineccepibile, da sottoscrivere pienamente. Al limite se ne potrebbe discutere in termini filosofici: la giustizia umana è ben diversa da quella divina (per chi crede in quest’ultima) e non può prescindere da un tasso fisiologico di fallibilità. Questo però non toglie che la presenza in carcere di innocenti (cui aggiungerei le persone in attesa di giudizio) è cosa intollerabile. In fondo, l’unica e vera e fondamentale barriera fra garantismo e giustizialismo sta nel valutare i due pericoli fondamentali dell’amministrazione della legge (mandare in galera un innocente o lasciar libero un colpevole) ritenendo più grave il primo, in quanto comporta un danno irrisarcibile per chi vi è coinvolto. Inoltre, la consapevolezza di quanto sia inevitabile quel tasso di fallibilità non rende vana la ricerca di ogni mezzo affinché la “macchina giustizia” proceda nel modo più imparziale possibile, confinando la possibilità di errori ai soli limiti della natura umana, e non a vizi insiti nel sistema o a sperequazioni del giudizio.
Ferme restando queste riflessioni, non posso nascondere che se a parlarmi di una necessità della riforma della giustizia è il centrodestra mi viene più di un dubbio, e non si tratta di pregiudizi.
Mesi fa ho intervistato il padre di Giuseppe Bianzino. Chi propone oggi la riforma della giustizia pensa, come me, che suo figlio in carcere non solo non doveva morirci, ma neppure finirci? Pensa sia necessario provvedere alla depenalizzazione di certi reati o crede si debbano perseguire, ad esempio, i writers? Che opinioni ha del reato di devastazione e saccheggio o del principio della compartecipazione psichica (reato e principio utilizzati dalla magistratura per i fatti di Genova 2001 o quelli di Milano dell’11 marzo 2006)? Un elenco tutt’altro che esaustivo, potrei proseguire a lungo: si tratta di domande a mio avviso fondamentali, ma allo stato totalmente rimosse dal confronto “riforma sì – riforma no” che si è acceso in merito all’azione della magistratura.
Tutto questo, ripeto, non inficia l’enunciazione di principio avanzata da Facci in quella trasmissione televisiva. Resta però l’impressione che dietro il dibattito sulla necessità di una riforma della magistratura stiano semplicemente esigenze di controllo di uno dei poteri dello Stato, nell’intento di sottoporre la giustizia ad una supervisione (nel migliore dei casi) o ad un controllo subordinato (nel peggiore) che non la renderanno più equa, ma solo meno indipendente. In quest’ottica è interessante chiedersi se la presenza di un innocente in galera sia davvero inaccettabile, o se lo diventi in base a specificità dell’arrestato o a contingenze politiche del momento.
Francesco “baro” Barilli
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