Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in una trasmissione radiofonica sulla
bocciatura della legge contro l’omofobia. Intervenivano persone comuni,
e per questo l’ho seguita incuriosito, cercando di cogliere in quei
pareri il “comune sentire”, ritenendolo più interessante delle
dichiarazioni dei parlamentari che avevo ascoltato precedentemente.
Stranamente, tutti o quasi i pareri erano non solo concordi con la
bocciatura della legge, ma condividevano pure lo stesso tono e le stesse
motivazioni di fondo. Non parevano, cioè, viziati da pregiudizi verso
la comunità lgbt (almeno, non a livello conscio) ma concordavano nel
ritenere sbagliato tutelare una minoranza (nella fattispecie, quella
lesbica/omosessuale/transgender) più di altre. Tutti quei pareri li si
potrebbe sintetizzare in uno, che suona più o meno così: “certo, è
giusto e sacrosanto punire con fermezza gli episodi di violenza
recentemente verificatisi ai danni degli omosessuali, ma senza per
questo individuare per questi fatti aggravanti specifiche. Quei crimini
vanno trattati come fossero ‘normali’ aggressioni, perché altrimenti si
creerebbero disparità verso altre categorie di persone”.
Mi
sembra uno di quei casi in cui l’opinione pubblica è stata sapientemente
indirizzata verso un atteggiamento di rozzo buon senso che, anche
quando in buona fede, nella migliore delle ipotesi è miope e incapace di
vedere la complessità del problema.
Qualche esempio, banale ma
utile proprio per l’elementare semplicità. Se una sinagoga viene
incendiata da un gruppo di nazisti, è difficile vedere nel gesto un
“semplice” – per quanto grave – danneggiamento senza parlare anche di
antisemitismo. Se un gruppo di criminali aggredisce un individuo di
origine africana per il colore della pelle, sarebbe demenziale parlare
di “semplici” lesioni senza parlare di razzismo.
Altro esempio,
persino più banale. Se il signor Mario Rossi, individuo di natura
rissosa e manesca, viene coinvolto in un incidente stradale col signor
Renato Bianchi (omosessuale) e, non sapendosi controllare, appena sceso
dall’auto colpisce con un pugno l’altro conducente, l’aggressione va
sanzionata in via “normale”. Magari ricorrendo alla sola aggravante dei
“futili motivi”, supponendo che il gesto abbia la sua origine nella
brutalità e inciviltà dell’altro automobilista, dovendo immaginare che
l’inclinazione sessuale del Bianchi nulla c’entri con l’incapacità di
Rossi nel controllare la propria rabbia. Ma se l’aggressione fosse
maturata in un altro contesto, e appurassimo che il sig. Rossi si è
avventato contro “l’avversario” solo perché ritiene insopportabile la
sua omosessualità, mi sembrerebbe assurdo non parlare di omofobia.
Credo che a chi sostiene l’incostituzionalità delle norme contro
l’omofobia sfugga una cosa molto importante. La Legge – in generale,
intendo – non ha il solo scopo di individuare casistiche da perseguire
penalmente, bilanciando colpe e punizioni secondo criteri di gravità e
conseguente progressività delle pene. Ha pure un altro compito,
socialmente persino più importante: dare segnali, dimostrarsi in grado
di capire la mutevolezza dei contesti e l’oscillante gravità dei
comportamenti secondo la loro diffusione.
Personalmente, aspiro a un
mondo in cui non sarà più necessario parlare di aggravanti per razzismo
o antisemitismo, perché mi auguro una società in cui tali atteggiamenti
siano totalmente sradicati. Ma fino a quel giorno sarà necessario
appurare se un’eventuale aggressione a un africano sia dovuta anche (o,
peggio, solo) al colore della pelle della vittima, e fino a quel giorno
sarebbe folle eliminare dal nostro ordinamento le aggravanti per motivi
razziali. Analogamente, mi auguro che un giorno una legge sull’omofobia
sia totalmente inutile, perché tutte le inclinazioni sessuali avranno
libera cittadinanza, e vedere due uomini o due donne camminare mano
nella mano sarà “normale” proprio come vedere una coppia formata da
individui di sesso diverso. Ma fino a quel giorno è dovere di ogni
cittadino (indipendentemente da quale che sia il suo personale giudizio
morale sulle sessualità diverse da quella etero) riconoscere che in
Italia l’omofobia esiste, eccome se esiste… Ed esiste non solo alla luce
delle aggressioni recentemente denunciate, ma nello stesso momento in
cui capiamo che camminare mano nella mano, per Mario e Luca, è molto più
pericoloso di quanto non lo sia per Fabrizio e Sabrina. E questo, in un
periodo in cui si (stra)parla di sicurezza dovrebbe far riflettere
anche quelli che (per pregiudizi, chiusura mentale, dogmi morali e
religiosi, o qualsiasi altro motivo) faticano ad accettare
l’omosessualità come una normale e possibile inclinazione della specie
umana.
