E’ da poco uscito “La notte che Pinelli”, di Adriano Sofri, editore
Sellerio. Una basilare regola (di buon senso, se non di giornalismo)
consiglierebbe di evitare a questo punto una chiosa, del tipo “si tratta
di un lavoro in cui viene ricostruita la morte dell’anarchico Pinelli,
precipitato nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 69 da una finestra
della questura milanese…”: basta il titolo del libro a renderla
ridondante. Quella banale annotazione diventa necessaria, viste le
anticipazioni apparse su molti organi di stampa, dove il libro viene
descritto come un lavoro sul caso Sofri/Calabresi, quando non
addirittura un mea culpa dell’ex leader di Lotta Continua nei confronti
del commissario ucciso il 17 maggio 1972 (omicidio per cui Sofri è stato
condannato come mandante, dopo una controversa vicenda processuale
oggetto di dubbi e polemiche). Diciamolo chiaramente: questo è un libro
sul “caso Pinelli”, non sul “caso Calabresi”.
Nutrivo grande
curiosità per questo lavoro. Anche (non solo) per l’essere stato fra i
pochi a cui Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico, ha concesso
un’intervista (ne “La piuma e la montagna”, Manifestolibri 2008). Una
curiosità che non è rimasta delusa. Il testo è molto valido come
ricostruzione storico-documentale, ma pure accattivante nella forma
narrativa: un monologo in cui Sofri si rivolge ad una ragazza, ignara
dei fatti che si dipanano da Piazza Fontana in poi.
Da questo spunto
si sviluppa il racconto. Per la bomba alla banca dell’agricoltura viene
seguita la pista anarchica, privilegiata anche quando gli elementi che
emergono ne dimostrano l’inconsistenza. Poi la morte di Pinelli, uno fra
i tanti anarchici fermati nell’immediatezza. Entrato in Questura la
sera del 12 dicembre ne uscirà morto pochi giorni dopo, dopo un volo dal
quarto piano di quegli uffici, durante una pausa dell’ennesimo
interrogatorio; resterà indicato come uno degli autori della strage,
fino a quando sarà riconosciuto estraneo ai fatti. Il libro di Sofri
affronta pure la sentenza di Gerardo D’Ambrosio, che nel 75 escluderà le
contrastanti ipotesi di suicidio e omicidio, per scegliere una terza
versione: un malore avrebbe sorpreso il ferroviere anarchico, stremato
dopo ore di interrogatorio, mentre prendeva una boccata d’aria alla
finestra. Sofri smonta l’esito della sentenza: riconosce che al momento
di quel volo Calabresi era assente dalla stanza, ma esclude suicidio o
malore, pur riconoscendosi impossibilitato a formulare un’ipotesi
definitiva. In seguito, affronta la famosa campagna di stampa contro
Calabresi, indicato da molti come colpevole della morte di Pinelli, la
drammatica fine del Commissario e – come già accennato – le proprie
responsabilità morali.
Riguardo l’atteggiamento dei funzionari della
Questura durante il fermo di Pinelli e dopo la sua morte, Sofri
supporta ogni affermazione con documenti dell’epoca, sottolineando
incongruenze e contraddizioni nelle versioni date sull’accaduto. Sofri
si mantiene critico verso Calabresi, ma inquadrandolo come componente di
un contesto in cui le accuse maggiori vanno indirizzate verso livelli
superiori: il Questore di Milano, Marcello Guida, e ancor più il
Commissario capo, Antonino Allegra. Quest’ultimo, va ricordato, fu
l’unico per cui venne accertata una responsabilità penale, seppure senza
conseguenze: D’Ambrosio lo riconobbe colpevole per il fermo illegale
dell’anarchico, ma il reato si era estinto per intervenuta amnistia.
Vorrei tornare ora alle anticipazioni apparse sui media prima
dell’uscita del libro. Lo confesso, in base a quelle nutrivo più d’un
dubbio su “La notte che Pinelli”. Mi è sembrato corretto attendere la
lettura per commentare a mia volta: atteggiamento a quanto pare
giudicato balzano per chi ha pensato di poterlo recensire o commentare
“a prescindere”. Ho già detto che la lettura mi ha confortato, nel
merito del volume; si sarà già capito che mi ha sconfortato riguardo la
professionalità – se non l’onestà morale – di chi ne ha parlato prima
dell’uscita.
Sono quindi necessarie alcune precisazioni per chi,
interessato al libro, dopo averne seguito le premature recensioni si è
probabilmente formato impressioni distorte. Ad esempio, va chiarito che
il riconoscimento di una responsabilità morale che Sofri assume su se
stesso per l’uccisione di Calabresi non è la parte caratterizzante del
lavoro, ma soprattutto non è la grande novità venduta da molti
giornalisti, essendo solo la conferma di precedenti e analoghe
dichiarazioni dell’autore (seppure, forse, mai espresse con l’intensità
usata in questa occasione).
Ma il tema della responsabilità morale
sollevato da Sofri rende possibile una riflessione proprio sul caso
Pinelli. Se pare condivisibile, nel ricostruire la dinamica del fatto,
escludere l’ipotesi del suicidio e non credibile la teoria del malore
avallata nella sentenza D’Ambrosio, e se pare dimostrata l’assenza del
commissario dalla stanza dell’interrogatorio al momento della caduta,
resta mai affrontato il comportamento tenuto dalla Questura milanese.
Anni fa Montanelli, ed altri lo seguirono sulla stessa linea, invitò
Sofri a fare ammenda di ciò che a suo tempo scrisse di Calabresi,
indipendentemente da sue responsabilità materiali nell’omicidio del
Commissario, perlomeno come atto di correttezza nei confronti della
vedova. In quel frangente pensai che esisteva un’altra donna in Italia,
alla quale non sono state fatte scuse e per la quale nessuno s’è mai
scomodato affinchè le arrivasse un’autocritica da parte di chicchessia.
La responsabilità morale è un fardello che in molti hanno chiesto a
Sofri di assumere su di sé. Poco conta, per quei commentatori, che Sofri
l’abbia già fatto, non solo a partire da questo libro; quel che sembra
importante è che quel fardello venga ricordato, andando a cancellarne
altri di cui nessuno ha mai chiesto conto.
La questione morale
appare dunque, a ormai tanti anni dai fatti, rilevante quanto se non più
di quella materiale o penale. Tentare oggi un’inchiesta alternativa
sulla morte di Pinelli è molto difficile; il tempo passato si aggiunge
ad elementi già dubbi o vaghi, rendendo tutto ancora più scivoloso. Ma
il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della
precipitazione. Comincia con un fermo di polizia illegale e termina con
una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il
suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana (suicidio e
coinvolgimento entrambi esclusi ad ogni livello, anche processuale).
Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la
campagna a suo tempo condotta contro Luigi Calabresi fu assolutamente
sbagliata, nei toni e nei contenuti. Finì col cementare l’opinione
pubblica in una contrapposizione dove sola cosa su cui interrogarsi era
accertare se il commissario fosse o meno l’unico responsabile della
morte di Pinelli, o se fosse stato o meno presente nell’istante della
precipitazione. Si personalizzò una campagna di stampa che trascese nei
modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della
situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.
Oggi assistiamo ad un risvolto negativo opposto: si è uniformata la
memoria di quegli anni, secondo una logica che preferisce infierire su
chi è già stato sconfitto dalla storia. Vittime delle forze dell'ordine,
dei neofascisti e della strategia della tensione sono state rimosse,
mentre lo Stato, per esorcizzare le proprie responsabilità, si è
semplicemente autoassolto.
Su tutti quelli che collaborarono al
fermo di Pinelli grava una responsabilità, morale se non penale. Laddove
non si può parlare di colpe dirette si può parlare di acquiescenza di
tutti quelli che parteciparono a diverso titolo al fermo e alle menzogne
successive, nessuno escluso. Tutto questo perlomeno nella costruzione
della falsa versione dell’anarchico “suicida in quanto gravemente
indiziato”, e senza voler ricondurre il fatto ad una sorta di guerra
“Pinelli contro Calabresi”, semplificazione che ha già causato
abbastanza lutti e dolori. Per questo sarebbe necessario che le
responsabilità morali venissero esplorate (oggi, quando in teoria lo si
potrebbe fare con più serenità) a tutto campo, senza accontentarsi della
superficiale soddisfazione di chi del libro di Sofri ha voluto leggere
solo poche righe. Per questo sarebbe necessario che altri pensassero a
sgravare la propria coscienza. Magari cominciando da chi era presente, o
almeno sa cosa sia successo, al quarto piano della Questura di Milano,
la notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969. E, più in generale, per
l’orrore di Piazza Fontana dovrebbero chiedere scusa – come scrisse
Norberto Bobbio a Sofri in una lettera del 98, riportata nel libro –
“non coloro che lo denunciarono e non furono ascoltati, ma i promotori,
gli autori materiali rimasti sinora impuniti, e tutti coloro che hanno
impedito sino ad oggi di conoscere la verità”.
Francesco “baro” Barilli
mercoledì 21 gennaio 2009
martedì 6 gennaio 2009
Ricordando Faber
Sono già passati 10 anni… Un male terribile lo aveva colpito verso la
fine dell’estate del 1998, facendogli sospendere gli ultimi concerti
programmati, e l’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De Andrè.
Non è retorica affermare che le sue canzoni si distinguono ancora per il loro essere vive e attuali, inquiete metafore che hanno attraversato generazioni dagli anni 60 ad oggi, anche grazie ad un mirabile esempio di ricerca linguistica e musicale che rende la sua produzione variegata e al tempo stesso sempre di altissimo livello. Nuova e coraggiosa per i tempi fu la scelta di cimentarsi in “concept album” (dischi in cui i brani ruotano attorno ad una tematica univoca, sviluppandola coerentemente). Un’opzione all’epoca molto in voga per i generi progressive e psichedelico, ma non certo tipica nel panorama dei cantautori italiani: De Andrè lo fece almeno due volte, con La Buona Novella e con Non al denaro, non all'amore nè al cielo, ma pure Storia di un impiegato può essere considerato un concept. Altra caratteristica fu la capacità di elaborare testi altrui, arrivando ad opere ugualmente originali e distinte dalle proprie matrici. Lo fece con L’antologia di Spoon River e con i Vangeli apocrifi, per i due album citati precedentemente, e pure con alcune ballate di Bob Dylan o di Brassens, fino a Smisurata Preghiera, ispirata alle liriche di Alvaro Mutis. Da citare anche la sua riscoperta del dialetto genovese, unito a sonorità complesse e ricercate, che da Creuza de mà in poi caratterizzò i suoi ultimi lavori.
Sicuramente aveva una gran bella voce, calda e profonda, ma l’attualità delle sue opere non è da cercarsi solo nel fascino dell’interpretazione. Le sue canzoni parlavano di prostitute (da Bocca di Rosa – per quanto il termine risulti improprio per l’esuberante protagonista che non sa resistere alle tentazioni dell’amore – a Princesa), di amori tormentati (Giugno 73, Verranno a chiederti del nostro amore), di eroi piccoli, quotidiani, spesso sfortunati (La guerra di Piero, Il testamento di Tito) ed erano sempre ricche di frecciate verso la borghesia ipocrita, in una perenne denuncia delle ingiustizie del mondo che gli apparivano insostenibili, e verso "la maggioranza", che detestò sempre. E’ significativo che l’ultima canzone del suo ultimo album in studio (la già citata Smisurata Preghiera, tratta dallo splendido Anime Salve) recitasse: "Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità … Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".
Suicidi, carcerati, sconfitti: questi erano i suoi eroi. Uomini e donne sempre e comunque veri, non privi di difetti. Ma non si pensi che in De Andrè questo essere vicino al "diverso" fosse frutto della snobistica inclinazione dell’intellettuale. Era nato ricco, ma fin da ragazzo aveva fatto la sua scelta: la sua era la Genova dei bordelli, degli artisti, dei perdenti. E dei poeti-cantautori. La frattura che volle creare con le sue "alte" origini familiari era più di un vezzo adolescenziale: era una presa di distanza esistenziale, prima che politica. Con la sua vicinanza agli sconfitti riusciva a non esprimere semplicemente l’affinità dell’intellettuale eccentrico, che alla fine non gratifica che se stesso, ma soprattutto la restituzione della dignità a quei soggetti. E alla fine quell’umanità perdente (che a molti provoca rabbia, paura, o nella migliore delle ipotesi pietà) riusciva a muoverci verso un sentimento più nobile e difficile: l’affinità umana.
"Ci vuole troppo tempo per trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l’ha imposta: l’anarchia non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma; è uno stato d’animo, una categoria dello spirito". Ci sono poche frasi che possono definire più compiutamente chi era Fabrizio De Andrè. Perché per lui la rivolta degli ultimi anni 60 e dei primi 70 prescindeva da ideologie precostituite: era la rivolta più definitiva, anche se meno palese, dell’arte, della poesia e dell’indipendenza intellettuale, che lui viveva con la convinzione che potessero demolire la montagna di ipocrisia e ingiustizie che seppellisce il mondo.
La sua distanza da rigidi schematismi ideologici non fu mai figlia della volontà di non inquadrarsi. Al contrario, in un’intervista televisiva recentemente ripresa nel dvd “Sulla mia cattiva strada”, diretto da Teresa Marchesi, rivendicava con forza il suo essersi sempre schierato e le sue radici libertarie. Anche gli anarchici, con il rigore e la correttezza intellettuale che li caratterizza, hanno sempre evitato di apporre un’etichetta su Faber, ricordandone la reciproca simpatia e vicinanza ideale, l’afflato libertario. Perchè la sua adesione all’anarchia, per quanto non propriamente organica al movimento, era al tempo stesso tutt’altro che superficiale o esterna: era un modo di vivere e di pensare, radicato nel suo essere. Recentemente i compagni anarchici lo hanno ricordato con un bel cd, Ed avevamo gli occhi troppo belli, contenente alcuni “parlati” durante i concerti e un prezioso libretto a cura della redazione della rivista “A”.