Francesco “baro” Barilli
martedì 20 ottobre 2009
sabato 17 ottobre 2009
Una precisazione doverosa
Un visitatore di questo blog mi fa presente (nei commenti a due articoli: "Piazza Fontana: la copertina" e "E ora?..." - ndr commenti che non potete più vedere, perchè erano postati nella vecchia "incarnazione" di questo blog, su splinder, e non ho potuto recuperarli nel trasferimento su blogspot) che io non ho pubblicato il libro "Fausto e Iaio trent'anni dopo" (Ed. Costa e Nolan).
Il visitatore fa questa precisazione (correttissima, lo dico da subito) perché su alcuni siti (qui, ad esempio, ma anche altrove), compaiono queste parole: ...giornalista. Ha pubblicato "La piuma e la montagna" (Manifesto libri), "Fausto e Iaio. Trent'anni dopo" (Costa e Nolan).
Ora: quella scritta E' ESTREMAMENTE IMPRECISA. Lo è, credo, per semplice eccesso di sintesi e in buona fede, ma ciò non toglie che sento il dovere di correggerla, anche se, preciso, nulla c’entro con la diffusione di tali imprecisioni.
Andiamo con ordine.
- Che non sono un giornalista mi sono quasi stufato di dirlo, tanto che ormai l'ho scritto nel profilo (vedere qui a lato). Lo ripeto: si tratta di una definizione che mi onora, e probabilmente chi mi attribuisce l'etichetta "giornalista" è portato a definirmi così in base a quanto ha letto di mio. In ogni caso, correttezza impone di ricordare che giornalista NON LO SONO.
- Sempre sul mio profilo sono scritte le informazioni giuste sia per quanto concerne "Fausto e Iaio trent'anni dopo" sia per quanto concerne "La piuma e la montagna":
Nel primo caso (Fausto e Iaio), ho solo collaborato al volume. Ho scritto due pezzi e ho cercato contatti con altri familiari che gravitano attorno a reti-invisibili, chiedendo loro di scrivere un loro ricordo. Mi sono mantenuto in contatto costante con Maria (la sorella di Iaio) curando questa sezione del libro (ossia quella, come accennavo prima, che contiene le testimonianze di Manlio Milani, Haidi Giuliani Patrizia Moretti, e molti altri). Il libro è di Autori Vari e sono fiero di avervi contribuito, ma il merito della "regia" del libro è del mio amico Daniele Biachessi.
Nel secondo caso (La piuma e la montagna) è corretto dire “ha pubblicato ecc…”, ma va sottolineato che il libro è stato scritto a quattro mani con Sergio Sinigaglia (personalmente l’ho SEMPRE ricordato).
A dimostrazione della mia buona fede (ossia: del fatto che con la diffusione delle notizie errate non c’entro nulla) riporto di seguito il profilo dell’autore che apparirà sulle pagine di Piazza Fontana, in libreria nei prossimi giorni:
Nato a Selvazzano Dentro (PD) nel 1965, è un mediattivista. Coordina il sito reti-invisibili.net. Per BeccoGiallo ha curato gli apparati redazionali di Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007), Dossier Genova G8 (2008), Il delitto Pasolini (2008), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009). Un suo racconto è presente in La Rossa Primavera (2007, allegato a Liberazione e l’Unità, ristampato nel 2008 per le Edizioni Clandestine). Ha contribuito al libro Fausto e Iaio. Trent’anni dopo (Costa & Nolan, 2008). Ha curato con Sergio Sinigaglia La piuma e la montagna (Manifestolibri, 2008). Con Checchino Antonini e Dario Rossi è autore di Scuola Diaz: vergogna di Stato (Edizioni Alegre, 2009).
Come vedete, in questo caso la nota biografica (che qui nel libro ho compilato io personalmente) è corretta.
Per chiudere la “polemica” (oddio, forse non è neppure il caso di parlare di polemica… semplicemente ora non mi viene un termine più adatto…):
1- Il visitatore di questo blog ha perfettamente ragione nella segnalazione: gliene do atto e pubblico questo mio intervento proprio come rettifica.