Molti e variegati sono gli omaggi che gli sono stati o gli saranno dedicati in questo periodo. Oltre a quelli già menzionati, ricordiamo la mostra al Palazzo Ducale di Genova (organizzata da Comune di Genova, Fondazione per la Cultura e Fondazione Fabrizio De André) e il volume a fumetti di Sergio Algozzino (Ballata per Fabrizio De Andrè, editore Beccogiallo). Ma forse l’omaggio più appropriato è continuare ad ascoltare, semplicemente e fino in fondo, le sue canzoni, cercando di trasformare il mondo in un posto migliore.
Francesco “Baro” Barilli
Non è retorica affermare che le sue canzoni si distinguono ancora per il loro essere vive e attuali, inquiete metafore che hanno attraversato generazioni dagli anni 60 ad oggi, anche grazie ad un mirabile esempio di ricerca linguistica e musicale che rende la sua produzione variegata e al tempo stesso sempre di altissimo livello. Nuova e coraggiosa per i tempi fu la scelta di cimentarsi in “concept album” (dischi in cui i brani ruotano attorno ad una tematica univoca, sviluppandola coerentemente). Un’opzione all’epoca molto in voga per i generi progressive e psichedelico, ma non certo tipica nel panorama dei cantautori italiani: De Andrè lo fece almeno due volte, con La Buona Novella e con Non al denaro, non all'amore nè al cielo, ma pure Storia di un impiegato può essere considerato un concept. Altra caratteristica fu la capacità di elaborare testi altrui, arrivando ad opere ugualmente originali e distinte dalle proprie matrici. Lo fece con L’antologia di Spoon River e con i Vangeli apocrifi, per i due album citati precedentemente, e pure con alcune ballate di Bob Dylan o di Brassens, fino a Smisurata Preghiera, ispirata alle liriche di Alvaro Mutis. Da citare anche la sua riscoperta del dialetto genovese, unito a sonorità complesse e ricercate, che da Creuza de mà in poi caratterizzò i suoi ultimi lavori.
Sicuramente aveva una gran bella voce, calda e profonda, ma l’attualità delle sue opere non è da cercarsi solo nel fascino dell’interpretazione. Le sue canzoni parlavano di prostitute (da Bocca di Rosa – per quanto il termine risulti improprio per l’esuberante protagonista che non sa resistere alle tentazioni dell’amore – a Princesa), di amori tormentati (Giugno 73, Verranno a chiederti del nostro amore), di eroi piccoli, quotidiani, spesso sfortunati (La guerra di Piero, Il testamento di Tito) ed erano sempre ricche di frecciate verso la borghesia ipocrita, in una perenne denuncia delle ingiustizie del mondo che gli apparivano insostenibili, e verso "la maggioranza", che detestò sempre. E’ significativo che l’ultima canzone del suo ultimo album in studio (la già citata Smisurata Preghiera, tratta dallo splendido Anime Salve) recitasse: "Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità … Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".
Suicidi, carcerati, sconfitti: questi erano i suoi eroi. Uomini e donne sempre e comunque veri, non privi di difetti. Ma non si pensi che in De Andrè questo essere vicino al "diverso" fosse frutto della snobistica inclinazione dell’intellettuale. Era nato ricco, ma fin da ragazzo aveva fatto la sua scelta: la sua era la Genova dei bordelli, degli artisti, dei perdenti. E dei poeti-cantautori. La frattura che volle creare con le sue "alte" origini familiari era più di un vezzo adolescenziale: era una presa di distanza esistenziale, prima che politica. Con la sua vicinanza agli sconfitti riusciva a non esprimere semplicemente l’affinità dell’intellettuale eccentrico, che alla fine non gratifica che se stesso, ma soprattutto la restituzione della dignità a quei soggetti. E alla fine quell’umanità perdente (che a molti provoca rabbia, paura, o nella migliore delle ipotesi pietà) riusciva a muoverci verso un sentimento più nobile e difficile: l’affinità umana.
"Ci vuole troppo tempo per trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l’ha imposta: l’anarchia non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma; è uno stato d’animo, una categoria dello spirito". Ci sono poche frasi che possono definire più compiutamente chi era Fabrizio De Andrè. Perché per lui la rivolta degli ultimi anni 60 e dei primi 70 prescindeva da ideologie precostituite: era la rivolta più definitiva, anche se meno palese, dell’arte, della poesia e dell’indipendenza intellettuale, che lui viveva con la convinzione che potessero demolire la montagna di ipocrisia e ingiustizie che seppellisce il mondo.
La sua distanza da rigidi schematismi ideologici non fu mai figlia della volontà di non inquadrarsi. Al contrario, in un’intervista televisiva recentemente ripresa nel dvd “Sulla mia cattiva strada”, diretto da Teresa Marchesi, rivendicava con forza il suo essersi sempre schierato e le sue radici libertarie. Anche gli anarchici, con il rigore e la correttezza intellettuale che li caratterizza, hanno sempre evitato di apporre un’etichetta su Faber, ricordandone la reciproca simpatia e vicinanza ideale, l’afflato libertario. Perchè la sua adesione all’anarchia, per quanto non propriamente organica al movimento, era al tempo stesso tutt’altro che superficiale o esterna: era un modo di vivere e di pensare, radicato nel suo essere. Recentemente i compagni anarchici lo hanno ricordato con un bel cd, Ed avevamo gli occhi troppo belli, contenente alcuni “parlati” durante i concerti e un prezioso libretto a cura della redazione della rivista “A”.
Molti e variegati sono gli omaggi che gli sono stati o gli saranno dedicati in questo periodo. Oltre a quelli già menzionati, ricordiamo la mostra al Palazzo Ducale di Genova (organizzata da Comune di Genova, Fondazione per la Cultura e Fondazione Fabrizio De André) e il volume a fumetti di Sergio Algozzino (Ballata per Fabrizio De Andrè, editore Beccogiallo). Ma forse l’omaggio più appropriato è continuare ad ascoltare, semplicemente e fino in fondo, le sue canzoni, cercando di trasformare il mondo in un posto migliore.
Francesco “Baro” Barilli
martedì 16 dicembre 2008
Filippo Facci, Piero Sansonetti e la riforma della giustizia
Alcuni giorni fa m’è capitato di assistere ad un dibattito televisivo su
La7. Non l’ho guardato a lungo, giusto dieci minuti e a trasmissione
già in corso. Nel momento in cui ho acceso la televisione stava parlando
Piero Sansonetti. Il direttore di Liberazione, in sintesi, diceva che
reputava poco interessante la discussione circa la riforma della
giustizia. Inoltre, replicando probabilmente a una tesi proposta
precedentemente, sosteneva che gli apparivano più gravi gli attacchi
portati al sindacato, in particolar modo alla CGIL, da chi ne sostiene
l’inutilità o la dannosità.
A questo punto interveniva Filippo Facci, giornalista de Il Giornale e, da quanto ho capito, collaboratore di Mediaset. Per riportare la discussione sul tema della giustizia, apriva il suo intervento dicendo che la presenza anche solo di un cittadino innocente in galera a causa di storture del sistema giudiziario gli pareva insopportabile e, soprattutto, motivo sufficiente per ritenere che la riforma fosse priorità assoluta.
Raramente mi sono trovato così combattuto di fronte ad una frase. In linea di principio, quella di Facci è un’affermazione ineccepibile, da sottoscrivere pienamente. Al limite se ne potrebbe discutere in termini filosofici: la giustizia umana è ben diversa da quella divina (per chi crede in quest’ultima) e non può prescindere da un tasso fisiologico di fallibilità. Questo però non toglie che la presenza in carcere di innocenti (cui aggiungerei le persone in attesa di giudizio) è cosa intollerabile. In fondo, l’unica e vera e fondamentale barriera fra garantismo e giustizialismo sta nel valutare i due pericoli fondamentali dell’amministrazione della legge (mandare in galera un innocente o lasciar libero un colpevole) ritenendo più grave il primo, in quanto comporta un danno irrisarcibile per chi vi è coinvolto. Inoltre, la consapevolezza di quanto sia inevitabile quel tasso di fallibilità non rende vana la ricerca di ogni mezzo affinché la “macchina giustizia” proceda nel modo più imparziale possibile, confinando la possibilità di errori ai soli limiti della natura umana, e non a vizi insiti nel sistema o a sperequazioni del giudizio.
Ferme restando queste riflessioni, non posso nascondere che se a parlarmi di una necessità della riforma della giustizia è il centrodestra mi viene più di un dubbio, e non si tratta di pregiudizi.
Mesi fa ho intervistato il padre di Giuseppe Bianzino. Chi propone oggi la riforma della giustizia pensa, come me, che suo figlio in carcere non solo non doveva morirci, ma neppure finirci? Pensa sia necessario provvedere alla depenalizzazione di certi reati o crede si debbano perseguire, ad esempio, i writers? Che opinioni ha del reato di devastazione e saccheggio o del principio della compartecipazione psichica (reato e principio utilizzati dalla magistratura per i fatti di Genova 2001 o quelli di Milano dell’11 marzo 2006)? Un elenco tutt’altro che esaustivo, potrei proseguire a lungo: si tratta di domande a mio avviso fondamentali, ma allo stato totalmente rimosse dal confronto “riforma sì – riforma no” che si è acceso in merito all’azione della magistratura.
Tutto questo, ripeto, non inficia l’enunciazione di principio avanzata da Facci in quella trasmissione televisiva. Resta però l’impressione che dietro il dibattito sulla necessità di una riforma della magistratura stiano semplicemente esigenze di controllo di uno dei poteri dello Stato, nell’intento di sottoporre la giustizia ad una supervisione (nel migliore dei casi) o ad un controllo subordinato (nel peggiore) che non la renderanno più equa, ma solo meno indipendente. In quest’ottica è interessante chiedersi se la presenza di un innocente in galera sia davvero inaccettabile, o se lo diventi in base a specificità dell’arrestato o a contingenze politiche del momento.
Francesco “baro” Barilli
A questo punto interveniva Filippo Facci, giornalista de Il Giornale e, da quanto ho capito, collaboratore di Mediaset. Per riportare la discussione sul tema della giustizia, apriva il suo intervento dicendo che la presenza anche solo di un cittadino innocente in galera a causa di storture del sistema giudiziario gli pareva insopportabile e, soprattutto, motivo sufficiente per ritenere che la riforma fosse priorità assoluta.
Raramente mi sono trovato così combattuto di fronte ad una frase. In linea di principio, quella di Facci è un’affermazione ineccepibile, da sottoscrivere pienamente. Al limite se ne potrebbe discutere in termini filosofici: la giustizia umana è ben diversa da quella divina (per chi crede in quest’ultima) e non può prescindere da un tasso fisiologico di fallibilità. Questo però non toglie che la presenza in carcere di innocenti (cui aggiungerei le persone in attesa di giudizio) è cosa intollerabile. In fondo, l’unica e vera e fondamentale barriera fra garantismo e giustizialismo sta nel valutare i due pericoli fondamentali dell’amministrazione della legge (mandare in galera un innocente o lasciar libero un colpevole) ritenendo più grave il primo, in quanto comporta un danno irrisarcibile per chi vi è coinvolto. Inoltre, la consapevolezza di quanto sia inevitabile quel tasso di fallibilità non rende vana la ricerca di ogni mezzo affinché la “macchina giustizia” proceda nel modo più imparziale possibile, confinando la possibilità di errori ai soli limiti della natura umana, e non a vizi insiti nel sistema o a sperequazioni del giudizio.
Ferme restando queste riflessioni, non posso nascondere che se a parlarmi di una necessità della riforma della giustizia è il centrodestra mi viene più di un dubbio, e non si tratta di pregiudizi.
Mesi fa ho intervistato il padre di Giuseppe Bianzino. Chi propone oggi la riforma della giustizia pensa, come me, che suo figlio in carcere non solo non doveva morirci, ma neppure finirci? Pensa sia necessario provvedere alla depenalizzazione di certi reati o crede si debbano perseguire, ad esempio, i writers? Che opinioni ha del reato di devastazione e saccheggio o del principio della compartecipazione psichica (reato e principio utilizzati dalla magistratura per i fatti di Genova 2001 o quelli di Milano dell’11 marzo 2006)? Un elenco tutt’altro che esaustivo, potrei proseguire a lungo: si tratta di domande a mio avviso fondamentali, ma allo stato totalmente rimosse dal confronto “riforma sì – riforma no” che si è acceso in merito all’azione della magistratura.
Tutto questo, ripeto, non inficia l’enunciazione di principio avanzata da Facci in quella trasmissione televisiva. Resta però l’impressione che dietro il dibattito sulla necessità di una riforma della magistratura stiano semplicemente esigenze di controllo di uno dei poteri dello Stato, nell’intento di sottoporre la giustizia ad una supervisione (nel migliore dei casi) o ad un controllo subordinato (nel peggiore) che non la renderanno più equa, ma solo meno indipendente. In quest’ottica è interessante chiedersi se la presenza di un innocente in galera sia davvero inaccettabile, o se lo diventi in base a specificità dell’arrestato o a contingenze politiche del momento.
Francesco “baro” Barilli
mercoledì 19 novembre 2008
Diaz: scrive Canterini, scrive Manganelli…
Quando ho scritto questo articolo
non era ancora stata diffusa la lettera che Vincenzo Canterini ha
inviato agli uomini del Reparto mobile condannati, come lui, per i fatti
della Diaz. Una lettera intrisa di retorica, inquietante, ricca di
messaggi ambigui. Giuseppe D’Avanzo, su Repubblica del 15 novembre, ha
giustamente parlato di “una rivendicazione di uno spirito di corpo
omertoso”.
Più interessante della lettera è l’intervista che Canterini ha concesso a Carlo Bonini (sempre su Repubblica del 15 novembre). In questa occasione il poliziotto che al G8 guidava il VII Reparto mobile ribadisce concetti già espressi in un’altra intervista (pure questa su Repubblica, 15 giugno 2007): riconosce la violenza dell’irruzione, parla espressamente di “macellai di quella notte”, rinnova il concetto di “macedonia di polizia” operante nella scuola, ma esclude responsabilità proprie e degli uomini ai suoi ordini. Ormai credo sia chiaro che l’atteggiamento di Canterini nel corso del processo, decisamente più ciarliero (fuori e dentro l’aula) di altri imputati, fosse il tentativo di allargare il cerchio delle responsabilità, in modo che non ricadessero esclusivamente sui propri uomini.