2- Non c’entro nulla con la diffusione dell’imprecisione che lui ha segnalato.
3- Ripeto di ritenere che la notizia errata sia frutto di eccessiva sintesi ed imprecisione, non certo di malafede. Anche le mie passate collaborazioni con Beccogiallo sono menzionate incomplete, per esempio. Credo si tratti proprio di una sintesi frettolosa su cui non vanno cercate strane dietrologie: a correggere penso basti questa mia lunga precisazione
Francesco “baro” Barilli
Il visitatore fa questa precisazione (correttissima, lo dico da subito) perché su alcuni siti (qui, ad esempio, ma anche altrove), compaiono queste parole: ...giornalista. Ha pubblicato "La piuma e la montagna" (Manifesto libri), "Fausto e Iaio. Trent'anni dopo" (Costa e Nolan).
Ora: quella scritta E' ESTREMAMENTE IMPRECISA. Lo è, credo, per semplice eccesso di sintesi e in buona fede, ma ciò non toglie che sento il dovere di correggerla, anche se, preciso, nulla c’entro con la diffusione di tali imprecisioni.
Andiamo con ordine.
- Che non sono un giornalista mi sono quasi stufato di dirlo, tanto che ormai l'ho scritto nel profilo (vedere qui a lato). Lo ripeto: si tratta di una definizione che mi onora, e probabilmente chi mi attribuisce l'etichetta "giornalista" è portato a definirmi così in base a quanto ha letto di mio. In ogni caso, correttezza impone di ricordare che giornalista NON LO SONO.
- Sempre sul mio profilo sono scritte le informazioni giuste sia per quanto concerne "Fausto e Iaio trent'anni dopo" sia per quanto concerne "La piuma e la montagna":
Nel primo caso (Fausto e Iaio), ho solo collaborato al volume. Ho scritto due pezzi e ho cercato contatti con altri familiari che gravitano attorno a reti-invisibili, chiedendo loro di scrivere un loro ricordo. Mi sono mantenuto in contatto costante con Maria (la sorella di Iaio) curando questa sezione del libro (ossia quella, come accennavo prima, che contiene le testimonianze di Manlio Milani, Haidi Giuliani Patrizia Moretti, e molti altri). Il libro è di Autori Vari e sono fiero di avervi contribuito, ma il merito della "regia" del libro è del mio amico Daniele Biachessi.
Nel secondo caso (La piuma e la montagna) è corretto dire “ha pubblicato ecc…”, ma va sottolineato che il libro è stato scritto a quattro mani con Sergio Sinigaglia (personalmente l’ho SEMPRE ricordato).
A dimostrazione della mia buona fede (ossia: del fatto che con la diffusione delle notizie errate non c’entro nulla) riporto di seguito il profilo dell’autore che apparirà sulle pagine di Piazza Fontana, in libreria nei prossimi giorni:
Nato a Selvazzano Dentro (PD) nel 1965, è un mediattivista. Coordina il sito reti-invisibili.net. Per BeccoGiallo ha curato gli apparati redazionali di Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007), Dossier Genova G8 (2008), Il delitto Pasolini (2008), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009). Un suo racconto è presente in La Rossa Primavera (2007, allegato a Liberazione e l’Unità, ristampato nel 2008 per le Edizioni Clandestine). Ha contribuito al libro Fausto e Iaio. Trent’anni dopo (Costa & Nolan, 2008). Ha curato con Sergio Sinigaglia La piuma e la montagna (Manifestolibri, 2008). Con Checchino Antonini e Dario Rossi è autore di Scuola Diaz: vergogna di Stato (Edizioni Alegre, 2009).
Come vedete, in questo caso la nota biografica (che qui nel libro ho compilato io personalmente) è corretta.
Per chiudere la “polemica” (oddio, forse non è neppure il caso di parlare di polemica… semplicemente ora non mi viene un termine più adatto…):
1- Il visitatore di questo blog ha perfettamente ragione nella segnalazione: gliene do atto e pubblico questo mio intervento proprio come rettifica.
2- Non c’entro nulla con la diffusione dell’imprecisione che lui ha segnalato.