Spiego dunque meglio la mia impressione sulla sentenza, con cui ho chiuso l’altro articolo. Al di là di una difesa corporativa “a 360 gradi”, credo che la strategia delle forze dell’ordine fosse quella di identificare da subito “i sacrificabili”, ossia quegli elementi per cui si poteva accettare una condanna, in modo da accontentare, almeno parzialmente, l’opinione pubblica e contemporaneamente salvaguardare l’immagine complessiva della polizia. Una strategia ovviamente più articolata, ma che sostanzialmente si proponeva in prima battuta di portare a casa il massimo risultato, e in subordine di potersi allineare alla parola d’ordine “il pestaggio è stato opera di pochi esaltati, i quali per di più hanno saputo ingannare i vertici della Polizia”. Canterini non sembra accontentarsi di questo esito.
La frattura, o per lo meno la contraddizione, aperta all’interno delle forze dell’ordine non è certamente l’elemento più interessante emerso dal processo Diaz, ma sarebbe errato liquidarlo come cosa che non ci riguarda. Essa attiene, è vero, unicamente a rapporti di forza interni agli apparati dello Stato, che nulla hanno a che vedere con sincere autocritiche circa la gestione dell’ordine pubblico a Genova, ma andrebbe evidenziata maggiormente: da una piccola fessura, a volte, può nascere una crepa più vistosa.
Nel frattempo, anche Manganelli scrive: sembra che la tentazione ciarliera sia venuta a molti, dopo sette anni di silenzio. Una lettera, quella dell’attuale capo della Polizia, di poco migliore di quella di Canterini (ma che a mio avviso parte anche dalle provocazioni di quest’ultimo), in cui unico elemento blandamente positivo è una dichiarazione di intenti, un mettersi genericamente a disposizione “su quel che realmente accadde a Genova … nelle sedi istituzionali e costituzionali”. Affermazione che causa un certo stupore (evidentemente il tribunale non è stato ritenuto, per sette lunghi anni, sede “istituzionalmente e costituzionalmente” corretta per l’accertamento della verità su quei giorni, o almeno sulla Diaz) e che, pur essendo di una vaghezza sconcertante, ha già portato al plauso di Veltroni. Il leader del PD, con lo stesso spirito critico di uno zerbino, si affida anima e corpo alle assicurazioni del capo della Polizia, testimoniando ancora una volta lo stato di totale sudditanza della politica rispetto ai vertici delle forze dell’ordine.
Se Manganelli volesse davvero dare un segnale positivo a quanti sono rimasti scandalizzati dall’operato delle forze dell’ordine a Genova, potrebbe molto semplicemente esprimersi pubblicamente su questioni concrete. Potrebbe, ad esempio, dire la sua opinione su proposte che da tempo sono state sollevate, in primo luogo dai due Comitati (“Verità e Giustizia per Genova” e “Piazza Carlo Giuliani”) che da anni si adoperano affinché la memoria di Genova non cada nel dimenticatoio. Solo per citarne alcune:
- la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine;
- il varo di una legge che preveda il reato di tortura;
- l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;
- l’aggiornamento professionale delle forze dell'ordine circa i principi della nonviolenza;
- l’impegno alla esclusione dell'utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l'impegno circa una moratoria nell'utilizzo dei GAS CS.
Il giorno in cui sentiremo Manganelli esprimersi su queste proposte potremo parlare davvero di un segno concreto. Fino ad allora l’entusiasmo frettoloso di Veltroni sembrerà solo un gioco delle parti in cui il leader del PD e il capo della polizia si spalleggiano l’un l’altro, nel tentativo di accontentare l’opinione pubblica con asserzioni di principio che resteranno vuote e prive di sbocchi pratici.
Francesco “baro” Barilli
Più interessante della lettera è l’intervista che Canterini ha concesso a Carlo Bonini (sempre su Repubblica del 15 novembre). In questa occasione il poliziotto che al G8 guidava il VII Reparto mobile ribadisce concetti già espressi in un’altra intervista (pure questa su Repubblica, 15 giugno 2007): riconosce la violenza dell’irruzione, parla espressamente di “macellai di quella notte”, rinnova il concetto di “macedonia di polizia” operante nella scuola, ma esclude responsabilità proprie e degli uomini ai suoi ordini. Ormai credo sia chiaro che l’atteggiamento di Canterini nel corso del processo, decisamente più ciarliero (fuori e dentro l’aula) di altri imputati, fosse il tentativo di allargare il cerchio delle responsabilità, in modo che non ricadessero esclusivamente sui propri uomini.
Spiego dunque meglio la mia impressione sulla sentenza, con cui ho chiuso l’altro articolo. Al di là di una difesa corporativa “a 360 gradi”, credo che la strategia delle forze dell’ordine fosse quella di identificare da subito “i sacrificabili”, ossia quegli elementi per cui si poteva accettare una condanna, in modo da accontentare, almeno parzialmente, l’opinione pubblica e contemporaneamente salvaguardare l’immagine complessiva della polizia. Una strategia ovviamente più articolata, ma che sostanzialmente si proponeva in prima battuta di portare a casa il massimo risultato, e in subordine di potersi allineare alla parola d’ordine “il pestaggio è stato opera di pochi esaltati, i quali per di più hanno saputo ingannare i vertici della Polizia”. Canterini non sembra accontentarsi di questo esito.
La frattura, o per lo meno la contraddizione, aperta all’interno delle forze dell’ordine non è certamente l’elemento più interessante emerso dal processo Diaz, ma sarebbe errato liquidarlo come cosa che non ci riguarda. Essa attiene, è vero, unicamente a rapporti di forza interni agli apparati dello Stato, che nulla hanno a che vedere con sincere autocritiche circa la gestione dell’ordine pubblico a Genova, ma andrebbe evidenziata maggiormente: da una piccola fessura, a volte, può nascere una crepa più vistosa.
Nel frattempo, anche Manganelli scrive: sembra che la tentazione ciarliera sia venuta a molti, dopo sette anni di silenzio. Una lettera, quella dell’attuale capo della Polizia, di poco migliore di quella di Canterini (ma che a mio avviso parte anche dalle provocazioni di quest’ultimo), in cui unico elemento blandamente positivo è una dichiarazione di intenti, un mettersi genericamente a disposizione “su quel che realmente accadde a Genova … nelle sedi istituzionali e costituzionali”. Affermazione che causa un certo stupore (evidentemente il tribunale non è stato ritenuto, per sette lunghi anni, sede “istituzionalmente e costituzionalmente” corretta per l’accertamento della verità su quei giorni, o almeno sulla Diaz) e che, pur essendo di una vaghezza sconcertante, ha già portato al plauso di Veltroni. Il leader del PD, con lo stesso spirito critico di uno zerbino, si affida anima e corpo alle assicurazioni del capo della Polizia, testimoniando ancora una volta lo stato di totale sudditanza della politica rispetto ai vertici delle forze dell’ordine.
Se Manganelli volesse davvero dare un segnale positivo a quanti sono rimasti scandalizzati dall’operato delle forze dell’ordine a Genova, potrebbe molto semplicemente esprimersi pubblicamente su questioni concrete. Potrebbe, ad esempio, dire la sua opinione su proposte che da tempo sono state sollevate, in primo luogo dai due Comitati (“Verità e Giustizia per Genova” e “Piazza Carlo Giuliani”) che da anni si adoperano affinché la memoria di Genova non cada nel dimenticatoio. Solo per citarne alcune:
- la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell'ordine;
- il varo di una legge che preveda il reato di tortura;
- l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;
- l’aggiornamento professionale delle forze dell'ordine circa i principi della nonviolenza;
- l’impegno alla esclusione dell'utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l'impegno circa una moratoria nell'utilizzo dei GAS CS.
Il giorno in cui sentiremo Manganelli esprimersi su queste proposte potremo parlare davvero di un segno concreto. Fino ad allora l’entusiasmo frettoloso di Veltroni sembrerà solo un gioco delle parti in cui il leader del PD e il capo della polizia si spalleggiano l’un l’altro, nel tentativo di accontentare l’opinione pubblica con asserzioni di principio che resteranno vuote e prive di sbocchi pratici.
Francesco “baro” Barilli
venerdì 14 novembre 2008
Sentenza Diaz: un commento e un particolare
Ho sentito accomunare la sentenza sulla scuola Diaz a quella su Bolzaneto, con giudizi analogamente severi. In realtà mi sembra miope accomunare i due esiti in una valutazione negativa di uguale livello. La sentenza su Bolzaneto, pur con molte ombre, riconosceva in sostanza la gravità dei fatti, condannando la figura apicale (Antonio Biagio Gugliotta, l'ispettore di polizia penitenziaria al vertice della caserma) con motivazioni nette. Indipendentemente da considerazioni sulle assoluzioni emerse anche in quel contesto o sulla lieve entità delle pene comminate, si scelse almeno di prescindere dalla logica delle “poche mele marce”. Nel giudicare la notte alla scuola Diaz il tribunale di Genova si è comportato in modo molto peggiore: che il verdetto abbia tracciato una così netta linea di demarcazione fra vertici decisionali e “manovalanza” è davvero sconcertante e avvilente.
Il verdetto Diaz è funzionale alla strategia messa in campo in questi anni dalle forze dell’ordine e da quei politici autonominatisi loro difensori “a prescindere”. Per la vicenda delle due molotov, falsamente prodotte come prove, sono condannati l’autista e il primo a farsene carico (Burgio e Troiani). Già l’anello successivo, il vice questore Bernardini, è assolto: pur potendolo considerare una figura non elevata, nella catena degli eventi costituiva un tramite troppo pericoloso verso livelli più alti. In altre parole, dovendo tranciare la linea decisionale che porta le due molotov, di mano in mano, all’interno dell’edificio, si è scelto di usare la forbice nel punto più basso possibile. Spingerla di poco più su avrebbe prodotto una catena di conseguenze difficile da arginare. Sostanzialmente, nell’affrontare la vicenda della costruzione delle prove false a carico dei presenti alla Diaz, i vertici delle forze dell’ordine si sono trovati di fronte a due alternative: riconoscersi complici di un gesto ignobile e illegale oppure passare per incompetenti. Hanno scelto la seconda opzione, e a questo punto il triste balletto delle due bottiglie, da Troiani in poi, diventa farsesco, potendolo definire criminale (stando alla sentenza) solo al livello più basso.
Passando all’altro nucleo di condannati (ossia il gruppo del reparto mobile di Canterini e del suo vice dell’epoca, Fournier, e relativi sottoposti) già molti hanno notato che la loro condanna equivale ad addebitare le violenze solo alla “mano pesante” degli agenti. Giusto e condivisibile, ma vorrei sottolineare un’altra particolarità. Fournier e Canterini sono due dei pochi imputati (anzi, se non ricordo male gli unici) a non essersi sottratti al processo, scegliendo di non avvalersi della facoltà di non rispondere e affrontando il confronto in aula. Canterini fu pure l’unico (vedi Ansa 11 febbraio 2003) a schierarsi a favore di una commissione d’inchiesta parlamentare. Fournier divenne famoso per aver riconosciuto la violenza dell’irruzione, coniando l’ormai famosa definizione di “macelleria messicana”, ed è anche uno dei pochi fra i protagonisti della Diaz a non essere stato promosso ma, al contrario, retrocesso a mansioni più umili (stando ad una notizia riportata dall’Espresso lo scorso ottobre).
Sia chiaro: non è necessario credere che questi distinguo siano ascrivibili a nobili intenti. Forse potrebbero essere stati solo il tentativo di approcciarsi diversamente al processo, nell’intento di allargare il cerchio delle responsabilità, stemperando così quelle personali (in questo senso Canterini fu molto chiaro in un’intervista concessa a Repubblica il 15 giugno 2007). Che l’atteggiamento di Canterini e Fournier, diverso da quello degli altri imputati, sia dovuto a motivazioni etiche o pratiche poco conta (in ogni caso si tratta di scelte legittime). Ma è inquietante notare come l’essersi discostati dalla linea di totale silenzio e totale omertà scelta dagli altri imputati (e avallata ad altissimi livelli) abbia avuto riflessi negativi per i diretti interessati. Il sospetto di una sentenza scritta da tempo, e in altro luogo rispetto al tribunale di Genova, a questo punto diventa davvero forte.
Francesco “baro” Barilli
Il verdetto Diaz è funzionale alla strategia messa in campo in questi anni dalle forze dell’ordine e da quei politici autonominatisi loro difensori “a prescindere”. Per la vicenda delle due molotov, falsamente prodotte come prove, sono condannati l’autista e il primo a farsene carico (Burgio e Troiani). Già l’anello successivo, il vice questore Bernardini, è assolto: pur potendolo considerare una figura non elevata, nella catena degli eventi costituiva un tramite troppo pericoloso verso livelli più alti. In altre parole, dovendo tranciare la linea decisionale che porta le due molotov, di mano in mano, all’interno dell’edificio, si è scelto di usare la forbice nel punto più basso possibile. Spingerla di poco più su avrebbe prodotto una catena di conseguenze difficile da arginare. Sostanzialmente, nell’affrontare la vicenda della costruzione delle prove false a carico dei presenti alla Diaz, i vertici delle forze dell’ordine si sono trovati di fronte a due alternative: riconoscersi complici di un gesto ignobile e illegale oppure passare per incompetenti. Hanno scelto la seconda opzione, e a questo punto il triste balletto delle due bottiglie, da Troiani in poi, diventa farsesco, potendolo definire criminale (stando alla sentenza) solo al livello più basso.