3- Ripeto di ritenere che la notizia errata sia frutto di eccessiva sintesi ed imprecisione, non certo di malafede. Anche le mie passate collaborazioni con Beccogiallo sono menzionate incomplete, per esempio. Credo si tratti proprio di una sintesi frettolosa su cui non vanno cercate strane dietrologie: a correggere penso basti questa mia lunga precisazione
Francesco “baro” Barilli
venerdì 9 ottobre 2009
venerdì 18 settembre 2009
“Piazza Fontana”: il fumetto
Okay, ora posso dirlo (anche se qualcosa avevo già anticipato nei mesi
scorsi): per la fiera del fumetto di Lucca, quindi orientativamente per i
primi giorni di novembre, uscirà “Piazza Fontana”, per l’editore Beccogiallo,
nel quarantennale della strage (uno dei fatti più drammatici della
storia repubblicana, vero paradigma della cosiddetta strategia della
tensione).
Sceneggiatura mia
Disegni di Matteo Fenoglio.
Prefazione di Aldo Giannuli
Postfazione di Federico Sinicato (avvocato di parte civile per i familiari delle vittime della strage)
Il fumetto conterrà anche, oltre ai redazionali succitati, una mia intervista con Fortunato Zinni, Francesca e Paolo Dendena, Carlo Arnoldi. Francesca e Paolo Dendena e Carlo Arnoldi sono i figli di Pietro Dendena e Giovanni Arnoldi, morti nella strage. Fortunato Zinni oggi è sindaco di Bresso. Nel ’69 era assessore al bilancio dello stesso Comune e funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Fin dal giorno della strage è fra i testimoni più attenti ed attivi della vicenda.
Nei prossimi giorni vedrò di postare qualche tavola di anteprima.
Sceneggiatura mia
Disegni di Matteo Fenoglio.
Prefazione di Aldo Giannuli
Postfazione di Federico Sinicato (avvocato di parte civile per i familiari delle vittime della strage)
Il fumetto conterrà anche, oltre ai redazionali succitati, una mia intervista con Fortunato Zinni, Francesca e Paolo Dendena, Carlo Arnoldi. Francesca e Paolo Dendena e Carlo Arnoldi sono i figli di Pietro Dendena e Giovanni Arnoldi, morti nella strage. Fortunato Zinni oggi è sindaco di Bresso. Nel ’69 era assessore al bilancio dello stesso Comune e funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Fin dal giorno della strage è fra i testimoni più attenti ed attivi della vicenda.
Nei prossimi giorni vedrò di postare qualche tavola di anteprima.
domenica 13 settembre 2009
Lettera aperta ad Aldo Giannuli su Berlusconi e il Berlusconismo
Caro Aldo,
ho letto il tuo articolo, “Vogliamo liberarci di Berlusconi? Smettiamo di odiarlo!”. Condivido pienamente le tue considerazioni sulle colpe della sinistra e pure sulla natura tutt’altro che invincibile del Cavaliere come “macchina elettorale” (i dati che hai puntualmente riportato lo dimostrano). Qualche riflessione in più sarebbe forse da fare sulla mutazione di Berlusconi nel suo proporsi agli italiani. Trovo che l’uomo relativamente suadente del 94 si sia trasformato via via col passare del tempo. Il sorridente e rassicurante imbonitore è oggi aggressivo, arcigno, assume tratti davvero Mussoliniani nel muoversi, nell’arringare la folla, nella rozzezza del linguaggio. L’imbonitore si è trasformato in un grande condottiero, ma più che ad Alessandro il Grande assomiglia a Don Chisciotte (senza ispirare la stessa simpatia, e in ogni caso devo ancora decidere a chi eventualmente attribuire, nel contesto, il ruolo di Ronzinante e quello di Sancho Panza). Pure il codazzo di yesmen di cui si è sempre attorniato sembra essersi fatto più adorante e – al tempo stesso – timoroso. Viene il dubbio che se un tempo Berlusconi recitasse la parte del superuomo, oggi sia effettivamente convinto di esserlo.
Tutto questo meriterebbe ben altro approfondimento. Per oggi, accontentati di una “strana” riflessione, a cui mi ha spinto proprio il tuo pezzo.
In questi anni ho scritto molto, ma raramente mi sono occupato di Berlusconi. Non mi ero mai fermato a chiedermi il motivo di questa scelta (a dire il vero non avevo mai pensato fosse “una scelta” – non a livello conscio, almeno – né, quindi potesse essere sostenuta da una motivazione) e il tuo pezzo ha portato a galla, con la domanda, una serie di risposte possibili. Disinteresse verso l’argomento? Snobismo intellettuale? Una sorta di inaspettata maturità che mi ha portato ad anticipare la tua conclusione (consigliandomi un approccio più razionale e meno viscerale verso il berlusconismo)? Sinceramente non so rispondere. Forse un mix delle tre risposte, o nulla di tutto questo.