Passando all’altro nucleo di condannati (ossia il gruppo del reparto mobile di Canterini e del suo vice dell’epoca, Fournier, e relativi sottoposti) già molti hanno notato che la loro condanna equivale ad addebitare le violenze solo alla “mano pesante” degli agenti. Giusto e condivisibile, ma vorrei sottolineare un’altra particolarità. Fournier e Canterini sono due dei pochi imputati (anzi, se non ricordo male gli unici) a non essersi sottratti al processo, scegliendo di non avvalersi della facoltà di non rispondere e affrontando il confronto in aula. Canterini fu pure l’unico (vedi Ansa 11 febbraio 2003) a schierarsi a favore di una commissione d’inchiesta parlamentare. Fournier divenne famoso per aver riconosciuto la violenza dell’irruzione, coniando l’ormai famosa definizione di “macelleria messicana”, ed è anche uno dei pochi fra i protagonisti della Diaz a non essere stato promosso ma, al contrario, retrocesso a mansioni più umili (stando ad una notizia riportata dall’Espresso lo scorso ottobre).
Sia chiaro: non è necessario credere che questi distinguo siano ascrivibili a nobili intenti. Forse potrebbero essere stati solo il tentativo di approcciarsi diversamente al processo, nell’intento di allargare il cerchio delle responsabilità, stemperando così quelle personali (in questo senso Canterini fu molto chiaro in un’intervista concessa a Repubblica il 15 giugno 2007). Che l’atteggiamento di Canterini e Fournier, diverso da quello degli altri imputati, sia dovuto a motivazioni etiche o pratiche poco conta (in ogni caso si tratta di scelte legittime). Ma è inquietante notare come l’essersi discostati dalla linea di totale silenzio e totale omertà scelta dagli altri imputati (e avallata ad altissimi livelli) abbia avuto riflessi negativi per i diretti interessati. Il sospetto di una sentenza scritta da tempo, e in altro luogo rispetto al tribunale di Genova, a questo punto diventa davvero forte.
Francesco “baro” Barilli
mercoledì 15 ottobre 2008
Federico Aldrovandi: sentiti i periti del collegio difensivo
Il 10 ottobre il tribunale di Ferrara ha ascoltato gli esperti nominati
dal collegio difensivo dei quattro poliziotti imputati di omicidio
colposo per la morte di Federico Aldrovandi. I consulenti della difesa
sono arrivati a conclusioni opposte rispetto a quelle pronunciate dai
periti di parte civile. La “fame d’aria” che ha portato alla morte il
giovane Aldro sarebbe da addebitare al mix di ketamina e morfina, mentre
la colluttazione coi poliziotti e la posizione cui è stata costretta la
vittima (prona e schiacciata a terra) sarebbero irrilevanti come cause o
concause del decesso. La mattina del 25 settembre 2005 il ragazzo
sarebbe morto in ogni caso, in via Ippodromo o dopo essere giunto a
casa, indipendentemente dall’incontro con i quattro agenti sotto
processo. In sostanza le perizie non confutano la violenza del controllo
di polizia cui è stato sottoposto Federico (un vero pestaggio, stando
alla testimonianza della testimone Anne Marie Tsegueu, già a suo tempo
resa davanti al GIP), ma ne valutano l’ininfluenza ai fini del decesso.
Gli imputati hanno il diritto di mentire. Se anche così non stabilissero i principi del diritto (nemo tenetur se detegere, ossia a nessuno può essere chiesto di autoincriminarsi o comunque di confermare una propria responsabilità penale) basterebbe il buon senso a capirlo. Un imputato può decidere se deporre o meno, e in caso positivo la sua deposizione non è preceduta dal giuramento. Una simile possibilità ovviamente non è concessa, né dal buon senso né dalla legge, ai testimoni o a chi è chiamato ad altro titolo a collaborare al processo.
Questo forse rende particolarmente crudele la ricostruzione fatta al tribunale di Ferrara lo scorso 10 ottobre. Chi scrive non ha competenze tecniche o scientifiche per confutare specialisti sicuramente qualificati come quelli nominati dal collegio difensivo. Le loro teorie saranno sicuramente suffragate da elementi “di scienza”, da riscontri presenti in letteratura. E per smontarle non basta sottolineare quanto quelle teorie siano distanti, diametralmente opposte, a quelle di altri consulenti ascoltati sul caso.
Sicuramente il proliferare di informazioni sui fatti di sangue che colpiscono l’opinione pubblica ha reso più importante il ruolo che rivestono i periti, nella soluzione dei casi giudiziari. Sembra quasi che oggigiorno la scrittura della Giustizia sia ormai affidata alla fredda scienza. Ma laddove non arriva la competenza può però arrivare il ragionamento. A tale scopo si ricorda che le deposizioni a suo tempo rese in aula dagli imputati hanno descritto Federico come una forza scatenata della natura, capace di spezzare i manganelli con un calcio, un ciclone che ha travolto i quattro agenti minacciandone l’incolumità, fino ad essere “contenuto”. Una ricostruzione che, abbinata a quella dei consulenti della difesa, porterebbe ad un’ipotesi quasi fumettistica: un ragazzo di 18 anni, dopo aver assunto una specie di siero della forza, si sarebbe trasformato in una sorta di “incredibile Hulk”, per poi morire per le conseguenze negative della stessa pozione. Difficile a questo punto immaginare lo sdegno e la rabbia che devono aver provato i genitori di Federico Aldrovandi nell’ascoltare la ricostruzione fatta da chi ha sostenuto l’ineluttabilità della morte del loro figlio, quella mattina.
La prossima udienza è fissata per l’11 novembre. In calendario, gli ultimi consulenti nominati dal collegio difensivo. Poi, il 24 novembre, saranno i periti del tribunale a dirimere i contrasti fra le perizie di parte.
Francesco “baro” Barilli
Gli imputati hanno il diritto di mentire. Se anche così non stabilissero i principi del diritto (nemo tenetur se detegere, ossia a nessuno può essere chiesto di autoincriminarsi o comunque di confermare una propria responsabilità penale) basterebbe il buon senso a capirlo. Un imputato può decidere se deporre o meno, e in caso positivo la sua deposizione non è preceduta dal giuramento. Una simile possibilità ovviamente non è concessa, né dal buon senso né dalla legge, ai testimoni o a chi è chiamato ad altro titolo a collaborare al processo.
Questo forse rende particolarmente crudele la ricostruzione fatta al tribunale di Ferrara lo scorso 10 ottobre. Chi scrive non ha competenze tecniche o scientifiche per confutare specialisti sicuramente qualificati come quelli nominati dal collegio difensivo. Le loro teorie saranno sicuramente suffragate da elementi “di scienza”, da riscontri presenti in letteratura. E per smontarle non basta sottolineare quanto quelle teorie siano distanti, diametralmente opposte, a quelle di altri consulenti ascoltati sul caso.