Condivido la tua considerazione circa la particolare sgradevolezza umana del personaggio e gli effetti che questa specie di “sfeeling” (passami il neologismo) può avere su qualsivoglia analisi del fenomeno Berlusconi. Ma proprio qui, ancora una volta inconsapevolmente, forse trovo la chiave di lettura del “mio” antiberlusconismo: fatico a scrivere “fenomeno Berlusconi”, perché in questo modo credo si attribuisca all’uomo e al suo pensiero una statura che in fondo non possiede.
Mi spiego meglio. Molti vedono nel Cavaliere di Arcore la causa di tutti, o molti, mali italiani. Personalmente credo sia più opportuno indicarlo come l’effetto di quei mali, enfatizzati ed elevati alla massima potenza. Il viveur di Villa Certosa, in altre parole, è un ottimo rappresentante dell’italianità per come questa si è sviluppata dalla Liberazione ad oggi, e forse andrebbe indagato più come modello antropologico che non sul piano sociale e politico.
In fondo per capire cosa sia oggi l’italianità basta pensare a giorni recenti, in cui si celebrano i funerali di Stato per Mike Bongiorno proprio poco dopo che le Istituzioni hanno dimostrato di aver ignorato la scomparsa di Teresa Strada. Sia chiaro: di Bongiorno poco m’importa, alla sua scomparsa partecipo con la pietà che ci insegna l'aforisma di John Donne. Il punto è che, per quanto possa apparire paradossale e riduttivo, se c'è una cosa che può mostrare le condizioni in cui s'è ridotto questo Paese è proprio un confronto fra le reazioni "istituzionali" ai due decessi, pressochè contemporanei.
Possiamo smettere di odiare Berlusconi, ma un po’ di sano disprezzo per cosa è diventato l’italiano medio io lo manterrei. Ma forse qui riaffiora quel tratto nichilista del mio carattere (credevo d’averlo seppellito assieme alla mia gioventù) probabilmente spinto in superficie da un bicchiere di troppo di Vermentino di Sardegna…
Con amicizia
Francesco “baro” Barilli
ho letto il tuo articolo, “Vogliamo liberarci di Berlusconi? Smettiamo di odiarlo!”. Condivido pienamente le tue considerazioni sulle colpe della sinistra e pure sulla natura tutt’altro che invincibile del Cavaliere come “macchina elettorale” (i dati che hai puntualmente riportato lo dimostrano). Qualche riflessione in più sarebbe forse da fare sulla mutazione di Berlusconi nel suo proporsi agli italiani. Trovo che l’uomo relativamente suadente del 94 si sia trasformato via via col passare del tempo. Il sorridente e rassicurante imbonitore è oggi aggressivo, arcigno, assume tratti davvero Mussoliniani nel muoversi, nell’arringare la folla, nella rozzezza del linguaggio. L’imbonitore si è trasformato in un grande condottiero, ma più che ad Alessandro il Grande assomiglia a Don Chisciotte (senza ispirare la stessa simpatia, e in ogni caso devo ancora decidere a chi eventualmente attribuire, nel contesto, il ruolo di Ronzinante e quello di Sancho Panza). Pure il codazzo di yesmen di cui si è sempre attorniato sembra essersi fatto più adorante e – al tempo stesso – timoroso. Viene il dubbio che se un tempo Berlusconi recitasse la parte del superuomo, oggi sia effettivamente convinto di esserlo.
Tutto questo meriterebbe ben altro approfondimento. Per oggi, accontentati di una “strana” riflessione, a cui mi ha spinto proprio il tuo pezzo.
In questi anni ho scritto molto, ma raramente mi sono occupato di Berlusconi. Non mi ero mai fermato a chiedermi il motivo di questa scelta (a dire il vero non avevo mai pensato fosse “una scelta” – non a livello conscio, almeno – né, quindi potesse essere sostenuta da una motivazione) e il tuo pezzo ha portato a galla, con la domanda, una serie di risposte possibili. Disinteresse verso l’argomento? Snobismo intellettuale? Una sorta di inaspettata maturità che mi ha portato ad anticipare la tua conclusione (consigliandomi un approccio più razionale e meno viscerale verso il berlusconismo)? Sinceramente non so rispondere. Forse un mix delle tre risposte, o nulla di tutto questo.