Sicuramente il proliferare di informazioni sui fatti di sangue che colpiscono l’opinione pubblica ha reso più importante il ruolo che rivestono i periti, nella soluzione dei casi giudiziari. Sembra quasi che oggigiorno la scrittura della Giustizia sia ormai affidata alla fredda scienza. Ma laddove non arriva la competenza può però arrivare il ragionamento. A tale scopo si ricorda che le deposizioni a suo tempo rese in aula dagli imputati hanno descritto Federico come una forza scatenata della natura, capace di spezzare i manganelli con un calcio, un ciclone che ha travolto i quattro agenti minacciandone l’incolumità, fino ad essere “contenuto”. Una ricostruzione che, abbinata a quella dei consulenti della difesa, porterebbe ad un’ipotesi quasi fumettistica: un ragazzo di 18 anni, dopo aver assunto una specie di siero della forza, si sarebbe trasformato in una sorta di “incredibile Hulk”, per poi morire per le conseguenze negative della stessa pozione. Difficile a questo punto immaginare lo sdegno e la rabbia che devono aver provato i genitori di Federico Aldrovandi nell’ascoltare la ricostruzione fatta da chi ha sostenuto l’ineluttabilità della morte del loro figlio, quella mattina.
La prossima udienza è fissata per l’11 novembre. In calendario, gli ultimi consulenti nominati dal collegio difensivo. Poi, il 24 novembre, saranno i periti del tribunale a dirimere i contrasti fra le perizie di parte.
Francesco “baro” Barilli
venerdì 10 ottobre 2008
Su “La piuma e la montagna” e “Cuori Rossi”
In questi giorni ho letto “Cuori Rossi” di Cristiano Armati (editore Newton Compton). Il libro è per molti versi simile a quello, in uscita quasi contemporanea, curato da me e Sergio Sinigaglia, “La Piuma e la Montagna”.
La contemporaneità di uscita dei due volumi è totalmente casuale: io e Sergio non conosciamo Cristiano, non sapevamo che anche lui stava lavorando sullo stesso argomento (la storia e i sogni di chi ha pagato con la vita il suo impegno pubblico, in decenni di lotte, conflitti e grandi fermenti sociali). Tutto questo potrebbe far pensare a una “rivalità” fra i due lavori. Ebbene, almeno da parte mia, sottolineo subito di ritenere ottimo il lavoro di Armati, e di credere che i due libri si completino, trattando tematiche uguali secondo approcci diversi e quasi complementari.
“Cuori Rossi” è, come si intuisce già dal titolo, una risposta al “Cuori Neri” di Luca Telese, uscito se non erro tre anni fa. Un libro storico-documentale, una replica (doverosa, legittima, comprensibile e condivisibile) all’operazione editoriale del suddetto Telese.
“La Piuma e la Montagna”, come io e Sinigaglia spieghiamo nella nostra introduzione, prescinde invece da “Cuori Neri”. Intenzionalmente io e Sergio abbiamo scelto di trattare i casi specificati nel nostro libro facendo parlare chi aveva conosciuto direttamente le persone uccise di cui parliamo nel libro (da Pinelli a Fausto e Iaio). Abbiamo tentato di far raccontare chi fossero Pinelli, Serantini eccetera da chi li ha conosciuti e amati, valorizzando non solo il loro impegno politico e sociale, ma anche il profilo umano, la storia personale, i sentimenti. Per chi ha accettato di parlare si è trattato di un viaggio nel tempo su fatti estremamente dolorosi, che hanno irrimediabilmente cambiato la vita di chi racconta. Ma la scelta di rievocare momenti così drammatici è stata fatta volentieri, perché è stata colta la possibilità di valorizzare la memoria dei propri cari, dei compagni di allora.
Se Cuori Rossi è più cupo e “incazzato” (termini, sia chiaro, che utilizzo in senso tutt’altro che spregiativo), “La Piuma e la Montagna” si sforza di essere ”vitale”, seppure questo aggettivo possa apparire paradossale, visto che parliamo di giovani, giovanissimi in alcuni casi, uccisi. Dalla introduzione: “abbiamo cercato di proporre una visione diversa di quegli anni. Lo abbiamo fatto attraverso la testimonianza di chi ha vissuto una tragedia. Ma i racconti di questo libro descrivono un’Italia che, al di là degli eccessi ideologici, fu attraversata da una grande stagione di impegno civile, ancora prima che politico e sociale”.
Se qualcuno dunque, trovandosi interessato all’argomento, si chiedesse quale libro debba scegliere fra i due, personalmente non ho problemi a dire che, pur essendo co-autore di uno di questi, li consiglio entrambi. Se volete fare un piccolo sforzo economico, comprateli, non ve ne pentirete e sono sicuro che non li troverete dei doppioni l’uno dell’altro.
Francesco “baro” Barilli
La contemporaneità di uscita dei due volumi è totalmente casuale: io e Sergio non conosciamo Cristiano, non sapevamo che anche lui stava lavorando sullo stesso argomento (la storia e i sogni di chi ha pagato con la vita il suo impegno pubblico, in decenni di lotte, conflitti e grandi fermenti sociali). Tutto questo potrebbe far pensare a una “rivalità” fra i due lavori. Ebbene, almeno da parte mia, sottolineo subito di ritenere ottimo il lavoro di Armati, e di credere che i due libri si completino, trattando tematiche uguali secondo approcci diversi e quasi complementari.
“Cuori Rossi” è, come si intuisce già dal titolo, una risposta al “Cuori Neri” di Luca Telese, uscito se non erro tre anni fa. Un libro storico-documentale, una replica (doverosa, legittima, comprensibile e condivisibile) all’operazione editoriale del suddetto Telese.
“La Piuma e la Montagna”, come io e Sinigaglia spieghiamo nella nostra introduzione, prescinde invece da “Cuori Neri”. Intenzionalmente io e Sergio abbiamo scelto di trattare i casi specificati nel nostro libro facendo parlare chi aveva conosciuto direttamente le persone uccise di cui parliamo nel libro (da Pinelli a Fausto e Iaio). Abbiamo tentato di far raccontare chi fossero Pinelli, Serantini eccetera da chi li ha conosciuti e amati, valorizzando non solo il loro impegno politico e sociale, ma anche il profilo umano, la storia personale, i sentimenti. Per chi ha accettato di parlare si è trattato di un viaggio nel tempo su fatti estremamente dolorosi, che hanno irrimediabilmente cambiato la vita di chi racconta. Ma la scelta di rievocare momenti così drammatici è stata fatta volentieri, perché è stata colta la possibilità di valorizzare la memoria dei propri cari, dei compagni di allora.
Se Cuori Rossi è più cupo e “incazzato” (termini, sia chiaro, che utilizzo in senso tutt’altro che spregiativo), “La Piuma e la Montagna” si sforza di essere ”vitale”, seppure questo aggettivo possa apparire paradossale, visto che parliamo di giovani, giovanissimi in alcuni casi, uccisi. Dalla introduzione: “abbiamo cercato di proporre una visione diversa di quegli anni. Lo abbiamo fatto attraverso la testimonianza di chi ha vissuto una tragedia. Ma i racconti di questo libro descrivono un’Italia che, al di là degli eccessi ideologici, fu attraversata da una grande stagione di impegno civile, ancora prima che politico e sociale”.
Se qualcuno dunque, trovandosi interessato all’argomento, si chiedesse quale libro debba scegliere fra i due, personalmente non ho problemi a dire che, pur essendo co-autore di uno di questi, li consiglio entrambi. Se volete fare un piccolo sforzo economico, comprateli, non ve ne pentirete e sono sicuro che non li troverete dei doppioni l’uno dell’altro.
Francesco “baro” Barilli
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