Condivido la tua considerazione circa la particolare sgradevolezza umana del personaggio e gli effetti che questa specie di “sfeeling” (passami il neologismo) può avere su qualsivoglia analisi del fenomeno Berlusconi. Ma proprio qui, ancora una volta inconsapevolmente, forse trovo la chiave di lettura del “mio” antiberlusconismo: fatico a scrivere “fenomeno Berlusconi”, perché in questo modo credo si attribuisca all’uomo e al suo pensiero una statura che in fondo non possiede.
Mi spiego meglio. Molti vedono nel Cavaliere di Arcore la causa di tutti, o molti, mali italiani. Personalmente credo sia più opportuno indicarlo come l’effetto di quei mali, enfatizzati ed elevati alla massima potenza. Il viveur di Villa Certosa, in altre parole, è un ottimo rappresentante dell’italianità per come questa si è sviluppata dalla Liberazione ad oggi, e forse andrebbe indagato più come modello antropologico che non sul piano sociale e politico.
In fondo per capire cosa sia oggi l’italianità basta pensare a giorni recenti, in cui si celebrano i funerali di Stato per Mike Bongiorno proprio poco dopo che le Istituzioni hanno dimostrato di aver ignorato la scomparsa di Teresa Strada. Sia chiaro: di Bongiorno poco m’importa, alla sua scomparsa partecipo con la pietà che ci insegna l'aforisma di John Donne. Il punto è che, per quanto possa apparire paradossale e riduttivo, se c'è una cosa che può mostrare le condizioni in cui s'è ridotto questo Paese è proprio un confronto fra le reazioni "istituzionali" ai due decessi, pressochè contemporanei.
Possiamo smettere di odiare Berlusconi, ma un po’ di sano disprezzo per cosa è diventato l’italiano medio io lo manterrei. Ma forse qui riaffiora quel tratto nichilista del mio carattere (credevo d’averlo seppellito assieme alla mia gioventù) probabilmente spinto in superficie da un bicchiere di troppo di Vermentino di Sardegna…
Con amicizia
Francesco “baro” Barilli
venerdì 7 agosto 2009
Caro Battista, io non dimentico Pasolini
Il 27 luglio, sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista ha invitato i
suoi lettori a dimenticare il Pasolini di “Io so”. Lo conforto: gli
italiani non hanno bisogno di simili inviti, già da soli sono bravi a
dimenticare i propri intellettuali. Al massimo ne salvano qualche
citazione, buona per fare bella figura in un salotto, e tanto basta.
L’invettiva di Pasolini di fronte alle stragi di quegli anni (ne
sarebbero seguite altre dopo l’articolo del poeta e dopo la sua morte)
costituirebbe secondo Battista “l’espressione del peggiore Pasolini,
l’esaltazione meno sorvegliata dei vizi che hanno devastato la fibra
etica del ceto intellettuale italiano”. Ma soprattutto, sempre secondo la stessa fonte, nelle parole di Pasolini “la ricerca empirica delle prove, e persino degli indizi, diventava esercizio ingombrante, fatica superflua”.
Con queste due citazioni penso d’aver centrato il cuore del commento di Battista e pure il suo principale errore: credere che la ricerca della verità dell’intellettuale debba coincidere (come percorso logico) con quella della Magistratura. Oppure ritenere che le uniche verità sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia possano arrivare secondo dinamiche esclusivamente “pratiche” (fatto criminoso, raccolta di elementi e possibili moventi, colpevoli ipotizzati e infine accertati). Peraltro, recentemente abbiamo visto che pure sentenze passate in giudicato non bastano a mettere il sigillo su una verità accertata, se esiste la volontà politica di riscrivere quella data pagina: su Liberazione del 2 agosto Saverio Ferrari, a proposito della strage di Bologna, ha puntualmente descritto i tentativi di ridiscutere l’accertata matrice fascista di quell’attentato.
Il punto è che le sentenze possono essere condivisibili e apparire sensate oppure l’esatto opposto: è tratto distintivo della giustizia umana differenziarsi da quella divina (per chi crede in quest’ultima) non solo per l’assenza della maiuscola o per il suo intrinseco margine di fallibilità. Quel che distingue la giustizia umana è l’assenza di prerogative assolute o taumaturgiche, che invece la società e la politica continuano ad assegnarle, un po’ per semplificazione, molto per affossare la ricerca di altri livelli di responsabilità (del resto Pasolini proprio nel suo “Io so” diceva che “il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”).
Credo che Battista non abbia colto il senso delle parole di Pasolini. No, lui non sapeva i nomi di chi mise una bomba nella banca di Piazza Fontana, sotto il portico di Piazza della Loggia, o ne avrebbe messa un’altra, anni dopo, alla stazione di Bologna. Ma conosceva le logiche del potere, che risponde alla sola legge dell'autoperpetuazione ad ogni costo. Capiva le finalità politiche (neppure univoche) cui dovevano rispondere le stragi, e lo capiva con i soli mezzi con cui è possibile operare un’analisi di questo tipo: quelli dell’intellettuale, che non pretende di supplire con le proprie riflessioni all’azione della Magistratura. A questa spetta un altro compito, altrettanto importante: l’individuazione di responsabilità penali e personali. I due livelli di ricerca non sono sovrapponibili, ma se svolti egregiamente si completano senza contraddirsi. E penso si possa affermare che quanto emerso, seppure con persistenti margini di ambiguità, su Piazza Fontana e le altre stragi (nell’ambito ambito processuale, nelle ricerche degli storici, nella defunta commissione stragi ecc), abbiano dato ragione a Pasolini.
Un’ultima riflessione. Pensavo che l’articolo di Battista sollevasse un dibattito ampio. Così non è stato: fatta eccezione per qualche risposta apparsa su alcuni blog, i media hanno ignorato la questione. Gli italiani, bravi a dimenticare Pasolini, lo sono altrettanto nel dimenticare Battista. Non tutte le conseguenze della sciatteria di un popolo sono negative.
Francesco “baro” Barilli
Con queste due citazioni penso d’aver centrato il cuore del commento di Battista e pure il suo principale errore: credere che la ricerca della verità dell’intellettuale debba coincidere (come percorso logico) con quella della Magistratura. Oppure ritenere che le uniche verità sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia possano arrivare secondo dinamiche esclusivamente “pratiche” (fatto criminoso, raccolta di elementi e possibili moventi, colpevoli ipotizzati e infine accertati). Peraltro, recentemente abbiamo visto che pure sentenze passate in giudicato non bastano a mettere il sigillo su una verità accertata, se esiste la volontà politica di riscrivere quella data pagina: su Liberazione del 2 agosto Saverio Ferrari, a proposito della strage di Bologna, ha puntualmente descritto i tentativi di ridiscutere l’accertata matrice fascista di quell’attentato.
Il punto è che le sentenze possono essere condivisibili e apparire sensate oppure l’esatto opposto: è tratto distintivo della giustizia umana differenziarsi da quella divina (per chi crede in quest’ultima) non solo per l’assenza della maiuscola o per il suo intrinseco margine di fallibilità. Quel che distingue la giustizia umana è l’assenza di prerogative assolute o taumaturgiche, che invece la società e la politica continuano ad assegnarle, un po’ per semplificazione, molto per affossare la ricerca di altri livelli di responsabilità (del resto Pasolini proprio nel suo “Io so” diceva che “il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”).
Credo che Battista non abbia colto il senso delle parole di Pasolini. No, lui non sapeva i nomi di chi mise una bomba nella banca di Piazza Fontana, sotto il portico di Piazza della Loggia, o ne avrebbe messa un’altra, anni dopo, alla stazione di Bologna. Ma conosceva le logiche del potere, che risponde alla sola legge dell'autoperpetuazione ad ogni costo. Capiva le finalità politiche (neppure univoche) cui dovevano rispondere le stragi, e lo capiva con i soli mezzi con cui è possibile operare un’analisi di questo tipo: quelli dell’intellettuale, che non pretende di supplire con le proprie riflessioni all’azione della Magistratura. A questa spetta un altro compito, altrettanto importante: l’individuazione di responsabilità penali e personali. I due livelli di ricerca non sono sovrapponibili, ma se svolti egregiamente si completano senza contraddirsi. E penso si possa affermare che quanto emerso, seppure con persistenti margini di ambiguità, su Piazza Fontana e le altre stragi (nell’ambito ambito processuale, nelle ricerche degli storici, nella defunta commissione stragi ecc), abbiano dato ragione a Pasolini.
Un’ultima riflessione. Pensavo che l’articolo di Battista sollevasse un dibattito ampio. Così non è stato: fatta eccezione per qualche risposta apparsa su alcuni blog, i media hanno ignorato la questione. Gli italiani, bravi a dimenticare Pasolini, lo sono altrettanto nel dimenticare Battista. Non tutte le conseguenze della sciatteria di un popolo sono negative.
Francesco “baro” Barilli
lunedì 6 luglio 2009
La replica di Paolo Cucchiarelli ai miei "appunti sparsi"
Se avete letto i miei "appunti sparsi" del 4 luglio sarete interessati a leggere pure la risposta di Paolo Cucchiarelli, che pubblico di seguito, come promesso.
Per la risposta di Paolo, cliccate qui
Aggiungo poche righe in risposta.
1. Cucchiarelli dice “Intanto il libro sta interessando la magistratura, mi dicono”. Ne sono contento; che la Magistratura voglia approfondire la faccenda è anche mia speranza: è quanto intendevo dire quando ho scritto “…se qualcuno (nella Magistratura, nella politica o fra i testimoni dell’epoca) volesse riprendere in mano la matassa e dipanarla, farebbe cosa meritevole e, sono tentato di aggiungere, doverosa”.
2. Ho scritto un lungo appunto sull’arresto di Ventura. Paolo risponde sinteticamente “Il primo arresto non è per la strage ma per associazione sovversiva. Il secondo per la strage”.
La sintesi mi lascia il dubbio di non essermi spiegato bene. Invito Paolo a rileggere quel mio capitoletto sull’arresto di Ventura. Si tratta, come ho già detto, di un’osservazione per nulla polemica (peraltro non tocca i punti nodali del libro), ma solo di una sottolineatura su un passaggio di pag. 410 (“Sapendo delle rivelazioni di Lorenzon … Giovanni Ventura attendeva di essere arrestato per la strage. Lo sarà solo nel marzo del 1972”), che a mio avviso andrebbe articolato meglio in una futura riedizione. Ossia (in una sintesi brutale):
- i primi due arresti di Freda e Ventura sono dell’aprile e dicembre 71 (in mezzo c’è la provvisoria scarcerazione per libertà provvisoria)
- entrambi gli arresti di aprile e dicembre 71 sono per l’associazione sovversiva ecc. e non per la strage (indipendentemente dal fatto che i magistrati stiano già "battendo anche quel chiodo")
- nel marzo 72 viene arrestato Rauti e non Ventura (che è già dentro); pure l’arresto di Rauti, in quel momento, non è per Piazza Fontana.
(tutto questo è valido a meno che non abbia scazzato io nel mettere assieme i pezzi…)
Un saluto a Paolo
Francesco “baro” Barilli
Per la risposta di Paolo, cliccate qui
Aggiungo poche righe in risposta.
1. Cucchiarelli dice “Intanto il libro sta interessando la magistratura, mi dicono”. Ne sono contento; che la Magistratura voglia approfondire la faccenda è anche mia speranza: è quanto intendevo dire quando ho scritto “…se qualcuno (nella Magistratura, nella politica o fra i testimoni dell’epoca) volesse riprendere in mano la matassa e dipanarla, farebbe cosa meritevole e, sono tentato di aggiungere, doverosa”.
2. Ho scritto un lungo appunto sull’arresto di Ventura. Paolo risponde sinteticamente “Il primo arresto non è per la strage ma per associazione sovversiva. Il secondo per la strage”.
La sintesi mi lascia il dubbio di non essermi spiegato bene. Invito Paolo a rileggere quel mio capitoletto sull’arresto di Ventura. Si tratta, come ho già detto, di un’osservazione per nulla polemica (peraltro non tocca i punti nodali del libro), ma solo di una sottolineatura su un passaggio di pag. 410 (“Sapendo delle rivelazioni di Lorenzon … Giovanni Ventura attendeva di essere arrestato per la strage. Lo sarà solo nel marzo del 1972”), che a mio avviso andrebbe articolato meglio in una futura riedizione. Ossia (in una sintesi brutale):
- i primi due arresti di Freda e Ventura sono dell’aprile e dicembre 71 (in mezzo c’è la provvisoria scarcerazione per libertà provvisoria)
- entrambi gli arresti di aprile e dicembre 71 sono per l’associazione sovversiva ecc. e non per la strage (indipendentemente dal fatto che i magistrati stiano già "battendo anche quel chiodo")
- nel marzo 72 viene arrestato Rauti e non Ventura (che è già dentro); pure l’arresto di Rauti, in quel momento, non è per Piazza Fontana.
(tutto questo è valido a meno che non abbia scazzato io nel mettere assieme i pezzi…)
Un saluto a Paolo
Francesco “baro” Barilli
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